Pubblicato in lettere antiche | Lascia un commento »
Pubblicato in senza categoria | Lascia un commento »
Ho deciso che d’ora in poi mi scriverò gli appunti del Manuale di Sopravvivenza, mese per mese.
Gennaio duemiladieci è stato soprattutto un mese di sport, più sport in questa trentina di giorni che negli ultimi tre anni della mia vita, credo. Ma poi è stato anche un mese di pensieri sparsi, di quotidianità piacevole, di mattine libere, di chiacchiere e di quel niente di particolare che però ti fa sentire che tutto sta girando più o meno come deve. E adesso pubblico subito il post, perché il fuso orario di wordpress è sballato rispetto al mio e allora rischierebbe di finire al giorno dopo, mentre io voglio proprio che sia oggi, trentun gennaio.
Mai tirare su col naso quando sei sott’acqua.
Gli addominali servono per tutto, e quando dico tutto, intendo veramente tutto.
La sigaretta dopo la piscina ha un sapore orribile.
Quando l’allenatore di rugby dice “tre” vuol dire che bisogna schierarsi a sinistra, quando dice “quattro” vuol dire destra. E’ facile da ricordare perché il numero più basso è sempre sinistra, anche nello sport.
Ci si può vestire bene spendendo poco, ma l’intimo a buon mercato è una fregatura e i saldi servono a questo.
E ancora, un buon reggiseno valorizza quello che c’è dentro ma anche ciò che indossi sopra.
Esistono modi appassionanti di fare sport, si tratta solo di andarli a trovare.
A volte gli errori nelle traduzioni sono molto più belli della versione esatta.
Non è una buona abitudine rimandare gli esami, in linea di massima, perché si finisce per sprecare il tempo in più che si ha a disposizione.
Ma un voto decente domani è sicuramente meglio di un diciotto oggi.
Però, se questa cosa la scrivi a metà gennaio, e arrivata alla fine del mese ti rendi conto che non sei neanche più così sicura del voto decente domani, ecco, allora non so.
Se dimentichi l’astuccio nell’aula Polo Didattico, sicuro che non lo ritrovi più.
Non si canta a stomaco pieno, ma soprattutto non ci si allena a stomaco vuoto.
E’ assolutamente vero che ci sono dei libri che ti cambiano la vita, e degli scrittori che ti cambiano la vita.
E’ quando arrivi all’università che inizi a trovare le frasi fatte sul vocabolario di greco.
Tradurre Omero dopo un po’ diventa facile, è ritmico.
La fede o ce l’hai o non ce l’hai, non è che puoi sperare di convincerti razionalmente. Vale per Dio, per la medicina e soprattutto per Trenitalia e le previsioni del tempo.
Il pollo arabo è buono, sazia e costa meno di un pacchetto di sigarette.
Con un sì non firmi nessun contratto e con un no non firmi la tua condanna a morte.
E questo, questo sarà il punto su cui lavorerò di più, il prossimo mese.
Pubblicato in senza categoria | 2 Commenti »
Pubblicato in ordinaria amministrazione | Lascia un commento »
Avevo promesso un post.
Stasera però sono maledettamente stanca, ho la fonduta al posto del cervello, una voragine nella pancia e un bisogno disperato di carboidrati.
Al pensiero del mio prossimo esame mi sento come se a interrogarmi su Omero ci fosse Severus Piton, e le centinaia di versi che mi restano da tradurre incombono su di me minacciose quasi quanto i centimetri di pergamena del tema sui vampiri.
No, decisamente oggi non ce la posso fare.
Però, questo è il mio oroscopo di Internazionale di questa settimana:
“Dovremmo trovare eccitanti i problemi che affrontiamo e la nostra capacità di risolverli”, diceva il filosofo Robert Anton Wilson. “Quella di risolvere problemi è una delle funzioni più alte e più sensuali del nostro cervello”. Sono perfettamente d’accordo con lui e mi aspetto che nelle prossime settimane diventerai ancora più intelligente di quello che sei. Gli enigmi che dovrai risolvere saranno particolarmente sensuali. I cambiamenti futuri che sarai invitato a innescare daranno alla tua immaginazione l’equivalente di un massaggio profondo.
Quanto è pazzesco?
Pubblicato in (non) ce la posso fare | Lascia un commento »
Pubblicato in (non) ce la posso fare | Lascia un commento »
Morale: i gatti sono gatti e questo restano. Retromorale: i topi femmina tendono a scegliere i gatti.
