Ma tornerò. Appena ce la faccio.

Ma tornerò. Appena ce la faccio.


“…ma il sole si alzò ancora e c’era odore di una certa felicità irripetibile…”
Io questa nuova idea dell’amicaE. la trovo stupendissima.
E, se voi lo volete leggere tutto (e fareste bene a farlo, sissì), lo trovate qui.
Ma intanto vi scrivo il mio pezzo, quello che sento mio anche se mio in realtà non è, e poi ve lo spiego, ma intanto mi sono commossa a leggerlo, ecco, ed è questo:
L’amore non e’ meglio perche’ e’ piu’ morale, e’ meglio e basta.
Intendiamoci, non ho niente contro chi fa sesso con tutti senza motivo. Anzi, credo che faccia molto bene alla salute e apra la mente.
Pero’ alla lunga amare sempre la stessa donna e’ molto piu’ divertente, perche’ lei ti conosce, tu la conosci, c’e’ comprensione.
E se, come a volte accade nella vita, hai affrontato insieme a lei momenti terribili, c’e’ anche qualche cosa d’altro: un cemento morale, una fiducia e un rispetto cementati nell’acciaio fuso dei vulcani. E’come dice Jovanotti nella sua ultima canzone, qualcosa tipo ti ho vista debole che potevo spezzarti stringendo un po’ la mano e poi risollevarti potente come un aeroplano.
Quando tu fai l’amore con una donna che hai visto cosi’, c’e’ una potenza e una liberta’ di sentimenti che non ha paragone con nessuna ballerina che ti fa un bocchino al volo in hotel.
Si’, perche’ l’altra faccia dei lustrini e delle ballerine e’ che per fare i soldi devi lottare, devi essere il piu’ forte, devi inculare tutti e poi non hai il tempo di scopare.
La tensione psicologica della lotta contro gli altri annichilisce le potenzialita’ amatorie.
Per godere veramente devi emozionarti, devi innamorarti, devi lasciarti andare, non ci sono alternative.
L’amore lo devi coltivare, devi amare molto e in molte direzioni per riuscirci.
L’amore e’ un muscolo che si allena.
E questo e’ il primo punto, abbiamo le ballerine migliori e queste ballerine conoscono l’amore, amano il mondo e non sono interessate alla competizione. E questa e’ la seconda cosa che il Movimento Progressista Felice ha: siamo liberi da tonnellate di condizionamenti. La liberta’ e’ bellissima: io sono fedele perche’ mi piace. Ma se smettesse di piacermi sarei libero da vincoli morali, potrei fare quel che voglio. Mia moglie forse non sarebbe d’accordo ma questa e’ un altro discorso. E’ una questione tra me e lei, non tra me e Dio o la mia coscienza.
(…)
Per molti maschi fare sesso con donne che hanno le misure perfette e’ un obbligo. Io non ho neanche questo obbligo. L’estetica e’ un piacere ma ci sono ballerine che sono totalmente fuori dai canoni estetici, che vengono comunemente classificate brutte, che sarebbe un delitto non amare perche’ hanno dentro il fuoco del big bang.
I plasticoni competitivi si perdono anche questo: il piacere di amare le donne brutte.
Potrà sembrare poco rappresentativo.
Potrà sembrare che avrei dovuto scegliere un pezzo diverso.
Io, single senza speranza.
Io, che l’amore non lo so spiegare perché non l’ho mai saputo vivere. Come il chimico di De André.
Ma intanto che aspetto l’amore aspetto anche la chiave che mi apra le porte a un vivere più autentico.
Se io amassi una persona, amerei il mondo. Parole di Fromm, mica mie.
E’ per questo, ecco, che io credo che parlare d’amore, adesso che si parla di costruire una realtà diversa, abbia tutto il senso di questo mondo.
Costruire una realtà diversa, o almeno provarci. Questo è amore.
Bisogna amare la realtà che si vuole costruire.
Bisogna amare il fatto di volerla costruire.
Bisogna che ci amiamo tra di noi, per poter riversare l’energia positiva in tutto il resto.
E poi.
Poi bisogna anche dire questo, che da come uno ama si capisce tantissimo di come uno vive.
Se uno ama solo e soltanto in virtù delle misure perfette e dei lustrini e delle ballerine, vorrà dire che anche la realtà che ama è fatta di lustrini e ballerine. E’ un modo falso di amare, e allora non è autentico neppure l’approccio che uno ha nei confronti di tutto il resto. Vuol dire non saper cogliere nulla al di fuori della superficie, vuol dire che non c’è posto per le cose importanti per davvero.
Che non c’è comprensione.
Che non ci si fermerà mai a soppesare quali sono le cose veramente importanti e impegnative e che hanno un senso e per cui vale la pena spendersi.
Perché amare è questo, e vivere è questo. E’ un casino, sempre.
Ma la potenza e la libertà di sentimenti sono le stesse.
Adesso, soprattutto, in cui diventa fondamentale cercare dentro di noi, concretamente, un’alternativa.
In questo senso privato e politico sono, devono essere, coincidenti.
Alla costruzione di una dimensione politica che sia tale nel senso più ampio e vero del termine non può non accompagnarsi l’assenza di condizionamenti e la ricerca di tante direzioni verso cui avviare le proprie energie.
Non si ama a senso unico, e non si vive a senso unico, e non si fa politica a senso unico.
Io penso che è bello se amare e vivere e fare politica diventano tutte quante facce di uno stesso modo di vivere autentico. Nella dimensione vera e quotidiana delle amicizie, dei gesti della vita di tutti i giorni, del non voler precludere nulla allo scaturire in ogni direzione di tutte le intenzioni e le attenzioni e i propositi che possiamo accumulare dentro.
Consapevoli che sì, condizionamenti non ne abbiamo. O se li abbiamo lottiamo per abbatterli.
Di quanto sia importante crederci, perché allo stato attuale delle cose è l’ultima cosa che ci rimane.
Apro gli occhi su una Padova finalmente soleggiata.
Mi sento riposata, allegra, relativamente tranquilla.
Ho letto un po’ prima di alzarmi, ho fatto l’ennesima doccia, ammassato nella valigia tutte le mie cianfrusaglie.
Mi sono vestita elegante per la premiazione. Top rosso, maglioncino bianco, pantaloni neri, tacchi alti.
E le All Star nella borsa per quando sarà finita.
La premiazione la fanno al caffè Pedrocchi, che è un posto famosissimo anche se io ovviamente non l’avevo mai sentito nominare.
Dentro è tutto poltroncine di velluto e camerieri in livrea, signori dall’aria deferente che sorseggiano caffè gettando occhiate distratte al giornale, vasi di fiori.
Noi dobbiamo andare al piano di sopra. C’è una sala conferenze dall’aspetto baroccheggiante, tutta stucchi e marmi e puttini dorati. Gli ultimi posti liberi sono in prima fila.
