C’è che ho scritto questo, che è una roba delirantissima venuta fuori di getto una mattina a scuola, una mattina che ero parecchio in acido ed ero anche un po’ depressa, tanto depressa, anzi, il perché non lo so o forse un pochino sì, ma è una cosa che voglio tenere per me.
Ma avevo fatto la Strada sul Mare, per andare a scuola, come tutti i giorni del resto, e però quel giorno lì mi sono venute in mente un sacco di cose che non sono proprio tutte qui e anzi non sono proprio quelle, ma poi le parole uscivano e io avevo questa sensazione strana di non riuscire più a fermarle, ed è venuta fuori questa cosa qui.
Che è una roba brutta, e depressa, e anche che sembra che mi faccia schifo un po’ tutto come in realtà non è, o forse qualche giorno un pochino sì, ma mica sempre.
E non è neanche detto che sia tutto vero. E’ diventato vero solo nel momento in cui l’ho pensato.
Perché i gabbiani, e i pescatori, quelli non ci sono mai per davvero.
La salita è squallida e lungo i lati corrono due muraglioni che a destra c’è una vecchia fabbrica dismessa e a sinistra è il muro di cinta di una villa brutta ma veramente tanto, e di là c’è un’altra strada di palazzi normali ma se si va oltre ci sono gli alloggi di lusso e le case dei calciatori e la villa della mia padrona di casa che io la odio tantissimo, e poi andando ancora avanti si arriva a un crocevia che da una parte è il viottolo dei tossici e dall’altra è la mia vecchia scuola, e c’è tutta questa ambivalenza che si stempera nel giardino dell’asilo che però è un giardino triste, perché c’è la ghiaia che le ginocchia si sbucciano tantissimo e ci sono pochi giochi che scommetto che ai bambini nemmeno gli bastano, e nemmeno gli piacciono.
Ma io, dicevo, sto andando su per la salita circondata dai due muraglioni, che è una strada a senso unico ma ogni tanto la sera ci passano contromano i motorini dei portapizze, perché ho il takeaway sotto casa e un altro a cinquanta metri, e se salgo ancora c’è prima una traversa sulla sinistra dove c’è il supermercato vero, quello coi prodotti di marca, e c’è il mio parrucchiere palestinese che dopo vent’anni e rotti la cittadinanza ancora non gliela danno, e io ci scommetto che è solo perché è nato a Gaza e se era di un altro posto gliela davano, e poi c’è un altro parrucchiere più grande e più famoso che gli porta via i clienti, perché tra l’altro per andare da Ayesh bisogna fare la scaletta e invece questo qui è subito lì sul marciapiede, e poi cosa c’è dopo non me lo ricordo mica tanto perché ci passo solo con la macchina ed è un posto che non mi piace affatto e non lo sento mio proprio per niente, e infatti non lo è.
Ma stavo dicendo che se sali lungo la salita prima c’è tutta questa roba qui, e poi dopo si arriva in piazza Nievo, che infatti per me Ippolito Nievo è sempre stato quello della piazza, d’altra parte qui le vie si chiamano tutte coi nomi dei garibaldini, e lì ci sono mille strade, e si può prendere quella dove c’è la discoteca che prima era la sede del Pci, o salire verso Quarto Alto che è la strada che faccio tutte le domeniche e sono sempre depressissima, quando la faccio, e più a sinistra c’è una brutta scuola gialla che è la succursale dell’alberghiero e poi c’è la scuola che dicevo prima, dove ho fatto le medie, un affare ancora più brutto e terribilmente grigio e prefabbricato, e tutte le volte che ci passo mi stupisco di come non riesca a provare più niente, eppure un tempo io ho urlato con tutte le mie forze in quella piazza e ci ho pianto e ci ho fatto le chiacchiere interminabili con l’Amica a cui ero affezionatissima e che poi ho perso di vista, ma poi penso che ho perso di vista un po’ tutto, di quegli anni, anche cos’ero io.
E poi ci si ricongiunge di nuovo alle case dei calciatori e al viottolo dei tossici e in mezzo ci sta la Croceverde, la mia vita prima girava tutta qui ma è strano pensarlo ora che in questi posti non mi ci ritrovo proprio più.
