veni, vidi e… no! - 17 aprile
19 Aprile 2008 di compagnaamber
Partiamo da Brignole a mezzogiorno, incredibilmente puntuali, forse addirittura in anticipo.
Posti d’élite, prima classe in testa al treno, vicino al finestrino.
Ma vi dirò una cosa, la prima classe è praticamente identica alla seconda. I sedili sono un pochino più larghi, forse. Ma forse anche no. E le fodere di un grigio un po’ più serioso, nient’altro.
Effetto placebo, a millemila euri in più.
Quello che c’è di diverso è la gente. I passeggeri della prima classe sono signori attempati in giacca e cravatta e valigetta ventiquattrore, signore con cipiglio severo e capelli color ferro e occhiali cerchiati d’oro. Un popolo di gente silenziosa e tonalità biancogrigionero.
Persone che viaggiano sole, mezzo assopite o immerse nella lettura.
Penso che meno male che ci siamo noi, coi nostri colori e le nostre chiacchiere e il nostro ridacchiare complice ogni volta che qualcosa ce ne dà l’occasione.
A Principe sale un signore alto, dall’aria distinta. Ha un libro che lascia cadere sul sedile, e subito l’amicaprof si sporge di mezzo metro, in modo sfacciatissimo, a sbirciare il titolo. Si tratta, guarda caso, di un libro di un autrice di cui stavamo parlando in quel preciso istante. L’autrice in questione è Eva Cantarella, per la cronaca, e il libro è un saggio sulla pena di morte dall’antichità ad adesso. Il signor proprietario del libro gradisce la sbirciata, si presenta, è un criminologo dell’università di Genova e sta andando a tenere una lezione a Losanna. Un tipo interessante, sì.
Invece seduta affianco all’amicaprof c’è una donna giovane, vestita di nero, anelli futuristi alle dita e unghie laccate di rosso vivo. Non so perché, ma mi viene da pensare che sia un’attrice.
Legge Repubblica, ogni tanto parla al cellulare. Soffochiamo in un tentativo malriuscito di trattenere le risate, quando la sentiamo recensire al telefono, in tono serissimo, un libro intitolato “Diario di una schiappa”. Ma ridiamo sempre, comunque, come due ragazzine un po’ sceme in libera uscita. Mentre parliamo e mangiamo i panini e intanto siamo già arrivate a Milano e la prima parte del viaggio mi sembra scivolata via in un attimo.
Raggiungiamo la coincidenza addirittura in anticipo, tirandoci dietro i bagagli e sbatacchiando borse a destra e a sinistra, mentre nel frattempo ci ingegniamo a tirare fuori i biglietti e individuare i nostri posti.
Il treno su cui saliamo va a Venezia. L’atmosfera qui ha un che di viennese, di austroungarico: scritte bilingui italiano-tedesco, giornali von Zürich abbandonati sui sedili porpora, passeggeri dall’aria impettita e con un’inflessione crucca nella voce. Le due che sono sedute affianco a noi sembrano rispettivamente la signora Rottermeier da giovane e l’anziana consorte di un banchiere ginevrino in pensione. Sono gentili, sì, non perdono mai la calma, si rigirano nei posti con incredibile aplomb, per farci passare e permettere alla viziatissima amicaprof di sedersi nel senso di marcia. Una volta partite ci guardano con sussiegosa condiscendenza, mentre continuiamo a chiacchierare e ridere e mettiamo in mostra la propensione naturale di entrambe alle figure di merda, commentando in modo poco lusinghiero, davanti a loro che in questi posti ci abitano, il paesaggio terribile della pianura veneta. E’ un patchwork di capannoni industriali e laghetti finti e paesoni con gli edifici squadrati e le villette a schiera e villaggi innaturali che sembrano fatti di pan di zucchero. La strega di Hansel e Gretel in versione piccolo-medio imprenditoriale.
Il nordest lo si respira a pieni polmoni, qui. Nordest asburgico più ancora che leghista.
