Category: cose che vale la pena citare


Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.

Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l’ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale.

Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un’impalcatura, l’annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.

Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di un’indignazione passeggera.

Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.

Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un’opposizione senza quartiere ad un governo autoritario xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio.

Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra,non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.

Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia.

Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico.

Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.

Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo.

(Moni Ovadia)

si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti
di fuochi desiderati
si vive di pane
di speranza di bere
un vino buono per l’estate

(…)

si vive di sguardi fermi
di risposte folgoranti
di lettere partite
che aspettiamo in cima al mistero
di essere così soli.

(…)

Di questo si vive
e di tant’altro ancora
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.

“Mentre cammino, lo zaino sulle spalle, a capo chino, vedo al margine della strada, nelle lucide pozzanghere della pioggia, l’immagine degli alberi chiari, come di seta, e in quello specchio fortuito l’immagine è più forte che la realtà. Ecco lì, cullato nel bruno terreno, un lembo di cielo e alberi, e limpida profondità, e ad un tratto provo un brivido. Per la prima volta dopo tanto tempo sento di nuovo che c’è qualche cosa di bello, che tutto ciò è semplicemente bello, bello e puro, questo quadro nella pozza d’acqua davanti a me – e in quel brivido mi sento gonfiare il cuore, tutto ricade per un attimo, e ora lo sento per la prima volta: pace – lo vedo: pace – mi immedesimo: pace. Scompare l’oppressione che finora non dava tregua, si alza a volo un che di ignoto, di nuovo, un gabbiano, un bianco gabbiano, pace, orizzonte tremulo, tremula attesa, prima occhiata, presentimento, speranza, e si fa più grande, ed è giunta la pace.
Mi riscuoto e guardo intorno a me; laggiù, dietro a noi, giacciono i miei compagni sulle barelle e invocano ancora. E’ la pace eppure essi devono morire. Ma io tremo di gioia e non mi vergogno. Strana cosa…
Forse si rifanno sempre le guerre perché uno non può mai sentire appieno quel che soffre l’altro.”

(Remarque)

E’ il nostro sonnifero, il nostro tranquillante.
“Qui c’è l’alleanza con l’America. Qui c’è il Vaticano.
Qui è la linea politica e i suoi risultati che occorre valutare.”
“Abbiamo perso per sempre” sembra stiano per dire.
Che fare? Non lo so. So tuttavia che non si pongono più in termini di rivoluzione i nostri problemi. Da ariete ci siamo trasformati in staccionata. (…) E la nostra giovinezza, conta ancora qualcosa? (…)
Verrà un altro luglio, e ci guarderemo in viso.

(da V. Pratolini, “La costanza della ragione”, 1962)

spiriti

“La storia degli oppressi è troppo grande per essere chiusa nei libri. Solo spezzandole le ossa e tagliandole le ali, riuscite a farcela entrare. La vostra storia è più facile da scrivere. Scava una strada tra le rovine, non conosce soste, curve, dubbi, non torna mai indietro, non soccorre i feriti, non ricorda i morti.”

“Per ribellarsi occorrono sogni che bruciano anche da svegli, occorre il dolore dell’ingiustizia, la febbre che toglie all’uomo la malattia della paura, dell’avidità, del servilismo. Per ribellarsi bisogna saper guardare oltre i muri, oltre il mare, oltre le misure del mondo. La miseria dell’uomo incedia la terra ovunque, ma è un fuoco sterile, che cancella e impoverisce. E’ un fuoco che odia ciò che lo genera, è cenere senza storia. Saper bruciare solo ciò da cui poi nascerà erba nuova, ecco la vera ribellione.”

