Sono venuta su a pane e condiscendenza.
Pensavo questo, nel dormiveglia mattutino di questo giovedì assonnato e grigio e nuvoloso e lavorativo.
Pensavo anche che i giovedì assonnati grigi nuvolosi e lavorativi sono la peggio cosa della settimana, peggio anche della domenica.
Ma intanto riflettevo sul paternalismo spiccio con cui sono stata allevata.
Che non è una cosa facile da spiegare, un po’ perché non è facile in sé e un po’ perché sono io, oggi, che non riesco a focalizzare. Ho la mente che deraglia. Gli occhi che si chiudono. Lo sbadiglio intermittente. La prospettiva disarmante di due ore di greco dal Malato Immaginario.
E infatti continuo a girarci intorno, perché non trovo un punto di inizio.
Diciamo che forse non è corretta la definizione. Che non lo so nemmeno io, come si chiama in una parola l’atteggiamento a cui sono stata più o meno involontariamente abituata, e condiscendenza più o meno ci somiglia, ma forse proprio esatto non è.
Mi è venuta in mente questa cosa perché ieri ho fatto una scemata. Una scemata piccola, niente di che. Una scemata senza conseguenze, soprattutto. Ma il punto è che io ho fatto questa scemata, per quanto assolutamente insignificante, perché mi sembrava una cosa intelligente.
E solo dopo mi sono accorta del contrario, perché ho sentito qualcuno spiegare perché si trattasse di una scemata.
E allora ho pensato, ma perché arrivo sempre dopo?
E ho pensato anche che sì, mi dipingono come una persona intelligente. Ma che non so essere critica.
L’intelligenza ce l’hai in dotazione quando nasci. Puoi averne un po’ di più o un po’ di meno, ma ce l’hai.
La lucidità critica no. La devi esercitare, tirandola fuori di volta in volta quando serve.
Sempre, tirandola fuori.
E allora ho pensato che se arrivo sempre troppo tardi, un po’ è colpa mia che mi fermo sempre allo stadio immediatamente prima, ma un po’ è anche colpa del fatto che nessuno mi ha mai insegnato ad andare un pochino più veloce.
E’ in questo senso, che parlo di condiscendenza.
Abituata a essere trattata in modo condiscendente, ho sempre vissuto in superficie, perché superficiale era anche la conoscenza che avevo di me stessa. Mi liquidavo da sola con un’alzata di spalle.
E di conseguenza bollavo anche tutto il resto come ovvio, come facile da capire, come banalmente prevedibile.
Faccio una fatica cane, a volte, a ricordarmi che devo pensare.
Che devo vagliare tutto. Che devo leggere tra le righe. Che devo tirare delle conclusioni che siano davvero le mie.
Non sempre riesco a farmi un’opinione.
E penso che un po’ ce la sto facendo, ma che imparare da autodidatta è logorante.
E mi chiedo, è normale che sia faticoso?
E penso che cercherò di spiegarlo mercoledì alla mia psicologa che mi legge le frasi sullo zaino e sorride, le chiederò se per caso non mi sia toccata la banalità come tara congenita.
Non voglio essere banale.
Non voglio essere uguale.
Voglio tirare fuori tutto quello che posso. Voglio dare tutto quello che posso.
condiscendenza
22 Maggio 2008 di compagnaamber
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!