Succede che un giorno, anzi una sera, all’una di notte, inaspettatamente arriva un sms. Poi un altro, poi un altro ancora. A volte una telefonata, rigorosamente lasciata senza risposta. Ma soprattutto uno stillicidio di sms, diluiti nello spazio degli ultimi mesi. Inconfondibili e sgrammaticati, i suoi messaggi, e sgrammaticati e teneri, a partire da quel primo e inaspettato, Ti ho vista stasera, non riuscivo più a smettere di guardarti. Ma anche sgrammaticati e inquietanti nel suo capire cose che non gli ho mai detto. Nel suo interpretare le mie paure, le mie reticenze che non voglio confessare, e il più delle volte azzeccarci. La nonchalance con cui me le butta lì e mi stupisce, dopotutto ha pochi, pochissimi anni più di me. Ed è un uomo. Ma dopotutto è cresciuto di là, dall’altra parte dell’Adriatico, ha le mani dure di chi fa i lavori pesanti e la cicatrice di una pallottola di guerra su un braccio. Ha una sua saggezza fatta di cose concrete, come i mattoni e come il sudore, ha poche parole e la capacità di non perdersi per strada, i suoi pensieri seguono sempre il percorso più breve e lo conducono dritto dritto al punto, senza deviazioni. Ha i bicipiti scolpiti dal lavoro e un pacchetto di Marlboro sempre in tasca, ha un lavoro e una casa, manda sms carini e pieni di errori di ortografia che smorzano quando è troppo dolce o insistente, perché li leggo e mi viene da ridere, e offre sempre lui perché, dice, nel suo paese si fa così, che se inviti qualcuno fuori, anche un amico, anche più amici, poi devi pagare per tutti.
E però, io continuo ad avere paura. Da quell’ultima sera che ci siamo visti quest’estate, da quell’ultimo amore fatto alla boia d’un giuda, da quelle ultime chiamate a cui non rispondevo più adducendo come scusa che dovevo studiare per la maturità, continuo ad avere paura.
Perché, perché ho paura?
Perché lascio suonare a vuoto il telefono, perché fingo di dimenticarmi di rispondere ai messaggi?
Perché ho deciso in partenza che avrei avuto paura, ho deciso in partenza che lui era il gatto e io la topolina suicida, ma senza dare né a me né a lui la possibilità di metterci alla prova?
E mi rendo conto di quanto questo suoni strano e, probabilmente, anche poco credibile, facile da scambiare con uno di quei meccanismi psicologici perversi da donna che difende l’uomo che la fa stare male, no, il fatto è che non è realmente così. Sennò era sufficiente la favola della topolina, e invece no, qui c’è qualcosa che in qualche modo esula da questo discorso e lo mette almeno in parte in discussione.
Si può sbagliare cadendo nell’errore opposto di quello della topolina, vedendo il gatto ingannatore anche là dove non è detto che ci sia, autogenerare la propria paura? Io credo di sì.
C’è qualche ragione particolare per cui dovrei negargli quantomeno il tentativo di guadagnarsi una seconda possibilità? No, non credo. Soprattutto non c’è nessunissima ragione per cui dovrei negare a me stessa il diritto a vivere serenamente una storia, se ho voglia di averne una, per quella che è e per quello che ora come ora mi può dare. Non si tratta di fare un investimento per il futuro, di prendermi un impegno vincolante. Si sta parlando del qui e ora, e io non vedo il senso di spaventarmi per un qualcosa che può farmi stare bene qui e ora, solo perché non è nulla di più di questo.
Non lo vedo il senso di crearsi la paura pensando sia sbagliato, una volta tanto, non averla.
Almeno servisse a qualcosa. Invece serve soltanto a renderti inerte, passiva di fronte a ciò che tu stessa hai deciso di subire, invece che provare a dialogarci insieme, a imbastire il gioco di squadra, per duro che sia.
Almeno si prova, finché c’è la palla in gioco.
Pubblicato in questa cosa che chiami vita | 5 Commenti »

Scatto.
Si raccoglie la palla da terra.
Si posa la palla per terra poco più in là.
Altro scatto.
Arrivati in fondo, cinque flessioni sulle braccia.
Scatto per tornare indietro.
A metà percorso si raccoglie di nuovo la palla da terra e di nuovo si posa la palla per terra.
Altro scatto fino al punto di partenza.
E si ricomincia da capo.
Finché non ti senti male.
Credevo di morire, io, stasera.
Pubblicato in (non) ce la posso fare | 1 Commento »
La cosa più difficile di tutte è stata trovare l’entrata, che è nascosta, in fondo a una stradina che non si vede dalla via principale, da corso Europa con le sue mille corsie più una.
Una volta entrata, poi, è stato il momento di trovare il campo. Se non mi avessero salvata i ragazzini che uscivano dalla palestra di scherma a quest’ora starei ancora vagando disperatamente nella pancia dello stadio Carlini, alla ricerca dell’uscita giusta.
Invece mi sono infilata in un tunnel buio, tortuoso e in salita e a un certo punto mi sono ritrovata all’aria aperta, sul campo. E’ un colpo d’occhio meraviglioso, una sensazione incredibile quella che si prova a sbucare da un sotterraneo senza luce e ritrovarsi all’improvviso in uno spazio grandissimo e aperto, illuminato, pieno di persone colorate che si allenano, corrono, si passano la palla, arrivarci così, dal basso: sembra di essere alla coppa del mondo di Quidditch.
Ho preso un po’ di coraggio e mi sono avvicinata alle ragazze, giù in fondo al campo.
L’allenatore mi lancia uno sguardo interrogativo, mi presento, gli dico che vorrei iniziare ad allenarmi. Intanto arrivano subito le ragazze a presentarsi, sono carine, mi spiegano come arrivare agli spogliatoi.
