
Un libro del tutto sui generis.
Come tutti gli altri libri che finora ho letto di Coelho, non mi ha convinto proprio fino in fondo.
Un po’ sì, e un po’ no. Nel senso che quello che c’è di bello è bello veramente, mentre il resto ‘nsomma.
La cosa strana è che io mi ci ritrovo un sacco, in Veronika, epperò lei mi sta grandemente sulle scatole.
Attenzione, ho detto che mi ci ritrovo ma non che sono anch’io un’aspirante suicida.
Perché Veronika vuole morire.
Vuole morire non perché stia male, perché sia depressa o abbia chissà quali problemi; ha ventiquattro anni, è una bella ragazza, ha un lavoro stabile, genitori che la amano, non ha difficoltà a farsi desiderare dagli uomini, eppure un un bel giorno tenta il suicidio, trangugiando una dietro l’altra quattro confezioni di pillole per dormire.
La sua decisione di morire era dovuta a due ragioni molto semplici (…).
La prima ragione: nella sua vita, tutto appariva identico; e, passata la gioventù, ecco la decadenza: la vecchiaia cominciava a lasciare segni irreversibili, arrivavano le malattie, gli amici se ne andavano… Insomma, continuare a vivere non aggiungeva nulla: anzi, aumentavano considerevolmente le occasioni di sofferenza.
La seconda ragione la ometto, ché ai fini della vicenda è totalmente irrilevante.
Veronika non vuole morire perché ha sofferto.
Veronika è una persona apatica, ed è appunto per questo che vuole morire, perché è pienamente consapevole della propria apatia, e non la sopporta.
Comunque sia, lei ci prova, ad ammazzarsi, ma non ci riesce perché la soccorrono prima.
E la portano a Villete, che è una clinica psichiatrica.
Praticamente un manicomio, solo che è gestito dai privati che, ovviamente, ci speculano.
Un manicomio con tutte le carte in regola per essere etichettato come tale, con infermieri sadici e trattamenti disumani tipo elettroshock o coma da insulina.
Solo che leggendo il libro non sembrano poi così terribili né l’elettroshock né l’insulina.
E’ questo che mi è rimasto un po’ lì.
Ma tornando a Veronika.
Uscita dal coma in cui era sprofondata in seguito all’assunzione dei sonniferi, viene informata dal medico direttore del manicomio, il fantomatico dottor Igor, che le resta da vivere non più di una settimana, perché il suo cuore è stato irreparabilmente danneggiato dai barbiturici.
Ecco allora che inizia un terribile conto alla rovescia, durante il quale Veronika conosce alcuni tra i pazienti della clinica.
C’è Zedka, che si è ammalata di depressione inseguendo un amore impossibile.
C’è Mari, sconvolta dagli attacchi di panico dopo trent’anni di onorata carriera come avvocato.
C’è Eduard, rampollo di buona famiglia, schizofrenico.
E c’è un pianoforte, nella grande sala di ritrovo del manicomio.
E c’è il dottor Igor, nel suo studio con la luce sempre accesa, che fa ricerche sull’Amarezza.
Amarezza, o Vetriolo, è il nome che Igor dà alla sostanza, presente nell’organismo umano, il cui eccesso è responsabile di tutte le alterazioni della personalità.
E quindi della depressione, della follia, del tentato suicidio.
Il dottor Igor è un personaggio ambiguo.
E’ ambizioso, non porta avanti le sue ricerche per filantropia ma perché vuole fama, vuole essere ricordato, entrare a far parte della storia della scienza medica.
E’ consenziente ai trattamenti somministrati ai pazienti.
Dice: l’insulina, pazienza, non c’abbiamo i soldi per fare altrimenti.
Però è grazie a lui che si sistemano parecchie cose.
Cosa, e come, non ve lo dico, ché se mai doveste leggerlo, non voglio rovinarvi il finale.
Vi dirò solo che Veronika, sentendo la sua fine che si avvicina, inizia ad aver di nuovo voglia di vivere.
E inizia a vivere.
Oggi ho suonato per te come una donna innamorata. E’ stato bellissimo: il momento più bello della mia vita.
Quello che a me è piaciuto un sacco di questo libro sono proprio loro, i matti.
A me piace pensare che non siano matti per davvero ma che siano semplicemente diversi.
E che proprio per difendere la loro diversità accettino, deliberatamente, di essere considerati folli.
Finché non capiscono che un po’ della loro follia la devono riversare nel mondo esterno, invece che straniarsi sempre di più.
“Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerato una malattia grave.”
“E’ grave essere diversi?”
“E’ grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. E’ grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura, significa andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra. Ma tu ritieni che l’essere diverso sia una follia, e perciò hai scelto di venire a vivere a Villete. Perché qui, visto che sono tutti diversi, diventi uguale agli altri.”
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!