Archive for gennaio, 2008


ma porcaputtana

E’ caduto il governo.

bollettino di guerra

panni

Sì, perché qui nel piccolo feudo di via R******* 25 è da poco scoppiata la Guerra delle Due Corde.
Prima di arrivare allo scoppio delle ostilità, occorre fare un breve salto indietro, per fornire qualche chiarimento.
Essendo noi una famiglia di sei persone, e facendo di conseguenza un numero di lavatrici piuttosto considerevole, sorge spontaneo il problema delle corde da stendere.
Per la biancheria, ci arrangiamo e ce la stendiamo dentro.
Per il resto, abbiamo una corda dalla finestra della cucina, piuttosto scomoda perché non funge molto e bisogna sporgersi non poco per arrivarci, ma comunque ce l’abbiamo, ed è già qualcosa.
Poi: c’è la finestra del bagno, e dirimpetto alla finestra del bagno c’è la finestra dei nostri vicini di fronte.
Tese in mezzo alle due finestre, ci sono altre due corde.
Ora, quando noi siamo venuti a vivere qui, l’appartamento della finestra di fronte che fa molto Ozpetek era vuoto, e noi potevamo fruire liberamente delle due corde.
Poi sono arrivati dei nuovi inquilini, che hanno – giustissimamente, peraltro – rivendicato il loro diritto a fruire di una delle due corde.
Noi però, dato che ne avevamo comunque bisogno, abbiamo chiesto e ottenuto dai nuovi dirimpettai il permesso di metterne una terza, tesa diagonalmente tra le due a fare una specie di N tra le due finestre.
Così noi avevamo le due che ci servivano, loro avevano quella che spettava loro di diritto, ed eravamo tutti contenti.
E così abbiamo convissuto pacificamente senza problemi di sorta, finché quelli della finestra di fronte, che nel frattempo avevano avuto un po’ di casini, se ne sono andati.
Nell’appartamento della finestra di fronte si è trasferita un’altra famiglia.
E qui sono iniziate le ostilità.
Accade infatti che la signora di fronte pretenda di poter usare la terza corda su cui, detto per inciso, stende la biancheria lasciandocela per dei giorni interi.
Accade però che no, la corda ce la siamo comprata noi con i nostri soldi perché ne abbiamo bisogno, spiacente ma ci serve.
Non c’è dialogo, nessuna delle due parti cede di un millimetro, e allora, proprio come servi della gleba affamati che lottano per un pezzetto di terra, a sedare la controversia arriva nientemeno che il gran feudatario in persona.
Che poi è una feudataria, una spocchiosissima signora proprietaria di metà delle case della zona.
E fino a una cinquantina d’anni fa apparteneva alla sua famiglia anche l’altra metà, tanto per la cronaca.
E l’odiosa feudataria un bel giorno si presenta alla porta e tiene anche lei una lectio magistralis a proposito del fatto che dovremmo amichevolmente condividere la corda coi simpatici dirimpettai.
Il problema è, cara feudataria, che noi, la corda, ce la siamo comprata, e tu lo sai benissimo.
Se tu feudataria mi dai due pecore da spartirmi col mio dirimpettaio servo della gleba per farmici la lana, e io me ne compro una terza coi miei soldi, e il dirimpettaio un bel giorno mi prende la pecora e se la munge lui e se la tosa lui, non ti pare che ci sia qualcosa che non va?
Però no, lei non vuole sentire ragioni.
E l’aspra contesa continua, finché un bel giorno scopriamo che la corda incriminata è bell’e sparita.
E’ successo che il genialissimo vicino della finestra di fronte ha pensato bene di levarla, “così non la usa nessuno dei due”.
Per il momeno l’unica soluzione è quella di barricarci e di non rispondere più al citofono.
In attesa di idee migliori.
Il fratellominore suggerisce di rendere pan per focaccia levando un’altra corda.
Bocciato: non ci abbasseremo al livello dei vili dirimpettai.
Il fratellodimezzo propone di stendere sul pianerottolo e lungo le scale, per traverso.
Non male, come rappresaglia.
Ma respinta con un secco “Non dire cazzate”.
Il signorpadre propone di rimettere un’altra corda.
Idea in fase di valutazione.
Si resta in attesa di ulteriori sviluppi.

mai 68

L’avvenimento storico è il Secoloxix che pubblica qualcosa di vagamente leggibile.
(Qualcosa di leggibile oltre al povero Maggiani, beninteso).
Mettendo anche il richiamo in prima pagina, eh. Roba da non credere.