Il nostro spogliatoio è, letteralmente, disastrato. La porta è rotta, quasi interamente scardinata. Ci sono panche per posare vestiti, giacche e zaini e poi le docce, e nient’altro.
Corro giù, felice di iniziare e al tempo stesso ancora un po’ dubbiosa. Fuori piove e il terreno del campo è un impasto denso di terra e acqua, c’è freddo e non mi sono portata neppure qualcosa di impermeabile da mettermi sopra la felpa, mi sento un po’ come quelli che vanno a camminare in montagna con le infradito, mentre insieme all’amicaE. raggiungo di nuovo le ragazze.
L’allenatore mi tira la palla, pianissimo, da un metro scarso di distanza. La palla mi casca dalle mani, perdo l’equilibrio e scivolo nel fango.
Davvero un ottimo inizio, eh.
Però poi le cose migliorano subito.
Facciamo tutta una serie di esercizi di corsa con la palla, passaggi, passaggi incrociati, movimenti strani che non capisco e che non credo che capirò mai, mica solo adesso che è la prima volta.
Il resto del campo è occupato dai maschi che giocano e ogni tanto dobbiamo scansarci per non farci investire; intanto però corriamo ancora, c’è sempre da correre, attacchiamo e difendiamo e rotoliamo per terra nel fango, ci schizziamo dalla testa ai piedi.
Continua a piovere. Ma la pioggia non la senti nemmeno, quando sei accaldato e stai correndo e pensi che da un momento all’altro sputerai fuori pezzi di apparato respiratorio, ogni tanto ci si gira per davvero a sputare nel fango ed è una cosa che non avrei mai pensato che sarei stata in grado di fare, e invece.
E Lucky e Strike, i miei polmoni, nonostante tutto mi hanno sorretta fino alla fine, o quasi.
E il maschio che c’è in me sputava nel fango con autentico piacere e faceva i tripli salti mortali dalla gioia.
E’ stato meraviglioso.
Finito, poi, siamo andate tutte insieme negli spogliatoi.
Io ero abituata alla pallavolo, che è uno sport maledettamente fighetto. Ed ero abituata ad avere delle compagne albarine e fighette che mai e poi mai si sarebbero spogliate tutte e messe in fila per farsi la doccia, entri tu esco io, io mi insapono e tu ti sciacqui, figurarsi. Ma neanche in piscina, è comunque una cosa diversa.
E’ stato strano, ma allo stesso tempo incredibilmente naturale, senza un’ombra di disagio o di imbarazzo.
La prossima volta, poi, mi porterò anche un paio di ciabatte, e un asciugamano.
E magari lo shampoo.
Non vedo l’ora che arrivi, la prossima volta.
Pubblicato in scoperte | 1 Commento »
Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.
Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l’ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale.
Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un’impalcatura, l’annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.
Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di un’indignazione passeggera.
Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.
Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un’opposizione senza quartiere ad un governo autoritario xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio.
Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra,non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.
Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia.
Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico.
Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.
Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo.
(Moni Ovadia)
Pubblicato in cose che vale la pena citare, il fiore del partigiano, personalità eccezionali, s.o.s. invadeteci | Lascia un commento »
Due gennaio duemiladieci.
Oggi è arrivato il turno del post Caroamicotiscrivo, la lista dei desideri, le speranze per il nuovo anno, quelle vere e quelle campate per aria.
Allora vorrei innanzitutto che fosse un anno pieno, denso, strabordante come la crema dentro la brioche. Mi fanno orrore le cose vuote, sento un bisogno compulsivo di riempirle. Amo le superfici ingombre, le curve abbondanti, l’assenza di spazi bianchi.
Il mio anno lo voglio così, sovrabbondante, spennellato a righe spesse di evidenziatore.
Vorrei non arrivare alla fine con la sensazione di aver appena ingoiato un piatto di minestrina in brodo senza sale.
Vorrei stringere stringere stringere, e farci stare quello che ancora manca.
La prima novità è che inizierò rugby.
Poi vorrei imparare di nuovo a suonare il violino.
Vorrei sconfiggere la paura che ho ogni volta di riprenderlo in mano e di rimettermi a suonare. Vorrei afferrarla ben stretta a due mani, questa paura, provare a parlarle e sentire quello che ha da dirmi, in modo da poter poi trovare le risposte per metterla definitivamente a tacere.
Vorrei non pensare che ormai è troppo tardi ma provarci lo stesso.
Poi vorrei fare un viaggio vero, pagato coi miei soldi.
Un mese a lavorare a Parigi, tipo.
Vorrei andare a vivere da sola.
L’ho detto, che scrivo anche i desideri campati per aria.
Vorrei una vita fatta a fisarmonica, che si dilata o si comprime a seconda di quanto c’è da farci stare dentro.
E che suona, anche.
Vorrei mille e mille e mille pomeriggi da suddividere tra i miei amici meravigliosi, per recuperare mesi di latitanza con la mia Amicadisempre, per cucinare e cantare con le Amichesrilankesi, per i the con l’Amicojack, per le idee folli dell’Amicaludo, per le cose con la Comune-ty, per i cinemi, per le merende, per le gite e per tutto il resto che ho dimenticato.
Vorrei che piovesse solo quando io sono da un’altra parte.
