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E meno male che stamattina ci ho la pissi, ecco.

“Mentre cammino, lo zaino sulle spalle, a capo chino, vedo al margine della strada, nelle lucide pozzanghere della pioggia, l’immagine degli alberi chiari, come di seta, e in quello specchio fortuito l’immagine è più forte che la realtà. Ecco lì, cullato nel bruno terreno, un lembo di cielo e alberi, e limpida profondità, e ad un tratto provo un brivido. Per la prima volta dopo tanto tempo sento di nuovo che c’è qualche cosa di bello, che tutto ciò è semplicemente bello, bello e puro, questo quadro nella pozza d’acqua davanti a me - e in quel brivido mi sento gonfiare il cuore, tutto ricade per un attimo, e ora lo sento per la prima volta: pace - lo vedo: pace - mi immedesimo: pace. Scompare l’oppressione che finora non dava tregua, si alza a volo un che di ignoto, di nuovo, un gabbiano, un bianco gabbiano, pace, orizzonte tremulo, tremula attesa, prima occhiata, presentimento, speranza, e si fa più grande, ed è giunta la pace.
Mi riscuoto e guardo intorno a me; laggiù, dietro a noi, giacciono i miei compagni sulle barelle e invocano ancora. E’ la pace eppure essi devono morire. Ma io tremo di gioia e non mi vergogno. Strana cosa…
Forse si rifanno sempre le guerre perché uno non può mai sentire appieno quel che soffre l’altro.”

(Remarque)

pensamientos

El mar en la mi derecha cuando me vuelvo a casa. El mar todo a lo largo del calle-sobre-el mar. Mi tarde sola. Mi tarde ventosa. Mis pensamientos solos y ventosos. Mi música. Mis canciones en el viento. Todos ellas en mi mente. Esta es la única manera que tengo que expresar cómo siento hoy.

Perché tutta l’ansia del mondo non vale il tempo passato insieme.
Sarà che mi fai commuovere, quando mi descrivi il cielo stellato, ecco.

corrispondenze

Succede che sono piena di cose da dire. Ho mille ansie a cui dar voce, mille domande, mille pensieri di quelli un po’ Canzonedinotte, pensieri un po’ ubriachi, pensieri un po’ straniati, il sussurro dei miei battiti accelerati nella corsa a una domenica meravigliosa, nel riflusso che poi mi strappa via quando ritorno a casa.
Sul mio tavolo c’è una lettera scritta ieri sera, di getto, a cavallo delle mie tensioni contrapposte.
Oggi il vento me ne ha fatto volare via un foglio. E’ una giornata meravigliosamente ventosa, oggi. Meravigliosamente soleggiata.
La lettera poi l’ho anche ricopiata a computer, messa a decantare nella posta ancora da inviare.
Non so se la spedirò per davvero. Forse più in là. Forse adesso. O forse finirà semplicemente nel cestino come le mille altre.
Non so se la spedirò perché più che una lettera è un soliloquio, è la radiografia di tutte le ansie che mi prendono quando sono sola, quando guardo la pianura scorrere di là dal finestrino, quando tutto intorno è muto e inevitabile, quando in mezzo a tutto questo squilla il cellulare ed è inevitabile anche una risposta, in un modo o nell’altro.
E non so se la spedirò perché non so spiegarmi questa tensione che mi assale all’improvviso, quando mi accorgo che mi fanno male le cose che penso e che vorrei riuscire a non pensare.
Perché poi mi chiedo anche che senso abbia fasciarsi la testa con interrogativi che non mi conducono a niente, se non a un ulteriore arrovellarmi su questioni che restano irrisolte. Perché c’è così tanto di presente e di positivo a cui guardare, e io non capisco perché mi ostini a penetrare la zona d’ombra delle incertezze su ciò che sarà.
Perché alla mia paura so dare mille nomi, e la felicità ne ha uno solo e troppo grande che non riesco a pronunciare.
Perché poi mi sento come se fossi in una stanza bellissima, luminosa, piena di oggetti meravigliosi.
Ma andassi a perquisire gli angoli alla ricerca della polvere.