Perché infatti la parte che sento proprio mia adesso è quella verso il mare, che poi in realtà non è che la sento mia per davvero perché io il cuore l’ho lasciato un po’ più in là, tra Vernazzola e Boccadasse, ma intanto di qua ci passo tutte le mattine per andare a scuola e quindi un po’ mi tocca viverci. Prima del mare c’è ancora un pezzo di strada coi negozi, c’è il nuovo panettiere dove il pane è cattivo ma va bene per quando sono le sette di sera e in casa non c’è più niente, c’è il pesce e la carne e l’altro takeaway e i bar e financo l’immobiliare la banca il geometra il commercialista, c’è la cartoleria dei due vecchi pazzi che però ogni tanto tengono anche i libri belli, c’è il discount per le cose urgenti e il ponte della ferrovia e di là il mare, finalmente.
E voi dovete immaginarvi che sono le settemmezza del mattino e mezza sigaretta è già andata e io sto cascando dal sonno e ho la cartella in spalla e l’acido montante all’idea della scuola, che poi non è tanto la scuola ma è stare in classe che mi muffa veramente tantissimo. Non è che li odio, i miei compagni di classe. Odio doverci stare insieme.
E ora sto attraversando la strada perché vado a piedi, se non è troppo tardi, vado a piedi perché l’autobus la mattina è odioso e affollato e lento perché c’è traffico, e io odio l’autobus della mattina e l’ora di punta e le macchine tutte in coda, e odio il treno che mi mette addosso un senso di oppressione infinita tutte quelle facce che ormai le conosco a memoria di studenti assonnati e impiegati anonimi ed è così grigia la stazione, e non ci batte mai il sole, e c’è il matto che sta sulla panchina e guarda i treni, è un uomo coi capelli da ragazzo come la canzone di Fossati, è un bambino che ride coi canini sporgenti e sta lì tutto il giorno e non sa parlare, e penso che anch’io potrei mettermi su una panchina a veder passare i treni ma potrei farlo solo se ci fosse il sole e niente gente e non fosse ora di punta e non ci fosse tutta questa fretta congestionata nell’aria intorno. Lo odio, il treno per andare a scuola, perché è una stazione sola e non c’è nemmeno il tempo di salire che sei già a destinazione, non c’è nemmeno il tempo di sedersi a guardare fuori e il treno è bello se dura tanto, che si può pensare mentre il paesaggio scorre davanti agli occhi e si può guardarlo e immaginarlo nel suo divenire o anche chiudere gli occhi e fare finta che non c’è e pensarne uno diverso che forse va ancora meglio.
E quando sono all’inizio della Strada sul Mare ci sono i vecchietti di Priaruggia che si disperdono piano sulle panchine e in mezzo alle barche giù nella spiaggia, e ce n’è sempre uno in particolare che mi saluta sempre, mi dice ‘Ciao bella’ e poi si allontana in silenzio, appena un po’ curvo, il viso arrossato, le mani intrecciate dietro la schiena.
A quel punto io guarderò verso una spiaggia che non è quella che sento proprio mia ma a quest’ora del mattino che non c’è nessuno forse un pochino sì, e forse ci sarà il sole e se non c’è alla mia giornata mancherà già un pezzettino, ma il sole ci sarà e sarà tutto disseminato sopra l’acqua, e forse ci sarà una barca sul mare calmo e ci saranno i pescatori che tornano, tornano perché a pescare ci vanno prestissimissimo, tornano e finché stanno tornando saranno ancora pescatori con la camicia a quadri e la canotta bianca e saranno ancora parte di quell’umanità silenziosa che vive agli angoli della notte, saranno l’ultima voce del silenzio prima che inizi la giornata e prima di trasformarsi nelle persone grigie e noiose e anonime che magari sono nella vita di tutti i giorni, magari no ma magari anche sì, ma intanto ora sono pescatori e stanno in silenzio e hanno il buio negli occhi e vengono dal mare, e questa è la cosa più importante.
Poi andrò avanti e nel frattempo la sigaretta sarà finita e ci sarà ancora più mare alla mia sinistra, e ci saranno le mie canzoni malinconiche e ci saranno gli scogli, e su una punta che affiora dall’acqua ci sarà forse un gabbiano, un gabbiano con le ali grigie che rimane immobile, e a me piace pensare che sia sempre lo stesso gabbiano e che quel gabbiano sia un po’ un poeta, e allora mi viene in mente che forse un po’ tutti poeti hanno iniziato così, seduti su uno scoglio e il mare sotto, a guardare lontano.