Vorrei i sedili di terza classe sul treno, si spende meno e si viaggia male uguale.
Vorrei che la ceretta la passasse la mutua.
O almeno il silchepil.
Vorrei un nuovo taglio di capelli.
Vorrei andare sempre a letto tardi la sera e non essere mai stanca.
Vorrei un bacio sotto la pioggia come nei film.
Vorrei perdere un chilo come premio ogni volta che rinuncio a mangiare schifezze.
Vorrei imparare a scrivere.
Vorrei la laurea tre anni in uno.
Vorrei una rana. O almeno un cane.
Vorrei la frutta estiva tutto l’anno, ma biologica.
Vorrei stare a letto il giorno dopo.
Vorrei il pane e le rose.
Vorrei un sacco di libri e tutto il tempo di leggerli.
Vorrei andare spesso al cinema, ma passare anche tanto tempo all’aria aperta.
Vorrei che facessimo la rivoluzione.
Vorrei più colori.
Vorrei che qualcuno di nuovo entrasse nella mia vita, e vorrei che la mia vita fosse allegra e luminosa e pulita abbastanza per poterlo accogliere come si deve.
Vorrei festeggiare i miei vent’anni.
Vorrei imparare a cucinare e a creare cose con le mani.
Vorrei godere di tutto e non avere ripensamenti.
Vorrei non rimanere indietro, in generale.
Vorrei non arrivare mai a fine giornata senza qualcosa di carino o divertente da raccontare.
Vorrei sbagliare strada cento volte, piuttosto che fermarmi.
E vorrei partire da subito.
Pubblicato in castelli in aria | 4 Commenti »

Primo gennaio duemiladieci.
E’ difficile incominciare un post in una data così impegnativa. Una data fatta di sole tre cifre, di cui l’ultima tonda e la penultima non più.
Di solito preferisco gli anni, i compleanni, gli anniversari che finiscono col nove, che sono dispari e non impegnano. E però qualcosa da dire, da portare, da far vivere ce l’hanno sempre, in un modo o nell’altro.
E il duemilanove, in effetti, è stato così.
E’ stato un anno di lenta risalita, questo che è appena finito. La sensazione, a ripensarci, è quella di aver passato i primi sei mesi a strisciare per terra sui gomiti come un soldato in trincea. La stessa fatica, la stessa lentezza di quell’ultimo anno di liceo che non finiva mai, e poi quella tristezza asfittica costantemente appiccicata addosso cui mi costringevo con il rigore di un predicatore calvinista, con l’ostinazione di un piano quinquennale sovietico. Sei mesi troppo se mi vuoi bene piangi, come se ridere fosse il premio alla fine della corsa, ma non prima.
Poi la maturità. E, improvvisamente, un’invincibile estate, ad accogliermi inaspettata appena svoltato l’angolo.
Un’estate vissuta sempre su e giù da un treno, a recuperarmi un po’ qua un po’ là, con lo zaino sulle spalle e sempre qualcuno di diverso ad attendermi al binario di qualche stazione.
Un’estate in cui ho bevuto tanto, fumato di più, dormito mai abbastanza e mangiato poco o niente, un’estate di storie tutte sbagliate, in cui ho conosciuto persone e altre le ho ritrovate, ma soprattutto ho ritrovato me. E nel frattempo studiavo, studiavo come una matta e alla fine non è servito a niente, ma va bene così, alla fine. Dopotutto, non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto: le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto.
Poi, finalmente, a settembre sono andata ad abitare nella mia casa nuova.
Da qui in poi, da quando ho iniziato ad andare all’università e a vivere al ritmo giusto, il resto lo sapete. Anche se forse, in realtà, non c’è nulla di concluso ed è tutto ancora da cambiare, tutto ancora da immaginare e da costruire.
Ma ecco, il duemilanove è stato un po’ la chiave di volta, il punto di ripartenza, la posa della prima pietra.
Vorrei che il duemiladieci fosse l’anno della ricostruzione.
Pubblicato in senza categoria | Lascia un commento »
Pubblicato in questa cosa che chiami vita | Lascia un commento »
Arrivo al Natale impreparata come a un’interrogazione di fisica.
Non ho finito i regali, neanche a dirlo.
Il portafoglio piange e strepita disperato.
E fuori continua ostinatamente a piovere, piovere, piovere, piovere.
Tra un bicchiere di neve e un caffè come si deve, quest’inverno passerà. Si spera.
Scrivo non so nemmeno io per quale ragione, forse perché in realtà avrei per la testa mille e mille e mille cose che girano e frullano e battono le ali, ma non so perché, non so che cosa succede, fatto sta che oggi mi perdo.
Caro Babbo Natale, mi porteresti una giornata di sole, per favore?
Una di quelle giornate azzurrissime e terse, con la tramontana che rotola giù dai monti e scende a portarci l’odore dell’ultima Genova che si inerpica su in alto e diventa campagna.
Una giornata scintillante di cielo e scura di terra che si staglia contro, una giornata di quelle in cui sembra che l’orizzonte si possa toccare.