Fatto sta che io stamattina mi alzo e mi accingo a scorrere l’odiato quotidiano (“Eh, ma è così comodo, con l’abbonamento, e poi serve sempre sapere cosa succede a Genova…”, le auliche motivazioni dei miei a riguardo) quando in cima alla prima pagina, proprio affianco all’importantissima e assolutamente prioritaria vittoria del Genoa, quale onore!, vedo un
rettangolo.
Rosso.
Con sopra a caratteri cubitali il seguente titolo:
RIDATECI UN ’68
Sottotitolo: La polemica ideologica fra pentiti e risentiti impedisce il giudizio storico.
Che è, si sono sentiti male, in redazione?
Autore dell’articolo in questione è tal Alessandro Dal Lago, sociologo nonché, per sua stessa ammissione, “sessantottino gregario poco incline al pentimento”.

L’incipit si apre con la constatazione di come in Italia, a differenza di altri Paesi europei, i decennali del Sessantotto, quale mi viene in mente or ora essere quest’anno, continuino a suscitare polemiche e discussioni feroci.
Innanzitutto, sostiene l’autore, perché in Italia dopo il ’68 ci sono stati anche tutti gli anni Settanta, poi perché gli effetti di quello che viene definito “un nuovo ciclo di antagonismo sociale” sono ancora oggi visibili.
E qui si arriva in zona calda:
Tanto per fare un esempio, quando a proposito delle polemiche sulla visita di Papa Ratzinger alla Sapienza si sono evocati i “cattivi maestri”, è chiaro che si pensava a gente formatasi in quegli anni o immediatamente dopo. Ah, quei sessantottini!

Già, ‘sti contestatori, altro che le buone e sagge regole di una volta.
Contestatori di cui magari facevano parte anche quelli che adesso, sfoderando un mortificato cipiglio di benpensante inorridito, scuotono la testa lamentandosi del “diffuso anticlericalismo” in cui è sprofondato il Paese (e ogni riferimento a fatti, persone o cose è puramente casuale).

E infatti il compagno sociologo prosegue proprio su questa lunghezza d’onda:
Più che altrove, da noi la memoria è oggetto di scontro ideologico. E ciò assume due forme dominanti: il risentimento e il pentimento. Una litania di accuse biografiche (“Tu non hai diritto di parlare, sappiamo che hai tirato le pietre!”) da una parte; e un cospargersi perennemente il capo di cenere dall’altra (“Sì, tiravo le pietre, mio Dio, come ho potuto?”). Due atteggiamenti del tutto fungibili, perché di solito i pentiti sono i primi a risentirsi contro chi non si è pentito (“Lo so quello che facevi, io c’ero!”).

Ha scoperto l’acqua calda, mi direte, ed è vero.
Rileggendo tutto l’articolo non c’è niente, o quasi, che non sia già stato detto in chissà quante altre occasioni, a pensarci bene.
D’altra parte, per quanto scritto su toni decisamente polemici, è pur sempre un articolo del Secolo, eh.
Più di tanto non poteva mica fare, come profondità di contenuti, vista la miopia intellettuale del lettore medio del Secoloxix.
Già ci scommetto che domani alla pagina delle lettere ci sarà qualcuno che si lamenta.
Come quella simpatica signora che un po’ di tempo fa scrisse una lettera inviperita al direttore accusandolo di dirigere un quotidiano veterocomunista (sic!) perché avevano pubblicato un’immagine di Fidel Castro in prima pagina.

Ma torniamo all’illuminante articolo, ché queste sono cose che si commentano da sole.
Dal Lago poi osserva come tutta questa ondata di pentimenti abbia molto di cattolico, e non c’è da stupirsi se i neocattolici spuntano come funghi, dice.
E cita Giuliano Ferrara, manco a dirlo.
Io non so se mettervelo, il link, perché mi fa veramente troppo schifo.
Certo, se non altro quelli di wikipedia hanno saggiamente pensato di non metterci la foto.
Però poi penso, e se da queste parti capitasse un neofita della travagliata politica del nostro paese, e volesse sapere che razza di individui continuiamo ad avere tra le palle?
Perché io, che ero ignorante come pochi a riguardo, quando ho letto la biografia ne sono rimasta letteralmente scioccata.
Però no, non ce lo metto, ché mi vergogno e non vorrei neanche rischiare di fare del proselitismo per il nemico, se poi qui ci capitasse la persona sbagliata. Non si sa mai.
Comunque, dicevo, non c’è bisogno di arrivare al vomitevolissimo Ferrara, per parlare di sessantottini convertiti.
A parte i Veltroni, gli Eziomauro e i Mussi, a noi liceali basta andare a scuola: io penso che il prof (o la prof, tanto per non riferirsi a nessuno in particolare) di formazione culturale magari di sinistra, che magari adotta anche una letteratura marxista e ti racconta di quando andava a sentire i Beatles e Bob Dylan, ma capitalista che più non si può (“Competizione! Soldi! Arriveranno a fregarvi il posto! Siete la futura classe dirigente!”) e assolutamente antiutopista (“Le utopie sono da bambini! Cresci un po’!”), ce l’abbiano o ce l’abbiano avuto tutti.

