veni, vidi e… no! - 18 aprile
20 Aprile 2008 di compagnaamber
L’una e quarantadue.
Mi sono svegliata all’una e quarantadue.
Ho dormito in tutto un’ora e mezza, forse qualcosina di più perché poi sono riuscita ad appisolarmi per qualche minuto, prima della sveglia.
E’ stata una notte lunghissima.
Non è che non riuscissi a dormire perché ero in ansia. Ero in ansia perché non riuscivo a dormire.
L’angoscia di veder scorrere ore deserte. La pioggia fuori, la strada silenziosa.
Non so che farmene di questa notte vuota.
Mi alzo, accendo la luce, leggo, riprovo a dormire, mi rialzo, sento la musica. Una sigaretta spenzolata fuori dal davanzale. Non si può fumare in camera.
Voglio che finisca, fa’ che finisca. Presto.
E’ finita con quei cinquedieci minuti di dormiveglia e un suono lacerante da lontano. Il telefono. La sveglia.
Si è alzata una mattina livida, piovigginosa, nuvole piatte e occhiaie violacee e nausea e gesti automatici. Mi lavo mi vesto mi stiro i capelli senza capire, senza pensare.
Ascolto la tensione che mi cresce dentro. Avrei voglia di parlare, di non stare da sola. Due minuti di parole assonnate al telefono con l’amicaprof ancora a letto, anche lei reduce da una notte insonne.
Con gesti da automa riordino la biancheria sparsa, mi trucco, mi preparo.
Una brioche vomitevole, un succo di frutta.
Sono fuori nell’aria fredda e nell’umido di qualche gocciolina incerta.
Un caffè al bar sull’angolo. Studenti che si affollano al bancone e la barista avrà più o meno la mia età, li conosce, sorride, scherza con loro.
Entro attraverso quel portico squadrato dall’aria sepolcrale, percorro le lapidi e i busti di marmo.
Mi mandano, ci mandano, tutti, in aula magna.
Come mi fa strano una scuola con l’aula magna.
Siamo tutti qui. I settantotto concorrenti. Sale sul palco il vicepreside. Il vicepreside del liceo Tito Livio è esattamente il tipo di persona che mi viene in mente quando penso la parola in astratto. La quintessenza del vicepreside. Capelli radi, corti corti. Occhiali. Voce stentorea, sguardo severo.
Viene aperta la famigerata busta, veniamo smistati nelle classi.
La mia si affaccia sul chiostro, è un’aula né piccola né grande. Saremo in venticinque, grossomodo. Coi professori che ripetono ancora una volta le modalità, vietatissimo scrivere il nome sul foglio, come nei concorsi, dati in busta chiusa, carta d’identità, sequestro dei cellulari.
Ci arriva il foglio, finalmente.
Le nove e venti, e quattro ore di tempo. Dobbiamo tradurre e poi fare il commento al testo.
E’ un brano non particolarmente lungo, apparentemente fattibile.
Facile no. Ma a prima vista non mi sembra neanche irraggiungibile.
Ma fatico a tenere gli occhi aperti.
Ma mi sento la paura che mi rimbalza dentro.
Una pallina impazzita che salta nello stomaco.
Perdo la concentrazione, la riagguanto, la riperdo.
E non tutto mi torna.
E c’è una frase, a un certo punto, dove sono nella nebbia più totale. Un infinito piazzato lì in mezzo, apparentemente senza logica. Un accusativo che non mi so spiegare.
Vado avanti, finisco, ci torno, mi ci consumo i pochi neuroni ancora attivi.
Guardo le lancette dell’orologio spostarsi lentamente.
E’ come essere in uno stagno. Ristagna il tempo. Ristagno io con la mia testa dolente.
Ma arrivo in fondo, in un modo o nell’altro.
Traduzione. Commento. Finiti. Pochi minuti dopo l’una. Avrei ancora una decina di minuti ma sono esausta. Consegno, vada come deve andare.
Fuori, nel chiostro, l’aria è gelida. Qua e là gruppetti di studenti dal viso pallido, i dizionari in mano, la tensione stampata in viso. Professori che fanno avanti e indietro. Alunni della scuola ospite che girano, taccuino alla mano, a intervistare noi reduci dall’insopportabile e fascistissimo Tito Livio.
Ci dovrebbero portare a mangiare. Dove, non si sa.
E invece aspettiamo, e aspettiamo, e aspettiamo. Muffa alle stelle, faccio due chiacchiere con gli intervistatori, occhio indagatore e faccette pulite da liceali orgogliosi, ma simpatici, sì, abbastanza.
Mi strappano il permesso di farmi fotografare, tanto qui mica sanno che sono io. E il ragazzo che fa le foto è piuttosto carino, non c’è che dire.
Finché finalmente non si decidono a guidarci verso il fatidico posto dove si mangia. Che poi è una specie di mensa universitaria, affollata all’inverosimile, col self service.
Realizzo che ho perso il mio buono pasto. Ma per arrivare alla cassa devo prima far la coda per il mangiare. Ingegnoso, così uno prima si riempie il piatto e poi va lì e paga.