Una giornata con gli autobus vuoti e i negozi aperti, e con il vento che corre per i vicoli e fa danzare gli odori della città vecchia, kebab piscio salsedine e incenso, cani umido e bancarelle.
Una giornata per salire sulla funicolare e andarmene su fino in cima, fermata dopo fermata, e poi scendere al Righi a farmi prendere a frustate dal gelo e amare la mia città guardata così, dall’alto, e le periferie arrampicate sui monti dove ritrovo pezzi di vita, di anima, di memoria.
Una giornata per prendere la nave bus e andare a vedere com’è la città dall’altra parte, di là dalle colonne d’Ercole.
Una giornata per le terme, una giornata per un treno da prendere, una giornata per la stessa ragione del viaggio.
Una giornata per fare acquisti, per chiacchierare con le amiche, per sorridere al mondo.
Una giornata con il sole e la tramontana e la cioccolata calda alla fine, quando viene buio.
Una giornata vuota e luminosa, da riempire e immaginare.
Una giornata per svegliarmi il giorno dopo e ricominciare col sorriso.
Pubblicato in senza categoria | 1 Commento »
Pubblicato in genova | Lascia un commento »

Occhei, ci abbiamo scherzato su, abbiamo riso, abbiamo ripassato i principali monumenti italiani facendo l’inventario delle statuette disponibili a portata di mano, sai mai che possano tornare utili.
Si ride anche di rabbia, a volte.
O magari si ride per esorcizzare, perché per noi il gioco s’è fatto peso e tetro da molto tempo ormai, ben prima di questo strano episodio che gli artefici della stagione politica più intollerante ed ostile degli ultimi anni non esitano a dire innescato dal clima di odio nei loro confronti.
Ognuno raccoglie ciò che ha seminato. E vorrei chiarire che qui non si sta parlando del lancio di una statuetta, si sta parlando di tutto ciò che questo si trascina dietro in termini di reazioni emotive, prima, e di elaborazioni un po’ più lucide, poi.
Si sta parlando del fatto che non vedo perché dovrei sentirmi moralmente obbligata a dispiacermi per qualcuno in rapporto al quale sento un’incompatibilità etica di fondo. Qualcuno che non si fa proprio nessuno scrupolo a godere e servirsi a proprio vantaggio di cose che in un paese civile non dovrebbero essere tollerate, leggi razziali che calpestano i diritti più elementari, un analfabetismo critico di ritorno in nome del quale si predicano odio e ignoranza, la censura nei confronti di chi è “contro”, l’uccisione sistematica di qualsiasi forma di progresso culturale.
E ci terrei che fosse chiaro, parlando sul serio in fase di elaborazione lucida, che non si tratta affatto di esaltare un atto di violenza, in sé sempre e comunque condannabile, ma piuttosto di un prendere radicalmente le distanze da tutto l’accaduto nel suo complesso.
Per arrivare a concludere che tutto sommato la cosa, in sé, mi lascia abbastanza indifferente. Per il semplice fatto che sono anche dell’idea che la seconda sfiga che hanno gli uomini di potere, dopo quella di non sapere mai che cosa potrà capitarti in occasione di un bagno di folla, è quella di essere soggetti a un duplice metro di giudizio, che fa appello a due dimensioni diverse e non sempre compatibili tra loro. Una è quella più prettamente umana, personale, in cui ci può stare la condanna di un gesto in sé sbagliato, ci può stare la compassione, ci può stare il buonismo. L’altra è quella più astratta e più inesorabile relativa alla responsabilità politica e storica della persona.
Posso trovare difficile da accettare sul piano umano un repubblichino ucciso, lo giustifico pienamente e senza ombra di dubbio alla luce del giudizio della politica e della storia.
Quello che invece non mi lascia indifferente, ma anzi mi smuove dentro, mi fa salire la rabbia con cui scrivo, ora, anche se magari Maroni mi censurerà il blog, è tutto ciò che è successo dopo. I gruppi di Facciabuco, le censure ai link un pochino più irriverenti e contemporaneamente centinaia di migliaia di persone iscritte d’ufficio alle pagine di sostegno a Berlusconi. Sarà che ero convinta che la rete continuasse a essere una zona franca, uno degli ultimissimi ambiti di informazione libera rimasti, e non ero preparata all’eventualità che la si potesse usare come uno strumento di controllo e di distorsione dei fatti. E’ una cosa gravissima, che col tempo potrebbe portare a conseguenze che non ho neppure tutta questa voglia di provare a immaginare. E una rappresaglia pianificata, per quanto virtuale, per quanto “innocua”, è più grave e inquietante del gesto di un matto che l’ha ispirata.
Ma poi.
Io li ho riguardati, quei fotogrammi che registrano la scena di questa specie di attentato.
Tutto tranquillo.
Le guardie della security ferme immobili, rilassate.
E però, i giorni prima, gli allarmi, le voci insistenti, il sospetto di possibili attentati.
Forse sarò io che esagero, ma mi tornano in mente i carabinieri immobili mentre i black bloc sfasciano Genova.
E, un matto.
C’è questo nanetto qui, che mi torna in mente, reminiscenza delle lezioni di storia al liceo. Pura e semplice associazione di idee, eh. Però.