Lo stakanovistissimo Van Loon, conclusi gli esami, non fa in tempo a godersi le ferie che già prende a frequentare corsi, a loro volta propedeutici a concorsi per accedere alle alte sfere del mondo della scuola (ché Van Loon è anche un tantino megalomane, nel suo piccolo, sissì).
Poi Van Loon torna a casa e racconta cos’ha imparato al corso durante la giornata; e ogni tanto ci esce fuori qualche nanetto carino, in materia di riforme scolastiche e simili. Nella fattispecie, il nanetto riguardante il fascismo e l’oppio dei popoli è questo. Tutti noi si pensa, ed è uno dei motivi per cui non mi avvalgo dell’ora di religione oltre che il pretesto con cui rivendico l’obiezione di coscienza ‘de facto’ a quella di educazione fisica, che dette materie siano state introdotte nel ventennio, con la ben nota riforma Gentile. Vero è, in effetti: in toto per quanto riguarda l’educazione fisica, non proprio al centopercento relativamente all’oppio dei popoli. Non proprio al centopercento perché la vera verità è che l’insegnamento della religione cattolica era effettivamente previsto dalla riforma Gentile, sì, ma ne erano esclusi i licei classico e scientifico.
Capito, la cosa?
Classico e scientifico erano, allora, le uniche due scuole in cui si studiavano materie come la letteratura, le lingue classiche, la filosofia. Materie che aprono la mente, che ti insegnano a pensare.
O almeno così dovrebbero.
Classico e scientifico (il classico, soprattutto) erano le due scuole che sfornavano la futura classe dirigente, quella che avrebbe ricoperto i ruoli più prestigiosi nella società, quella che avrebbe preso la laurea, quella che avrebbe detenuto il potere.
Quella che necessitava persone con una formazione culturale valida, persone che fossero capaci di pensare. Che poi, mi direte, era un pensare relativo. Si trattava pur sempre di gente venuta su a libroemoschettoeccetera. Solo che probabilmente man mano che si saliva ai livelli più alti dell’istruzione l’indottrinamento proseguiva in modo più sofisticato. E così ti insegnavano la filosofia in chiave fascista, che ti insegnava a pensare in modo fascista.
Tutti gli altri, senza filosofia, senza soldi, senza possibilità di emergere socialmente, si cuccavano l’ora di religione. In chiave fascista.
Perché imparassero a essere ignoranti in modo fascista.

lammmmmmmuffa

sbadiglio

Che poi, quando finiscono le vacanze nullafacenti al mare e non ci sono più manifestazioni in giro per la città e sono finiti i soldi per lo shopping e hai già letto un libro e guardato un’ora e mezza di Marco Paolini su Youtube e hai dormicchiato metà pomeriggio, alla fine succede che uno si annoia un sacco, ecco.

ieri pomeriggio

Chiama anche l’urlo dei clandestini
considerati dei delinquenti
chiama il diritto degli immigrati
che siamo uguali ma differenti
Genova chiama a manifestare
lotta dal basso, per non morire…

baci e saluti

Bagagli finiti adesso.
Tra venti minuti ho il treno.
Ci ritroviamo la settimana prossima!

ci risiamo

Ieri è successo che mezza pagina dell’orrido Secoloxix (è tanta, mezza pagina del Secolo, è come dire mezzo lenzuolo), mezza pagina di una delle primissime pagine, era occupata da quanto segue:

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ON. SILVIO BERLUSCONI

da parte del Centro Aiuto Vita Ingauno

Illustrissimo Presidente del Consiglio,
4-1: non è il risultato di una partita di calcio, Sampdoria-Genoa. E’ il rapporto nascite-aborti in Liguria. Un dato preoccupante, ancor più se sommato al fatto che in Regione Liguria manca un serio e bilanciato progetto sociale per ridare vita alla vita. La legge 194/78, che regola l’aborto, non trova qui in Liguria piena applicazione nell’effettiva tutela sociale della maternità, anche se ad oggi nessuna donna che abbia abortito volontariamente ha mai chiesto ancora alle Istituzioni un risarcimento per il mancato contributo da parte dello Stato “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. (…)

Tradotto, secondo questi qui il motivo per cui la 194 non viene applicata pienamente è il fatto stesso che essa venga applicata (con tutte le riserve del caso, peraltro, ché si sa quanto in realtà l’escamotage dell’obiezione di coscienza limiti l’effettiva messa in pratica della legge). ‘Tutelare socialmente’ la maternità non vuol dire fare pressione su una donna affinché non abortisca. Una madre è tutelata socialmente se sa che non rischia il licenziamento se rimane incinta, se sa che potrà iscrivere il proprio figlio a un asilo nido contando su adeguati finanziamenti, e soprattutto se sa che quella di essere madre è una scelta che appartiene solo a lei, e che esiste una legge che la legittima, sia che rifiuti la maternità sia che la accetti. Inculcare una morale malata secondo cui una gravidanza interrotta è qualcosa di più riprovevole moralmente di un bambino partorito e magari poi non riconosciuto, e magari poi condannato a trascorrere l’infanzia in istituto non è tutela sociale. E’ cinismo, è pura ipocrisia.