E in effetti l’analisi sociologica di Dal Lago parte proprio dalla constatazione dell’ampiezza del fenomeno: si riferisce in primo luogo agli ex leader del ’68, convertiti nel giro di poco tempo perché conviene alla carriera. Traccia poi un quadro sociale del movimento nel suo complesso: un movimento di piccoli-borghesi ribellisti, più che altro a parole, che magari non pensavano alla carriera, ma dovevano pur vivere. (…) Potremmo dire di una generazione piccolo-borghese (…) che non era rappresentata né socialmente né politicamente e si annoiava nell’inazione.
Che si trovava davanti un ceto politico gommoso e uno accademico pietrificato, e che viveva mutamenti di costume travolgenti e globali (…).
Semicolta e perlopiù antifascista, spesso curiosa di altri mondi, come quello del lavoro, anche se la famosa saldatura con il movimento operaio, se mai c’è stata, è durata lo spazio di qualche mattino. Ovviamente disponibile a essere ideologizzata, e quindi a seguire i leader più verbosi e i miti più bizzarri, anche se i primi hanno cambiato rapidamente bandiera e i secondi hanno fatto una fine tragica e ridicola.

Mmmh. Qui la mia esegesi si fa difficile.
Per noi figli dell’era postideologica, che non abbiamo visto la fine del secolo breve e non abbiamo assistito a nulla di tutto questo, non è per niente facile provare a capire cosa dovesse esserci veramente nell’aria in quegli anni.
Non mi posso neanche basare sui ricordi di famiglia, ché tanto i miei genitori quanto i miei zii erano troppo giovani per potersene ricordare, loro che sono stati adolescenti negli anni di piombo e ventenni nei maledetti Ottanta, con i risultati che si possono immaginare.
Premesso che il nostro sociologo si riscatta parzialmente nel seguito affermando che non vedo perché ci si dovrebbe pentire oggi di questo sussulto, quando lo si è condiviso allora. E passa a elencare, cosa abbastanza scontata, tutte le conquiste sociali che non sarbbero state possibili se non ci fosse stato quello che lui chiama un sussulto, ed è proprio questo, che non mi piace.
Un sussulto. Non so a voi, a me sembra un po’ riduttivo. Dà l’idea di qualcosa che si esaurisce subito e che lascia il tempo che trova e io, per favore non mi distruggete questa certezza, sono convinta che anche a posteriori non lo si debba intedere così.
Quello che ho sempre immaginato, o che forse mi piace immaginare pur sapendo che non è detto che sia proprio vero, è che ci fosse un senso di partecipazione collettiva, in quegli anni, che per noi che non c’eravamo è impossibile da concepire.
Che chi era giovane, allora, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, volesse qualcosa. Volesse tutto, anzi. Volesse cambiare tutto, volesse il diritto allo studio e la parità dei sessi e il divorzio e l’aborto e condizioni di lavoro decenti nelle fabbriche e le assemblee a scuola.
E che tutti, volessero tutto. Ed è lì che mi sbaglio.
Perché il problema sta proprio lì, credo.
Forse non è vero che tutti volevano tutto. Forse è vero che c’erano molti che lo volevano veramente e molti che magari sì, erano entusiasti per davvero, ma poi si sono fermati agli slogan.
E quando non ci sono stati più gli slogan e non ci sono stati più i leader, basta, finito.
E quando sono arrivati gli anni di piombo e le Brigate Rosse si sono sentiti chiamati in causa e hanno ritrattato tutto, per non sentirsi additare come i precursori di quel terrorismo che, di fatto, si è risolto in una sconfitta pesantissima, al contrario, per la sinistra.
E quando sono arrivati gli anni Ottanta, i casi erano due, o erano rimasti talmente contriti e inorriditi dalle BR da essersi già schierati dall’altra parte della barricata, o avevano perso qualsiasi entusiasmo e hanno preferito limitarsi a piangersi addosso.
C’è poco da fare, quando sei circondato da persone che hanno il tuo stesso entusiasmo ti senti forte, senti che arriveresti in cima al mondo.
Poi arriva il momento in cui ti senti un sopravvissuto, un relitto di qualcosa che niente da fare, non c’è più, e ti guardano come un povero cretino se coltivi l’illusione di ricrearlo.
E allora sì che la maggior parte si sono persi, perché evidentemente la loro era stata un’adesione empatica più che un’esigenza realmente sentita, forse.
Poi c’è anche che la gente invecchia.
Gli studenti che pochi anni prima avevano dominato le piazze diventavano adulti, entravano nel mondo del lavoro e mettevano su famiglia. E qualcuno è rimasto quello che era, qualcun altro è cambiato e si è scoperto, parafrasando Guccini, stanco di giocare, bere il vino e sputtanarsi. Ed è una morte un po’ peggiore, sì.