Il tavolo di fronte a noi è occupato da tutta una serie di persone. La preside del liceo, il provveditore, alcuni docenti universitari, professori del liceo.
E, devo dire, i loro discorsi ci hanno stupite. In positivo.
Inizia la preside, con i soliti salamelecchi di rito, i soliti ringraziamenti alle istituzioni, e leggendo una lettera nientemeno che del presidente Napolitano, ex studente del Tito Livio.
Fa tutto un discorso riguardo alla funzione degli studi classici nella scuola, dice senza mezzi termini che con l’inglese e l’informatica da soli si va poco lontano, che serve qualcosa di più.
Parla della fiducia nelle istituzioni, a più riprese.
Italia dei Valori, tantissimo.
Poi non è che me li ricordo tutti, eh. Mica seguivo sempre.
Ma più o meno tutti dicevano cose abbastanza simili. Cose anche vere, anche belle, anche interessanti.
Parlavano di cultura come mezzo di integrazione, di accettazione delle differenze, parlavano di problemi di attualità, di scuola, di cosa vuol dire insegnare al giorno d’oggi.
Un fulmine a ciel sereno.
Un salotto culturale padovano di sinistra.
E poi.
Poi è arrivato il momento vero e proprio. Io in panico.
E’ che non sopporto la sospensione. Odio il tergiversare.
E continuano a girarci intorno, ancora una volta, ancora un discorso.
Ancora un altro che si alza per dire la sua.
E’ il motivo per cui odio la televisione. Non me ne frega niente dei trucchetti per tener viva l’attenzione del pubblico. Li trovo assolutamente snervanti, voglio che si vada al sodo.
Voglio sapere, scrollarmi di dosso il dubbio che mi attanaglia.
Tanto non ci spero. O forse sì, un pochino. Ma che si decidano a dirmelo.
Eccoli, si decidono.
Ancora due minuti di ansia a mille.
La mano stretta in quella dell’amicaprof. La gamba che si muove nervosa.
Basta, voglio solo che finisca. Qualunque cosa, ma che finisca.
Un ultimo sussulto.
E’ andata. Cioè, non è andata.
Ma mi sento liberata da un macigno.
Torno a respirare.
Sono tranquilla, sì. E sorrido. E penso che comunque è bello così.
Non brucia, non fa male. Forse appena appena.
Ma sono contenta, in ogni caso.
Siamo fuori nel sole.
Di nuovo con le scarpe da ginnastica, sigaretta, passi veloci per andare a prendere i bagagli.
Abbiamo saltato il rinfresco per poter partire prima.
Acchiappiamo un taxi per la stazione.
Un casino per cambiare i biglietti, l’impiegato allo sportello è lento che più lento non si può, stupido come pochi.
Treno acchiappato per un soffio, all’ultimissimo secondo.
Trolley spaccato scendendo le scale.
Per pranzo un panino immangiabile.
Ma ora è bello vedere tutto che si allontana. Le paure, le ansie, la tensione.
E’ bello tornare a essere noi due che parliamo e sonnecchiamo e ci scambiamo la musica come due bambine.
Un altro viaggio che vola. Milano sembra passato un attimo. Genova neanche me ne accorgo.
E siamo già in macchina che il pomeriggio è ancora alto e c’è ancora tanta giornata da vivere, i bagagli da disfare e tutto da dire e da raccontare e un fratello a casa da abbracciare.
E una puntina dolceamara di nostalgia.
Non c’è rimpianto.
Solo una dolcezza affettuosa che riempie.
E’ bello così.
Forse ancora più bello così.
L’una e quarantadue.
Mi sono svegliata all’una e quarantadue.
Ho dormito in tutto un’ora e mezza, forse qualcosina di più perché poi sono riuscita ad appisolarmi per qualche minuto, prima della sveglia.
E’ stata una notte lunghissima.
Non è che non riuscissi a dormire perché ero in ansia. Ero in ansia perché non riuscivo a dormire.
L’angoscia di veder scorrere ore deserte. La pioggia fuori, la strada silenziosa.
Non so che farmene di questa notte vuota.
Mi alzo, accendo la luce, leggo, riprovo a dormire, mi rialzo, sento la musica. Una sigaretta spenzolata fuori dal davanzale. Non si può fumare in camera.
Voglio che finisca, fa’ che finisca. Presto.
E’ finita con quei cinquedieci minuti di dormiveglia e un suono lacerante da lontano. Il telefono. La sveglia.
Si è alzata una mattina livida, piovigginosa, nuvole piatte e occhiaie violacee e nausea e gesti automatici. Mi lavo mi vesto mi stiro i capelli senza capire, senza pensare.
Ascolto la tensione che mi cresce dentro. Avrei voglia di parlare, di non stare da sola. Due minuti di parole assonnate al telefono con l’amicaprof ancora a letto, anche lei reduce da una notte insonne.
Con gesti da automa riordino la biancheria sparsa, mi trucco, mi preparo.
Una brioche vomitevole, un succo di frutta.
Sono fuori nell’aria fredda e nell’umido di qualche gocciolina incerta.
Un caffè al bar sull’angolo. Studenti che si affollano al bancone e la barista avrà più o meno la mia età, li conosce, sorride, scherza con loro.
Entro attraverso quel portico squadrato dall’aria sepolcrale, percorro le lapidi e i busti di marmo.
Mi mandano, ci mandano, tutti, in aula magna.
Come mi fa strano una scuola con l’aula magna.
Siamo tutti qui. I settantotto concorrenti. Sale sul palco il vicepreside. Il vicepreside del liceo Tito Livio è esattamente il tipo di persona che mi viene in mente quando penso la parola in astratto. La quintessenza del vicepreside. Capelli radi, corti corti. Occhiali. Voce stentorea, sguardo severo.
Viene aperta la famigerata busta, veniamo smistati nelle classi.
La mia si affaccia sul chiostro, è un’aula né piccola né grande. Saremo in venticinque, grossomodo. Coi professori che ripetono ancora una volta le modalità, vietatissimo scrivere il nome sul foglio, come nei concorsi, dati in busta chiusa, carta d’identità, sequestro dei cellulari.
Ci arriva il foglio, finalmente.
Le nove e venti, e quattro ore di tempo. Dobbiamo tradurre e poi fare il commento al testo.
E’ un brano non particolarmente lungo, apparentemente fattibile.
Facile no. Ma a prima vista non mi sembra neanche irraggiungibile.
Ma fatico a tenere gli occhi aperti.
Ma mi sento la paura che mi rimbalza dentro.
Una pallina impazzita che salta nello stomaco.
Perdo la concentrazione, la riagguanto, la riperdo.
E non tutto mi torna.
E c’è una frase, a un certo punto, dove sono nella nebbia più totale. Un infinito piazzato lì in mezzo, apparentemente senza logica. Un accusativo che non mi so spiegare.