Questi a nostro avviso i punti principali per un serio tagliando alla legge 194/78:
(maccome, non andava applicata integralmente?)
1) non confondere la prevenzione dell’aborto - dove c’è già in formazione un essere vivente, cioè un bambino non ancora nato - con la contraccezione, e soprattutto non ingannare facendo passare per contraccezione l’uso di farmaci potenzialmente abortivi, la pillola del giorno dopo e la spirale.

E qui uno si incazza, perché questa è malafede, è fare informazione in modo distorto. L’inganno non consiste nel far passare per contraccezione la pillola del giorno dopo o la spirale, l’inganno consiste nello spacciare per abortivi due sistemi che sono contraccettivi a tutti gli effetti. Entrando nello specifico: come già scrivevo qui un po’ di tempo fa, la pillola del giorno dopo non è da considerarsi abortiva, dato che agisce a fecondazione avvenuta, sì, ma ad uno stadio in cui ancora non si può parlare di gravidanza che, tecnicamente, ha inizio solo e soltanto nel momento in cui avviene l’impianto dell’embrione nella parete uterina, e cioè all’incirca venti giorni dopo l’ovulazione. Per quanto riguarda poi la spirale, il discorso è esattamente lo stesso: va detto, innanzitutto, che la spirale è conosciuta e utilizzata il più delle volte come mezzo di prevenzione della gravidanza, piuttosto che come contraccettivo di emergenza a fecondazione già avvenuta. Anche nel secondo caso, però, la qualifica di farmaco abortivo è assolutamente pretestuosa per lo stesso motivo della pillola del giorno dopo (la spirale, creando un ambiente più acido all’interno dell’utero, impedisce l’impianto dell’embrione ben prima che esso avvenga).
Almeno l’onestà intellettuale di dire le cose come stanno.

2) promuovere un counselling che racchiuda in sé il concetto di partecipare, in ambito di ASL, alla paziente in gravidanza tutti gli effetti negativi che l’interruzione di gravidanza può comportare, monitorare le donne che hanno abortito fino a due anni successivi, sia per la sindrome post-abortiva sia per eventuali conseguenze cliniche sia per la prevenzione, inserendo nell’informazione per il consenso informato una nota sulla sindrome post abortiva e tenendo presente anche la necessità prioritaria di una formazione adeguata in tal senso degli Operatori all’interno dei Consultori pubblici.

E questo è terrorismo psicologico, a tutti gli effetti. Come se il fatto stesso di abortire non fosse già di per sé una decisione sofferta e traumatica, come se abortire fosse una passeggiata, una cosa che si prende alla leggera, e ci fosse ancora bisogno di rincarare la dose. Per quanto poi riguarda la sindrome post-abortiva, la sua scientificità è tutta da dimostrare: se ne parla infatti in un articolo del New York Times del 22 gennaio 2007 (trovato qui), come di una trovata propagandistica da parte degli attivisti ‘pro-life’ statunitensi; d’altra parte, senza andare a fare ricerche approfondite, basta servirsi di un semplice motore di ricerca, e vedere come digitando ’sindrome post-abortiva’ compaiano quasi solo siti di associazioni cattoliche, e nessuno di medicina o biologia. La conclusione è la stessa del punto precedente: sconvolge una disonestà così smaccata.

3) suggerire con sollecitudine da parte dei Consultori pubblici alla donna gravida, nella settimana di ‘riflessione’ prevista dalla legge, un colloquio con il Centro Aiuto Vita territorialmente più vicino, promuovendo e pubblicizzando la presenza delle associazioni prolife in merito alla tutela sociale della maternità, e i servizi di sostegno in caso di difficoltà, come S.O.S vita.

Ah, beh, tutto perfetto, salvo poi constatare la qualità dell’informazione offerta dai centri di aiuto alla vita… Oltre al fatto che far sentire una donna in dovere di non abortire mi sembra un ulteriore atto di violenza nei suoi confronti, in un momento in cui già ha da prendere una decisione non facile né piacevole, e non certo un supporto psicologico adeguato, che per essere tale dovrebbe piuttosto aiutarla a vivere la propria scelta, quale che sia, nel modo più indolore possibile e senza sensi di colpa, ricordandole che da parte sua è legittimo scegliere e che nessuno ha il diritto di ostacolarla, qualunque decisione essa prenda.

