Che io pensavo una cosa, oggi, spalmata nell’autobus pieno e appiccicoso di sudore che mi portava in centro con destinazione pissi.
Pensavo che io e la pissi mi sembra io e i miei alunni di ripetizioni.
Con la differenza che io sono i miei alunni di ripetizioni.
Perché pensavo, mentre mi snocciolavo mentalmente le paranoie da confessare, pensavo che è un po’ come gli alunni quando hanno da fare i compiti per il giorno dopo. Che loro sono in paranoia perché domani devono andare a scuola con i compiti tutti fatti. E allora ti metti lì a fargli fare i compiti, e però nel giro di una mezza frase ti accorgi che sono completamente disorientati. E vai a grattare, e scopri che non si ricordano le declinazioni, che gli manca l’analisi logica, che faticano anche a scrivere in italiano.
E pensi che ci vorrebbero giornate intere, di lezione, e non un’ora alla volta.
E che il massimo che puoi fare è fare almeno in modo che arrivino a scuola domani coi compiti fatti.
Ecco, pensavo che io sono così.
Pensavo alle mie paranoie di oggi come alle frasi da fare.
E pensavo che non so le declinazioni.
Quelle della mia psiche, intendo.
Pensavo che tutto quello che avrebbe potuto fare la pissi sarebbe stato di farmi tornare a casa col quaderno in ordine.
Poi però la pissi collega tutte le cose tra di loro prima ancora che io gliele dica.
Io l’adoro, la mia pissi, che in tre quarti d’ora è riuscita ad affrontare tutti i mille discorsi che volevo perché sapeva esattamente come passare da uno all’altro.
Che ha quello sguardo penetrante e quel modo buffo di starsene stravaccata sulla sua poltroncina.
Che da un particolare insignificante arriva a colpo sicuro al nocciolo della questione.
Forse perché non è poi tanto insignificante, il particolare.
Io l’adoro, la mia pissi che mi manda a casa con le paranoie tutte a posto.
Che mi fa pensare che domani avrò i compiti tutti a posto e le frasi giuste.
Ma che avrò anche capito veramente qualcosa.
"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!
io non li facevo mai tutti. i compiti, intendo. quelli di matematica sì. perchè mi piacevano, perchè il prof era severo, perchè era come fare la parole crociate per me. i compiti che consideravo una perdita di tempo li tralasciavo. fatti alla meno peggio nell’ora di religione o mentre facevo finta di seguire una lezione di informatica.
ecco. mi mancano le basi.
per fare bene i compiti oggi, dico. perchè faccio solo quelli che mi piacciono e non ho più ore di religione per fare quelli antipatici.
ma prima poi arriveranno gli esami
Macheddici, Rosella!
La tua vita è tutta un compito complicato. Se c’è una brava a fare i compiti sei tu. Verrà un’intera settimana col prof malato, invece. Una settimana di ore buche, assemblee di classe, bigliettini da passarsi sotto il banco.
E quando arriveranno anche gli esami, beh, in qualche modo gli esami si sfangano sempre
Amber.
Lo so, è una sensazione splendida.