Due gennaio duemiladieci.
Oggi è arrivato il turno del post Caroamicotiscrivo, la lista dei desideri, le speranze per il nuovo anno, quelle vere e quelle campate per aria.
Allora vorrei innanzitutto che fosse un anno pieno, denso, strabordante come la crema dentro la brioche. Mi fanno orrore le cose vuote, sento un bisogno compulsivo di riempirle. Amo le superfici ingombre, le curve abbondanti, l’assenza di spazi bianchi.
Il mio anno lo voglio così, sovrabbondante, spennellato a righe spesse di evidenziatore.
Vorrei non arrivare alla fine con la sensazione di aver appena ingoiato un piatto di minestrina in brodo senza sale.
Vorrei stringere stringere stringere, e farci stare quello che ancora manca.
La prima novità è che inizierò rugby.
Poi vorrei imparare di nuovo a suonare il violino.
Vorrei sconfiggere la paura che ho ogni volta di riprenderlo in mano e di rimettermi a suonare. Vorrei afferrarla ben stretta a due mani, questa paura, provare a parlarle e sentire quello che ha da dirmi, in modo da poter poi trovare le risposte per metterla definitivamente a tacere.
Vorrei non pensare che ormai è troppo tardi ma provarci lo stesso.
Poi vorrei fare un viaggio vero, pagato coi miei soldi.
Un mese a lavorare a Parigi, tipo.
Vorrei andare a vivere da sola.
L’ho detto, che scrivo anche i desideri campati per aria.
Vorrei una vita fatta a fisarmonica, che si dilata o si comprime a seconda di quanto c’è da farci stare dentro.
E che suona, anche.
Vorrei mille e mille e mille pomeriggi da suddividere tra i miei amici meravigliosi, per recuperare mesi di latitanza con la mia Amicadisempre, per cucinare e cantare con le Amichesrilankesi, per i the con l’Amicojack, per le idee folli dell’Amicaludo, per le cose con la Comune-ty, per i cinemi, per le merende, per le gite e per tutto il resto che ho dimenticato.
Vorrei che piovesse solo quando io sono da un’altra parte.
Vorrei i sedili di terza classe sul treno, si spende meno e si viaggia male uguale.
Vorrei che la ceretta la passasse la mutua.
O almeno il silchepil.
Vorrei un nuovo taglio di capelli.
Vorrei andare sempre a letto tardi la sera e non essere mai stanca.
Vorrei un bacio sotto la pioggia come nei film.
Vorrei perdere un chilo come premio ogni volta che rinuncio a mangiare schifezze.
Vorrei imparare a scrivere.
Vorrei la laurea tre anni in uno.
Vorrei una rana. O almeno un cane.
Vorrei la frutta estiva tutto l’anno, ma biologica.
Vorrei stare a letto il giorno dopo.
Vorrei il pane e le rose.
Vorrei un sacco di libri e tutto il tempo di leggerli.
Vorrei andare spesso al cinema, ma passare anche tanto tempo all’aria aperta.
Vorrei che facessimo la rivoluzione.
Vorrei più colori.
Vorrei che qualcuno di nuovo entrasse nella mia vita, e vorrei che la mia vita fosse allegra e luminosa e pulita abbastanza per poterlo accogliere come si deve.
Vorrei festeggiare i miei vent’anni.
Vorrei imparare a cucinare e a creare cose con le mani.
Vorrei godere di tutto e non avere ripensamenti.
Vorrei non rimanere indietro, in generale.
Vorrei non arrivare mai a fine giornata senza qualcosa di carino o divertente da raccontare.
Vorrei sbagliare strada cento volte, piuttosto che fermarmi.
E vorrei partire da subito.
Category: castelli in aria

Sono giornate stranamente diluite, queste, giornate apparentemente un po’ perse nella percezione, falsa, di avere poche cose da fare, come se il mio tempo si fosse improvvisamente dilatato e potessi permettermi di consumarne molto di più. Ma anche giornate fitte di voglie che rinascono, di parole, di musica, di risate con gli amici, di pensieri da reindirizzare.
Ho cantato un sacco, ho riso fino alle lacrime a uno spettacolo per bambini, mi sono spellata il labbro inferiore con lo scotch da pacchi mentre facevo gli imballaggi con il pluriball, ho smangiucchiato, sbevazzato, dormito male, ho letto e mi sono accorta che mi è anche venuta la voglia di scrivere.
Ero lì che l’aspettavo, e adesso che finalmente è tornata sento che dovrei fare qualcosa per riuscire a concretizzarla, trovare un modo o una forma in cui incanalarla. Uccidere la paura e liberare le idee. Trovare la ghiandola pineale, come fare quel dannato salto che segna il confine tra potenzialità e messa in atto, tra volere e riuscire. Tra avere un mondo nel cuore e poterlo esprimere con le parole, mi verrebbe da parafrasare, ma in realtà neanche. Sarebbe così più facile se si trattasse semplicemente di una difficoltà di trasposizione. Che anzi, è esattamente quello che faccio quando traduco. Quando traduco è facile, ho già la materia pronta, tutto quello che devo fare è comprenderla e trasformarla, farla rivivere in una veste nuova. E’ lei che parla, io non ho che da ascoltare.
Ed è una cosa meravigliosa.
Ma poi mi perdo quando invece mi manca una base d’appoggio, quando dovrei essere io a tirare fuori la materia e disporla secondo l’ordine che nessuno mi dà e che io sono libera di immaginare a mio piacere. Mi blocco proprio su quel confine invisibile che c’è tra trasformare e creare, tra l’essere interprete e artefice, e mi chiedo se non si possa in qualche modo forzare la serratura, arrivare dall’altra parte. O se invece dovrò rassegnarmi a quell’altra cosa che è capitato che sia quello che so fare, avere le parole per i mondi degli altri, con tutto che è una cosa che comunque amo.
E’ che per tanto tempo sono stata talmente convinta di essermi inaridita del tutto che non avevo mai preso minimamente in considerazione l’idea che invece potessi guardarmi dentro e lavorare con ciò che c’era. Ero talmente impegnata a essere seria e realista che la fantasia l’ho nascosta sotto il tappeto, me la sono proprio dimenticata, voluta dimenticare.
Sono convinta che da qualche parte c’è, magari un po’ sgualcita, magari un po’ debole e arrugginita, in attesa solo di essere nuovamente tirata fuori ed esercitata. Un po’ come gli addominali sotto la pancia che non è che non ci sono, basterebbe un pochino di allenamento e tornerebbero a fare il loro lavoro come si deve.