Vado avanti, finisco, ci torno, mi ci consumo i pochi neuroni ancora attivi.
Guardo le lancette dell’orologio spostarsi lentamente.
E’ come essere in uno stagno. Ristagna il tempo. Ristagno io con la mia testa dolente.
Ma arrivo in fondo, in un modo o nell’altro.
Traduzione. Commento. Finiti. Pochi minuti dopo l’una. Avrei ancora una decina di minuti ma sono esausta. Consegno, vada come deve andare.
Fuori, nel chiostro, l’aria è gelida. Qua e là gruppetti di studenti dal viso pallido, i dizionari in mano, la tensione stampata in viso. Professori che fanno avanti e indietro. Alunni della scuola ospite che girano, taccuino alla mano, a intervistare noi reduci dall’insopportabile e fascistissimo Tito Livio.
Ci dovrebbero portare a mangiare. Dove, non si sa.
E invece aspettiamo, e aspettiamo, e aspettiamo. Muffa alle stelle, faccio due chiacchiere con gli intervistatori, occhio indagatore e faccette pulite da liceali orgogliosi, ma simpatici, sì, abbastanza.
Mi strappano il permesso di farmi fotografare, tanto qui mica sanno che sono io. E il ragazzo che fa le foto è piuttosto carino, non c’è che dire.
Finché finalmente non si decidono a guidarci verso il fatidico posto dove si mangia. Che poi è una specie di mensa universitaria, affollata all’inverosimile, col self service.
Realizzo che ho perso il mio buono pasto. Ma per arrivare alla cassa devo prima far la coda per il mangiare. Ingegnoso, così uno prima si riempie il piatto e poi va lì e paga.
Già che ci sono mi faccio servire un pugno di pasta al pomodoro e una fettina di arrosto un po’ smortina, non particolarmente accattivante.
Prima di mettermi a litigare con quelli della cassa. Gli spiego che ho perso il buono, che però posso pagare in contanti, chiedo scusa un milione di volte. Loro mi guardano male, borbottano, scuotono la testa, mi chiedono i soldi e poi non li vogliono. E alla fine ci rinunciano, mi fanno mangiare a gratis. Che poi a gratis non è, perché avevo già pagato il giorno prima.
Il mangiare fa piuttosto schifo. Mi ricorda la mensa delle medie, pasta scotta e carne insipida.
Finisco in fretta, mi alzo, esco. Schivo con qualche scusa una professoressa che mi chiede di rimanere lì fino alle quattro, riesco a sgattaiolare via, sono per strada. Mi attacco alla mia sigaretta come a un’ancora di salvataggio.
Sono libera. Sola. L’albergo è a due passi. L’amicaprof mi aspetta lì. Tra due minuti è quasi casa.
Sono crollata sul letto senza però riuscire a dormire, ho ascoltato un po’ di musica, rifatto la doccia nel tentativo di darmi una svegliata.
L’amicaprof è venuta a portarmi un caffè, intanto che finisco di prepararmi.
Di comune accordo abbiamo deciso di saltare la visita guidata e di andare da sole a fare due passi nel tardo pomeriggio. Non piove più, ma il cielo è sempre grigio.
E io sono completamente in botta dal sonno.
Girovaghiamo a braccio, un occhio alla cartina di quando in quando, imboccando strade di cui non siamo sicure. Facciamo il giro delle piazze.
Piazza 8 Febbraio, dove ci sono gli universitari spogliarellisti.
Piazza del Duomo.
Piazza delle Erbe.
Piazza della Frutta.
La cattedrale, la torre dell’orologio, i palazzi, il Caffè Pedrocchi.
Ma non è un granché, se devo essere sincera. Sarà che non amo le città di pianura, o magari sarà il brutto tempo, o forse l’abbiocco.
La parte più bella è quella del lungofiume, immersa nel verde. C’è silenzio e ci sono quelli che portano fuori il cane. C’è un muretto per sedersi a riposare e guardare i cani e chiacchierare.
Tornare indietro è stata un’impresa.
Siamo finite in una strada che non riuscivamo a individuare sulla cartina. E’ spuntato fuori un biondino padovano, occhi azzurri e faccia lampadata, che si è offerto spontaneamente di aiutarci, ma non ci capiva niente neanche lui e ci ha fatto fare un giro assurdo per arrivare alla via del nostro albergo.
Quando poi, abbiamo realizzato troppo tardi, avremmo potuto impiegarci infinitamente di meno.
Altra sosta in albergo, io in crisi con la tensione che mi sale su a ondate.
L’amicaprof chiama un taxi per la cappella degli Scrovegni, dove ci servono il buffet-cena nel chiostro prima della visita.
Dista dieci minuti a piedi, la cappella, detto per inciso. Ma non importa.
Mi costringo a mangiare qualcosa giusto per farla contenta, bevo un po’ di vino, addento due biscotti al cioccolato.
Poi succede che noi la visita l’avevamo prenotata alle ottoemmezza.
Ma quando arriva il nostro turno, alla cassa ci dicono che tutti i posti sono occupati. Non si può entrare a più di venticinque alla volta.
Così aspettiamo ancora un’ora e nel frattempo alla cassa ci dicono di andare in sala multimediale, dove proiettano un terrificante filmato propedeutico alla visita vera e propria, ma lì ci rispediscono indietro e ci dicono di andare a rivolgerci alla cassa. Alla fine riusciamo non so come a venirne a capo e a metterci con il gruppo delle nove e venti.
Torniamo giù a sciropparci l’indecoroso filmato.
Torniamo su, attraversiamo un pezzo di cortile, siamo finalmente in vista dell’esterno della cappella.
Non si può entrare direttamente. Bisogna prima entrare in una stanza e rimanerci per un quarto d’ora, a togliersi di dosso l’umidità che danneggerebbe gli affreschi all’interno. Chiacchieriamo sottovoce, mentre danno un altro video a cui non prestiamo una grande attenzione.
E, finalmente, entriamo.
La Cappella degli Scrovegni è un’esplosione di colori.
C’è tantissimo blu. Ma anche tantissimo rosa e tantissimi gialli diversi che sembra quasi di poter toccare.
E’ infinitamente più grande e più vivida e più plastica e più vera di come me l’aspettavo.
C’è troppo perché lo si riesca a guardare tutto.
Troppo perché lo si possa cogliere in un solo quarto d’ora.
E poi siamo tornate, e l’aria intorno era quasi tiepida e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti che due giorni sono volati come un battito di ciglia, e riso e pianto si mescolano dolcemente, e domani saprò com’è andata. Ma non sono poi così sicura che sia quella la cosa più importante.
Partiamo da Brignole a mezzogiorno, incredibilmente puntuali, forse addirittura in anticipo.
Posti d’élite, prima classe in testa al treno, vicino al finestrino.