4) fissare il limite dell’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni e comunque non oltre le prime ventuno settimane di gestazione, ovvero il 147° giorno della gravidanza, che potrà essere praticata esclusivamente: quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Molto ingegnoso, e così torniamo all’aborto clandestino col prezzemolo e i ferri da calza… Tra l’altro, chi decide i parametri in base a cui un’anomalia è considerata grave o non grave? E’ grave soltanto una malformazione tale da impedire la sopravvivenza del bambino oltre un certo termine? Sono sufficientemente gravi le condizioni fisiche della madre solo quando è in pericolo di vita? E, le malformazioni/anomalie del nascituro, vanno considerate solo nel caso che siano rischiose per la salute della madre? Certo, così un bambino può essere fatto nascere d’ufficio anche se affetto da malformazioni gravissime, se queste non si ripercuotono in misura significativa sulla madre…

5) redigere un Registro nazionale con ampia e dettagliata documentazione delle cause che hanno indotto la donna alla ivg nei primi 90 giorni e della patologia malformativa o infettiva che hanno indotto la donna alla ivg oltre i 90 giorni. Ciò per permettere politiche di sostegno alla donna più mirate ed efficaci e per verificare, a fini statistici, innovativi e di trasparenza, la corrispondenza della diagnostica prenatale ad aborto avvenuto, quando siano stati accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anolmalie o malformazioni del nascituro, che avrebbero potuto determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Questo è schedare. E’ mettere alla gogna. E’ controllo demografico, a tutti gli effetti. E’ costringere una donna a mettere nero su bianco e a sentirsi approvare o respingere le motivazioni che possono averla indotta ad abortire, motivazioni che appartengono esclusivamente a lei e alla sua sfera privata e che nessuno ha il diritto di mettere in discussione. E’ come i preti che dicevano Se voti i comunisti vai all’inferno. Se hai abortito vai all’inferno. E’ tutto scritto lì, sei marchiata. Non solo, una soluzione simile costringerebbe anche le procedure mediche a passare prima attraverso quelle burocratiche, con il risultato che sicuramente, in buona parte dei casi, prima che venga prodotta tutta la documentazione necessaria si finirebbe per uscire dai termini previsti dalla legge per l’interruzione della gravidanza.

6) Sostenere l’obiezione di coscienza medica, farmaceutica e paramedica, spesso attaccata e osteggiata, come accaduto di recente in Toscana per l’obiezione di coscienza alla prescrizione della Norlevo, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Ciò per assicurare e garantire il senso e il significato anche del Giuramento di Ippocrate a cui la legge stessa si ispira e si riferisce e al rispetto confessionale degli operatori (…)

E qui il rimando è ovviamente al punto 1, dove si parla della pillola del giorno dopo qualificandola come abortiva, cosa che invece non è. Va da sé che l’obiezione alla pillola del giorno dopo non è prevista dalla legge ed è come tale passibile di denuncia penale nei confronti del medico che si rifiuti di prescriverla o del commerciante che non la venda. Trattandosi poi di un medicinale di emergenza, che va preso nelle ore immediatamente successive al rapporto a rischio e la cui efficacia diminuisce drasticamente col passare delle ore, bisogna garantire che essa possa essere fornita con la massima tempestività. Per quanto riguarda il rispetto confessionale, avevo già parlato di come l’unica coscienza coinvolta in materia sia quella della donna che sceglie di abortire. Ma poi, se io sono musulmana e non mangio carne di maiale, non è che per rispetto a me anche gli altri che non sono musulmani non devono mangiare carne di maiale. Questo non è rispetto confessionale, è trasferire sugli altri una moralereligiosa che loro possono non avere. Essere contrari all’aborto vuol dire questo, io sono contraria e quindi non abortisco. Non ‘io sono contrario, e quindi non faccio abortire te che non lo sei’.

…se le “femministe” dello scorso millennio la smettessero di protestare per partito preso ma si fermassero a riflettere su quale sia la vera “libertà” della donna che è davvero LIBERA (e non obbligata) nella misura in cui può scegliere di non abortire, se ci fosse una vera informazione su quelli che sono i rischi mortali effettivi e già scientificamente documentati sull’uso della pillola abortiva RU486 (…)

E noi invece protesteremo ancora, e sempre. Protesteremo perché quello che ci si ostina a non capire è che la presenza di una legge che regola l’aborto come fa la 194 è fondamentale per garantire a una donna la libertà di scegliere di abortire, sì, ma proprio per questo anche per tutelarla nel caso che scelga invece di non abortire. Quale libera scelta ci può essere, se una donna è costretta istituzionalmente a portare avanti una gravidanza anche se non voluta? E protesteremo perché vediamo come per sostenere iniziative che limitano la libertà della donna e interferiscono con la sua sfera personale si diffondano informazioni distorte e non supportate da un serio riscontro scientifico (riguardo alla RU 486 si calcola una percentuale di mortalità dello 0,00087%), alimentando paure e leggende metropolitane e marciando sulla disinformazione della gente.

Allora, l’antefatto lo trovate qui.