Ecco cos’è che devo fare adesso, nei mesi che verranno, per tutto il tempo che mi richiederà perché, credo, è un lavoro che funziona sulla lunga distanza, è leggere molto, guardare molto, vivere molto, lavorare sulla propria percezione delle cose, trovare una propria direzione, la giusta visuale, la giusta prospettiva.
Devo andare a riprendermi l’energia creativa, provare a vedere se l’esperimento funziona.
Mica detto, eh.
Però. Di sicuro mi farà bene, in ogni caso.

Settemmezza del mattino, appena fuori il portone di casa.
Molto prima, un sacco prima della Stradasulmare, a quest’ora in cui il tempo si misura a fettine piccolissime, per non lasciarsene scappare via nessuna da quel momento magico in cui ancora non ci si rende conto della giornata che incombe. Ecco, quando arrivo alla Stradasulmare, ci vorranno cinque minuti se ci vogliono, è lì che inizia veramente la giornata. E’ quando vedi tutti con lo zaino alla fermata dell’autobus che realizzi che stai andando esattamente dove vanno loro. Prima ti puoi sempre immaginare un’altra cosa. Prima è tutto uno scrollarsi il sonno dalle palpebre, il rumore dei miei passi che comincia, il sapore acre della sigaretta del mattino mescolato al gusto dell’aria fresca che colpisce appena fuori. Qualche macchina, poche. Vicini, pochi. Poche le serrande sollevate sull’unica via proletaria di questa zona, stretta stretta tra gli appartamenti di lusso e le case dei calciatori. File di cassonetti, il rigagnolo che scorre sotto, il ponte della ferrovia.
E qui, puntuale al suo appuntamento con questi cinque minuti di mattino straniato che le corrispondono in pieno, arriva questa canzone. Tutte le volte. Genialità dei brani casuali, o magari l’intelligenza artificiale degli Ipoddini di ultimissima generazione. Ma, minuto prima minuto dopo, arriva questa, sicuro sicuro.
In the jingle-jangle morning I’ll come following you.
Intraducibile, come lo è in buona parte tutta la canzone. In italiano suonerebbe orribile. Mattino disfatto, una cosa così. Un mattino disfatto con le occhiaie viola, con gli occhi appannati, con sangue alterato in circolo nel corpo. Un mattino fatto, fattissimo, che ha visto i draghi tutta la notte e si è ritrovato all’alba con la sensazione di essere ridotto in briciole. E spezzoni di frasi, quelli che riesco a capire, sgranati come perle in questi cinque minuti di mattino allucinato.
Let me forget about today until tomorrow.
Poi finisce. Un autobus che arriva, un’altra canzone random.
I treni per Reggio Calabria. O prima o dopo, sempre.
E mi sembra sempre che la giornata incominci un sacco bene, quando è così.

C’è questo nuovo orario delle ripetizioni, che mi regala una mezz’ora di passeggiata in discesa, da San Martino fino ad Albaro passando per le scorciatoie belle, e poi un’altra mezz’ora per farmi i fatti miei, tra le quattro e le quattroemmezza, che è ancora chiaro. Una mezz’ora per il caffè e il tavolino del bar per quando c’è il brutto tempo o fa freddo, una mezz’ora per prendersi il fresco all’aria aperta quando, come oggi, un pezzettino di primavera sembra fare capolino, timidamente, dopo l’umido schifoso gelido degli scorsi giorni. La mia mezz’ora del dopo pranzo, ritagliata e incollata qui, a metà del pomeriggio lavorativo, a riposare i piedi dalla camminata su una panchina nel parco. A trasformarsi da una mezz’ora-muffa in una mezz’ora che si sta bene, da farsi venire voglia di spenderla in modo bello.
Lì, se alzo la testa vedo dal basso i rami spogli degli alberi. Tronchi bianchi e tronchi neri che finiscono in geometrie di rametti sottili, ricamate contro il cielo che è azzurrino quasi lilla. Ci sono i cani liberi dal guinzaglio che vengono e annusano, posano la testa sul ginocchio, si fanno accarezzare. C’è poca gente e quella che c’è è gente senza fretta, che sta in silenzio e cammina piano.
Lì tornano le parole. Hanno la forma delle foglie, l’odore della terra, il colore dell’ombra e del sole che filtra. E’ come se si trattenessero lì in attesa di essere chiamate a raccolta, e una volta chiamate arrivassero spontanee, senza distanze da attraversare. Così sono riuscita a prendere la penna in mano, e ho scritto come era da mesi che non scrivevo, con le parole che andavano da sole a coprire gli spazi giusti. Quello che ho scritto mi somiglia. E’ la descrizione della non-condizione che non ho mai saputo esprimere. E, forse, può essere un inizio che apre in direzione di un esito. E forse saprò che direzione seguire quando le parole sembreranno essersi perse in un posto dimenticato. Perché le parole mancano quando manco io. E quando le ritrovo, è anche me che ritrovo.
Quando dico che l’autobus è un po’ come stare seduti sul gabinetto. Che ci si fanno troppissimi trip.
Sono almeno due i post che mi sono venuti in mente oggi pomeriggio tra andata e ritorno. C’è tutto un film che mi sono fatta sulla nostra adolescenza postideologica e sugli eskimi innocenti e sulle robe emo e tutto questo genere di argomenti qui, e che però lascio un po’ a decantare, perché apre a tutta una serie di ramificazioni che quando si pensa vengono fuori facile facile, ma quando si scrive un po’ meno. Allora facciamo che aspetto un momento migliore, e con un po’ più di tempo.
Invece il secondo trip riguarda, per un curioso gioco di meta-cose, il blog esso stesso e la virtualità un po’ tutta, in generale.
E’ che io sono la generazione che il computer ha iniziato a impararlo quasi alle elementari. E mio fratello è la generazione che quasi all’asilo. In mezzo ci sta un abisso, tra noi e i tredicenni, ma questa è un’altra storia.
Ed è che noi che con il computer siamo diventati adolescenti. Noi che quando iniziavamo a essere adolescenti ci stava già la banda larga, la connessione senza limiti, le chat, emmesseenne. E i blog, of course. Noi su internet, chi più chi meno, ci siamo almeno in parte costruiti. E’ diverso, costruirsi nella virtualità, estremamente diverso da approdare alla virtualità in un secondo tempo. Allora penso che un po’ abbiamo trascurato di esercitarci sulla realtà, che certe volte ci spiazza. E questo vale prima di tutto per i rapporti con le persone.