Ma vi dirò una cosa, la prima classe è praticamente identica alla seconda. I sedili sono un pochino più larghi, forse. Ma forse anche no. E le fodere di un grigio un po’ più serioso, nient’altro.
Effetto placebo, a millemila euri in più.
Quello che c’è di diverso è la gente. I passeggeri della prima classe sono signori attempati in giacca e cravatta e valigetta ventiquattrore, signore con cipiglio severo e capelli color ferro e occhiali cerchiati d’oro. Un popolo di gente silenziosa e tonalità biancogrigionero.
Persone che viaggiano sole, mezzo assopite o immerse nella lettura.
Penso che meno male che ci siamo noi, coi nostri colori e le nostre chiacchiere e il nostro ridacchiare complice ogni volta che qualcosa ce ne dà l’occasione.
A Principe sale un signore alto, dall’aria distinta. Ha un libro che lascia cadere sul sedile, e subito l’amicaprof si sporge di mezzo metro, in modo sfacciatissimo, a sbirciare il titolo. Si tratta, guarda caso, di un libro di un autrice di cui stavamo parlando in quel preciso istante. L’autrice in questione è Eva Cantarella, per la cronaca, e il libro è un saggio sulla pena di morte dall’antichità ad adesso. Il signor proprietario del libro gradisce la sbirciata, si presenta, è un criminologo dell’università di Genova e sta andando a tenere una lezione a Losanna. Un tipo interessante, sì.
Invece seduta affianco all’amicaprof c’è una donna giovane, vestita di nero, anelli futuristi alle dita e unghie laccate di rosso vivo. Non so perché, ma mi viene da pensare che sia un’attrice.
Legge Repubblica, ogni tanto parla al cellulare. Soffochiamo in un tentativo malriuscito di trattenere le risate, quando la sentiamo recensire al telefono, in tono serissimo, un libro intitolato “Diario di una schiappa”. Ma ridiamo sempre, comunque, come due ragazzine un po’ sceme in libera uscita. Mentre parliamo e mangiamo i panini e intanto siamo già arrivate a Milano e la prima parte del viaggio mi sembra scivolata via in un attimo.
Raggiungiamo la coincidenza addirittura in anticipo, tirandoci dietro i bagagli e sbatacchiando borse a destra e a sinistra, mentre nel frattempo ci ingegniamo a tirare fuori i biglietti e individuare i nostri posti.
Il treno su cui saliamo va a Venezia. L’atmosfera qui ha un che di viennese, di austroungarico: scritte bilingui italiano-tedesco, giornali von Zürich abbandonati sui sedili porpora, passeggeri dall’aria impettita e con un’inflessione crucca nella voce. Le due che sono sedute affianco a noi sembrano rispettivamente la signora Rottermeier da giovane e l’anziana consorte di un banchiere ginevrino in pensione. Sono gentili, sì, non perdono mai la calma, si rigirano nei posti con incredibile aplomb, per farci passare e permettere alla viziatissima amicaprof di sedersi nel senso di marcia. Una volta partite ci guardano con sussiegosa condiscendenza, mentre continuiamo a chiacchierare e ridere e mettiamo in mostra la propensione naturale di entrambe alle figure di merda, commentando in modo poco lusinghiero, davanti a loro che in questi posti ci abitano, il paesaggio terribile della pianura veneta. E’ un patchwork di capannoni industriali e laghetti finti e paesoni con gli edifici squadrati e le villette a schiera e villaggi innaturali che sembrano fatti di pan di zucchero. La strega di Hansel e Gretel in versione piccolo-medio imprenditoriale.
Il nordest lo si respira a pieni polmoni, qui. Nordest asburgico più ancora che leghista.
E finalmente siamo a Padova, con puntualità svizzera quando invece – ironia della sorte – la Rottermeier e la moglie del banchiere sono partite da Losanna con venti minuti tondi tondi di inammissibile ritardo.
La prima conclusione a cui giungo entrando a Padova è che sia una città terribilmente ibrida. Il posto dove alloggiamo non si capisce se sia periferia o centro, il nuovo si mischia al vecchio e il naif al terribilmente kitch in un intrico di viuzze porticate e sampietrinate e negozietti turistici e biciclette, tantissime.
Nel nostro albergo si entra da una porticina piccola, dimessa.
E’ arredato in modo piuttosto pacchiano, quadri orrendi e tutto rosso e rosa salmone e marroncino.
Ma non è malissimo. Pulito, ben tenuto, tranquillo. E il personale è gentile.
La finestra della mia stanza è al primo piano e dà direttamente sulla strada. A un certo punto sento avvicinarsi della gente e qualcosa di vagamente simile a dei cori da stadio. Ho pensato, eccoli. I leghisti.
Però no.
Mi affaccio e vedo un tipo travestito in modo improbabile, seguito da un gruppetto di persone che portano striscioni arrotolati e da una schiera di vecchiette curiose con le borse della spesa.
Lì per lì non ho capito.
Ma poi l’indomani abbiamo scoperto che a Padova c’è l’usanza che i neolaureati sfilino per le strade o tengano banco nelle piazze, conciandosi nei modi più strampalati o facendo lo spogliarello, scherzando con gli amici e appendendo cartelloni. Buffo, e inaspettato, e rinfrancante, anche, un po’.
Docciate, riposate, rinfrescate, ci dirigiamo al liceo dove si svolgerà la fatidica prova, a presentarci e informarci su tutto quello che c’è da sapere.
E’ un edificio strano. Orrendo.
Da fuori sembra un palazzone squadrato cui si accede tramite un porticato dall’aria lugubre. Un loculo.
Dentro, in un pietoso tentativo di solennità classicheggiante, corridoi austeri, busti marmorei, lapidi e scaloni.
E un chiostro. Sì, un chiostro, su cui si affacciano le aule. Ma un chiostro brutto, posticcio, fintoquattrocentesco. Da cui si accede ad altri corridoi, altre lapidi, altri scaloni.
I professori padovani io me li immaginavo robotici, granitici, asburgici.
Efficienti come carriarmati.
Invece sono nel marasma più totale, alle prese con gente che arriva e alloggi da sistemare e visite guidate da prenotare. Corrono qua e là, si confondono, si sbagliano, ci chiedono i documenti e ce li ridanno subito indietro perché hanno realizzato che non servivano.
Per dirne una, avevano previsto quaranta concorrenti e poi ne hanno accettati ottanta perché, ci spiegano, “la preside si è commossa quando ha visto tutte queste domande di iscrizione”.
Impieghiamo un po’ per destreggiarci tra buoni pasto e visite alla città da prenotare e la Cappella degli Scrovegni e dove si fa la premiazione e i bagagli prima della partenza dove li portiamo.
Ma ne veniamo a capo, alla fine.
E torniamo in albergo.