E sono arrivati gli anni Novanta.
E io all’inizio degli anni Novanta avevo un padre che leggeva il Manifesto e mi portava ai raduni di Legambiente e andava in giro ad appiccicare adesivi di propaganda antiberlusconiana sulle porte.
All’inizio degli anni Duemila avevo un padre con il Secoloxix e la tessera dei Diesse.
Adesso ho un padre sempre con il Secoloxix ma nessuna tessera, perché per la storia del Partito Democratico hanno fatto le votazioni all’interno del partito e lui ha votato contro, grazieadio, e ha lasciato perdere.
E ha ragione chi dice che lì c’è stato lo spartiacque, perché quando c’è stato il G8, io non mi ricordo se partivo o tornavo dalle vacanze. Ed è stato lì che s’è visto chi era rimasto per davvero, ecco.

E poi cerco di spiegarmi il vuoto di adesso, della nostra generazione.
Di quelli che ti chiedono ma Alessandra Mussolini, da che parte sta?
Oppure di quelli che mi fanno incazzare tantissimo ma mi fanno anche un bel po’ di pena, che ti guardano e scuotono la testa e ti dicono ma che cazzo te ne frega, della politica, ma sbattitene.
Io dico che quelli che sono così, la colpa è dei loro genitori.
Perché li hanno educati a fregarsene di tutto e di tutti. Perché hanno rigettato completamente i loro obiettivi passati e allora hanno fatto prima e li hanno tirati su direttamente senza obiettivi, dando loro tutto per scontato e senza insegnare loro a porsi delle domande.
Oppure perché c’è una strana cosa che a volte è una tattica di sopravvivenza, come è stata per me in moltissime situazioni della mia vita, e che si chiama spirito di contraddizione.
Che è quella cosa che fa sì che i figli si stacchino dai genitori e comincino a essere indipendenti.
E allora succede spesso e volentieri che un figlio di genitori che non hanno mai rinunciato a fare politica decida di fregarsene perché non vuole essere come loro. O per non essere considerato un diverso, e qui ci sarebbe tanto da dire, ma sono già abbastanza prolissa così.
Raramente il contrario, ché è difficile che pensi chi è abituato a non pensare.

Ma sto andando avanti a congetture.
Io vorrei che qualcuno me lo spiegasse, come erano veramente le cose allora.
Non mi voglio nostalgica di un qualcosa che esiste solo nella mia immaginazione.
Se c’è qualche anima paziente arrivata fin qui e volenterosa di chiarirmi un po’ le idee, gliene sarò eternamente grata.
Mio fratello mi ha detto, proprio ieri sera, che sono pazza.
Pazza perché questo mio vivere fuori dal tempo, sospesa tra i lirici greci e gli anni Settanta.
E mi ha detto: potresti mettere un annuncio su internet, che cerchi altri pazzi con cui discutere di quello che ti gira.
Premesso che se è questo il motivo per cui sono pazza, io ne vado assolutissimamente fiera, della mia pazzia.
Ma comunque sapete che vi dico, che l’ho preso in parola.
Non per le millemila boiate che mi dice.
Per il messaggio nella bottiglia, che non è affatto una brutta idea.
Pazzi d’Italia, aiuto!

Ce ne avrei mille, di cose di cui mi piacerebbe parlare.
Sta succedendo di tutto, là fuori.
C’è l’insurrezione antipapa alla Sapienza, per esempio.
Ci sono gli scioperi degli operai.
Ci sono i rifiuti in Campania che oh, l’emergenza è più grave del previsto, ma chi l’avrebbe mai detto.
Io però verso in uno stato di stanchezza tale che anche mettere in fila queste due parole stentate mi si presenta come uno sforzo titanico.
E tutto quello che riesco a connettere è che vorrei qualcuno che mi scaldasse le mani e i piedi congelati, quando torno a casa tutta intirizzita e inumidita da ‘sto tempo scemo e nervosa per la crisi di astinenza da sole, da tramonti invernali sulla spiaggia e da passeggiate mattutine sul lungomare.
E mi preparasse una bella tazza di the caldo, anche.
E perché no, che mi sfilasse delicatamente jeans e maglione e poi mi mettesse anche a letto e mi rimboccasse le coperte.
E che mi raccontasse una storia, per farmi addormentare.
Ma una storia bella.
E poi mi cantasse la ninnananna, vedendo che la storia mi ha preso troppo per riuscire a conciliarmi il sonno e sono troppo ansiosa di sapere come va a finire.
E se ne andasse via posando bacio sulla mia testa capellona affondata nel cuscino, camminando in punta di piedi e tirandosi lentamente dietro la porta, piano piano.
Proprio come se fossi piccola piccola.
O come una vecchietta innamorata, quando dell’amore è rimasta la dolcezza platonica di un sorriso e di una carezza tremante sui capelli.