Non è solo per la facilità di conoscere gente in rete, no. E’ un discorso più complesso, di identità che uno si costruisce, di ciò che più o meno consapevolmente si filtra da dietro lo schermo, si aggiusta, si modifica. Subentra una sorta di finzione letteraria che si insinua a un livello più radicato, come un gioco di specchi deformanti. Non è un male, di per sé. Ma i due binari vanno tenuti separati. Non è che su internet si è qualcos’altro da ciò che si è. Ma si può essere se stessi all’ennesima potenza o anche non riuscire a rendersi giustizia; e in ogni caso difficilmente si è se stessi a tutto tondo, ma piuttosto se stessi visti di profilo, di sbieco, di scorcio, visti relativamente a ciò che tutto sommato interessa a noi far vedere. Se io guardo il panorama dalla finestra, quel panorama che vedo è esattamente lo stesso che se io uscissi fuori. Ma dalla finestra ne vedo un po’ meno, semplicemente. Poi a volte magari il vetro non è del tutto lucido e così la mia prospettiva si interrompe più vicino, e i contorni si sfumano prima che riesca a cogliere i dettagli. Ecco.
Una delle mie paranoie degli ultimi tempi è stata quella di non riuscire a farmi riconoscere in ciò che scrivo. Cartesianamente, sono in quanto scrivo, sono quello che scrivo? Ovviamente no. Però ho avuto, chissà come, la sensazione di non reggere al confronto con quella che posso sembrare da qui. Non è neanche questo il punto, a dire il vero. Ma ha a che fare, perlomeno nella misura in cui la virtualità non solo costituisce uno specchio deformante in cui mi si vede dall’esterno, ma diventa anche una sorta di alternativa alla realtà per me, quando non proprio una fuga.
C’è che abbiamo questo problema, noi che siamo ragazze degli anni duemila. E che magari siamo anche un po’ sociopatiche di carattere. E che cerchiamo una dimensione di vita che ci realizzi, e non sempre è possibile costruirla a partire da ciò che ci troviamo intorno.
C’è che perdiamo, perdo, il senso della realtà nell’approccio con la persona.
Così, tanto di quello che è entrato nella mia vita dell’ultimo anno non ci sarebbe probabilmente mai entrato, se non fosse che io ero qui a riversarmi sul blog. Tante cose che non sono solo i sentieri con la frana che ti sbarra la strada. Tante cose meravigliose. Ecco, in questo senso internet è una cosa meravigliosa, proprio perché ti permette di riversarti come e quanto vuoi, e proprio perché su internet le persone si incontrano, si scoprono, si raccontano come non farebbero mai, se si trattasse di scontrarsi sulle scale della stazione o fare la coda insieme al supermercato. Perché scrivendo è più facile, scrivendo si può oggettivare, prendere le distanze, sedurre da lontano.
Ma ecco, io a volte mi viene il dubbio di essere proprio solo una donna che scrive. Che sa tirare fuori se stessa solo nel momento in cui scrive. O canta, anche, ogni tanto. E mi sembro un po’ una scatola vuota, quando poi mi accorgo che non sostengo una conversazione con la stessa disinvoltura con cui mi esprimo per iscritto. Quando mi accorgo che è un mese e anche più, che passo davanti a quella benedetta libreria senza risolvermi a fare qualcosa.
Così a volte mi chiedo se mi convenga maggiormente continuare a srotolarmi questo filo di Arianna che puntualmente si ingarbuglia nel punto cruciale. Perché è tutto tempo che passa a vuoto, intanto che io studio le mosse senza mai risolvermi ad un qualcosa di concreto. Allora mi dico che tanto vale rifugiarmi nella mia virtualità ben tenuta, rifinita, in cui so di avere molte più carte da giocarmi. Ma è un rifugio, ma non ce la faccio per orgoglio prima ancora che per altre considerazioni. Vada come vada, non constaterò di essermi arresa alla realtà prima di aver almeno tentato di scalfirla.
Perché tutto va bene, anche innamorarsi di un uomo su internet. Ma devi essere sicura che non è che gli uomini si innamorano di quella che tu appari sullo schermo, devi essere sicura che hai delle carte da giocare anche nell’approccio concreto, fisico.
Tutto questo non soltanto per dire che forse abbiamo un po’ perso il senso di provarci con un uomo nella realtà.
Anche per dire che internet è una cosa meravigliosa. Perché è il mezzo di comunicazione più libero che esista. Allora può anche essere che quando faremo la rivoluzione, la faremo proprio a partire da qui.
Ma se noi diventiamo i nostri mezzi di comunicazione. Allora anche la rivoluzione soffoca in seno a se stessa.
C’è che mi sento a metà di due fasi, e non so spiegare perché.
E aspetto un sacco di cose, nel frattempo.
Aspetto l’estate, innanzitutto. Aspetto il mare da stare un sacco in acqua e le pietre caldissime sotto l’asciugamano. Aspetto la frutta estiva e le granite e il mangiare freddo.
Aspetto che finisca la scuola.
Aspetto le dediche importanti da fare sulla foto di classe.
Ma aspetto anche di non dover fare mai più la foto di classe.
Aspetto di mangiare una montagna di cioccolato perché semplicemente ne ho voglia, e non per noia o per consolazione.
Aspetto la casa nuova, ma soprattutto aspetto la casa dove andrò a stare per i fatti miei.
Aspetto il prossimo concerto di Guccini e un treno che mi porti lontano.
Aspetto una notte stellata d’agosto ma anche un temporale notturno che è bello stare svegli e sobbalzare ad ogni tuono e vedere i lampi di là dal vetro.
Aspetto il giorno che le mie mani sapranno suonare di nuovo.
Che saprò raccontare una storia.
Che canterò per il gusto di farlo.
Aspetto un cane, tantissimo.
E un massaggio alla schiena che mi fa male, e una schiena dolorante da massaggiare, o forse aspetto il giorno che non avrò più male alla schiena perché mi sarà tornata la voglia di nuotare e correre e prendermi cura di me.
Aspetto mille lettere da scrivere.
Aspetto tantissimi libri da leggere e un sacco di film da guardare e di spettacoli teatrali belli da andare a vedere.
E una marea di cose da tradurre e altrettante da scrivere e una tragedia greca da portare in scena.
Aspetto l’esame di maturità e la fine dei fottutissimi anni del liceo.
Aspetto la prossima manifestazione.
Aspetto che mio fratello mi porti a pattinare.
Aspetto un inverno con la neve e un Capodanno divertente.
Aspetto che il Manifesto rifaccia l’album, così magari riesco a finire la raccolta.
Aspetto di andare a camminare in montagna, ma con chi voglio io.
Aspetto di trovarmi un lavoro stimolante e impegnativo e soddisfacente.
Aspetto di lamentarmi un sacco perché sono stanca e indaffarata ma di non lamentarmi mai più perché sono annoiata e frustrata e insoddisfatta.