E poi siamo uscite, e la sera era bella e l’aria fresca ma non troppo ed era quell’ora ancora mezza chiara in cui è bello passeggiare e fumare e parlare camminando. Una sera che è bello sedersi al tavolo del ristorante e mangiare bene e parlare parlare parlare tra un bicchiere di vino bianco e l’altro e spuntano fuori le cose serie ma sempre col sorriso e sempre senza perdere la tenerezza, e intanto fuori è venuto buio e il tempo è passato in fretta e neanche ce ne siamo accorte. Ed è bello tornare con calma e un’altra sigaretta e sedersi sul letto a sentire le canzoni malinconiche e sempre chiacchierare in mezzo al disordine e stare senza scarpe e pensare sempre fortissimo, a ondate intanto che la musica va avanti.
Ed è dolce la buonanotte e domani sarà un altro giorno e chissà come sarà, e io ho paura per domani ma lo sento forte da morire che è già tutto talmente bello in ogni caso.
La valigia è pronta.
Le cibarie ci sono.
Ho controllato e ricontrollato almeno una dozzina di volte di aver preso tutto, e non mi viene in mente nulla che possa essermi dimenticata. Ma non posso essermi ricordata tutto. Io credo che delle dimenticanze mi accorgerò solo e soltanto tra una manciata di ore e tra trecento chilometri di treno, come da copione.
Ma il pigiama sì, l’ho preso. I documenti. A posto. Biancheria, magliette e top per un esercito.
Borse, sciarpe, cosmetici e tutto il superfluo possibile e immaginabile. C’è.
Tre giorni di viaggio con tanta di quella roba che sarebbe troppa anche se dovessi andare a piedi ad assediare Stalingrado.
Ma magari, Stalingrado. Vado a Padova, gente, nel cuore dell’elettorato leghista.
A toccare con mano quel ventiseipercento da paura.
Sono un po’ in ansia, sì, e non è solo questa la ragione.
Ma dico la verità, sono anche contenta. E speranzosa. E allegra.
E ho voglia di scrivere un post bello, quando torno. Un post colorato, di impressioni colte di sfuggita, di chiacchiere buffe con l’amicaprof, di strade lastricate da città d’arte.
Voglio raccontare che impressione fa la Cappella degli Scrovegni di sera.
Non voglio dover descrivere le ronde notturne per le strade, i discorsi xenofobi della gente del posto, la puzza sotto il naso, il folklore leghista.
Ho tre giorni per capire come si vive, all’indomani di una catastrofe, nella roccaforte di quelli che ne sono stati gli artefici.
Ma forse non lo voglio neanche capire fino in fondo.
Forse preferisco l’occhio superficiale della turista distratta, dell’amante dell’arte, della studentessa in libera uscita.
Non lo so.
Penso che ho voglia di parlare tanto, di ridere tanto e anche di fare tanti di quei discorsi seri che vengono bene sul treno e nei bar e la sera sedute nei ristoranti e sempre quando si viaggia insieme che non c’è altro da fare che viaggiare stando insieme.
Penso che ho voglia di godermela. Questa tregiorni latineggiante con la mia meravigliosa amicaprof.
Ma però questo, ecco.
E mi perdonerete la poca finezza della metafora.
Il fatto è che noi, con queste elezioni, ci siamo giocati il culo. E abbiamo perso.
E loro arriveranno, e ce lo piazzeranno proprio lì. Tutti in fila, uno dopo l’altro.
La Nessie dice che entro due anni siamo fuori dall’euro.
Io questo non lo so. Nel senso che quello che sarà l’Italia tra due anni, io per il momento preferisco non ipotizzarlo. Ne ho già abbastanza di pensare a quello che ci riserveranno i prossimi mesi.
E la prima cosa che accadrà nell’immediato, secondo me, sarà che il verbo della Lega si farà carne e scenderà dalla Padania in mezzo a noi. In altre parole, federalismo e cazzi e mazzi vari, tout de suite.
Poi la Costituzione.
E la 194.
E la Finanziaria, a settembre. Con tagli che neanche mi voglio immaginare alla ricerca, alla scuola, agli asili. E il via alle grandi liberalizzazioni. Ma in compenso toglieranno l’Ici sulla prima casa, e saremo tutti contenti.
E la riforma della scuola. Al via la riscrittura dei libri di storia, i falò per le strade, l’indice dei manuali di testo proibiti, la censura. Tutto un déjà vu, naturalmente – Moratti docet – solo che stavolta ci andranno fino in fondo e passeranno a mettere in pratica anche la seconda parte, quella che l’altra volta è rimasta in sospeso, ossia la riforma dei licei. Spuntano come funghi una dozzina di licei mai visti prima; scompaiono gli istituti tecnici, i professionali passano sotto la gestione delle regioni, in linea con gli interessi del terzo partito nazionale.
Beh, basta.
Ché già c’ho il mal di stomaco di mio.
Tornando alla metafora.
E’ una sconfitta talmente devastante, talmente irrimediabile, talmente totale che è impossibile, ora come ora, adottare un atteggiamento costruttivo. Viene solo voglia di arrabbiarsi, di digrignare i denti, di ridere amaramente guardando le vignette satiriche e prospettando scenari iperbolici (ma fino a che punto, poi?), di strapparsi i capelli, di litigare, di recriminare.
Ma però, adesso che vengono a incularci.
Io non è che mi metto a novanta per facilitargli il compito.
Tanto lo so che ce la faranno, prima o poi. E sento già il male. Vedo tutte le stelline.
Mica mi faccio illusioni. Stiamo entrando nella stagione politica più nera – in tutti i sensi – degli ultimi sessant’anni. Ma è proprio per questo, lo capite?, che bisogna giocarsi il tutto per tutto.
Disperatamente, inutilmente. Ma proprio per questo è ancora più enormemente importante.
Perché l’unica speranza, ammesso e non concesso che ancora possa essercene, è che qualcosa si muova dal basso. Da quelli come noi.
Dai giovani, soprattutto. Perché non potremo demandare il nostro futuro nelle mani di chi la lotta l’ha già fatta, e noi lavarcene altamente le mani, quando le poste in gioco riguardano soprattutto la nostra generazione.
I lavoratori di domani che avranno sempre meno possibilità di contratti a tempo indeterminato. Siamo noi.
I genitori che manderanno i figli nella scuola di domani. Siamo noi.
Quelli che respireranno l’aria ancora più irrespirabile di domani e berranno l’acqua ancora più avvelenata di domani e cammineranno nel pianeta ancora più devastato di domani, siamo noi e soprattutto i nostri figli.
Io penso che è bellissimo se la lotta la facciamo tutti insieme.
E allora io penso che sì, il nostro culo ormai è in mano loro.
Ma io al mio cerco di non farceli avvicinare.
E quando saranno vicini scalcerò e morderò e graffierò e urlerò finché avrò polmoni.