violino anima

Riemersa come se nulla fosse da un attacco di depressione cosmica durato mezza giornata e senza la benché minima motivazione logica, ieri sera tra prima e dopo cena ho letto “Dolce per sé” di Dacia Maraini.
E’ strano, perché mi ha preso e me lo sono finito in un paio d’ore, ma non mi è piaciuto.
E’ un romanzo epistolare, una serie di lettere che nell’arco di sette anni la protagonista, Vera, cinquantenne giramondo autrice di testi teatrali, indirizza a Flavia, una bambina che all’inizio del romanzo ha appena sei anni.
Le due si conoscono a causa della lunga relazione di Vera con il trentenne zio della bambina, violinista di successo in una famiglia di musicisti di talento.
Non male, come situazione di partenza. Però non so, io me l’aspettavo diverso.
Cioè, a me piacciono quei libri in cui l’ambientazione è colta di sfuggita, nel suo divenire, come in un quadro impressionista. Dove i colori e il paesaggio seguono l’andamento delle emozioni dei personaggi e si limitano a filtrare attraverso le loro psicologie, sempre indistinti, sfocati, soggettivi.
Senza essere per questo meno importanti, anzi.
E nel romanzo epistolare immaginavo che questa funzione quasi di transfert del paesaggio fosse dilatata, portata alle estreme conseguenze, dato che estremamente soggettivo è il punto di vista di chi scrive, trattandosi di corrispondenza privata.
Invece no.
C’è troppo rosso di scarpette di vernice e gonnellina scozzese con cappellino coordinato di bambinetta in tiro, troppo verde di estati in Alto Adige e troppo anche di quell’atmosfera tirolese e un po’ rarefatta di famiglia borghese in vacanza, troppo blu notte di abiti eleganti e concerti serali.
Immagini troppo nitide e però troppo vuote, che non rappresentano nulla.
Un po’ come guardare un paesaggio fotografato su un calendario, potrà essere meraviglioso ma non ti darà mai neanche un decimo dell’emozione che ti dà invece la foto maldestra, magari controluce, magari tutta storta, di quel posto in cui sei stato tempo fa e a cui colleghi istintivamente una miriade di sensazioni, di parole, di ricordi.
E però, in mezzo a tante immagini da calendario, a un certo punto una scena mi ha colpita e ha iniziato a perseguitarmi.
E’ una fantasticheria erotica meravigliosa.
Nel libro, la protagonista racconta di un viaggio in Spagna col fidanzato violinista di vent’anni più giovane.
La sera, in albergo, avvolgono uno scialle intorno alla lampada, per rendere la luce più soffusa.
Fanno l’amore, e dopo lui si alza, e prende il violino, e le suona la Ciaccona di Bach.
Mi perdonerà, la Maraini, se copio.
Ma è una scena di una sensualità devastante.
Ecco, io ora non faccio che pensare che il mio uomo ideale è un musicista.
Un violinista dal carattere ombroso, che mi porti in una camera di albergo di lusso e dopo fatto l’amore si alzi dal letto ancora sudato, ancora tremante, e suoni per me alla luce azzurroeoro di un drappo di chiffon blu intorno all’abat-jour.
Magari non la Ciaccona, non pretendo così tanto.
Però la prima delle sei sonate e partite di Bach, quella sì, che tutte le volte che la sento mi toglie il fiato.

finalmente l’harrypost

“Straniero, entra e tieni in gran conto…”
…che se hai intenzione di leggere Harry Potter e i Doni della Morte questo post ti conviene non leggerlo, perché ti rovineresti praticamente tutto.