(S. Benni)

Il poeta, in giorni maledetti
giunge a prepararne di migliori.
Egli è l’uomo delle utopie:
i piedi qui, lo sguardo lontano.
E’ lui che sopra ogni testa,
in ogni tempo, come i profeti,
nella sua mano in cui può stringere ogni cosa,
deve, nel disprezzo o nella lode,
come una fiaccola che agita
far fiammeggiare l’avvenire…

(V. Hugo)

Morirò di paura a venire là in fondo,
maledetto padrone del tempo che fugge,
del buio e del freddo;
ma lei aveva vent’anni e faceva l’amore,
e nei campi di maggio, da quando è partita,
non cresce più un fiore…

E canterò, stasera canterò,
tutte le mie canzoni canterò,
con il cuore in gola canterò:
e canterò la storia delle sue mani
che erano passeri di mare,
e gli occhi come incanti d’onde
scivolanti ai bordi delle sere;
e canterò le madri che
accompagnano i figli
verso i loro sogni,
per non vederli più, la sera,
sulle vele nere dei ritorni.

E canterò, canterò finché avrò fiato,
finché avrò voce di dolcezza e rabbia
gli uomini, segni dimenticati,
gli uomini, lacrime nella pioggia,
aggrappati alla vita che se ne va
con tutto il furore dell’ultimo bacio
nell’ultimo giorno dell’ultimo amore;
e canterò finché tu piangerai,
e canterò finché tu perderai,
e canterò finché tu scoppierai
e me la ridarai indietro.

Ma non avrò più la forza
di portarla là fuori,
perché lei adesso è morta
e là fuori ci sono la luce e i colori;
dopo aver vinto il cielo
e battuto l’inferno,
basterà che mi volti
e la lascio alla notte,
la lascio all’inverno…

E mi volterò
le carezze di ieri
mi volterò
non saranno mai più quelle
mi volterò
e nel mondo, su, là fuori
mi volterò
s’intravedono le stelle
mi volterò perché l’ho visto il gelo
che le ha preso la vita,
e io, io adesso, nessun altro,
dico che è finita;
e ragazze sognanti m’aspettano
a danzarmi il cuore,
perché tutto quello
che si piange non é amore;
mi volterò perché tu sfiorirai,
mi volterò perché tu sparirai,
mi volterò perché già non ci sei
e ti addormenterai per sempre.

(R. Vecchioni)

“Se l’umanità non avesse quella buona percentuale di folli che la popolano sarebbe già finita da un pezzo. Matto era certo uno come Cristo, che sconvolge i tempi con parole nuove e si fa uccidere per la sua fede. Ma matto è anche il poveraccio che tutta la vita insegue una sfida. Matti sono stati, sono e saranno gli artisti, gli inventori, gli esploratori di terre e di idee, quelli che hanno l’ardire di cambiare le regole, di mandare a gambe all’aria l’ordine costituito, il senso comune, le logiche aristoteliche e tutto il resto. Matto era Galileo. Finì sotto processo, patì tormenti, ma la sua intuizione cambiò il corso del mondo. Matti erano paradossalmente gli illuministi. Sostenere i ‘lumi della ragione’ equivaleva a ‘sragionare’ contro i dettami della convenzione. Tutti imbarcati su quella ‘Nave dei folli’ dove sale chi non se la sente più di stare dentro il quieto pantano della società. E allora via, si va per mare. Perché i pazzi, quelli veri, sono gli ‘altri’. I cosiddetti ‘sani’, quelli senza segni di squilibrio di sorta, ben integrati nella scuola, nel lavoro, nella famiglia, nella società. Quelli che non si ribellano mai perché tanto non serve o non conviene, che non sognano mai perché si perderebbe tempo. Sempre troppo occupati nelle cose ‘serie’, a far carriera, a fare soldi. Certi che la felicità stia lì, nell’accumulare cariche, onori, potere. Glorie modeste di gente modesta, di cui in un batter d’occhio non si ricorderà più nessuno. Pazzi tristi, incapaci di cogliere il senso di quella grande, breve follia che è la vita. Una meravigliosa occasione fugace, da acciuffare al volo, tuffandosi dentro in allegra libertà.”

(Dario Fo)

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.