E finalmente siamo a Padova, con puntualità svizzera quando invece - ironia della sorte - la Rottermeier e la moglie del banchiere sono partite da Losanna con venti minuti tondi tondi di inammissibile ritardo.
La prima conclusione a cui giungo entrando a Padova è che sia una città terribilmente ibrida. Il posto dove alloggiamo non si capisce se sia periferia o centro, il nuovo si mischia al vecchio e il naif al terribilmente kitch in un intrico di viuzze porticate e sampietrinate e negozietti turistici e biciclette, tantissime.
Nel nostro albergo si entra da una porticina piccola, dimessa.
E’ arredato in modo piuttosto pacchiano, quadri orrendi e tutto rosso e rosa salmone e marroncino.
Ma non è malissimo. Pulito, ben tenuto, tranquillo. E il personale è gentile.
La finestra della mia stanza è al primo piano e dà direttamente sulla strada. A un certo punto sento avvicinarsi della gente e qualcosa di vagamente simile a dei cori da stadio. Ho pensato, eccoli. I leghisti.
Però no.
Mi affaccio e vedo un tipo travestito in modo improbabile, seguito da un gruppetto di persone che portano striscioni arrotolati e da una schiera di vecchiette curiose con le borse della spesa.
Lì per lì non ho capito.
Ma poi l’indomani abbiamo scoperto che a Padova c’è l’usanza che i neolaureati sfilino per le strade o tengano banco nelle piazze, conciandosi nei modi più strampalati o facendo lo spogliarello, scherzando con gli amici e appendendo cartelloni. Buffo, e inaspettato, e rinfrancante, anche, un po’.
Docciate, riposate, rinfrescate, ci dirigiamo al liceo dove si svolgerà la fatidica prova, a presentarci e informarci su tutto quello che c’è da sapere.
E’ un edificio strano. Orrendo.
Da fuori sembra un palazzone squadrato cui si accede tramite un porticato dall’aria lugubre. Un loculo.
Dentro, in un pietoso tentativo di solennità classicheggiante, corridoi austeri, busti marmorei, lapidi e scaloni.
E un chiostro. Sì, un chiostro, su cui si affacciano le aule. Ma un chiostro brutto, posticcio, fintoquattrocentesco. Da cui si accede ad altri corridoi, altre lapidi, altri scaloni.
I professori padovani io me li immaginavo robotici, granitici, asburgici.
Efficienti come carriarmati.
Invece sono nel marasma più totale, alle prese con gente che arriva e alloggi da sistemare e visite guidate da prenotare. Corrono qua e là, si confondono, si sbagliano, ci chiedono i documenti e ce li ridanno subito indietro perché hanno realizzato che non servivano.
Per dirne una, avevano previsto quaranta concorrenti e poi ne hanno accettati ottanta perché, ci spiegano, “la preside si è commossa quando ha visto tutte queste domande di iscrizione”.
Impieghiamo un po’ per destreggiarci tra buoni pasto e visite alla città da prenotare e la Cappella degli Scrovegni e dove si fa la premiazione e i bagagli prima della partenza dove li portiamo.
Ma ne veniamo a capo, alla fine.
E torniamo in albergo.
E poi siamo uscite, e la sera era bella e l’aria fresca ma non troppo ed era quell’ora ancora mezza chiara in cui è bello passeggiare e fumare e parlare camminando. Una sera che è bello sedersi al tavolo del ristorante e mangiare bene e parlare parlare parlare tra un bicchiere di vino bianco e l’altro e spuntano fuori le cose serie ma sempre col sorriso e sempre senza perdere la tenerezza, e intanto fuori è venuto buio e il tempo è passato in fretta e neanche ce ne siamo accorte. Ed è bello tornare con calma e un’altra sigaretta e sedersi sul letto a sentire le canzoni malinconiche e sempre chiacchierare in mezzo al disordine e stare senza scarpe e pensare sempre fortissimo, a ondate intanto che la musica va avanti.
Ed è dolce la buonanotte e domani sarà un altro giorno e chissà come sarà, e io ho paura per domani ma lo sento forte da morire che è già tutto talmente bello in ogni caso.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!