harry7

luna
Sissì, dopo i miei bloggatori preferiti arrivo anch’io a fare lo stralunato (sono o non sono una luna lunatica, io?) intervento sull’ultimerrimo harry.
Tanto per cominciare una precisazione sul discorso luna lunatica, che con Harry Potter c’entra ben poco: il soprannome me l’ha appioppato mia nonna, che, garantisco, non l’ha mai letto, guarda caso proprio mentre stavo uscendo per andarlo a comprare, e tutto perché indossavo, casualmente, un paio di pendenti a forma di luna, donde la buffa e, bisogna riconoscerlo, un po’ stupida affermazione.
Però a me ha fatto un sacco piacere, perché io, a parte che un bel po’ lunatica lo sono per davvero, a parte che dopo le mangiate natalizie e postnatalizie sono un po’ più luna piena del solito, il che non è proprio una bella cosa ma pazienza, io, dicevo, Luna Lovegood la stimo veramente un sacco, ecco.
E quando nel libro sono arrivata alla descrizione della sua camera da letto, beh, è lì che ho iniziato a piangere.
Sì, lo so, sono vergognosamente empatica, ma che ci posso fare, per di più io e il personaggio di Luna qualcosina in comune ce lo abbiamo. Cose neanche troppo belle, a dire il vero, ma non importa.
Prima di iniziare il libro, lo ammetto, ero un po’ in ansia.
Temevo, sotto sotto, che fosse un po’ un polpettone, una serie rocambolesca di eventi esageratamente gonfiati con un’infinità di scenate e scemate da parte dei protagonisti, invece no, insieme alle lacrime mentre andavo avanti ho tirato anche qualche sospiro di sollievo e già progetto, rinviandola a tempi meno affollati di impegni, una rilettura consecutiva dei Magnifici Sette finalmente al gran completo.
E ‘sta donna, checché se ne pensi, ha delle trovate geniali, lasciatemelo dire.
La radio, vogliamo parlare della radio, ché una rivoluzione senza la sua radio clandestina, che rivoluzione è?
C’è tutto, in Harry Potter, tutto.
Compresa la politica.
Io la vedo così, poi ognuno è libero di pensarla come vuole, ma i cattivi di Harry Potter sono tutti di destra, a pensarci bene.
I Dursley, tanto per cominciare.
La classica famiglia borghese benestante e benpensante, anche se in realtà pensare manco sanno cosa voglia dire.
E i Mangiamorte, razzisti e col cappuccio da Ku Klux Klan e per di più neri, ditemi voi se non sono l’inquietante quintessenza dell’estrema destra.
E invece Harry è indemoniato, non so se lo sapevate. Sul Manifesto di qualche giorno fa, in un articolo che parlava della penuria di esorcisti in cui, ahimé, verserebbero le alte gerarchie ecclesiastiche, il vetusto esorcista capo del Vaticano attaccava il già abbastanza perseguitato maghetto additandolo senza mezzi termini come una delle molteplici manifestazioni di Satana esso stesso.
Ero già perfettamente al corrente del non dissimile parere espresso in proposito dal nostro beneamato Papa, secondo cui Harry Potter aficinare ciofani a paganesimo, il che già mi faceva per metà ridere e per metà incazzare, ma che si arrivasse a designarlo come manifestazione demoniaca tout-court, insomma, ce ne vuole di coraggio.
Bene, mi sono detta, un ottimo motivo in più per leggerlo.
Ma tornando al libro.
Il libro, dicevo, mi ha convinta pienamente.
Ben calibrata la carneficina, con il giusto numero e la giusta importanza di morti e feriti (forse un po’ troppo feroce l’accanimento contro i poveri e genialissimi Fred e George, perché?), love-story non troppo invasive, magistrale Molly Weasley che stende Bellatrix, tristemente realistico il quasi-papà Lupin incapace di affrontare le proprie responsabilità, semplicemente da abbracciare all’infinito l’impacciato e coraggiosissimo Neville e grandiosa anche la nonna, c’è da dirlo, pur essendo solo una comparsa.
Il finale forse è la parte che mi convince meno, ma poteva andare molto, molto peggio.
Nel senso che tutto sommato la storia del doppio scambio (sembra una reazione chimica) tra Harry e Voldemort può anche reggere, come escamotage per salvare la pelle a Harry. E poi l’epilogo, qualcuno dirà che ci sta un po’ come i cavoli a merenda e non potrei non dichiararmi almeno in parte d’accordo, però poi in realtà a me piacciono, i finali così, un po’ melensi e con il loro bravo vissero tutti felici e contenti.
E comunque Harry Potter è una fiaba, è la fiaba del nostro tempo, forse più una fiaba per adulti che per bambini, forse intrisa di tantissima realtà che la Rowling cela tra le righe per chi ce la vuole scovare senza però rendere indispensabile cercarla, ma comunque una fiaba, una fiaba che mi ha tenuto compagnia per dieci anni e ora mi lascia dentro tanto affetto per i personaggi e anche una puntina di nostalgia al pensiero che basta, è finita, finalmente.
E quindi vada per il lieto fine smelensoso, e lunga vita ai Potterini.