Aspetto di fare fatica, ma di farla per qualcosa a cui tengo davvero.
Aspetto che tornino gli anni Settanta.
E soprattutto aspetto una persona che riempia la mia metà vuota.
Ma che la riempia di me, non di se stessa.
In modo che poi possiamo essere due interi vicini e meravigliosamente indipendenti.

Non è un post su di lei.
E’ che oggi sono in vena di fare i capricci.
Di lagnarmi, di sbuffare, di rispondere male e di fare la lista dei desideri.
Voglio prendermi un mese sabbatico, tanto per cominciare, per rientrare giusto in tempo per le elezioni e affrontare con animo più disteso i terribili giorni che saranno e la trasferta in terra leghista.
Voglio un cane da portare fuori, e tante mattinate libere per portare fuori il cane.
Voglio andare a vedere la neve che è caduta sui monti in queste notti di freddo siderale, e voglio qualcuno che mi ci porti tenendomi per mano.
Voglio andare a nuotare e a pattinare in corso Italia, e voglio imparare a cucinare come si deve.
E voglio un trattamento estetico come si deve, e un nuovo taglio di capelli, e un analista low cost, e una giacca nuova per la primavera.
E voglio parlare per il gusto di farlo, e avere tanto tempo per pensare.
I pensieri vengono male tra le mille cose di queste giornate superaffollate, sull’autobus, per la strada, sotto la doccia.
La stanchezza non riesce a spegnerli, li rende solo più affannati.
E i pensieri affannati sono brutti, vorrei buttarli tutti nel cestino come lo spam quando apro la posta.
Io ho voglia di pensieri lunghi, distesi, anche complicati o dolorosi, ma che si prendano il loro tempo, non i pensieri arruffati e troppo corti dell’autobus.
Vorrei che ci fosse l’ora in cui si pensa. Come c’è l’ora di italiano o l’ora del pranzo o l’ora della lezione pomeridiana.
E per le parole è lo stesso.
Mi capita di rado di parlare perché ne ho voglia.
Il più delle volte parlo interrogata, parlo di circostanza, parlo fino a seccarmi la gola per spiegare la terza declinazione o il participio greco, raramente mi sento coinvolta in quello che dico.
E allora succede che ogni tanto mi si sveglia il grillo parlante, quella vocina insidiosa che se ne sta nascosta da qualche parte tra lo stomaco e l’ipotalamo, e si diverte a stuzzicarmi.
Mi dice che lavoro troppo.
Che, a conti fatti, sto facendo più ore di lezione di un insegnante part time.
Solo che poi c’è anche la scuola, c’è da tenere il passo con le interrogazioni che spuntano qua e là come i funghi e io non ce la faccio.
E c’è il violino che va male perché non lo suono quasi più.
E ci sono tutte le cose a cui non so rinunciare, la politica e i meravigliosi progetti femministi e le passeggiate fuori programma e fare tutto all’ultimo minuto e i vari modi per perdere il poco tempo che ho e il blog, naturalmente.
E così l’estetista, il parrucchiere, la piscina e i pattini aspettano.
Aspetta la pila di libri sulla mia scrivania e aspettano tutti quelli che mi voglio comprare da Feltrinelli.
Aspettano i lirici greci, Pasolini e l’ultimissimo della Allende e Pennac e Caos calmo.
Poi quando arrivo a casa la sera, e conto le banconote da dieci euro, il grillo parlante esce di nuovo dal suo nascondiglio e mi si siede su una costola, e riprende a bisbigliarmi le sue cattiverie.
A ogni foglietto rossastro che mi passa tra le dita mi chiede se davvero ne valga la pena.
E io anche, mi chiedo se ne valga la pena.
Mi faccio un po’ pena, a mettere via ogni giorno i miei pezzettini di carta, mi sento così venale.
Ma poi penso al motivo per cui lo faccio.
Ogni banconota messa da parte è un pezzettino di indipendenza conquistato.
E quando saranno tanti, i pezzettini…
forse non saranno abbastanza per potermene andare.
Ma intanto saprò che tutte quelle noiosissime ore passate a spiegare il participio avranno avuto un loro significato, non saranno state fini a se stesse.
E prima o poi ci andrò, dall’analista, e mi taglierò i capelli, e mi coprerò la giacca nuova.
E saranno tutte cose guadagnate.
Salgo sulla funicolare alla Zecca.
Non l’avevo mai presa fino in fondo, la funicolare. Di solito arrivavo a Castelletto.
Stavolta però me la faccio tutta, fino al capolinea.
Da Preve in poi il percorso si fa meno pittoresco e più inquietante.
Sarà che sono rimasta sola, con un tizio che sta seduto poco più in là e legge una rivista di moto. E non ha l’aria troppo raccomandabile, il tizio.
E io sono chiusa con questo qui in una scatoletta, senza via d’uscita.
E quindi mi balena in mente che il tizio, se volesse, potrebbe farmi qualunque cosa, ché tanto nessuno vedrebbe e nessuno sentirebbe. Il che non è proprio rassicurante.
Su a Righi, poi, la stazione è tutta buia e non c’è un’anima.
Inizio a sentire una vocina sottile sottile che mi chiede se sia stata proprio una buona idea, quella di venire quassù.
Che sarà una decina d’anni, forse di più, che non bazzico più da queste parti.
E non ho la più pallida idea della strada da prendere per arrivare nel posto che ho in testa.
Il posto che ho in testa, l’ho appurato recentissimamente, si chiama Parco Peralto.
Ce l’ho in testa perché mi ci portavano sempre i miei quando ero piccola.
E ci volevo tornare, ecco.
Ma l’unico punto di riferimento che ho è un’immagine nella testa che risalirà sì e no ai miei cinque anni.
Una cartolina sbiadita dove c’è la strada e da una parte c’è lo spiazzo verde con i tavolini e il muretto da cui si vedono i forti, e dall’altra c’è una stradina con la ringhiera di legno che va giù, ma di poco, ed è una specie di passeggiata e l’ho fatta diecimila volte, tanto tempo fa, ma non mi ricordo se sono mai arrivata in fondo.
E non riesco a vedere oltre i bordi della mia cartolina.
Tutt’intorno è passato il Nulla, come nella Storia Infinita. Tutto quello che ho è un fermo immagine sospeso in una dimensione extraspaziale, piegato con cura in un remoto cassettino della memoria.
Ci sono io piccolina e coi capelli a caschetto che corro qua e là inseguendo i piccioni e schiamazzando parole inventate.
C’è un vecchietto che sta lì e guarda il panorama.