E oggi, alle 18 ma anche un po’ prima, il glorioso Gruppo Ottomarzo si trovava copiosamente e sorprendevolmente schierato alle porte dell’Auditorium del Carlo Felice, in attesa del Ministro dell’Interno del Governo Ombra e della Ministra della Difesa del Governo Ombra e della di loro claque (trattavasi infatti di pochi e sparuti adepti che facevano avantindietro davanti all’ingresso della sala per sembrare più tanti) e distribuiva il seguente volantino:

Cari cugini del PD,

siamo qui per richiedervi le scuse pubbliche per il volantino che vi alleghiamo e che consegnavate ieri in piazza Campetto.

Non per i contenuti che, in parte, condividiamo, ma per la mancanza di rispetto e di senso civico di questo esempio:

Due zingarelle rapiscono un bambino (pena fino a otto anni)
Due zingarelle rubano un pezzo di formaggio al supermercato, scappano, spingono una guardia (pena fino a vent’anni)”.

Non dovremmo essere noi a farvi notare che scrivere “zingarelle” è un po’ come scrivere “negretti”.
E che il razzismo nel linguaggio è la porta del razzismo dei gesti.

Ma soprattutto non vorremmo essere noi a farvi notare che gli stessi dati della polizia confermano che il fatto che i Nomadi rubino i bambini è una leggenda metropolitana.
Se volete, andate a leggere qui:
http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/05/21/bambinirapiti/


Fare opposizione è anche insegnare alle persone a pensare diversamente e criticamente. Non è usando lo stesso linguaggio e gli stessi stereotipi della destra che cambieremo, sul serio, questo paese.

Consegnare un volantino in cui due esempi su tre rimandano a stereotipi razzisti non solo porta questo paese a confermare la propria tendenza intollerante e pericolosa, ma ci consegna sempre di più nelle mani della destra, che dal razzismo attinge a piene mani per giustificare ogni sua operazione.

Se non ve ne accorgete neppure voi, chi se ne deve accorgere?

Gruppo Otto Marzo
http://semprelottomarzo.wordpress.com



stamp.in.prop

le pulizie

pulizie

Ecco.

Frustrata come una casalinga dell’hinterland milanese, sfogo così il malumore vacanziero.

Sigh.

Ci sono dei giorni che mi chiedo cosa scrivo a fare.
Che non sono capace.
Che, soprattutto, non ho niente da dire.
Devo essere io che ho qualcosa che non va. Non è possibile che non mi succeda niente intorno. Dev’essere per forza che sono io che non mi accorgo della gente strampalata sull’autobus, o delle scritte buffe sui muri, o delle iniziative interessanti, o di qualsiasi altra cosa che possa suscitare interesse, o perlomeno una forma di vaga e superficiale curiosità.
Sono io che ho deciso di sparire dalla circolazione, una volta iniziate le vacanze.
Oppure è la circolazione che è sparita da me. Oppure tutte e due le cose, non lo so.
In questi giorni passo un sacco di ore da sola.
E da un lato sono contenta, e cerco di servirmene per leggere, per guardare film, per scrivere, per ascoltare della musica, per rilassarmi, per mangiarmi una fetta d’anguria, per fare la spesa e mettere su pranzi improvvisati, per prendere il sole, per qualsiasi cosa mi venga in mente di fare.
Ma dopo un po’ mi scappa la voglia di tutto, tranne che di lamentarmi.
Io non mi reggo quando mi lamento. Con l’unico risultato che meno mi reggo e più mi viene da lamentarmi di me stessa con me stessa, e più mi lamento e meno mi reggo, e alla fine le ore passate da sola diventano un’autentica tortura.
E’ come avere affianco un interlocutore fastidioso, che sussurra malignità a tutto spiano e schiaccia i tasti dolenti appoggiandovisi con tutto il peso, e insiste, insiste fino allo sfinimento.
E’ irritante. Sono, irritante. Come tenere prigioniero nello stomaco un alieno che piange perché vuole tornare in crociera, o che parla in dialetto piemontese con la voce della mia prozia baffuta e papista, o che mi dice Chiudi tutte le finestre che ci sono gli zingari giù in strada. Lo stesso fastidio, pungente e però rassegnato a convivere con la sua fonte.
Perché poi sono io fonte e oggetto del tutto. E’ come dire Per questo problema non ho soluzione, io mi sento vittima e carceriere.
Ed è anche che poi quando sono così mi viene una gran voglia di piangere e fare la vittima. Piccola e nera, sola e abbandonata.
E mi faccio schifo da sola a scrivere queste cose. Non riesco neanche più a tentare un minimo di autocomprensione.
Non ne posso più di questo doppio cattivo, acido, insofferente, patetico che mi porto dentro e che mi neutralizza la parte buona, e mi fa sentire che io sono io solo quando sono scazzata.
Come se la mia ispirazione per pensare e scrivere e riflettere si esaurisse nel momento in cui mi si stempera il malumore. Piango dunque sono. Bello.
E mi faccio schifo da sola, quando dico così, perché sto facendo l’impossibile per far dimenticare a tutti, compresa me stessa, che esiste anche la mia parte buona.
Che c’è anche una me stessa che sa sorridere, e sa ridere, e sa dispensare buonumore, e sa aver voglia di vivere alla giornata, aver voglia di vivere stando bene, aver voglia di vivere e basta.
Una me stessa che le brillano gli occhi e che ha voglia di fare mille cose.
Solo che a volte non mi ricordo più dove l’ho messa, e fatico a tirarla fuori.
E vorrei dire grazie a chi mi aiuta a farla uscire.
Sarà ora di fare il cambio degli armadi, ecco.

