Rientrare da un viaggio fa sempre un’impressione strana. Niente di metafisico, eh, ma solo che dover tornare a rifarsi il letto la mattina, è già una botta.
Il problema è che io ora sono in preda ad un attacco di panico da foglio bianco.
E detesto l’idea di scrivere il solito resoconto ultraprolisso di tutto quello che ho visto e detto e fatto questa settimana, tanto più che ho perso tutti i fogli su cui avevo annotato di giorno in giorno le mie impressioni sul viaggio.
Me n’è rimasto giusto uno, il più importante.
28 novembre, h 1.20, Madrid
Scrivo perché sono ubriaca fradicia e ho paura che quando mi sveglierò non mi ricorderò più nulla di quello che è successo stasera.
Io… ragazze, grazie.
Solo questo.
Perché non c’è nulla di più commovente di quando sei triste e una, due tre quattro volte senti bussare alla porta e una, due tre quattro volte è qualcuno venuto lì per aiutarti.
L’ho messo come prima cosa perché era ciò che mi premeva di più.
Perché come disse la Ali, in chupito veritas.
Perché a esprimermi a voce sono una frana, e allora ancora una volta grazie.
Saragozza del gotico arabeggiante e dell’Irish pub con la pseudopizza che si taglia con l’accetta.
Madrid caotica e sovraffollata e gli ingorghi fino a mezzanotte, ma che lo stesso mi è piaciuta da matti, forse proprio per quel non avere una logica, se non quella sua non-logica di città cresciuta troppo in fretta, un po’ così, come viene.
Madrid e i quadri al museo del Prado.
Madrid e il museo Reina Sofia che mi tremavano un sacco le gambe e mi stavo per commuovere.
Se ne stava lì e sembrava urlasse, appoggiata sulla parete bianca.
Terribilmente vivida nella sua negatività di non-colore, non-spazio, non-proporzioni.
Potrei riassumerla così:
Quelli che fucileranno domani non hanno scelto (…). Ma se mi darò da fare per difendere quel bene supremo che rende innocenti e vane tutte le pietre e tutti i macigni, quel bene che salva l’uomo da tutti gli altri e da me stesso: la libertà, allora, la mia passione non sarà stata inutile…
(S. De Beauvoir, “Il sangue degli altri”)
E questo anche, mi ha colpito tantissimo. Il titolo, intanto.
Strumenti musicali sopra un tavolo.
E gli strumenti che sono strumenti ma non lo sono. Smembrati, quasi.
Come se la musica non potesse più esprimere nulla se non fratture.
O come se la musica fosse oltre, come se l’importante non fosse uno strumento ma lo strumento che è tutti gli strumenti e allo stesso tempo nessuno strumento.
Questo invece è Dalì. Io su ’sto quadro mi ci sono scervellata per mezz’ora, a cercare di capirlo. Ma poi sono arrivata a due conclusioni.
Una, che non è detto che si debba necessariamente capire tutto.
Che l’arte è arte all’ennesima potenza quando quello che vedi o senti o leggi non è che l’inizio di un percorso mentale soggettivo, tutt’altro che univoco.
Due, io in questo quadro ci ho visto una molteplicità di non sensi.
Intanto la banalità del male. L’enigma di Hitler, appunto.
Perché non ha senso, non te lo spieghi un uomo così, mediocre, privo di qualsiasi spessore, che in quattro e quattr’otto diventa la mente che escogita la più grande mattanza della storia universale.
E’ peggio che male, peggio che follia, è delirio allo stato puro.
E tutto questo è lì, in una figurina rosicchiata dentro un piatto. Da brivido.
E continuo la mia ode.
Madrid, già il nome mi piace un sacco. Ho sempre trovato che suoni bene.
Lo spagnolo da peggio che aeroporto, le corse sulla metro, i negozi del centro.
Il sesto piano di albergo, e a mezzanotte ti affacciavi sfidando le vertigini e la ringhiera bassa e vedevi tutto illuminato e niente stelle, ma era bello lo stesso.
Poi siamo andati a Toledo.
Toledo è la Spagna di spada e di croce, come dice Guccini.
E’ una fortezza, una cittadella arroccata su un’altura e cinta dall’Ebro, su uno sfondo di colline aride.
A me quello che ha colpito di più è stato il colore.
Un cromatismo indescrivibile di ocra e grigio e verde scuro.
La sinagoga e il museo ebraico con quell’odore stranissimo e quel senso di struggimento con cui guardi qualcosa che ti affascina e che sai che non potrai mai capire fino in fondo.
E poi, e concludo qui.
Le parole, le lacrime, le risate, le sbronze, gli abbracci.
I dialoghi dell’assurdo di quando si è in botta ma anche di quando si è sobri ma si riesce lo stesso a ridere di qualsiasi cosa ed è un ridere solo nostro, che solo noi capiamo.
Ed è lo stesso struggimento di prima.



"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!