E dovranno prendermi di peso, se vogliono piazzarmelo lì, e tenermi ben ferma.

“ERA MEGLIO MORIRE DA PICCOLI,
SOFFOCATI DA TANTI TURACCIOLI,
STROZZATI CON TANTI BATUFFOLI,
CHE VEDERE ‘STO SCHIFO DA GRANDI!”
Perché altro, proprio, ora come ora non mi sento di dire.


E’ una sera che mi piace gelarmi il culo su una panchina.
E’ una notte nuvolosa, che le stelle non si vedono.
E mentre mi iberno lentamente sulla panchina. Mentre fumo una sigaretta. E un’altra. Mentre mi sento tirare boccate ravvicinate, frenetiche. Avrei un bisogno cane di pensare. Pensare da farmi male, pensare fortissimo.
Nel mio pensare io sono insicura come una barchetta di carta in mezzo al mare. Ma non sono neanche poi così sicura della barchetta di carta.
Non so quanti anni ho. Mi sento invecchiata di un’enormità, nelle ultime settimane. E al tempo stesso mi trascino addosso un senso di incompiutezza terrificante. Metafisico, quasi.
Non so neanche dire se sia poi così vero quello che sono andata ripetendomi come un mantra nel corso dell’ultimo anno. Sono cambiata. Non sono più “quella di prima”. L’adolescente superficiale è chiusa. Sepolta. Imbavagliata. Non lo so, se sia vero.
Nel senso che non è che poi io sia arrivata a un dunque, in un modo o nell’altro. C’è stato uno spartiacque tra un prima di un certo tipo e un dopo completamente diverso, quello sì. Ma nei miei giorni di ragazzina superficiale che ascoltava musica pop e si vestiva da Melville ed era felice se andava bene a scuola, nella mia quintaginnasio di studentessa modello che poi non avrebbe saputo tirare fuori un minimo di senso critico neanche a pagarlo oro, io almeno un minimo di certezze ce le avevo. O perlomeno mi andavo bene così, e non mi veniva neanche da pormi il problema.
Poi, un giorno.
Una sera, anzi. Una sera di maggio di due anni fa.
Dopo un viaggio in treno di diciassette ore, lungo tutta l’Italia da Genova alla Sicilia.
Mezz’ora scarsa di sonno.
Tanta musica. E Guccini, le primissime canzoni di Guccini che ascoltavo.
Per questo Guccini è così importante.
La sera dopo, dicevo.
Il sole che cala sul teatro greco di Siracusa. Un caldo allucinante, noi stravolti dal viaggio, l’insonnia dipinta a chiazze sul viso, l’aria polverosa, la gola essiccata.
L’Ecuba di Euripide al teatro greco di Siracusa.
Con Elisabetta Pozzi che faceva Ecuba.
Con quella scenografia così stupendamente minimalista. I cappotti verdi della Prima Guerra Mondiale.
Un violino che suona. A un certo punto l’amplificatore si inceppa. Lo spettacolo viene interrotto, il pubblico ha un attimo di sgomento, molti già fanno per alzarsi. Ecuba esce, rientra.
Si rivolge al pubblico. Non abbandonateci, dice.
E lo spettacolo riprende.
E nel frattempo che è successo tutto questo, gli altri attori sulla scena sono rimasti nell’immobilità più assoluta. Quasi senza respirare. Statue aggrovigliate in un intreccio di pose.
Ecco.
Piangevo, guardando quello spettacolo.
E quando me ne sono andata tremavo.
Ho tremato per ore. Ho pianto per ore.
Quella sera ho sentito qualcosa che si rompeva. Uno strappo deciso, lacerante. E mi sono guardata da quella prospettiva straniata, ed è stata forse l’unica volta in vita mia in cui mi sono vista bene.
Mi sono fatta schifo.
Mi sono odiata.
Mi sono vista stupida. Inadeguata. Troppo poco intelligente. Acritica. Superficiale. Complessata. Inutile. Fuori posto. All’altezza di nulla.
Può sembrare banale. Anche perché è esattamente lo stesso che provo adesso. Solo che adesso mi sembra così ovvio, perché col tempo ho imparato se non altro a conviverci.
Ma allora no.
Allora è stata una rivelazione. Una bomba atomica su un castello di carte.
Perché erano cose che io non avevo mai pensato prima. Non mi ero mai messa in discussione sul serio, prima.
Quella sera sono andata a dormire presto, ancora febbricitante di tutti quei pensieri che mi salivano su a ondate, violenti, scavalcandosi l’uno sull’altro.
E da allora mi sono ritrovata sbalzata in un’altra dimensione, dove non c’era posto né per quella che ero, che mi rifiutavo (e mi rifiuto) di accettare, né per quella che avrei voluto essere.
La dimensione dell’incertezza. Dell’insoddisfazione perenne. Della depressione da cui non sono più riuscita a uscire del tutto.
Dei rapporti da rivedere, perché da un momento all’altro mi sono resa conto che non riuscivo più a ritrovarmici. Rapporti che alla fine ho troncato, alcuni, mentre altri me li sono tenuti così com’erano, perché come puoi spiegare a quella che è stata la tua migliore amica di sempre che da un momento all’altro ti è diventata stretta? Le amicizie non è che le butti via come le scarpe. Quelle di poco conto magari sì. Ma quelle che fino a un momento fa erano le più vere, le più importanti… Impari ad accettarle per quello che sono, semplicemente. Una circostanza. Un dovere, anche, un po’. In modo cinico.
E’ un sentirsi a metà. Nella mia logica di prima, io andavo bene a scuola, e quindi ero intelligente e potevo sedermi lì e sentirmi arrivata, fine della storia.
Finché non c’è stata quella sera in cui finalmente tutta la stupidità del mio ragionamento mi è piovuta addosso all’improvviso. Stupida. Ma che più non si può. Così non va. Bisogna ricominciare. Ricostruire. Tutto. Da capo.
E giù facciate.
Non ho scoperto la formula magica di come si fa a diventare intelligenti. Ho scoperto che si può essere intelligenti quel tanto da rendersi conto che non basta. E per soffrirci come un cane, porcamiseria.
Ho esercitato il mio senso critico quel tanto da rendermi conto che non era abbastanza. Da capire che mi mancano le basi. Le idee semplici, la sicurezza di dare un giudizio e di argomentarlo.
Io non la so spiegare bene, questa cosa.
Ma ancora adesso, quando interpreto un qualcosa, un comportamento, un gesto, una lettura, uno spettacolo teatrale, nel modo giusto. Quando realizzo che ho capito qualcosa.
Io mi sento enormemente sollevata. Mi sento lo stomaco che sobbalza. Mi sento che sì, vuol dire che ci sono arrivata anche io. Che ho saputo dire quello che pensavo.
Ma non è che mi succeda proprio spessissimissimo.