La cosa strana è che il vecchietto ha indosso un accappatoio. Blu.
E io che lo guardo salendo in macchina, la gloriosa vecchia macchina con tutti gli adesivi politici attaccati dentro, e sgrano due occhi così.
E c’è una lumaca che mi sono fermata a rimirare per mezz’ora, una volta, facendo la passeggiata.
E c’è quella volta che ho incontrato la maestra dell’asilo, sempre sulla passeggiata. La maestra si chiamava L., era abbastanza anziana e aveva i capelli biondicci e i denti davanti un po’ accavallati e un sorriso dolce, mi ricordo.
E però io non l’ho salutata, perché ero timida e mi vergognavo.
Ecco, tutto quello che mi viene in mente quando mi sforzo di ricordare dettagli utili, è questo.
Certo tengo molto di più a questi ricordi che non ai dettagli utili. E’ anche per questo che li scrivo, per non dimenticare, ancora per un po’.
Fatto sta però che io lì non ci so arrivare.
E però mi immaginavo che l’avrei trovato, il posto, così, a intuito.
O che fosse subito lì, appena sbucata fuori della lugubre stazioncina.
Però no.
C’è una piccola area verde, lì fuori, effettivamente. E ci sono i tavolini di legno. E c’è il muretto e si vedono, bluastre, le colline, e le ultime propaggini della città che sembrano aggrapparcisi, la Valpolcevera, il Biscione. E i forti, lassù.
Però lo capisco subito, che c’è qualcosa che non va. Lo capisco perché ci sono un sacco di cose che sono diverse dal mio ricordo. Potrei farci il gioco della Settimana Enigmistica, trova le differenze. Soprattutto c’è un affare di cemento azzurro che spunta dal prato, con su delle mezzesfere che ah, sono i pianeti.
E quindi realizzo che ah, l’Osservatorio.
Ma non sarà lontano, mi dico. C’è pure il cartello che mi indica la strada per il parco.
E così vado avanti.
E’ una giornata grigia, le nuvole hanno steso una cortina orizzontale su tutto il cielo e ogni tanto qualche lembo cade giù, a sfiorare le colline.
Genova, la mia Genova schiacciata sul mare, repubblicana di cuore, vento di sale e d’anima forte, Genova odiata e tanto pazzamente amata, la vedo adagiarsi sotto di me, sulla sinistra.
In lontananza sta piovendo. E’ bellissima la pioggia vista da lontano, sembra un cono di luce.
Penso che forse è più bello, una giornata senza sole.
E’ più simile al paesaggio brumoso della memoria, sfuma i contorni, rende inclini a lasciarsi immalinconire dai ricordi lontani.
Poi non lo so cos’è successo.
Gli alberi spogli, con i loro tronchi nodosi e i rami nudi attorcigliati verso l’alto, il freddo, l’aria immobile spezzata solo di tanto in tanto dal passare di qualche automobile, tutto questo mi ha messo addosso una strana inquietudine.
E l’inquietudine è diventata paura.
Una paura irrazionale, violenta, ancestrale, di quelle che fanno venire il magone e trasalire a ogni rumore.
Ora, chi conosce il posto sa che a un certo punto la strada si biforca in due vie che corrono parallele, una in piano e una in salita.
Quella in piano è via Costanzi, dove passa il 64.
Quella che va in su è via Peralto, che presumibilmente mi avrebbe condotta a destinazione.
E io che sono di un’ignoranza inaccettabile non lo sapevo, o forse non me lo ricordavo, che lì c’è la fossa dei partigiani.
Ecco, io lì non sono più riuscita a muovere un passo.
Come se il luogo stesso trasudasse ancora la percezione della minaccia, come se tra quegli alberi si aggirassero ancora i fantasmi inquieti della Resistenza, le anime sanguinanti dei partigiani uccisi e gli spettri dei tedeschi, neri e senza volto, ancora desiderosi di sangue, come Voldemort nella Foresta Proibita.
La storia urla tra le pareti della fossa. Urla un suo grido silenzioso, rappreso dagli anni, congelato dall’oblio.
Non sono riuscita ad andare avanti.
E nessuno sa che io sono lì.
Non l’ho detto a nessuno, che ci venivo.
Se mi succedesse qualcosa, qualunque cosa, non mi troverebbero mai. Diventerei un caso nazionale.
Ma non è solo questo.
E’ che io lo so, in realtà, che non c’è da aver paura.
Che è tutta una sega mentale enorme che mi sto facendo.
Sono io che mi spavento. E’ di me che ho paura.
Perché mi rendo conto che c’è qualcosa di strano, in tutto questo.
Perché non riesco a spiegarmi tutta questa urgenza che ho di scappare dal mondo, di girare senza meta, sola, seguendo la traccia sottile dei ricordi, alla ricerca spasmodica di una mia dimensione interiore.
Perché non so dove potrebbe condurmi il mio vagare.
Ci sono troppe cose con cui mi devo riconciliare.
Troppe cose da rimettere in ordine, da mettere via.
E’ come entrare in un vecchio solaio polveroso stipato di cianfrusaglie.
E non riuscire nemmeno a trovare l’interruttore della luce, figuriamoci passare lo straccio per togliere la polvere e le ragnatele e mettere ogni cosa nel cassetto giusto.
Ma se io riuscissi a convincere un’altra persona, a entrare con me nella soffitta disastrata, allora forse riuscirei a trovarlo, l’interruttore della luce.
Se fossimo in due si potrebbero aprire le persiane, spalancare i vetri, far entrare i raggi del sole.
Si potrebbe iniziare a passare lo straccio per togliere la polvere.
A mettere via le illusioni che tanto poi lo so che sono lì negli scatoloni, pronte da tirar fuori quando ne ho voglia, i consigli, i rimorsi e i rimpianti e le legnate che però il livido anche se ci passi il detersivo mica va via, ma non importa.
Raccogliere le cartacce sparse in giro e riordinarle in un cassetto che così ogni volta che ne ho voglia me le posso andare a riguardare senza naufragare nel disordine.
A essere in due, in un futuro imprecisato si potrebbe arrivare a passare anche un po’ di lucidatrice, forse.
Ce ne avrei mille, di cose di cui mi piacerebbe parlare.
Sta succedendo di tutto, là fuori.
C’è l’insurrezione antipapa alla Sapienza, per esempio.
Ci sono gli scioperi degli operai.
Ci sono i rifiuti in Campania che oh, l’emergenza è più grave del previsto, ma chi l’avrebbe mai detto.
Io però verso in uno stato di stanchezza tale che anche mettere in fila queste due parole stentate mi si presenta come uno sforzo titanico.
