Archive for maggio, 2010


Io sono una cantante libera,
sono un’entusiasta del pensiero
mi inerpico su teneri arboscelli
e dico che sono alberi grandi.

Patisco di questi abbagli dolcissimi,
patisco di questi abbagli
ma poiché sono imprecisa
gravito sempre verso il dubbio
sulla santità di Caino.

(Alda Merini)

No, non ho mantenuto la promessa.
E no, non ho voglia di mettermi a scrivere neanche ora.
E no, non mi sono venute nuove idee, non ho pensato niente.
Però, nel frattempo, ho trovato questa.


Le nostre mani sono rimaste nude.
Hanno appreso il lavoro, il silenzio, il segnale.
Hanno alzato e abbassato innumerevoli volte
il grilletto della rabbia
hanno tagliato e ritagliato con un temperino
la pagnotta della pazienza,
hanno picchiato in pieno il muro e la notte.

Ora le nostre mani posano tutte nude
sulle ginocchia
come posa il sole sulla montagna
come posa la montagna sul mare
come posa il cuore del compagno sul suo credo.

Queste sono le mani dei comunisti.

Quando ti stringono la mano
sai che tutte le capitali s’illuminano dietro la notte,
quando trasportano i secchi d’acqua su per la salita
sai che il domani e il sole e il mare gli sono a portata di mano
sai che il grosso sacco di pietre diventa leggerissimo
nelle loro mani
perché, sempre, più della metà del peso lo trasporta
la Libertà.

Queste sono le mani dei compagni.

Mani nude,
nude vene nelle mani nude
come le linee ferroviarie sulla carta del mondo.

Mani nude -
si è cancellata la linea della fortuna sulla palma.
Sulla palma reggono il destino del mondo.

Sono le mani dei comunisti.

(G. Ritsos)

Eccomi qui, sì, sono tornata.
Con le spalle cotte dal sole, con addosso una puzza mista di treno, sudore e due notti di ostello senza un lenzuolo per dormire e senza l’acqua calda, anzi senza l’acqua del tutto, tranne che dal bidet.
Con le risate delle mie amiche bellissime e con tantissimi chilometri di strade lunghe e larghe conficcati dentro le gambe, con un eastpak violetto sulle spalle e la mia fame da verme solitario acquattata nella pancia.
Con la sensazione che se non lo fai a vent’anni non lo fai mai più, ma anche la sensazione che dopotutto è solo perché hai vent’anni che ti rifiuti di chiederti se in fondo ne sia valsa realmente la pena. E dici che va bene lo stesso, che quello che conta in fin dei conti è la vacanza, le amiche, l’andare all’avventura. Per la stessa ragione del viaggio.
Ed è così, in effetti, è davvero così. E una parte di me è contenta ed è giusto che sia così, a prescindere.
Però.
C’è che questo, dal punto di vista politico, è stato il peggior concerto del primomaggio degli ultimi vent’anni. Cioè da quando, più o meno, esiste il concerto del primomaggio.
Sarà per questo che torno, ma torno con la stessa sensazione di instabilità confusa di quando sono partita. Sarà per questo che la sento allargarsi a macchia d’olio nel privato come nel politico, ma li percepisco, nonostante tutto, come due piani sfalsati tra di loro, due compartimenti stagni che non comunicano.
E sarà per questo che mi sento a un passo dal cadere nella sindrome odiosa della disaffezione politica, che è una malattia da bambini vecchi.
Sarà per questo che vi chiedo già di uccidermi, prima di precipitare mani e piedi in questa mentalità da Il faut cultiver notre jardin.
Non lo so.
Prometterei che scrivo qualcosa sul serio, appena ho tempo, se ho tempo.
Vorrei, ma il fatto è che di tempo ne ho poco per davvero. E questo, mi accorgo, è un alibi ulteriore, sfruttare l’alienazione da vita sovraffollata per mettere a tacere i propri sensi di colpa.
E non ci riesco a non sentirmi così, con l’acqua alla gola e un dolore al livello del mare.
Scriverò presto, promesso.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.