Già che ci sono mi faccio servire un pugno di pasta al pomodoro e una fettina di arrosto un po’ smortina, non particolarmente accattivante.
Prima di mettermi a litigare con quelli della cassa. Gli spiego che ho perso il buono, che però posso pagare in contanti, chiedo scusa un milione di volte. Loro mi guardano male, borbottano, scuotono la testa, mi chiedono i soldi e poi non li vogliono. E alla fine ci rinunciano, mi fanno mangiare a gratis. Che poi a gratis non è, perché avevo già pagato il giorno prima.
Il mangiare fa piuttosto schifo. Mi ricorda la mensa delle medie, pasta scotta e carne insipida.
Finisco in fretta, mi alzo, esco. Schivo con qualche scusa una professoressa che mi chiede di rimanere lì fino alle quattro, riesco a sgattaiolare via, sono per strada. Mi attacco alla mia sigaretta come a un’ancora di salvataggio.
Sono libera. Sola. L’albergo è a due passi. L’amicaprof mi aspetta lì. Tra due minuti è quasi casa.
Sono crollata sul letto senza però riuscire a dormire, ho ascoltato un po’ di musica, rifatto la doccia nel tentativo di darmi una svegliata.
L’amicaprof è venuta a portarmi un caffè, intanto che finisco di prepararmi.
Di comune accordo abbiamo deciso di saltare la visita guidata e di andare da sole a fare due passi nel tardo pomeriggio. Non piove più, ma il cielo è sempre grigio.
E io sono completamente in botta dal sonno.
Girovaghiamo a braccio, un occhio alla cartina di quando in quando, imboccando strade di cui non siamo sicure. Facciamo il giro delle piazze.
Piazza 8 Febbraio, dove ci sono gli universitari spogliarellisti.
Piazza del Duomo.
Piazza delle Erbe.
Piazza della Frutta.
La cattedrale, la torre dell’orologio, i palazzi, il Caffè Pedrocchi.
Ma non è un granché, se devo essere sincera. Sarà che non amo le città di pianura, o magari sarà il brutto tempo, o forse l’abbiocco.
La parte più bella è quella del lungofiume, immersa nel verde. C’è silenzio e ci sono quelli che portano fuori il cane. C’è un muretto per sedersi a riposare e guardare i cani e chiacchierare.
Tornare indietro è stata un’impresa.
Siamo finite in una strada che non riuscivamo a individuare sulla cartina. E’ spuntato fuori un biondino padovano, occhi azzurri e faccia lampadata, che si è offerto spontaneamente di aiutarci, ma non ci capiva niente neanche lui e ci ha fatto fare un giro assurdo per arrivare alla via del nostro albergo.
Quando poi, abbiamo realizzato troppo tardi, avremmo potuto impiegarci infinitamente di meno.
Altra sosta in albergo, io in crisi con la tensione che mi sale su a ondate.
L’amicaprof chiama un taxi per la cappella degli Scrovegni, dove ci servono il buffet-cena nel chiostro prima della visita.
Dista dieci minuti a piedi, la cappella, detto per inciso. Ma non importa.
Mi costringo a mangiare qualcosa giusto per farla contenta, bevo un po’ di vino, addento due biscotti al cioccolato.
Poi succede che noi la visita l’avevamo prenotata alle ottoemmezza.
Ma quando arriva il nostro turno, alla cassa ci dicono che tutti i posti sono occupati. Non si può entrare a più di venticinque alla volta.
Così aspettiamo ancora un’ora e nel frattempo alla cassa ci dicono di andare in sala multimediale, dove proiettano un terrificante filmato propedeutico alla visita vera e propria, ma lì ci rispediscono indietro e ci dicono di andare a rivolgerci alla cassa. Alla fine riusciamo non so come a venirne a capo e a metterci con il gruppo delle nove e venti.
Torniamo giù a sciropparci l’indecoroso filmato.
Torniamo su, attraversiamo un pezzo di cortile, siamo finalmente in vista dell’esterno della cappella.
Non si può entrare direttamente. Bisogna prima entrare in una stanza e rimanerci per un quarto d’ora, a togliersi di dosso l’umidità che danneggerebbe gli affreschi all’interno. Chiacchieriamo sottovoce, mentre danno un altro video a cui non prestiamo una grande attenzione.
E, finalmente, entriamo.
La Cappella degli Scrovegni è un’esplosione di colori.
C’è tantissimo blu. Ma anche tantissimo rosa e tantissimi gialli diversi che sembra quasi di poter toccare.
E’ infinitamente più grande e più vivida e più plastica e più vera di come me l’aspettavo.
C’è troppo perché lo si riesca a guardare tutto.
Troppo perché lo si possa cogliere in un solo quarto d’ora.
E poi siamo tornate, e l’aria intorno era quasi tiepida e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti che due giorni sono volati come un battito di ciglia, e riso e pianto si mescolano dolcemente, e domani saprò com’è andata. Ma non sono poi così sicura che sia quella la cosa più importante.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!