
La foto l’ho presa dall’ottimo Mentelocale, di cui peraltro vi segnalo la recensione, che mi trova nel complesso d’accordo, dell’Antigone in scena al teatro Duse dal 12 al 16 marzo.
La tragedia narra quello che si potrebbe definire come l’epilogo del mito dei Labdacidi (che poi sarebbero Edipo e la sua famiglia): Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone nati come lei dalla relazione incestuosa di Edipo con la madre Giocasta, si sono uccisi reciprocamente in duello. Creonte, re di Tebe, ordina che sia data sepoltura a Eteocle, morto per difendere la città dall’assedio capitanato dal fratello, e che il cadavere di Polinice rimanga invece insepolto. Ma Antigone è fermamente decisa a dare sepoltura a Polinice, nel nome della pietà familiare e delle leggi morali, “non scritte”, degli dei, più forti di quelle umane simboleggiate da Creonte. Contraltare di Antigone è la sorella Ismene, che tenta invano di dissuaderla dal suo proposito, invitandola a non trasgredire le leggi della città. Colta in flagrante, Antigone è portata al cospetto di Creonte, davanti al quale afferma, incrollabile, le ragioni che l’hanno portata a compiere il suo gesto, con una tensione morale tale da mettere in crisi l’avversario. Nonostante le suppliche rivolte a Creonte dal figlio Emone, promesso sposo di Antigone, la giovane è condannata a morire murata viva in una grotta. L’arrivo dell’indovino Tiresia, latore di una profezia nefasta, convince Creonte a tornare sui propri passi: ma è troppo tardi, Antigone si è impiccata e anche Emone, disperato, si suicida. Anche sua madre Euridice, informata dell’accaduto, si toglie la vita, e la tragedia si chiude sullo strazio di Creonte annichilito dalla disperazione.
Lo spettacolo, sappiatelo fin da subito, è pessimo.
Il testo sofocleo è forzato, i tempi eccessivamente accorciati (dura infatti solo un’ora e un quarto) e le battute troppo rapide a causa dell’andamento frettoloso dello spettacolo.
La recitazione è scadente per tutti i personaggi, quando non addirittura ridicola: si va dall’accelerazione monocorde del corifeo alla totale mancanza di intonazione del messaggero ai toni eccessivamente caricati e per nulla convincenti dei protagonisti.
Lo spirito della tragedia ne risulta così totalmente alterato: le parti corali, pervase di una tensione lirica impressionante, perdono tutta la loro efficacia affidate alla recitazione piatta e frettolosa del corifeo, peraltro a mio parere il meno peggio tra gli attori sulla scena; il confronto serrato tra Antigone e Creonte, vero e proprio scontro tra titani nell’originale greco, degenera in una banale disputa tra un tiranno pomposo, oltre che dalla pessima caratterizzazione, e un’Antigone scolorita e superficiale che assolutamente non riesce a rendere il giganteggiare morale dell’eroina sofoclea.
Banale e poco significativa la scenografia, e totalmente fuori luogo il Tiresia che fa il suo ingresso in scena trascinandosi per terra in un improbabile cerchio di terra rossa, forse con la pretesa di essere una visione inquietante che però scivola decisamente nel grottesco.
Il finale è pasticciato – o forse ero io che non ce la facevo più – e nel complesso le trovate sceniche funzionano poco (per nulla azzeccata la scelta di rivolgersi al pubblico come fossero i cittadini tebani, cosa che rende Creonte ancora più berlusconianamene caricato, così come inefficace è anche l’entrata in scena degli attori dalla platea).
La rappresentazione è quindi, nel complesso, superficiale, incapace di cogliere e di far cogliere la profondità enorme del messaggio sofocleo e la grandezza tragica dei suoi protagonisti.
Il testa a testa tra Antigone e Creonte si configura come uno scontro ideologico profondo, che abbraccia problematiche religiose, etiche, filosofiche e sociali in cui le posizioni opposte dei due personaggi si scontrano senza possibilità di conciliazione: non è solo, come traspare dall’interpretazione romantica della tragedia, il contrasto insanabile tra le leggi della famiglia e quelle dello stato, ma il gesto di Antigone si carica di significati anche dal punto di vista religioso – il tema della sepoltura, del lutto nel suo significato sociale di appartenenza al clan familiare – e sociale, assumendo il valore di una ribellione contro l’autorità patriarcale della famiglia e dello stato.
E, ecco, io che nella vita vorrei fare teatro greco, quando vedo certe cose mi cadono veramente le braccia.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!