Il 7 aprile del 1926, nel pieno delle leggi fascistissime, ci fu un attentato a Mussolini.
Un colpo di pistola che lo mancò per un soffio e lo ferì, indovinate dove? al naso.
L’attentatrice, un’anziana signora irlandese, tale Violet Gibson.
Matta pure lei.
Sicuramente una coincidenza.
Però.
Pubblicato in robe politiche, s.o.s. invadeteci | 1 Commento »
Cara,
ho pensato che non era carino non farmi sentire neanche una volta prima della fine dell’anno. Tra un po’ sarà Natale e arriverà il tempo lento delle giornate di vacanza, dei pomeriggi col libro davanti, dei cioccolatini e dei bilanci da far evaporare nel falò di capodanno. E per favore non dirmi che il fuoco non evapora, lo so benissimo, mi sono presa una licenza poetica.
Così, eccomi tornata un po’ da te, tanto per non saper cosa fare.
Non è che mi sono dimenticata di te, in tutto questo tempo. Dal mio pertugio dove ho messo le radici ho continuato ad osservarti in silenzio, nel corso di questi ultimi mesi. Ti ho seguita nei tuoi vagabondaggi estivi, ho incrociato le dita per te, ti ho accompagnata lungo le code infinite per iscriverti all’università, ti sono stata vicino nei tuoi giorni all’ospedale e anche in tutte le cose che ti sono successe dopo. E ti ho visto fare dei progressi che non avrei mai immaginato.
Fatico ad ammetterlo, ma è anche per questo che ti scrivo, in effetti, per dirti che sono contenta e orgogliosa, anche, un po’.
Ma.
Mica sarei io, se non ci fosse un ma.
Stai attenta, compagna, a non montarti esageratamente la testa, perché non è che una volta trovato un equilibrio sia poi così facile rimanerci. Stai attenta, perché sei a buon punto, sì, ma non sei arrivata da nessuna parte. E i fantasmi che ti porti dietro, quelli sono sempre lì pronti ad aggredirti e cercano soltanto l’occasione buona, non aspettano altro che di coglierti impreparata. Ho come l’impressione che stiate tutte un po’ sgomitando per accaparrarvi il premio Wonderwoman di quest’anno, tu e le tue amiche, forse a qualcuna di loro l’ho già detto e adesso lo dico anche a te. State attente a non farvi male.
Te lo dico in tempo, prima che sia troppo tardi, perché ho l’occhio lungo e mi fido di te, sì, ma non abbastanza da non aver paura di un tuo imminente cedimento. Ho fatto anch’io i miei miglioramenti, sai, se ne imparano di cose a non aver niente di meglio da fare che osservare il mondo. E poi, è tanto più facile e anche un pochino stronzo arrivare sempre troppo tardi, a cose fatte, giusto in tempo per cazziarti mentre ti dimeni nei tuoi casini: questa volta annuso l’aria e gioco d’anticipo.
Fai attenzione, compagna. Non lasciarti cose indietro. Non farti ingannare, sei andata benissimo finora, per favore non mi crollare sul più bello.
Devo dire che il cambiamento che hai fatto mi ha stupita, davvero.
Sapessi quanto sono felice, adesso, quando ti vedo partire da casa la mattina per andare all’università, lo vedo benissimo che sei contenta, che hai entusiasmo, che è come se avessi ricominciato a vivere al tempo giusto, a respirare fino in fondo.
E poi quando ti vedo così piena di amici come non lo sei stata mai, ti ricordi, c’era un tempo in cui sembrava impossibile che qualcuno si sarebbe fermato nella tua vita e l’avrebbe resa varia e colorata com’è ora, piena delle persone bellissime che hai avuto la fortuna di incontrare lungo la strada. Quando ti vedo sorridere e quando ti sento dire che stai bene, quando sento gli altri dirti che stai bene.
Ti volevo anche dire che sono fiera del modo in cui hai reagito a una delle tue ultime disavventure, non te l’aspettavi nemmeno tu, vero? Ti ho vista piangere, quella sera, mentre correvi come se stessi scappando da chissà che cosa e ho detto ecco, ci risiamo. Ma non c’è come ritrovarsi con l’orgoglio in frantumi, a volte, per riuscire poi a ripartire col piede giusto. Ed eccoti qui, sana e salva e improvvisamente capace di girare i tacchi e passare oltre. Di capire che c’è la tua vita, oltre, c’è il tuo futuro ma anche il tuo presente, c’è la tua serenità.
E allora.
Fai in modo, compagna, di non buttare via niente di tutto questo. E’ meglio prevenire che curare.
Vedi di non stancarti troppo, dormi un po’ di più, e cerca di non mangiare troppe schifezze, non vorrai riprenderti i chili che hai perso quest’anno.
Impara a non scappare dalle persone che ti cercano, rispondi al telefono, non farti prendere dalle paranoie ogni volta che devi dare una risposta a qualcuno, come se in base a questo ti aspettassi di essere giudicata. Trova un po’ di tempo per gli amici che stai trascurando, ne stai trascurando parecchi, in effetti, hai sempre dell’altro da fare, sempre da correre da qualche parte. Non è che devi andare in giro a salvare il mondo, sai? Non è che alla fine ti danno una patente di supereroe che si porta il mondo addosso, eh. Non c’è proprio nessun premio Stakanov in palio, quando si tratta di gestirsi la propria vita.
