veni, vidi e… no! - 19 aprile
21 Aprile 2008 di compagnaamber
Apro gli occhi su una Padova finalmente soleggiata.
Mi sento riposata, allegra, relativamente tranquilla.
Ho letto un po’ prima di alzarmi, ho fatto l’ennesima doccia, ammassato nella valigia tutte le mie cianfrusaglie.
Mi sono vestita elegante per la premiazione. Top rosso, maglioncino bianco, pantaloni neri, tacchi alti.
E le All Star nella borsa per quando sarà finita.
La premiazione la fanno al caffè Pedrocchi, che è un posto famosissimo anche se io ovviamente non l’avevo mai sentito nominare.
Dentro è tutto poltroncine di velluto e camerieri in livrea, signori dall’aria deferente che sorseggiano caffè gettando occhiate distratte al giornale, vasi di fiori.
Noi dobbiamo andare al piano di sopra. C’è una sala conferenze dall’aspetto baroccheggiante, tutta stucchi e marmi e puttini dorati. Gli ultimi posti liberi sono in prima fila.
Il tavolo di fronte a noi è occupato da tutta una serie di persone. La preside del liceo, il provveditore, alcuni docenti universitari, professori del liceo.
E, devo dire, i loro discorsi ci hanno stupite. In positivo.
Inizia la preside, con i soliti salamelecchi di rito, i soliti ringraziamenti alle istituzioni, e leggendo una lettera nientemeno che del presidente Napolitano, ex studente del Tito Livio.
Fa tutto un discorso riguardo alla funzione degli studi classici nella scuola, dice senza mezzi termini che con l’inglese e l’informatica da soli si va poco lontano, che serve qualcosa di più.
Parla della fiducia nelle istituzioni, a più riprese.
Italia dei Valori, tantissimo.
Poi non è che me li ricordo tutti, eh. Mica seguivo sempre.
Ma più o meno tutti dicevano cose abbastanza simili. Cose anche vere, anche belle, anche interessanti.
Parlavano di cultura come mezzo di integrazione, di accettazione delle differenze, parlavano di problemi di attualità, di scuola, di cosa vuol dire insegnare al giorno d’oggi.
Un fulmine a ciel sereno.
Un salotto culturale padovano di sinistra.
E poi.
Poi è arrivato il momento vero e proprio. Io in panico.
E’ che non sopporto la sospensione. Odio il tergiversare.
E continuano a girarci intorno, ancora una volta, ancora un discorso.
Ancora un altro che si alza per dire la sua.
E’ il motivo per cui odio la televisione. Non me ne frega niente dei trucchetti per tener viva l’attenzione del pubblico. Li trovo assolutamente snervanti, voglio che si vada al sodo.
Voglio sapere, scrollarmi di dosso il dubbio che mi attanaglia.
Tanto non ci spero. O forse sì, un pochino. Ma che si decidano a dirmelo.
Eccoli, si decidono.
Ancora due minuti di ansia a mille.
La mano stretta in quella dell’amicaprof. La gamba che si muove nervosa.
Basta, voglio solo che finisca. Qualunque cosa, ma che finisca.
Un ultimo sussulto.
E’ andata. Cioè, non è andata.
Ma mi sento liberata da un macigno.
Torno a respirare.
Sono tranquilla, sì. E sorrido. E penso che comunque è bello così.
Non brucia, non fa male. Forse appena appena.
Ma sono contenta, in ogni caso.
Siamo fuori nel sole.
Di nuovo con le scarpe da ginnastica, sigaretta, passi veloci per andare a prendere i bagagli.
Abbiamo saltato il rinfresco per poter partire prima.
Acchiappiamo un taxi per la stazione.
Un casino per cambiare i biglietti, l’impiegato allo sportello è lento che più lento non si può, stupido come pochi.
Treno acchiappato per un soffio, all’ultimissimo secondo.
Trolley spaccato scendendo le scale.
Per pranzo un panino immangiabile.
Ma ora è bello vedere tutto che si allontana. Le paure, le ansie, la tensione.
E’ bello tornare a essere noi due che parliamo e sonnecchiamo e ci scambiamo la musica come due bambine.
Un altro viaggio che vola. Milano sembra passato un attimo. Genova neanche me ne accorgo.
E siamo già in macchina che il pomeriggio è ancora alto e c’è ancora tanta giornata da vivere, i bagagli da disfare e tutto da dire e da raccontare e un fratello a casa da abbracciare.
E una puntina dolceamara di nostalgia.
Non c’è rimpianto.
Solo una dolcezza affettuosa che riempie.
E’ bello così.
Forse ancora più bello così.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!
Il caffè pedrocchi???? Ma sei matta??? Ma nessuno si è premurato di dirvi che se entri al caffè pedrocchi senza essere laureato non ti laurerai mai??
E poi? tutti in gita sulla torre di Pisa?
Scherzo, peccato che non hai vinto… ci saremmo bullati tutti di conoscerti…
Io adoro Padova, ha molte delle (poche) qualità del nordest…
Giuli