E ci sono ancora tante cose per cui sono rimasta alla tabula rasa.
Cosa dire agli altri. Che reazione avere. Quando mi devo incazzare con una persona. Io questo non lo so. E’ per questo che alla fine non mi incazzo mai. O tutt’al più lo faccio in silenzio, mi chiudo in camera, sbatto le pentole in cucina, scrivo sul banco, sul diario, sulle mie mani.
Ma io questo non me lo posso insegnare. Mi posso insegnare ad ascoltare canzoni diverse, a leggere libri migliori, a coltivare interessi, a non vergognarmi se questo mi rende diversa dagli altri.
Ma come starci, con gli altri. Come uscire. Come rapportarmi alla realtà di fuori, dopo aver messo le mani in modo drastico su quella di dentro.
Quello, da sola, non ne sono in grado.
Sono due anni che lavoro a me stessa. Due anni che non metto più la testa fuori, intenta come sono a rimuovere macerie qua e là, a tirare su pezzettini di muro, a demolire quello che rimane della Amber di prima. Una forma di autismo. Forse.
E nei momenti di sconforto, arriva sempre lui, lo stronzo, il grillo parlante. E’ un grillo parlante altamente distruttivo, il mio. E la maledetta vocina mi chiede chi me l’abbia fatto fare, di smontarmi e (tentare di) rimontarmi in questo modo così totale, così impietoso, anche. Perché lui guarda sempre al lato pratico della cosa. E mi costringe ad osservare come in effetti, a lato pratico, non mi abbia poi giovato più di tanto. Che quello che ho in mano adesso, in termini di certezze, di felicità, della mia dimensione di vita reale, è infinitamente di meno di quello che avevo prima. Machiavellico.
Che stavo molto meglio prima. Quando avevo quindici anni e ascoltavo le canzoni di Mtv e mi piaceva Tremetrisoprailcielo.
Ma.
Io almeno su questo non gliela lascio spuntare, al grillo malefico.
Almeno questo presupposto, tra tutte le cose incerte, ce l’ho ben saldo. Come il cogito cartesiano.
Il demone maligno non me lo tocca, il mio presupposto.
E il mio presupposto è
che io adesso sì, sto male
sì, sono depressa
sì, sono work in progress
ma
se tutto questo mi serve a diventare una persona diversa
se in un domani potrò dire che sì, ce l’ho fatta
se anche non ho per niente le idee chiare su ciò che diventerò
ma so per certo com’è la persona che non voglio essere.
Io, di tutto questo, me ne faccio una ragione.
Lo accetto.
Accetto di demolirmi ragionando, se è il caso. Come i personaggi di Euripide.
E tra una crisi e l’altra, ogni tanto un mezzo sorriso orgoglioso, timido, spunta.

Ci piace sperarlo, finché si può.

Ma il fatto inatteso che mi è capitato
mi ha distrutto l’anima: è finita, e ho lasciato
la gioia di vivere, voglio morire, amiche.
Colui del quale credevo conoscere tutto,
il mio sposo, si è rivelato il più malvagio degli uomini.
Fra tutti quanti gli esseri dotati di intelletto,
noi donne siamo la specie più disgraziata:
per prima cosa, dobbiamo con sovrabbondanza di beni
acquistarci uno sposo e prenderci un padrone del corpo
- un male, il secondo, anche più doloroso del primo.
E in questo sta il rischio maggiore: se lo si prenderà cattivo
o buono, perché le separazioni non creano buona fama
alle donne, né è loro permesso di negarsi allo sposo.
Colei poi che è capitata in mezzo a usi e costumi estranei
dovrebbe essere un’indovina – poiché non può già saperlo -
su come sarà davvero suo marito.
(…)
L’uomo, quando si è stufato di vivere con quelli di casa
se ne va fuori e pone fine alla nausea che ha in cuore
recandosi da un amico o un compagno.
Noi invece siamo obbligate a guardare ad un’unica persona.
(dalla “Medea” di Euripide, vv. 225-247)
Allora, gente.
Intanto che penso a cosa scrivere nello psicopost.
Intanto che mi lecco le ferite.
Intanto che mai weekend nella mia vita mi fece tremare più di quello che sta ineluttabilmente appressandosi.
Intanto che penso a cosa mettere in valigia.
Intanto che tutto questo, ecco,
facciamo che io, dopodomani, domenica
invece di menarmela tutto il santo giorno
invece di andare a deprimermi sulla terrazza di Quarto Alto, dopo la lezione in casa Mulinobianco
io, oggi, domani, quando mi gira
mando un essemmeesse a Mademoiselle Mulinobianco
e mi do per impossibilitata ad andare.
Se vorrà ci vedremo lunedì mattina. Prendere o lasciare, e veloce perché sennò mi organizzo diversamente.
Le racconterò, che ne so, che sono a trovare i miei parenti
che sono in pellegrinaggio a pregare San Politico perché le elezioni vadano… ops, stavo per scrivere “bene”? Mmmh, facciamo leibnizianamente “nel migliore dei modi possibili”, che mi sembra più adatto.
Che sono cittadina di Reggio Calabria, e vado a votare lì.
Che devo andare a spiare la Binetti che fa gli aborti clandestini.
Che qualunque cosa, insomma.
Ecco, io ci dico qualcosa di questo tipo qui, alla signorina
e invece, alla faccia sua,
me ne vo al seggio, a fare le chiacchiere della domenica
e non solo,
me ne vo pure a sentire Giovanna Marini, alle 16 alla Facoltà di Architettura, per chi fosse interessato.
Ecco.
Tra venti euri e una domenica decente, una volta tanto scelgo la seconda, e senza pensarci due volte.
Leggete, e capirete.
Oggi sono riuscita a far la pipì due volte.
La prima stamattina alle seiemmezza, quando mi sono alzata.
La seconda adesso.
Come regalo di Natale l’anno prossimo voglio un Pensatoio come quello di Silente. Mi servirebbe proprio.
Ci devo riversare un sacco di cose.
Con oggi non ci sarebbe già più posto.
Le ripetizioni stanno diventando lo sportello della psicologa. Che da un lato è stimolante, è bello, è un’attestazione di fiducia che mi riempie di orgoglio, qualcosa per cui vale la pena di sbattersi. Mi fa sentire che non sono solo quella che arriva lì e ti spara quattro regole in testa. Mi fa sentire che sono quella che arriva lì e cerca di capire cosa c’è che non funziona.
Ma poi arrivo a casa, e ho ancora nella testa tutti i problemi dei miei alunni.
E ci sono i miei chiusi in cucina che confabulano.
Litigano per mio fratello, come al solito. Ma ci esco fuori anche io, ogni tanto.
E così tendo l’orecchio, e ascolto. E sono altri interrogativi che si sommano, altri pensieri che si affollano.