E quindi, per favore, smettila di vivere col senso di colpa permanente, col complesso di Cenerentola perché a casa non ci sei mai, perché ti senti diversa e ti sembra di essere nata sbagliata e al tempo stesso senti che proprio non puoi farne a meno. Piuttosto, mettiti a posto i casini che ogni tanto ti prendono a spallate la porta, regola i conti col tuo passato, una volta per tutte, sistemati la coscienza, abbi il coraggio di parlare e di fare ciò che avresti già dovuto fare da tanto tempo.
Smettila, anche, di sentirti responsabile per le mancanze degli altri nei tuoi confronti, come se fossero anche quelle colpa tua. No. Se al mondo ci sono persone che hanno la profondità emotiva di un portauovo, non è mica un problema tuo.
Magari, la prossima volta, cerca solo di stare un po’ più attenta.
Non ti buttare allo sbaraglio e, all’opposto, non ti irrigidire troppo. Impara a essere dura senza perdere la tenerezza, smussa gli spigoli dove è il caso, rafforzati dove ti senti debole.
Fuma meno, cazzarola.
E vai a dormire a un’ora decente, che sei lì che ti si chiudono gli occhi.
Buonanotte, compagna.
Ti auguro un meraviglioso anno nuovo.
E in bocca al lupo per gli esami, e mi raccomando studia!
L’Ortica
Pubblicato in ortica | 2 Commenti »

Sono giornate stranamente diluite, queste, giornate apparentemente un po’ perse nella percezione, falsa, di avere poche cose da fare, come se il mio tempo si fosse improvvisamente dilatato e potessi permettermi di consumarne molto di più. Ma anche giornate fitte di voglie che rinascono, di parole, di musica, di risate con gli amici, di pensieri da reindirizzare.
Ho cantato un sacco, ho riso fino alle lacrime a uno spettacolo per bambini, mi sono spellata il labbro inferiore con lo scotch da pacchi mentre facevo gli imballaggi con il pluriball, ho smangiucchiato, sbevazzato, dormito male, ho letto e mi sono accorta che mi è anche venuta la voglia di scrivere.
Ero lì che l’aspettavo, e adesso che finalmente è tornata sento che dovrei fare qualcosa per riuscire a concretizzarla, trovare un modo o una forma in cui incanalarla. Uccidere la paura e liberare le idee. Trovare la ghiandola pineale, come fare quel dannato salto che segna il confine tra potenzialità e messa in atto, tra volere e riuscire. Tra avere un mondo nel cuore e poterlo esprimere con le parole, mi verrebbe da parafrasare, ma in realtà neanche. Sarebbe così più facile se si trattasse semplicemente di una difficoltà di trasposizione. Che anzi, è esattamente quello che faccio quando traduco. Quando traduco è facile, ho già la materia pronta, tutto quello che devo fare è comprenderla e trasformarla, farla rivivere in una veste nuova. E’ lei che parla, io non ho che da ascoltare.
Ed è una cosa meravigliosa.
Ma poi mi perdo quando invece mi manca una base d’appoggio, quando dovrei essere io a tirare fuori la materia e disporla secondo l’ordine che nessuno mi dà e che io sono libera di immaginare a mio piacere. Mi blocco proprio su quel confine invisibile che c’è tra trasformare e creare, tra l’essere interprete e artefice, e mi chiedo se non si possa in qualche modo forzare la serratura, arrivare dall’altra parte. O se invece dovrò rassegnarmi a quell’altra cosa che è capitato che sia quello che so fare, avere le parole per i mondi degli altri, con tutto che è una cosa che comunque amo.
E’ che per tanto tempo sono stata talmente convinta di essermi inaridita del tutto che non avevo mai preso minimamente in considerazione l’idea che invece potessi guardarmi dentro e lavorare con ciò che c’era. Ero talmente impegnata a essere seria e realista che la fantasia l’ho nascosta sotto il tappeto, me la sono proprio dimenticata, voluta dimenticare.
Sono convinta che da qualche parte c’è, magari un po’ sgualcita, magari un po’ debole e arrugginita, in attesa solo di essere nuovamente tirata fuori ed esercitata. Un po’ come gli addominali sotto la pancia che non è che non ci sono, basterebbe un pochino di allenamento e tornerebbero a fare il loro lavoro come si deve.
Ecco cos’è che devo fare adesso, nei mesi che verranno, per tutto il tempo che mi richiederà perché, credo, è un lavoro che funziona sulla lunga distanza, è leggere molto, guardare molto, vivere molto, lavorare sulla propria percezione delle cose, trovare una propria direzione, la giusta visuale, la giusta prospettiva.
Devo andare a riprendermi l’energia creativa, provare a vedere se l’esperimento funziona.
Mica detto, eh.
Però. Di sicuro mi farà bene, in ogni caso.
Pubblicato in castelli in aria | 1 Commento »

E poi è successo che un giorno, un giorno mi sono svegliata e finalmente ho capito.