E tutto quello che riesco a connettere è che vorrei qualcuno che mi scaldasse le mani e i piedi congelati, quando torno a casa tutta intirizzita e inumidita da ‘sto tempo scemo e nervosa per la crisi di astinenza da sole, da tramonti invernali sulla spiaggia e da passeggiate mattutine sul lungomare.
E mi preparasse una bella tazza di the caldo, anche.
E perché no, che mi sfilasse delicatamente jeans e maglione e poi mi mettesse anche a letto e mi rimboccasse le coperte.
E che mi raccontasse una storia, per farmi addormentare.
Ma una storia bella.
E poi mi cantasse la ninnananna, vedendo che la storia mi ha preso troppo per riuscire a conciliarmi il sonno e sono troppo ansiosa di sapere come va a finire.
E se ne andasse via posando bacio sulla mia testa capellona affondata nel cuscino, camminando in punta di piedi e tirandosi lentamente dietro la porta, piano piano.
Proprio come se fossi piccola piccola.
O come una vecchietta innamorata, quando dell’amore è rimasta la dolcezza platonica di un sorriso e di una carezza tremante sui capelli.

Riemersa come se nulla fosse da un attacco di depressione cosmica durato mezza giornata e senza la benché minima motivazione logica, ieri sera tra prima e dopo cena ho letto “Dolce per sé” di Dacia Maraini.
E’ strano, perché mi ha preso e me lo sono finito in un paio d’ore, ma non mi è piaciuto.
E’ un romanzo epistolare, una serie di lettere che nell’arco di sette anni la protagonista, Vera, cinquantenne giramondo autrice di testi teatrali, indirizza a Flavia, una bambina che all’inizio del romanzo ha appena sei anni.
Le due si conoscono a causa della lunga relazione di Vera con il trentenne zio della bambina, violinista di successo in una famiglia di musicisti di talento.
Non male, come situazione di partenza. Però non so, io me l’aspettavo diverso.
Cioè, a me piacciono quei libri in cui l’ambientazione è colta di sfuggita, nel suo divenire, come in un quadro impressionista. Dove i colori e il paesaggio seguono l’andamento delle emozioni dei personaggi e si limitano a filtrare attraverso le loro psicologie, sempre indistinti, sfocati, soggettivi.
Senza essere per questo meno importanti, anzi.
E nel romanzo epistolare immaginavo che questa funzione quasi di transfert del paesaggio fosse dilatata, portata alle estreme conseguenze, dato che estremamente soggettivo è il punto di vista di chi scrive, trattandosi di corrispondenza privata.
Invece no.
C’è troppo rosso di scarpette di vernice e gonnellina scozzese con cappellino coordinato di bambinetta in tiro, troppo verde di estati in Alto Adige e troppo anche di quell’atmosfera tirolese e un po’ rarefatta di famiglia borghese in vacanza, troppo blu notte di abiti eleganti e concerti serali.
Immagini troppo nitide e però troppo vuote, che non rappresentano nulla.
Un po’ come guardare un paesaggio fotografato su un calendario, potrà essere meraviglioso ma non ti darà mai neanche un decimo dell’emozione che ti dà invece la foto maldestra, magari controluce, magari tutta storta, di quel posto in cui sei stato tempo fa e a cui colleghi istintivamente una miriade di sensazioni, di parole, di ricordi.
E però, in mezzo a tante immagini da calendario, a un certo punto una scena mi ha colpita e ha iniziato a perseguitarmi.
E’ una fantasticheria erotica meravigliosa.
Nel libro, la protagonista racconta di un viaggio in Spagna col fidanzato violinista di vent’anni più giovane.
La sera, in albergo, avvolgono uno scialle intorno alla lampada, per rendere la luce più soffusa.
Fanno l’amore, e dopo lui si alza, e prende il violino, e le suona la Ciaccona di Bach.
Mi perdonerà, la Maraini, se copio.
Ma è una scena di una sensualità devastante.
Ecco, io ora non faccio che pensare che il mio uomo ideale è un musicista.
Un violinista dal carattere ombroso, che mi porti in una camera di albergo di lusso e dopo fatto l’amore si alzi dal letto ancora sudato, ancora tremante, e suoni per me alla luce azzurroeoro di un drappo di chiffon blu intorno all’abat-jour.
Magari non la Ciaccona, non pretendo così tanto.
Però la prima delle sei sonate e partite di Bach, quella sì, che tutte le volte che la sento mi toglie il fiato.
Oggi con il prof C. parlavamo di scuola.
Il prof C., che insegna storia, o almeno così dovrebbe, è un personaggio.
E’, come lui stesso ama ricordare, un appartenente alla generazione di quelli che hanno fatto il Sessantotto, è di sinistra ma meno di come può sembrare, è uno che tutti gli anni celebra il giorno della memoria a novembre perché detesta le ricorrenze e in classe ama parlare di attualità, anche se con una certa tendenza a ripetersi.
Il suo intercalare preferito è “Mi seguite?”.
Ha un’erre moscia che più moscia non si può e ogni tanto, quando dice qualcosa che gli sta particolarmente a cuore, la voce gli si alza ad un falsetto degno di un coro di voci bianche, e allora restare seri è praticamente impossibile.
E dice: “la Repubblica iiiiiitaliana”, con tanto di cesura dopo le diecimila “i”.
Con lui si possono programmare le interrogazioni, si può chiedere di andare in bagno anche quindici volte e ti ci lascia andare, ci si può dedicare a qualsiasi tipo di attività alternativa, telefonate comprese, e questo non perché sia uno di quei prof incompetenti che non sanno tenere le classi, ma semplicemente perché a lui va bene così, e se un bel giorno gli girasse male sarebbe capacissimo di tenerci incollati al banco col naso sui libri per due ore di fila.
Ma veniamo al dunque.
Oggi il prof C. ha fatto una lezione sulla scuola, dicevo.
Buffo, ha esordito, la scuola che diventa oggetto di se stessa.
Ma non è questo il punto.
Come discorso era abbastanza scontato, non lo nego, perlomeno per me che ho uno stuolo di familiari che nella scuola lavorano e che quindi quelle stesse cose le ripetono più o meno un giorno sì e uno no.
Io però sono dell’idea che anche i discorsi più scontati e banali vadano fatti, perché se andassimo a vedere probabilmente ci accorgeremmo (plurale maiestatis) che per la stragrande maggioranza delle persone, e nella fattispecie dei miei coetanei, sono tutt’altro che scontati e tutt’altro che banali.
E’ anche vero che certi discorsi lasciano il tempo che trovano, ma almeno provarci è già qualcosa.
Detto questo, vengo al dunque, e questa volta per davvero.