A quel punto mi viene in mente che un giorno lo farò anch’io, mi metterò seduta su uno scoglio e lascerò passare le ore lente del mattino e nel frattempo penserò fortissimo, ma non adesso che fa troppo caldo e non posso ancora farmi le giustificazioni, lo farò il prossimo inverno quando c’è freddo, perché una delle cose che ho imparato quest’anno è quanto può essere meravigliosamente impagabile il mare d’inverno, molto più che quello d’estate, e starsene col culo gelato sugli scogli e vedere alzarsi l’alba magica.
Ma se mi giro dall’altra parte vedo le macchine incolonnate in quella coda che non finisce mai, a quel punto odierò tantissimo il rumore del traffico che copre le mie canzoni e però sono anche convinta che quelli lì seduti in macchina non lo sanno, ma si stanno perdendo un sacco di cose, probabilmente è gente che va al lavoro e saranno sicuramente in acido perché a nessuno piace stare imbottigliato nel traffico, e magari sono pure in ritardo e magari molti avranno anche un sacco di preoccupazioni per la testa, ma di sicuro la maggior parte di loro il mare del mattino non l’ha neanche mai visto. Magari l’hanno guardato, quello sì, per poi rimuoverlo come un pensiero accessorio e un po’ fastidioso, anche. Che però una cosa è guardarlo, il mare, e un’altra è vederlo.
Ma può anche darsi che non l’abbiano nemmeno guardato.
E’ importante riuscire a vedere il mare.
Io ho capito che ho iniziato a sentirmi diversa quando ho iniziato a vedere il mare, ecco.
Però poi penso anche, ed è un pensiero terribilmente egoista, lo so, ma penso che forse è meglio così, perché se no magari ci sarebbe pieno di gente che fa la Strada sul Mare a piedi insieme a me e l’aria ferma del mattino non sarebbe più così meravigliosamente mia, perché è ovvio che se sei chiuso nell’abitacolo di una macchina mica la senti, l’aria ferma del mattino, e nemmeno ti soffermi a pensarci su.
E se ci fosse tutta la gente che passa anche il gabbiano poeta non sarebbe più un poeta, sarebbe un gabbiano e basta.
Ma a un certo punto succede che il mare finisce e io me ne accorgo solo quando ormai non lo vedo proprio più perché è andato a finirmi dietro le spalle, è un punto triste che inizio a sentire la fatica perché oltretutto è anche in salita, e io penso la salita e intorno è tutto grigio e la scuola è vicina e tra poco dovrò spegnere la musica e mettermi a parlare di qualcosa che probabilmente non mi interesserà affatto, ecco, questo è il punto che si spezza l’aria del mattino, è il punto che non sono più felice.
Passerò cinquesei ore a sentirmi scivolare addosso discorsi e intenzioni e lacrime e battute che però non catturano la mia attenzione e d’altra parte sono io che mi rendo impenetrabile, sarò fuori dalle lacrime di chi piangerà ma forse sentirò il dolore, riderò se qualcuno ride ma dentro non starò ridendo proprio per niente perché mi sembrerà di essere enormemente al di là di tutto, mi odierò perché sono lì ma vorrei tantissimo non esserci, e forse in fin dei conti neanche ci sono, e forse avrò un po’ male da qualche parte dentro che non so spiegare e allora guarderò fuori dalla finestra e magari ci sarà un gatto bianco e nero sul davanzale del palazzo di fronte e ripenserò a una canzone e a una voce che non sento ormai da troppo tempo, e forse me lo sto inventando, e forse non è che la prospettiva straniata di un improbabile racconto per immagini, e forse non è che quel modo strano e un po’ storto che ho di vivere. Che poi è un po’ la stessa cosa. Forse.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!
A lasciare un commento su questo post mi sento come a far cadere una macchia d’inchiostro sul retro, bianco, di un foglio autografo di Baudelaire.
Non so i gabbiani, ma i pescatori ci sono davvero, almeno per te.
E, sarò spudorato, ma ogni volta che tu ti sembri acida, a me sembri bella. Anzi no, questo post non è bello è m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o. Chapeu!