il laureato

Che non ce le ho, e quanto vorrei averle, le parole per dire che per ogni stazione c’è sempre un viaggio da incominciare, e per ogni treno un paesaggio che diviene da lasciar scorrere fuori dal finestrino, e per ogni arrivo una strada polverosa sotto casa, e poi una porta che si chiude e poi mille cose da non dire e poi mi sento che ho l’estate dentro e i baci tutti fuori e mille pezzi di sole tra le mani e una lacrima che scivola via, e poi mi sento sempre più meravigliosamente viva.

hogwarts express

E’ il nostro sonnifero, il nostro tranquillante.
“Qui c’è l’alleanza con l’America. Qui c’è il Vaticano.
Qui è la linea politica e i suoi risultati che occorre valutare.”
“Abbiamo perso per sempre” sembra stiano per dire.
Che fare? Non lo so. So tuttavia che non si pongono più in termini di rivoluzione i nostri problemi. Da ariete ci siamo trasformati in staccionata. (…) E la nostra giovinezza, conta ancora qualcosa? (…)
Verrà un altro luglio, e ci guarderemo in viso.

(da V. Pratolini, “La costanza della ragione”, 1962)

La mia amica che sta per prendere il diploma da estetista mi ha chiesto se le faccio da cavia (ovvero da modella, ma su di me suonava alquanto ridicolo) per l’esame.
Ho accettato, vagamente perplessa ma anche un po’ incuriosita, e sotto sotto attratta dalla prospettiva di un paio di trattamenti aggratis.
Così, stamattina, primo appuntamento alla scuola per estetiste di Viaventisettembre.
L’esame è a settembre, ma occorrono prima due sedute di prova, una di teoria e l’altra di pratica.
Oggi era - disgraziatamente - la teoria.
La teoria consiste essenzialmente nel compilare la scheda personale della cliente o, in questo caso, della misera cavia di turno, prima solo il viso e poi tutto il corpo.
Ci hanno fatte andare in una stanza con i lettini e tutto l’occorrente per i trattamenti e ci hanno fatto sdraiare, e ci hanno struccate, e passate col detergente. La ragazza nel lettino affianco si è addormentata praticamente subito.
E ci hanno fatto la scheda del viso.
E fin qui, tutto relativamente indolore. Relativamente.
La tragedia è iniziata dopo, quando abbiamo dovuto alzarci e rimanere lì, in mutande e reggiseno, a farci ispezionare da tutte le parti.
E come se non fosse bastato, alla fine è arrivata l’estetista capa a controllare se era giusto quello che avevano scritto le sue alunne.
L’estetista capa ha due occhi che castigherebbero anche miss Universo.
Figuriamoci una comune mortale e non esattamente un figurino come la sottoscritta.
E così me ne sono andata via, dopo quattro ore di tortura, la coda tra le gambe e la testa frastornata da tutte le mie magagne.
Non mi sono mai vista così brutta.
Così vecchia.
Così schifosamente sovrappeso.
Così trascurata.
Così che non va bene come sono.