C’era una volta la scuola prima del Sessantotto.
E nella scuola prima del Sessantotto c’era l’Italia prima del boom economico, l’Italia ignorante, povera, contadina, l’Italia dove ancora l’italiano non era di tutti, l’Italia annichilita dalle guerre e dalla dittatura fascista.
Era una scuola d’élite, quella presessantottesca.
Erano un’élite gli insegnanti, of course.
Ma, eccezion fatta per le elementari, che erano le sole a essere frequentate da tutti, anche gli studenti erano un’élite.
Succedeva questo, che una volta conseguita la licenza elementare, i figli dei ricchi e della borghesia medio-alta si iscrivevano alle medie, previo esame di ammissione, e tutti gli altri finivano a fare l’avviamento professionale.
Gli uni poi andavano al liceo, gli altri a lavorare, a tredici-quattordici anni.
Questo fino al 1962, quando viene approvata una riforma che abolisce la distinzione scuola media/avviamento e le medie diventano uguali per tutti.
E poi ci sarà il maggio francese, ci saranno gli studenti che scendono in piazza e contestano a fianco dei portuali e degli operai, e ci sarà la riforma degli esami di maturità, nel non meno “caldo” ’69.
E la liberalizzazione di tutte le facoltà universitarie, cosa che per chi non lo sapesse può sembrare ovvia ma è tutt’altro, perché fino ad allora medicina o filosofia te le sognavi, se non avevi fatto il classico.
Fino ad arrivare al riconoscimento degli organi collegiali degli studenti, nel ’74. Assemblee, consiglio di istituto e via dicendo.
Il resto è storia nota.
E mentre il prof C. parlava, a me tornavano in mente le tante storie di famiglia, di quando la scuola era un optional destinato ai cosiddetti “ricchi”, o quantomeno ai benestanti, e gli altri non potevano.
Mio nonno.
Un paesino dell’astigiano, anni Trenta-inizio Quaranta. Il fascismo, la guerra.
I genitori di mio nonno erano, credo, analfabeti, e facevano i contadini.
Si alzavano all’alba, tutti i giorni, e partivano per i campi, con tanto di bue al seguito.
E mio nonno, ha avuto appena il tempo di prendersi la licenza elementare prima di andare anche lui lì, a lavorare nella vigna.
Quasi come in un romanzo di Pavese, solo che quella era la realtà.
Poi, mio nonno, dopo che si è sposato ed è venuto a vivere a Genova, è entrato nelle allora ferrovie dello Stato, e per tutta la vita ha fatto il ferroviere.
Ma nel frattempo ha cercato di appropriarsi di tutto il sapere che gli era stato negato.
Ha comprato libri su libri, divorato testi di filosofia, di storia, di letteratura, sudato sangue perché i suoi figli potessero avere tutte le possibilità che a lui non erano state concesse.
E anche adesso continua, instancabile.
Lo vedo commuoversi leggendo Dante, recitando a memoria intere cantiche della Commedia oppure Leopardi, o Foscolo, lo vedo arrabbiarsi e impuntarsi quando incontra una parola di cui non sa il significato, perché ogni tanto ancora gli succede, svegliarsi in piena notte in preda a un dubbio e mettersi a tirare giù libri dagli scaffali per cercare una soluzione al suo dilemma.
E mi commuovo anch’io, dentro di me.
Poi mia nonna.
Costretta, nell’Alessandria dell’immediato dopoguerra, ad abbandonare gli studi a un passo dalla maturità classica per mantenere la famiglia, dopo la morte improvvisa del padre.
Una maturità magistrale messa su in fretta e furia e via, a diciott’anni faceva la maestra e l’avrebbe fatta per tutti i quarant’anni successivi.
Ma non c’è bisogno di arrivare a sessanta e più anni fa.
Perché l’altra storia di possibilità negate è quella di mia madre.
E quelli erano gli anni Sessanta-Settanta, nel pieno della contestazione.
E non era la campagna piemontese, era Genova.
Erano una famiglia povera, che faticava ad arrivare a fine mese.
Che lavoro facessero i miei nonni materni, ammetto di non averlo mai saputo.
Però so che a tempo perso mio nonno faceva l’attore, ed è una cosa che mi rende un sacco orgogliosa.
Mia madre ha fatto delle elementari d’inferno, per colpa del fatto di appartenere a una famiglia povera.
La trattavano malissimo, le abbassavano i voti, credo abbia addirittura perso un anno, per questo.
Mi raccontava episodi terribili, che ora neppure ricordo, ma ricordo benissimo tutta la rabbia con cui, a distanza di decenni, rievocava quelle esperienze.
Poi, anni Settanta, le superiori.
Ragioneria, ché il liceo, lei sapeva benissimo che la sua famiglia non avrebbe potuto permetterselo.
E avrebbe avuto tutte le carte in regola per farsi un classico come Dio comanda.
Ecco, io penso che a prescindere dalle singole storie di famiglia, noi come generazione dovremmo pensarci su, ogni tanto.
Pensarci su nel senso di avere un approccio più responsabile nei confronti della scuola.
Che è lungi dal non aver problemi, beninteso.
Però in realtà allo studente medio non gliene frega niente.
C’è voluta la riforma Fioroni, lo spauracchio delle rimandature, per far scendere in piazza gli studenti.
C’ero anch’io, in piazza, non per Fioroni ma perché si parlava anche di diritto allo studio, di Finanziaria, di investimenti sulla scuola, di problemi seri insomma che però sono passati del tutto in secondo piano.
Ce ne sarebbero mille, di ragioni per manifestare.
Però se si protesta, e si dovrebbe, allora bisogna farlo con cognizione di causa, bisogna farlo nell’ottica di migliorare i problemi che realmente ci sono, nell’ottica di rapportarsi ai problemi della scuola in modo responsabile e non solo per invocare soluzioni di comodo.
C’è una cosa che, in ogni caso, dobbiamo tenere bene a mente, ed è che noi abbiamo avuto, in linea di massima, la possibilità di scegliere.
Possiamo decidere se studiare fino alla laurea specialistica o se prendere la licenza media e andare a lavare i piatti.
Non è così scontato.
E allora vivere la scuola in maniera responsabile, cercando di risolverne i millemila problemi in modo critico, dovremmo farlo in primo luogo per noi stessi, ma anche come riscatto nei confronti di chi la possibilità di scegliere non ce l’ha avuta.
Dimenticavo la vexata quaestio delle assemblee d’istituto.
Io, per quanto riguarda le assemblee, sono una che pratica la partecipazione selettiva.
Cioè: io all’assemblea ci vado se mi interessa l’argomento.
