Oggi con il prof C. parlavamo di scuola.
Il prof C., che insegna storia, o almeno così dovrebbe, è un personaggio.
E’, come lui stesso ama ricordare, un appartenente alla generazione di quelli che hanno fatto il Sessantotto, è di sinistra ma meno di come può sembrare, è uno che tutti gli anni celebra il giorno della memoria a novembre perché detesta le ricorrenze e in classe ama parlare di attualità, anche se con una certa tendenza a ripetersi.
Il suo intercalare preferito è “Mi seguite?”.
Ha un’erre moscia che più moscia non si può e ogni tanto, quando dice qualcosa che gli sta particolarmente a cuore, la voce gli si alza ad un falsetto degno di un coro di voci bianche, e allora restare seri è praticamente impossibile.
E dice: “la Repubblica iiiiiitaliana”, con tanto di cesura dopo le diecimila “i”.
Con lui si possono programmare le interrogazioni, si può chiedere di andare in bagno anche quindici volte e ti ci lascia andare, ci si può dedicare a qualsiasi tipo di attività alternativa, telefonate comprese, e questo non perché sia uno di quei prof incompetenti che non sanno tenere le classi, ma semplicemente perché a lui va bene così, e se un bel giorno gli girasse male sarebbe capacissimo di tenerci incollati al banco col naso sui libri per due ore di fila.
Ma veniamo al dunque.
Oggi il prof C. ha fatto una lezione sulla scuola, dicevo.
Buffo, ha esordito, la scuola che diventa oggetto di se stessa.
Ma non è questo il punto.
Come discorso era abbastanza scontato, non lo nego, perlomeno per me che ho uno stuolo di familiari che nella scuola lavorano e che quindi quelle stesse cose le ripetono più o meno un giorno sì e uno no.
Io però sono dell’idea che anche i discorsi più scontati e banali vadano fatti, perché se andassimo a vedere probabilmente ci accorgeremmo (plurale maiestatis) che per la stragrande maggioranza delle persone, e nella fattispecie dei miei coetanei, sono tutt’altro che scontati e tutt’altro che banali.
E’ anche vero che certi discorsi lasciano il tempo che trovano, ma almeno provarci è già qualcosa.
Detto questo, vengo al dunque, e questa volta per davvero.
C’era una volta la scuola prima del Sessantotto.
E nella scuola prima del Sessantotto c’era l’Italia prima del boom economico, l’Italia ignorante, povera, contadina, l’Italia dove ancora l’italiano non era di tutti, l’Italia annichilita dalle guerre e dalla dittatura fascista.
Era una scuola d’élite, quella presessantottesca.
Erano un’élite gli insegnanti, of course.
Ma, eccezion fatta per le elementari, che erano le sole a essere frequentate da tutti, anche gli studenti erano un’élite.
Succedeva questo, che una volta conseguita la licenza elementare, i figli dei ricchi e della borghesia medio-alta si iscrivevano alle medie, previo esame di ammissione, e tutti gli altri finivano a fare l’avviamento professionale.
Gli uni poi andavano al liceo, gli altri a lavorare, a tredici-quattordici anni.
Questo fino al 1962, quando viene approvata una riforma che abolisce la distinzione scuola media/avviamento e le medie diventano uguali per tutti.
E poi ci sarà il maggio francese, ci saranno gli studenti che scendono in piazza e contestano a fianco dei portuali e degli operai, e ci sarà la riforma degli esami di maturità, nel non meno “caldo” ‘69.
E la liberalizzazione di tutte le facoltà universitarie, cosa che per chi non lo sapesse può sembrare ovvia ma è tutt’altro, perché fino ad allora medicina o filosofia te le sognavi, se non avevi fatto il classico.
Fino ad arrivare al riconoscimento degli organi collegiali degli studenti, nel ‘74. Assemblee, consiglio di istituto e via dicendo.
Il resto è storia nota.
E mentre il prof C. parlava, a me tornavano in mente le tante storie di famiglia, di quando la scuola era un optional destinato ai cosiddetti “ricchi”, o quantomeno ai benestanti, e gli altri non potevano.
Mio nonno.
Un paesino dell’astigiano, anni Trenta-inizio Quaranta. Il fascismo, la guerra.
I genitori di mio nonno erano, credo, analfabeti, e facevano i contadini.
Si alzavano all’alba, tutti i giorni, e partivano per i campi, con tanto di bue al seguito.
E mio nonno, ha avuto appena il tempo di prendersi la licenza elementare prima di andare anche lui lì, a lavorare nella vigna.
Quasi come in un romanzo di Pavese, solo che quella era la realtà.
Poi, mio nonno, dopo che si è sposato ed è venuto a vivere a Genova, è entrato nelle allora ferrovie dello Stato, e per tutta la vita ha fatto il ferroviere.
Ma nel frattempo ha cercato di appropriarsi di tutto il sapere che gli era stato negato.
