
Vorrei credere in un Qualcuno a cui rivolgere questo appello disperato, invece di limitarmi a gettare un messaggio nella bottiglia senza destinatario, solo così, per sfogo o per tristezza o per indignazione.
Vorrei fare come quelli che sono convinti che chiedere al cielo serva a qualcosa e riescono pure a non sentirsi dei perfetti idioti anche solo a fare finta.
Vorrei seppellirmi sotto nove strati di coperte e dormire come un sasso per tutto il mese di aprile.
Vorrei non sentire, non vedere, non pensare, non leggere, non capire, non crearmi interrogativi.
Vorrei che privato e politico, se proprio non riescono a essere entrambi decenti, almeno fossero una merda a turno.
Vorrei abitare in un paese dove all’indomani di una disfatta elettorale ci si sentisse solamente sconfitti e non sgretolati, inesistenti, inermi, come se ci fossero passati sopra con lo schiacciasassi.
Vorrei non considerare un miracolo il fatto di abitare nell’unica regione rimasta vivibile di tutto il nord Italia, vorrei potermi lamentare di Burlando senza sentirmi come se stessi sputando su una portata da ristorante, vorrei permettermi il lusso di dire che l’alleanza con l’Udc, a me, fa venire da vomitare.
Vorrei vivere in un paese dove sia normale criticarsi dall’interno del proprio schieramento, senza essere costretti a censurarsi perché dall’altra parte lo schifo è tanto, e tale, che noi ci si può solo leccare le ferite e ringraziare che non sia andata ancora peggio di così.
Vorrei vivere in un paese dove chi subisce una sconfitta come questa, invece di nascondersi pateticamente dietro a un dito la ammetta in tutta la sua gravità, ne parli, ne dia ragione alla gente, ne spieghi le conseguenze, si assuma le proprie responsabilità, si faccia promotore di un tentativo di ripartenza.
Vorrei che si dicesse, che si provasse a quantificare l’entità della battaglia culturale che abbiamo perso negli ultimi venti, trent’anni, e vorrei che si ripartisse da lì, dal creare pensiero in movimento, dal divertire attraverso la cultura, dall’educazione delle nuove generazioni.
Vorrei avere diritto a guadagnarmi con il mio impegno un’istruzione a costo zero, vorrei che l’accesso ai libri fosse libero, vorrei concerti, mostre, musei, spettacoli, vorrei vivere in un paese dove si investa sul creare cultura invece di smantellarla sistematicamente e vorrei non essere governata da gente che dà del fancazzista a chiunque abbia dedicato la propria vita a coltivare un’arte.
Vorrei non pensare alle facce tirate dei miei genitori e ai soldi che non bastano mai, vorrei non pensare che non arriviamo alla fine del mese e però intanto paghiamo lo stipendio a Renzo Bossi.
Vorrei vivere in un paese dove, se proprio deve esserci demagogia da dittatura latinoamericana, almeno che non la si faccia su argomenti come la lotta ai tumori, per favore.
Vorrei vivere in un paese dove la lotta ai tumori si fa finanziando e promuovendo in ogni modo la ricerca, combattendo in modo sistematico contro le discariche abusive di rifiuti tossici, contro la diossina, contro gli interessi di chi è disposto a passare sopra a qualunque scrupolo in questo senso in nome dei guadagni che se ne possono trarre.
Vorrei vivere in un paese dove il rispetto del corpo sia un valore e come tale vada tutelato e difeso in qualsiasi situazione. Dove una donna sia padrona assoluta del proprio essere madre o meno, dove possa farlo nel modo più indolore possibile, dove il suo corpo non sia merce per gli affari più squallidi né terreno di scontro mediatico. Dove il suo essere libera ed emancipata non le venga imputato come mancanza di pudore, dove questo non sia di nessuna giustificazione a soprusi e violenze, dove se si dà della puttana almeno si dia anche del puttaniere, come minimo.
Vorrei vivere in un paese dove “difendere la vita” significhi creare condizioni migliori per tutti, significhi combattere l’intolleranza e la violenza, significhi non morire picchiato a sangue in una cella di prigione, significhi non finire in fin di vita all’ospedale per aver preso parte a una manifestazione. Significhi più asili nido, più spazi a misura di bambino, una scuola che ne valorizzi tutte le potenzialità espressive. Significhi aprirsi a qualsiasi idea di famiglia. Significhi avere a cuore la dignità delle persone.
Vorrei non pensare a cosa succederà adesso, al nord interamente nelle mani della Lega, agli elettori piemontesi che si sono scavati la fossa con le loro stesse mani, alla val di Susa spianata per farci passare la tav, alle ronde, alle spranghe, al cattolicesimo medievale di ritorno con la benedizione di vescovi e cardinali, ovvio, perché razzismo e xenofobia si conciliano perfettamente con il cosiddetto spirito cristiano, purché la Ru486 se ne resti ben chiusa nei frigoriferi di stato.
Vorrei non dovermi sentire in colpa se di tanto in tanto abbasso la guardia, vorrei esercitare il mio diritto ad averne le palle piene, una volta tanto, vorrei vedermela unicamente con i miei casini della vita di tutti i giorni, che già ce n’è d’avanzo.
Vorrei riuscire a studiare, vorrei che finisse questo periodo allucinante di malessere fisico e di tensione continua, vorrei non sentirmi in colpa se traduco la Medea e sono felice così, senza fare nulla che sia d’aiuto ad altri che a me. Vorrei dormire, vorrei staccare, vorrei mollare tutto e ritornare tra un mese con le forze e la volontà rinnovate, vorrei leggere teatro greco e cantare tutto il santo giorno, vorrei non avere responsabilità né scadenze che mi assillano, fare tutto per il gusto di farlo, perché mi fa stare bene, e basta.
Vorrei crederci per davvero, a quello che vorrei.