Che poi ci ho pensato un pochino meglio più tardi, a freddo, sull’autobus.
E ho cambiato idea.
Non ho pensato che gran mucchio di stronzate, anche se d’istinto mi veniva quello.
Ho pensato, ma chi me lo fa fare.
Mi è venuta in mente tutta una lunga cosa che cercherò di spiegare.
Innanzitutto io credo che la cosa fondamentale e il primo passo da compiere sia imparare ad accettarsi per ciò che si è, e a convivere con le proprie imperfezioni. Fisicamente e caratterialmente, che la morale cattolica in cui siamo cresciuti ci insegna a percepire come ambiti tra loro indipendenti, ma che sono in realtà contigui fino a sovrapporsi spesso l’un l’altro.
Tanto ce ne saranno sempre, di imperfezioni, e mi sembra ridicolo questo andare a caccia del corpo perfetto a suon di trattamenti estetici, senza considerare che il punto di partenza da cui non si può prescindere è l’accettazione psicologica di se stessi.
Prima di pensare a intervenire là dove sento che qualcosa non va, io devo innanzitutto prendere le misure di me stessa e sentirmi non dico soddisfatta, ma almeno vagamente a mio agio nel tutt’uno.
E guardarmi allo specchio e dire, io c’ho una pelle che fa schifo, un fisico da baleniera in disarmo, degli asparagi al posto dei capelli, occhei, però sono io, e lo accetto, e fa parte della mia personalità, e se mi ci metto d’impegno posso anche trovarci del buono, e arrivare a volermi bene così.
Solo una volta che ho fatto questo e che ho radicato una consapevolezza di me stessa che mi renda sufficientemente sicura, solo allora posso passare a demolirmi.
E a passare in rassegna i punti neri, e le impurità, e le gambe storte, e le smagliature, e la cellulite, e la pelle secca, e i chili di troppo, e la lordosi, e tutto quello che mi hanno trovato d’altro che non andava e che non mi ricordo più.
E decidere fino a che punto mi interessa farmi del sangue marcio a eliminare questo o quel problema.
Il discorso è questo, che un trattamento estetico non è un must.
E un trattamento estetico ha senso farlo solo se piace, e solo se aiuta ad apprezzarsi di più.
Io posso avere la pelle più brutta del mondo, ma se non me lo dicono mica me ne accorgo. E anche quando me lo dicono, tutto sommato posso anche farmene una ragione.
Non è che se mi faccio levare i punti neri mi sento più bella. O meglio, è un palliativo.
Perché se io dentro mi sento che non mi vado bene, con o senza punti neri per me sono brutta lo stesso, e la sensazione di sentirmi bella dura quel tanto che ci vuole a uscire dall’estetista e arrivare a casa.
Eppoi, porcamiseria, ho diciott’anni.
Posso sforzarmi di prendermi un minimo cura di me stessa, e di prendere un certo tipo di abitudini, e di mettere in pratica determinati accorgimenti.
E l’estetista me lo posso imporre ogni tanto, quando mi va di rilassarmi e per rassicurare me stessa del fatto che non mi trascuro.
Ma non posso pensare che passerò le giornate a impiastricciarmi di mille creme diverse, e che due tre cinque volte alla settimana sarò lì a farmi esfoliare e drenare e massaggiare e idratare.
Alla mia età casomai posso, devo, pensare che cercherò di lavorare su me stessa e attingere da dentro le energie che possano farmi stare meglio anche fuori.
Che i problemi alimentari li sconfiggerò definitivamente solo e soltanto quando avrò sconfitto definitivamente la depressione che me li ha causati, e mi sento sulla buona strada per riuscirci.
Che smetterò di avere i tessuti troppo duri e troppo tesi e la circolazione cattiva e gli ormoni sballati solo quando smetterò di essere tesa e dura e cattiva e sballata dentro.
Che se davvero vorrò risolvere qualcuna di queste cose, mi sveglierò presto la mattina e andrò a correre o a fare una passeggiata su per le alture, andrò a nuotare, farò qualcosa di diverso, guarderò negli occhi una persona che mi tutte le volte mi fa sentire quasi donna, quasi bella e tutte le volte sento che sto bene.
Che poi io oggi ho ricevuto una mail bellissima.
E adesso mi sento a posto e mi sorrido.
E imparo, faticosamente, a sorridere alle mie imperfezioni nello specchio, e a guardare con occhio un po’ meno disfattista a quelle di dentro.
E ad accettarmi. Nonostante.
Ma anche no.
Accettarmi. Proprio perché.