in brodo di gugol

Prima dell’harrypotterchilometricopost, che scriverò più tardi quando avrò smaltito i postumi delle 696 pagine divorate a mille all’ora, credo sia finalmente giunta l’ora di gugol, che sta iniziando finalmente a darmi qualche soddisfazione.
Iniziando dalle chiavi di ricerca più banali, qualcuno è entrato con feltrinelli, probabilmente dopo aver girato non so quante decine di pagine virtuali. Lodo la pazienza.
Ho poi un abbastanza scontato cominciai a sognare anch’io insieme a loro, anche se c’è da dire che mica viene fuori subito, il mio blog, con questa, tutt’altro.
Approdano poi qui alcuni cercatori di citazioni, con diversità citazioni lo zahir e andrea de carlo il momento citazioni. Nel momento, prego.
Qualcun altro, forse studenti alla disperata ricerca di traduzioni on line, chiede tu ne quaesieris scire nefas, l’inizio della celeberrima ode di Orazio, quella del carpe diem, per capirci.
Il galante wordpress, ché qui lo sciaini non serve, mi informa poi di un tale entrato con ossessioni compulsioni. Se cerchi una psicoterapia, caro mio, hai proprio sbagliato indirizzo, temo, ché qui c’è qualcuno che ne ha altrettanto bisogno. Di recente, in seguito al mio ultimo post, gugol ha portato qui anche un cercatore di canzoni grande guerra protesta. Il che mi fa anche un po’ piacere, che mi si reperisca così.
Abbiamo poi tutta una serie di variazioni sul tema del cordiale fanculo natalizio, da a un cordiale fanculo a un più sgrammaticato e sta sera (sì, così, staccato) ce ne andremo a ballare e per. Per?
La hit parade, comunque, vede al terzo posto uno strano bellerrima, che mi colpisce intanto perché non capisco lo scopo di inserire detta parola in un motore di ricerca, e poi perché ho scoperto, facendo la controprova, che con bellerrima il mio blog viene fuori non proprio per primo, ma quasi. Interessante.
Medaglia d’argento ad un freudiano sognare che ti rubano le scarpe, che senza il benché minimo nesso concettuale conduce dritto dritto al post sull’amicap.
Infine, il primo premio assoluto va, e non riesco assolutamene a capirlo, e non voglio nemmeno cercarlo su gugol, ché non vorrei poi trovare una spiegazione che me lo renda meno assurdo e mi privi di metà del divertimento, a un misterioso che fine ha fatto grigo.
Beh, mi spiace, ma non ne ho davvero la più pallida idea.

diario
E’ questa, la mia bellissima trovata di inizio anno.
L’altroieri sera ho inaugurato il quaderno delle canzoni di protesta.
E’ un quaderno dove trascrivo e all’occorrenza traduco i testi delle canzoni che scarico dal bellerrimo sito, aggiungendo poi commenti o qualsiasi altro tipo di materiale che giudico interessante.
Come prima canzone ci ho messo Le Déserteur, di Boris Vian.
Ammetto che fino a due giorni fa, non la conoscevo affatto, questa canzone.
Ne conoscevo però, apprezzandola moltissimo, la versione italiana cantata da Ivano Fossati, senza sapere che si trattasse di una traduzione artistica di quello che ho scoperto essere uno dei pilastri dell’antimilitarismo.
Le Déserteur, l’originale, intendo, risale – mi rendo conto che sia un po’ datata – al 1954. Si concludeva in quell’anno la disastrosa guerra d’Indocina, conclusasi dopo otto anni di alterne vicende con la sconfitta dei francesi da parte dell’esercito vietnamita. Una guerra per molti versi simile a quella irachena, in cui gli invasori, sicuri di farla franca, si trovarono invece a fronteggiare una “guerra di popolo” che sarebbe costata loro moltissimo, in termini economici e – soprattutto – di vite umane, fino a risolversi con una disfatta.
Non contenta della batosta indocinese, la Francia si apprestava contemporaneamente a tentare la repressione armata dei movimenti indipendentisti in Algeria: un’altra causa persa, che di fatto segnò la fine del colonialismo francese in Africa e si concluse con l’indipendenza dell’Algeria.
Quando la canzone, cantata per la prima volta da Marcel Mouloudji, fu trasmessa in radio, nonostante le numerose modifiche al testo orginale il consigliere municipale Paul Faber ottenne che essa fosse censurata. Alla censura Vian rispose dapprima ironicamente (Ma chanson n’est nullement antimilitariste, mais, je le reconnais, violemment pro-civile, “la mia canzone non è per niente antimilitarista, ma, lo riconosco, violentemente pro-civili”), prima di redigere, in un secondo tempo, una lettera aperta, indirizzata allo stesso Faber, in cui si difendeva dalle accuse dei suoi detrattori che nel testo di Le Déserteur vedevano una canzonatura ai reduci delle due guerre mondiali e al tempo stesso denunciava la totale insensatezza del conflitto in Indocina.
Comunque sia, per chi non lo conosce il testo della canzone è questo:

Messieurs qu’on nomme Grands
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
Avant mercredi soir
Messieurs qu’on nomme Grands
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
C’est pas pour vous fâcher
Il faut que je vous dise
Les guerres sont des bétises
Le monde en a assez

Depuis que je suis né
J’ai vu mourir des pères
J’ai vu partir des frères
Et pleurer des enfants
Des mères ont tant souffert
Et d’autres se gobergent
Et vivent à leur aise
Malgré la boue de sang
Il y a des prisonniers
On a vole leur âme
On a vole leur femme
Et tout leur cher passé
Demain de bon matin
Je fermerai ma porte
Au nez des années mortes
J’irai par les chemins