Niente di nuovo sotto il sole. Ma intanto è una cosa in più, e oggi non ci voleva.
Ho una tragedia di Alfieri da leggere per domani.
Premesso che Alfieri lo trovo veramente illeggibile.
Premesso che non l’ho ancora cominciata.
Premesso che ho anche da fare diciottomila riassunti e studiare le cose vecchie che non so.
Ecco, premesso tutto questo, io stasera ce n’ho fino a mezzanotte.
E domani sicuro mi chiama, e ho anche l’insufficienza di Dante da recuperare.
E ho da tenere il cervello occupato per altre tre ore.
Ho da programmare gli impegni per i prossimi giorni, perché l’imminente trasferta padovana mi sconvolge tutti i piani.
Da fare gli schemini per la mia alunna che non capisce niente ma proprio niente.
Quella che l’altroieri, a due mesi dalla fine della scuola, mi ha chiesto con assoluto candore come si fa a distinguere il maschile dal femminile dal neutro.
Tanto lo so che è fatica sprecata. Ma almeno posso dire che ci ho provato.
Ho da passare otto ore a scuola, domani.
Ho da spiegare ai miei cos’è l’odore di camera mia. Non ne ho la più pallida idea. Tabacco, tutt’al più.
Ma intanto mi fanno il terzo grado, e io non so che dire.
Poi.
Poi leggo questo.
Di solito sono allergica alla cronaca nera.
Alle disgrazie amplificate, ai giornalisti ficcanaso, ai dettagli raccapriccianti, al finto patetismo dei notiziari, alla curiosità morbosa della gente.
Ma questo.
Questo era un compagno di piscina di mio fratello.
Mio fratello è venuto qui da me, poco fa. Ho paura, mi ha detto.
Mi ha detto che quel padre che teneva una collezione di armi da fuoco in casa e andava a caccia portandosi dietro il figlio gli faceva paura da sempre, anche prima.
Mi ha detto che lui e i suoi compagni di squadra scappavano tutti, quando lo vedevano.
Tante cose non sono chiare, in questa storia.
Tanti punti non tornano.
Sull’articolo non c’è scritto, ma poi hanno detto che la pistola era in un’altra stanza, quando l’hanno trovato.
C’era qualcuno.
Un altro ragazzo, magari. Forse un gioco tra coetanei è degenerato in una tragedia.
Forse qualcosa di peggio.
Forse non è neanche detto che sia vero.
Ma cosa devo dire, ora, a mio fratello che mi dice che ha paura.
Cosa devo dirgli perché non se lo sogni stanotte.
Mio fratello appartiene più ancora di me alla generazione della realtà virtuale.
Mio fratello passa ore a maneggiare armi virtuali sullo schermo del computer. Il suo ultimo gioco, il suo preferito, consiste nell’andare in giro per la città, a far saltare in aria la gente random.
Come posso addolcirgli l’impatto con le armi vere, quelle che ti uccidono sul serio.
Questi ragazzini che passano le ore davanti al computer sono abituati al delirio di onnipotenza. Perché i giochi che tra di loro vanno per la maggiore sono proprio quelli dove non ci sono regole. Dove semplicemente tu sei un tizio muscoloso e tatuato che va in giro per la città armato fino ai denti, che può far apparire dal nulla aerei supersonici e macchine dalla cilindrata fantascientifica, cadere da altezze vertiginose senza farsi un graffio, guidare contromano, andare dal parrucchiere, squartare i passanti.
Tutti i freni inibitori sono mollati.
Anche quello della morte.
Perché nel gioco perdi una vita e ricominci la partita, e non è successo niente.
Come farglielo accettare nel modo meno doloroso, a mio fratello, che nella realtà non perdi una vita. Perdi la vita.
Che storia della buonanotte raccontare a mio fratello che improvvisamente è tornato a essere un bambino che ha paura.

Oggi è la giornata del no.
No a priori, per partito preso, a tutto e a tutti e a me, soprattutto.
E’ la giornata antisociale. Non ho voglia di far niente, sulle scatole mi sta tutta la gente.
Uscire. No. Stare in casa. No.
Ridere. No. Piangere. No.
Domenica. No. Lunedì e un’altra settimana che ricomincia. Assolutamente no.
La mia faccia nello specchio è una faccia da no, che non ha per niente voglia di essere la mia faccia.
Facciamo che oggi sono in sciopero. Per me. Contro di me.
Parlare. No. Tacere. No.
Qualche giorno fa un simpatico navigante è approdato qui con “la donna più brutta del mondo”.
Innanzitutto grazie tante, carino.
Ma io oggi sono veramente la donna più brutta del mondo. Dentro, fuori e anche a metà.
Non ci voglio stare con me, neanche per sogno.
C’è qualcosa che desidero. No. Non voglio niente. No.
Dolce. No. Salato. No. Casomai acido.
Bianco. No. Nero. No.
Qualunque cosa. No.
Ce n’ho le palle piene di me, porcamiseria.
Mi tappo le orecchie. Non ho più voglia di starmi a sentire.
Mi mando simpaticamente a fare in culo.
Sì.


Macchecarine le chiavi di ricerca di oggi!
Dunque, qui abbiamo:
Scogliera
Smile sorridenti
Canzone non ho smesso di sognare
e
Manifesti femministi
Non conosco una canzone che dica non ho smesso di sognare.
Ma però sono tutte cose che fanno venire il buonumore, queste qui.
Uff.
Sto collezionando una serie di giornate di muffa astronomica.
Di occhi che bruciano e piedi che scottano e testa che ciondola.
Di autobus acchiappati per un soffio e cinquedieci minuti di ritardo cronico dovunque vada e fretta e noia e stanchezza e distrazione che mi dimentico pure di farmi la doccia, ogni tanto.
A volte sono talmente stanca che mi vengono le lacrime agli occhi.
Mi viene da piangere quando i miei alunni di ripetizioni le sparano troppo grosse. Ieri una mi ha scambiato il condizionale col gerundio, in italiano.
E un minuto prima della fine della lezione se ne è uscita che aveva un’altra versione da fare. Mi sarei sparata.
Era un passo – semplificato – del vangelo secondo Matteo. Sgrammaticato come pochi, peraltro.
Io non so se abbia un minimo di senso continuare ad andare avanti così.
A fare cose che non mi danno soddisfazione. A sacrificarmi il presente in vista del futuro.
C’è qualcosa che non torna, in questa logica.
Anche un anno fa accumulavo aspettative e intenzioni e progetti in vista di futuro in cui tutto sarebbe stato diverso.
Anche due anni fa.
Anche sempre.
Ma il mio futuro di allora è diventato il mio presente di adesso.
E’ un circolo vizioso, ecco.
Voglio riappropriarmi del mio presente.
Voglio capire cosa voglio fare.
Cosa mi fa sentire viva.
Voglio ridere. Capire, sentire. Amare.