La cosa bella dell’estate è che ci sono un sacco di ore libere da riempire come si vuole.
La cosa brutta dell’estate è che io divento pigra.
Pigra più del solito, intendo dire.
Divento pigra al punto che va a finire che mi annoio.
Divento pigra perché di mille cose che penso che sarebbe carino fare, alla fine non ne faccio neanche una.
Perché mi piace un sacco pensare a cosa fare, ma poi non ho la pazienza di farlo per davvero.
E sono pigra, sì, ma anche maledettamente stakanovista.
E così la prima cosa che ho pensato è che devo riprendere a lavorare.
E’ che non ce la faccio a stare troppo tempo senza fare niente.
E’ che se non mi riempio le ore costringendomi a fare qualcosa, poi va a finire che passo le giornate a guardare per aria e mi sento stupidamente, enormemente, disgraziatamente inutile.
E’ che non posso sopportare l’idea di un’estate a chiedere soldi.
E’ che se lavoro ho una scusa ragionevole per non andare in montagna, soprattutto.
Ma poi ho pensato un sacco di altre cose più belle.
Ho una camera da reinventare.
Devo rifare la libreria, sbarazzarmi di un po’ di roba vecchia e capitata non so come nei miei scaffali che vomitano libri, diari e quaderni, agende e volantini, carte di caramella e forcine per capelli, mettere a posto i nuovi arrivi, regalati, comprati o saccheggiati in giro per la casa.
Dare un ordine a tutta quella massa cartacea che ingombra ogni centimetro della mia stanza.
Mi sono disfatta di alcuni obsoleti ed orrendi poster che ancora ricoprivano il mio armadio, in diretta dai tempi più bui della mia adolescenza.
Ho lasciato il Che sull’anta più a sinistra.
Un’intervista a Guccini più varie foto sull’anta di mezzo.
Ho resuscitato a nuova vita l’anta di destra tappezzandola tutta di Van Gogh.
Mi restano da comprare le cornici a giorno per i poster che ho comprato a Madrid sette mesi fa e da scegliere ancora un po’ di cose carine da appendere.
Qualche foto interessante, qualche poesia, qualche citazione degna di nota.
Poi devo sbarazzarmi dei vestiti vecchi, sforzarmi di navigare a vista nei cassetti e togliere tutto quello che ci cresce.
Poi voglio andare a nuotare, e magari iscrivermi in palestra. Ma non lo farò.
Poi voglio mettermi a cucinare un po’ di piatti estivi, le paste fredde, le insalate.
Poi però preparo sempre la solita pastasciutta, la solita carne che nemmeno mi piace.
Poi volevo scrivere qualcosa sull’Ottomarzo che langue, volevo finire di tradurre le canzoni del quaderno e ascoltare un sacco di musica nuova sui siti bellissimi che ho scoperto, volevo riprendere un po’ di chitarra, volevo suonare.
Tre mesi che non suono, in effetti, ora che ci penso.
Ho firmato la lettera di abbandono del conservatorio. Sulla carta avrei ancora potuto dare l’esame, se avessi voluto.
Ma non volevo. Non volevo, e credo di aver preso la decisione giusta, anche se con tutte le mille indecisioni e paranoie del caso.
La musica non è una cosa che ti puoi trascinare addosso.
Quando diventa troppo pesante, che non si riesce più a proseguire, allora bisogna posarla, e sedersi a riposare, e a valutare se si è in grado di portarsela ancora per un tratto.
Posso prendermi tutto il tempo che voglio.
Non sono costretta a decidere che non suonerò più.
Qualcosa dentro mi dice che sarà così, per pura forza d’inerzia. Perché sono troppo mentalmente pigra per mettermici d’impegno, o perlomeno per prendere in considerazione l’idea.
E’ sempre così, le cose mi pesano come macigni appena prima di incominciarle.
Poi, una volta fatte, mi accorgo che sono stata bene.
E quindi penso che forse non suonerò più, ma che non l’avrò scelto, mi limiterò solamente a subirlo.
O forse ci riproverò e capirò che non è la mia strada.
O forse ci riproverò e tenterò un’altra strada.

Il coordinamento mondiale delle associazioni che si battono contro i tabu’ sessuali, cui Alcatraz aderisce, riunito a Curitiba, nel Brasile meridionale, ha fissato per sabato 28 giugno una giornata dedicata alla provocazione erotica.
La mozione conclusiva parte dalla constatazione che il panico per il collasso energetico rischia di far precipitare la situazione a livello internazionale.
Come possiamo fronteggiare una simile emergenza?
Erotizzando la situazione!
Le cose vanno male anche perche’ la gente fa poco l’amore.
Se si facesse piu’ sesso piu’ spesso tutto andrebbe meglio. Il sesso fa bene al corpo e allo spirito, si risparmiano medicine, la pelle e’ piu’ luminosa, non si consuma energia, ci si diverte, non si spendono soldi, si dedica del tempo al prossimo e alla solidarieta’, si valorizza la generosita’, si produce amore e dialogo, ascolto e contemplazione. Inoltre, come dimostrano ormai parecchie ricerche, chi fa piu’ sesso, oltre a campare di piu’, e’ piu’ disponibile a modificare le proprie opinioni e sperimentare cose nuove, il che sarebbe molto utile in una fase come questa nella quale milioni di persone devono capire che hanno tutta la convenienza a investire per produrre da soli l’energia elettrica di cui hanno bisogno.
Detto questo invitiamo tutti a preparare iniziative e performance per sabato 28 giugno.
Mobilitiamoci.
Contro la guerra
Contro l’idiozia
Contro l’inquinamento
Guerriglia erotica!

(da www.jacopofo.com)

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