Ha comprato libri su libri, divorato testi di filosofia, di storia, di letteratura, sudato sangue perché i suoi figli potessero avere tutte le possibilità che a lui non erano state concesse.
E anche adesso continua, instancabile.
Lo vedo commuoversi leggendo Dante, recitando a memoria intere cantiche della Commedia oppure Leopardi, o Foscolo, lo vedo arrabbiarsi e impuntarsi quando incontra una parola di cui non sa il significato, perché ogni tanto ancora gli succede, svegliarsi in piena notte in preda a un dubbio e mettersi a tirare giù libri dagli scaffali per cercare una soluzione al suo dilemma.
E mi commuovo anch’io, dentro di me.
Poi mia nonna.
Costretta, nell’Alessandria dell’immediato dopoguerra, ad abbandonare gli studi a un passo dalla maturità classica per mantenere la famiglia, dopo la morte improvvisa del padre.
Una maturità magistrale messa su in fretta e furia e via, a diciott’anni faceva la maestra e l’avrebbe fatta per tutti i quarant’anni successivi.
Ma non c’è bisogno di arrivare a sessanta e più anni fa.
Perché l’altra storia di possibilità negate è quella di mia madre.
E quelli erano gli anni Sessanta-Settanta, nel pieno della contestazione.
E non era la campagna piemontese, era Genova.
Erano una famiglia povera, che faticava ad arrivare a fine mese.
Che lavoro facessero i miei nonni materni, ammetto di non averlo mai saputo.
Però so che a tempo perso mio nonno faceva l’attore, ed è una cosa che mi rende un sacco orgogliosa.
Mia madre ha fatto delle elementari d’inferno, per colpa del fatto di appartenere a una famiglia povera.
La trattavano malissimo, le abbassavano i voti, credo abbia addirittura perso un anno, per questo.
Mi raccontava episodi terribili, che ora neppure ricordo, ma ricordo benissimo tutta la rabbia con cui, a distanza di decenni, rievocava quelle esperienze.
Poi, anni Settanta, le superiori.
Ragioneria, ché il liceo, lei sapeva benissimo che la sua famiglia non avrebbe potuto permetterselo.
E avrebbe avuto tutte le carte in regola per farsi un classico come Dio comanda.
Ecco, io penso che a prescindere dalle singole storie di famiglia, noi come generazione dovremmo pensarci su, ogni tanto.
Pensarci su nel senso di avere un approccio più responsabile nei confronti della scuola.
Che è lungi dal non aver problemi, beninteso.
Però in realtà allo studente medio non gliene frega niente.
C’è voluta la riforma Fioroni, lo spauracchio delle rimandature, per far scendere in piazza gli studenti.
C’ero anch’io, in piazza, non per Fioroni ma perché si parlava anche di diritto allo studio, di Finanziaria, di investimenti sulla scuola, di problemi seri insomma che però sono passati del tutto in secondo piano.
Ce ne sarebbero mille, di ragioni per manifestare.
Però se si protesta, e si dovrebbe, allora bisogna farlo con cognizione di causa, bisogna farlo nell’ottica di migliorare i problemi che realmente ci sono, nell’ottica di rapportarsi ai problemi della scuola in modo responsabile e non solo per invocare soluzioni di comodo.
C’è una cosa che, in ogni caso, dobbiamo tenere bene a mente, ed è che noi abbiamo avuto, in linea di massima, la possibilità di scegliere.
Possiamo decidere se studiare fino alla laurea specialistica o se prendere la licenza media e andare a lavare i piatti.
Non è così scontato.
E allora vivere la scuola in maniera responsabile, cercando di risolverne i millemila problemi in modo critico, dovremmo farlo in primo luogo per noi stessi, ma anche come riscatto nei confronti di chi la possibilità di scegliere non ce l’ha avuta.
Dimenticavo la vexata quaestio delle assemblee d’istituto.
Io, per quanto riguarda le assemblee, sono una che pratica la partecipazione selettiva.
Cioè: io all’assemblea ci vado se mi interessa l’argomento.
L’assemblea, in quanto diritto degli studenti, ha un valore simbolico fondamentale.
Ma non può essere solo qualcosa di simbolico.
O un pretesto, che è ancora peggio.
Io non ci vado per principio, a un’assemblea in cui si fa una partita di calcio o si assiste a uno spettacolo di cabaret.
L’assemblea dovrebbe essere un momento in cui si discute, in cui si propone e ci si propone, un momento in cui, per dirla con le parole del prof C., ci si rende pienamente conto del proprio status di studenti.
In cui si votano dei progetti, anche.
Il problema sono anche i rappresentanti di istituto, lasciatemelo dire.
Insomma, io in quattro anni non ne ho visto uno che fosse almeno un po’ intelligente.
Ogni tanto capita che tra i candidati ci sia qualcuno con la testa a posto.
Ma al momento del voto avviene la selezione naturale, e i risultati si vedono.
Solo accoppiate ciellini-deficienti.
O nazi-raccomandati, come quest’anno.
Dalla padella nella brace.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!