
Non è che ho proprio voglia di fare un’altra recensione.
Premetto che come libro merita abbastanza, tutto sommato.
E quindi mi limito a dirvi cosa mi piace e cosa no.
Mi piace come è scritto e mi piace che è ambientato negli anni SessantaSettanta.
Mi piace che si vede la vita quotidiana com’era allora, le case arredate tristi con i tavoli di formica e le vetrinette per i libri, continuare a studiare che era un lusso, le corse al benessere, le canzoni di Battisti sparate a tutto volume nei bar.
Mi piace che si vede l’Italia quella lontana dai riflettori, l’hinterland, Torino in periferia, i paesotti dell’Emilia Romagna, le statue anonime delle fontane.
Mi piace che si vede Pisa che è dove vorrei andare a studiare e a vivere, e che si vede proprio come me la immagino io, con la gente in bicicletta e le strade tranquille e la città universitaria e la vita che si svolge lontana dal Campo dei Miracoli, senza i turisti.
Mi piace che la protagonista scappa di casa a cavallo per cercare un “amore da lontano”, come i trovatori provenzali.
Mi piace che la protagonista non ha potuto fare le superiori e però legge le poesie d’amore.
Legge Dante, Petrarca, Saba, Prévert.
Mi piace l’amica contestatrice che sposa un architetto e tu pensi ‘paura’, è diventata reazionaria, ma poi si scopre che è un architetto alternativo che vuole buttare giù i supermercati per farci il verde.
Mi piace come finisce.
Non mi piace che il padre della protagonista fa l’operaio e però è un operaio di prima caegoria che vuole la prima super, perciò lui li scioperi del ‘69 non li fa.
Non mi piace l’enciclopedia a rate.
Non mi piace il pittore freak che poi si scopre che è un ricco avvocato del centro.
Non mi piace il fidanzato ufficiale con la villetta a schiera e la camera barocco veneziano.
La protagonista un po’ mi piace e un po’ no.
Non mi piace che non parla quasi mai. Sembra sempre un po’ una bambina. Sembra aver poche cose da dire, da pensare.
Mi piace che è una che anche se non lo dice si vede lontano un chilometro che è insofferente a un milione di cose.
L’orrido fidanzato ufficiale, la vicina odiosa, il padre con la tivù sempre accesa.
Che non sopporta tutto quello che nella vita si deve necessariamente fare.
Ma non è fuori.
La vita intorno la circonda e le scorre addosso e lei sembra quasi esserne stupita, la registra sotto forma di sensazioni momentanee, stimoli immediati, ha una sorta di istinto animale che la fa scappare.
Lei non pensa, o lo fa senza rendersene conto.
Lei è dentro, è come un bambino nella pancia della mamma.
Non mi piace il finale.
Ho detto che mi piace come finisce. Ma non mi piace che finisce.
Nessun romanzo mi piace che finisce.
Perché in un libro va da sé che dev’esserci una fine, un “dunque” a cui si arriva.
Un momento cruciale in cui si rimettono insieme tutti i pezzi e che lascia presagire una svolta.
Non potrebbe essere altrimenti.
Nella vita no.
Nella vita non c’è che tu arrivi a un dunque che ti sistema le cose e ti piazza lì uno spartiacque.
Tutto scorre, e scorrendo si porta dietro tutto.
Gli argini che possiamo mettere non riusciranno mai a trattenere tutto quel tutto.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!