L’assemblea, in quanto diritto degli studenti, ha un valore simbolico fondamentale.
Ma non può essere solo qualcosa di simbolico.
O un pretesto, che è ancora peggio.
Io non ci vado per principio, a un’assemblea in cui si fa una partita di calcio o si assiste a uno spettacolo di cabaret.
L’assemblea dovrebbe essere un momento in cui si discute, in cui si propone e ci si propone, un momento in cui, per dirla con le parole del prof C., ci si rende pienamente conto del proprio status di studenti.
In cui si votano dei progetti, anche.
Il problema sono anche i rappresentanti di istituto, lasciatemelo dire.
Insomma, io in quattro anni non ne ho visto uno che fosse almeno un po’ intelligente.
Ogni tanto capita che tra i candidati ci sia qualcuno con la testa a posto.
Ma al momento del voto avviene la selezione naturale, e i risultati si vedono.
Solo accoppiate ciellini-deficienti.
O nazi-raccomandati, come quest’anno.
Dalla padella nella brace.
Il sabato sera in casa mi fa sempre un’impressione strana. Non che non ci sia abituata, anzi. Purtroppo. Ma tutte le volte mi fa sempre un po’ l’effetto di sentirmi fuori dal mondo. A pensarci bene non è per forza un male. Mi fa pensare che posso anche guardarla da lì, la mia città. Vederla con l’occhio profondo del pensiero che va oltre la fetta di strada buia che vedo dalla finestra. Osservarla senza esserne osservata e amarla così, in questa maniera un po’ trascendente, platonica, e lo stesso terribilmente viscerale. La mia Genova del sabato sera mi piace pensarla così, sospesa in un misto di eccitazione e malinconica dolcezza. Madida del sudore dei locali surriscaldati, inebriata dall’alcool, stordita dal fumo delle canne. Ma forse proprio per questo più vera, più intima. Più dolce. E la mia Genova del sabato sera sono i vicoli. Io i vicoli li trovo commoventi. Commoventi per quel loro essere una sorta di “zona franca” dove può accadere di tutto, dove il sabato sera è un andirivieni continuo e variopinto di gente un po’ di tutti i tipi e dove magari due traverse più in là ci si prostituisce, si muore ammazzati, si spaccia coca. C’è quest’ambivalenza che quando ci sei te la senti sulla pelle, ed è struggente, quasi. Poi ci sono le persone. A me piace da matti osservare le persone e cercare di indovinare chi sono, come vivono, cosa pensano. Mi piace pensare che ciascuno dentro sia molto più complesso di come appare, più a tutto tondo. Più fragile, anche, perché la fragilità è una delle cose più dolci che ci siano. E soprattutto mi piace credere, perché un po’ è quello che provo anch’io, che quando sei lì un po’ di questa dolcezza interiore venga fuori, che quando giri per strada con qualche canna in circolo nel sangue in fondo è solo un altro modo di guardare il mondo, più autentico, forse. O che quando ti chiudi a bere in un locale forse ti chiudi per un momento anche in te stesso, a volte. Che ogni sigaretta fumata è anche un po’ una pausa per riflettere. Per me è così, poi non so. E poi quando è notte fonda, e tutto è spento, e non si sente più nulla, e io però non riesco a prendere sonno, allora mi piace aprirmi uno spiraglio di finestra e guardarla dormire, la mia Genova. Che magari lascerò senza quasi mai averla conosciuta. Percorrendola un’ultima volta in punta di piedi, lo stesso commiato silenzioso con cui chiudo la finestra. Dolcemente. E torno a fantasticare.
Allora. Blog nuovo, vita nuova. Basta con le stronzatine di Messenger che inizio ad averne un po’ le scatole piene. Sì ma qui il problema è un altro. Che diavolo ci scrivo io sul mio nuovo blog da pseudopersonaseria? Il punto è che mi sembra di non avere mai nulla da dire. O che la mia vita non mi dia nulla di cui parlare.
E allora immagino.
La mia vita diversa. (va’ a capire perché non si riesce ad andare a capo su ‘sto blog.)
Io diversa.
Io da un’altra parte. Università a Pisa, perché no.
(Il test d’ingresso con versione chilometrica è un dettaglio.)
La mia stanzetta con tanto casino e tutti i miei vecchi poster alle pareti.
Il Che che ho comprato dagli ambulanti in piazza di Spagna.
La barba nera del Guccini di Via Paolo Fabbri 43 che poi è la locandina del concerto del 20 aprile a cui non sono potuta andare.
Le foto dei posti dove sono stata.
E poi mi ci immagino anche qualcosa di nuovo, tipo quei poster “Leggere” della Feltrinelli, che sono troppo belli ma il problema è che tutti insieme occupano qualcosa come mezza parete.
E un computer portatile.
Sì, quello che mi comprerò con i soldi di un ipotetico lavoro estivo.
Che così mi ci guardo i dvd la sera nella speranza di risolvere il problema della mia cultura cinematografica uguale zero. (guarda te se devo andare a capo con la barra spaziatrice.)
Lontana da casa, finalmente.
Libera tra le altre cose anche di preoccuparmi di come arrivare a fine mese. Ripetizioni, venti euro l’ora e poche storie ché le do a domicilio e poi ne va della mia sopravvivenza.
Ma dai è troppo facciamo quindici. Bene, a ‘sto punto supponiamo che quattro ore di ripetizioni a settimana, sono sessanta euro (euri, pardon). (altro mezzo minuto di barra spaziatrice)
Con questi ci vado al discount e ci faccio la spesa.
Mi ci compro il biglietto dell’autobus.
E le sigarette. No quelle no che avrò smesso. Sì invece che non ci credo ma neanche.
Ah, mi rimane da pagarmi il treno. Pisa-Genova, andata e ritorno.
La macchina non se ne parla.
Uno, non ho i soldi per comprarmela. Due, inquina. Tre ho una paura becca dell’autostrada.
E dimenticavo il Manifesto.
Ma questi sono tutti dettagli.
Ricomincio da capo. Immagino.
Di essere una persona diversa, più matura e realizzata e decisa a vivere la propria vita.
Faccio quello che mi piace, punto e basta.
Vivo in un ambiente diverso. (mi sono proprio rotta di ‘sta cosa dell’a capo).
Il liceo è solo un ricordo. Un ricordo dolceamaro, amaro in quanto liceo e dolce in quanto ricordo.
E io al liceo è anche questo un ricordo.
Ora sono io all’università, io che so cosa voglio dalla vita, io che vivo per davvero e non più di riflesso, io che scelgo e lotto e all’occorrenza soffro.
Io che amo?




"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!