Je mendirai ma vie
Sur la terre et sur l’onde
Du Vieux au Nouveau Monde
Et je dirai aux gens:
Profitez de la vie
Eloignez la misère
Vous êtes tous des frères
Gens de tous les pays
S’il faut verser le sang
Allez verser le vôtre
Messieurs les bons apôtres
Messieurs qu’on nomme Grands
Si vous me poursuivez
Prévenez vos gendarmes
Que je n’aurai pas d’armes
Et qu’ils pourront tirer
Et qu’ils pourront tirer…

E questa è la mia letteralissima, pessima traduzione:

Signori che chiamiamo Grandi
vi scrivo una lettera
che leggerete, forse,
se avrete il tempo.
Ho appena ricevuto
la cartolina militare
per partire per la guerra
entro mercoledì sera.
Signori che chiamiamo Grandi
io non la voglio fare
non sono al mondo
per ammazzare della povera gente.
Non è per offendervi
bisogna che lo dica
le guerre sono idiozie
il mondo ne ha abbastanza.

Da quando sono nato
ho visto padri morire
fratelli partire
bambini piangere
Le madri hanno sofferto tanto
e altri se la spassano
e vivono a loro agio
malgrado il lago di sangue
Ci sono i prigionieri
gli è stata rubata l’anima
gli sono state rubate le mogli
e tutto il loro dolce passato
Domani di buon mattino
chiuderò la porta
in faccia agli anni morti
e andrò lungo le strade

Mendicherò la mia vita
per terra e per mare
dal vecchio al nuovo mondo
e dirò alle persone:
godetevi la vita
allontanate la miseria
gli uomini sono tutti fratelli
gente di tutte le nazionalità.
Se c’è da versare del sangue
andate a versare il vostro
signori apostoli di bene
signori che chiamiamo Grandi.
Se mi perseguite
avvertite i vostri gendarmi
che io non avrò armi
e che potranno sparare.

Questa invece è la versione scritta da Giorgio Calabresi e cantata da Ivano Fossati nell’album Lindbergh.
(Due volte, sbagliavo, a credere che fosse di Fossati, perché non solo si tratta di una traduzione-adattamento di una canzone francese, ma non l’ha neanche tradotta lui…)

In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia
qualcuno m’ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.

boris vian

…ma oggi, primogennaioduemilaotto, ho scoperto qualcosa di molto, molto, molto meglio.
Ho scoperto il sito delle canzoni contro la guerra.
Visitatelo, ne vale la pena.
Questo sì che mi ha messa di buon umore, finalmente.
:-D Buon 2008! :-D

01-01-08

Non so, io tutte le volte che un anno finisce e ne comincia un altro mi ritrovo sempre un po’ spiazzata.
Nel senso che mi ritrovo anch’io, come penso un po’ tutti, ad affannarmi a fare progetti su progetti per il nuovo anno, quando poi so benissimo che in realtà non cambierà niente, o se cambierà non sarà certo perché è finito l’anno.
Sarà che io stamattina mi sono alzata, a mezzogiorno e mezza, non proprio di ottimissimo umore.
Niente di che, solo un po’ immusonita, metti che sarà la stanchezza, toh.
Un po’ come quando mi alzo per andare a scuola, ecco.
Però… però a Capodanno, però. Alzarsi immusonita a Capodanno.
E’ questo che mi fa strano.
Sarà che oggi, coi negozi chiusi, la gente insonnolita, il tempo non granché, il freddo umido e i turni per il computer a casa, non è che ci sia molto da fare per occupare la giornata.
Sarà anche che io adoro le vacanze, ma sono allergica all’atmosfera delle feste.
Però, l’ennesimo però, anche a me che faccio l’insofferente nei confronti del mondo piace pensare che quest’anno appena nato segni veramente una svolta, anche minima, nella mia vita.
Sarà che io sono anni che l’aspetto, la svolta.
Sarà che nella vita si fissano tanti inizi, inizi di anno, di stagione, di scuola, di qualunque cosa, inizi che in realtà non iniziano un bel niente perché sono pure convenzioni, epperò tutte le volte che c’è un inizio si pensa sempre che quello che ci sarà dopo sarà diverso.
E anch’io mi illudo che quello che ci sarà dopo sarà diverso: ci provo, a fare l’intellettuale disincantata, ma è inutile, non c’è niente da fare, i castelli me li faccio comunque.
E so benissimo, in cuor mio, che non rinuncerei mai a farmeli, i castelli.
Oggi, se non altro, nessuno mi guarderà strana, se passerò ciò che resta della giornata a fantasticare un po’ sull’anno che verrà e a rispolverare un po’ di ricordi dell’anno che se n’è andato.
Potrei uscire, andare a fumarmi una sigaretta sulla spiaggia, con l’umidità che mi si insinua nelle ossa e l’aria salata che mi si posa sui capelli, e mettermi lì, coi sassi e le alghe secche, a costruire il castello delle mie millemila stanzette di vita quotidiana.
Sì, farò così.

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