Avete presente quella sensazione improvvisa e meravigliosa di quando le cose tutto ad un tratto diventano chiare? Un po’ come il primo giorno con gli occhiali nuovi, un po’ come quando la nebbia si alza e si ritorna a vedere lontano. Ma poi quella sensazione di distacco chiarificatore, quando si guardano le cose dal di fuori, quando la lontananza rende lucidi e consente di capire, di cogliere i nessi che prima sfuggivano. Un po’ come risvegliarsi da un sogno. O come la fine di un amore.
E poi è successo che venerdì sera ho pianto per l’ultima volta su Vedi cara, al concerto di Guccini. Lo prendo come un congedo, come la linea di demarcazione di questo strano spartiacque novembrino.
E’ successo che un giorno mi sono svegliata e finalmente ho capito dov’è che ho sbagliato per tantissimo tempo, ma un sacco di tempo davvero, e anche se voi me lo dicevate io mica lo capivo, per forza, ci vivevo dentro.
Che c’è un tempo per avere sedici anni, diciotto, venti, e solo dopo c’è un tempo in cui puoi averne venticinque e poi trenta e via di seguito.
Che se uno a vent’anni si lascia scappare il tempo della rabbia e della primavera, poi quando ne ha trenta è già tanto se gli rimane l’ora di libertà, per riscattarsi da se stesso.
Mi sono svegliata e ho scoperto, passato l’incubo di quegli anni del liceo che non finivano mai, la sensazione meravigliosa che si prova ad avere vent’anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans.
Diciannove, anzi.
E va già bene così, che me ne sono accorta in tempo. Nonostante abbia buttato alle ortiche i sedici, i diciassette e i diciotto, intenta com’ero a inseguire i molti di più che mi sarebbe piaciuto avere, cercando di recitare una parte agli occhi del mondo, di farmi accettare ma per quella che non ero, forse anche per quella che non sarò mai, neppure quando quegli anni lì ce li avrò per davvero. Ora che me ne accorgo, capisco anche che avrei potuto divertirmi molto di più, e da molto più tempo. Avrei potuto ribellarmi molto di più, ridere molto di più, vivere molto di più.
Ma non importa. Quello che conta è che adesso mi diverto, vivo, rido. E mi ribello, anche, a volte, o almeno ci provo. E sogno ancora il futuro migliore e diverso che tutti aspettano, ma anche so che il futuro è fatto delle cose che raccogliamo ogni giorno lungo la strada, di quello che costruiamo, di quello che abbandoniamo e di quello che decidiamo di portarci dietro.
Da quando mi sono svegliata così, quel giorno, sento che sto come un anno fa non avrei neanche saputo immaginare.
Ecco, un anno fa.
Ripenso a me un anno fa, la mia maschera da finta trentenne seria e la disperazione per la mia storia d’amore finita male.
E lo vedo, a distanza di un anno, il nesso tra le due cose.
Lo vedo, adesso, che proprio quel voler essere a tutti i costi qualcosa che non ero era la condizione sine qua non e al tempo stesso la cartina tornasole di questa strana storia che non rinnego ma che certo ho imparato a considerare in tutt’altro modo, col senno di poi.
Lo vedo, in generale, quanto può fare comodo a un uomo una maschera di pretesa indipendenza, quanto può farlo sentire autorizzato a scansare le sue responsabilità, a farti più male.
Lo vedo che la realtà è questa, nel mio caso ma chissà, anche in altri.
Che quest’uomo si è sempre trincerato dietro al fatto che gli apparissi più grande di quella che ero. Che, messo con le spalle al muro di fronte alla realtà delle cose, l’unica reazione che ha saputo avere è stata fuggire abbandonandomi a un angolo di strada.
Che mi accettava a condizione che fingessi una situazione che non era la mia. E lo vedo il mio errore nell’accettare una cosa del genere, un errore dettato dall’insicurezza ma anche dalla lusinga illusoria di sentirmi considerata per ciò che veramente ci tenevo ad apparire.
Vedo che ho sbagliato io, ma vedo anche che non vale come scusante.
Perché poi ho sbagliato ancora di più, immediatamente dopo, a chiedermi dov’era che avessi sbagliato, a pensare di non essere stata all’altezza della situazione, a farmi ancora del male.
Ci ho messo più di un anno a capire che un uomo così, un uomo che fa del tuo modo di porti nei suoi confronti un alibi, un uomo che ti ritorce contro l’idea stessa di parità per poterti fare ciò che vuole senza sensi di colpa, un uomo che scappa alla prima difficoltà, un uomo così è un uomo che non merita neanche uno straccio di rimpianto o di tristezza o di ricerca ossessiva dei perché, che cosa mai avrò sbagliato.
Ci sono cose a cui non si può passare sopra.
Una è questa. E poi ce ne sono altre che racconterò, ma più avanti, molto più avanti.
Così, un anno dopo, questo è quanto.
E’ successo che un giorno mi sono svegliata e sono andata a riprendermi i miei vent’anni, la rabbia e la primavera.
Prima che fosse troppo tardi.
Pubblicato in questa cosa che chiami vita | 1 Commento »


















"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!