
In effetti ho un blog.
E ho pure cambiato di nuovo la grafica, per scriverci meglio.
Sono le nove del mattino. Sonno che si aggira entro i livelli di guardia, capelli lisci e collo incriccato.
Una moderata dose di paranoie, quel po’ che ci vuole perché sennò non sarei neanche io.
Però è primavera, è venuta un sacco di primavera. C’è il sole, fa caldo anche troppo.
Lunedì mi sono abbronzata a una grigliata di campagna, ho mangiato tanto, bevuto poco, fumato il giusto, fatto un sacco di chiacchiere con la mia amica ritrovata dopo sei mesi che non ci parlavamo più. Ho scoperto un pezzo di Genova meraviglioso, che non avevo mai visto prima. Ho giocato a pallavolo e mi sono divertita un sacco, anche se è stato lì che mi sono paralizzata mezze vertebre.
Ho anche deciso che andrò in piscina per davvero, appena avrò i soldi per un maledetto mensile che costa sempre troppo. Ma se voglio cantare devo sciogliermi tutta la schiena. E fare un sacco di addominali, anche se ho la stessa inclinazione allo sforzo fisico di un prosciutto appeso a stagionare in cantina.
Non ho scritto neanche mezza riga della mia tesina, neanche stabilito una volta per tutte l’argomento, ma anzi, finita la settimana mi ritrovo se possibile con le idee ancora più vaghe e la tentazione di cancellare anche quei pochissimi infinitesimali spunti che ci sono.
Non ho deciso niente per l’università. Me ne sto arenata come Indiana Jones nelle sabbie mobili, a godermi ancora quattro mesi di tempo che ho a disposizione per far cessare la guerra di pensieri che si sta scatenando nella mia testa.
Mi sto esercitando ad arrivare alla maturità con atteggiamento zen, anche se tutto congiura in direzione dell’esatto contrario, e la prima cosa che devo fare è dare un bel giro di vite alle ripetizioni, come in parte sto già facendo. A costo di dover spendere un sacco di meno e faticare molto di più per una parvenza di autosufficienza economica.
Tornare a scuola, domani, con questo tempo, con questo caldo, è un assassinio. Credo che marinerò un sacco nei prossimi mesi. Ho in mente un sacco di giri che sono belli da fare la mattina, da sola o in compagnia, voglia di scappare in motorino con la mia amica matta, di succo di frutta al bar, di ceretta e costume, di adolescenza scema, di frutta estiva.
Se ci riesco, di un viaggio per l’estate.
E sono contenta, alla fine.
Category: coseacaso

“La mia ferita emotiva più profonda è stata anche una fonte inesauribile di gioie”. Non ti rivelerò perché questa frase è molto importante per me: è una questione troppo personale. Ma tu, Vergine, potresti fare un’affermazione simile? Potresti interpretare la tua vita in modo da vedere un’esperienza dolorosa come una fonte di intuizione, ispirazione e vitalità? Il 2009 sarà l’anno ideale per compiere questo cambio di percezione. E il periodo intorno al solstizio d’inverno è il momento perfetto per cominciare.
Aspetto che Feisbuc carichi le foto, che ci sta mettendo un’era geologica, miseriaccia boia.
Aspetto di mettermi a studiare, cazzarola.
Aspetto gli appunti su Hegel, santoddio.
Aspetto che alla radio annuncino la soppressione del Capodanno.
Aspetto di sapere cosa vorrò fare da grande.
Aspetto che finisca il ciclo, aspetto che torni il sole.
Aspetto la patente. Un po’ meno l’estratto conto.
Aspetto l’anno prossimo, sì, ma Capodanno proprio non ce la posso fare.
Aspetto una bella giornata, ma che sia bella dentro.
Aspetto un viaggio che non sia una fuga, solo una pausa di riflessione. Facciamo che aspetto un viaggio in un qualsiasi posto, basta andare. Per la stessa ragione del.
Aspetto di scrivere lettere che arrivano a destinazione.
Aspetto di valorizzarmi in quello che scrivo.
Aspetto sempre una mano per il mal di schiena, una per lo stomaco, una per le mie dita mezze congelate dentro i mezzi guanti.
Aspetto la neve, tanta. E il delirio collettivo per le strade.
Ma poi aspetto l’estate, ma poi aspetto ancora un altro inverno. Ma poi, ecco, aspetto di non aspettare più.
Aspetto la fine del liceo. Non ce la posso fare ad arrivare a giugno.
Aspetto io e l’amicaprof un pomeriggio a fare le chiacchiere, che è troppissimo tempo.
Aspetto che è tutta una vita che sto ad aspettare.
Aspetto un tempo più lungo per aspettare e uno rubato e uno segreto, e uno sognato che bisognava sognare.
Aspetto che le mie aspettative trovino un corrispettivo nella realtà, una volta tanto. Forse, allora, sono loro che dovrebbero cambiare.
Aspetto un bel libro e dei film belli da guardare.
Aspetto ancora che Feisbuc finisce, maledetto lui.
Aspetto un esito, qualunque sia. Ma che sia un esito, e non un possibile inizio troncato.
Aspetto che mentre aspettavo, sono diventata fan di GaetanoBrescicheucciseUmbertoprimo.
Aspetto GaetanoBrescicheuccideBerlusconiBrunettaelaGelmini.
Aspetto che Feisbuc ha quasi finito, e poi me ne vado a studiare, ebbene sì.
Aspetto un bel paio di collant.
Aspetto di potermi pagare l’analista.
Aspetto che Feisbuc ci manca proprio tanto così e poi ha finito.
Aspetto la gita di classe. Ma un po’ anche no. Facciamo che dipende da come andranno le cose tra un trequattromesi.
Aspetto di non doverci più entrare, in classe, a dire la verità. O anche aspetto che mi piacerebbe entrarci ma dall’altra parte. O anche che non lo so. O anche aspetto che vorrei che mi piacesse entrarci da alunna, perché poi in realtà è bello. Però sono io che non ci riesco.
Aspetto che Feisbuc sembra proprio che ha finito. Ma non sono sicura.
Aspetto che non ci voglio credere.
Caricamento non riuscito.
Quando dico che l’autobus è un po’ come stare seduti sul gabinetto. Che ci si fanno troppissimi trip.
Sono almeno due i post che mi sono venuti in mente oggi pomeriggio tra andata e ritorno. C’è tutto un film che mi sono fatta sulla nostra adolescenza postideologica e sugli eskimi innocenti e sulle robe emo e tutto questo genere di argomenti qui, e che però lascio un po’ a decantare, perché apre a tutta una serie di ramificazioni che quando si pensa vengono fuori facile facile, ma quando si scrive un po’ meno. Allora facciamo che aspetto un momento migliore, e con un po’ più di tempo.
Invece il secondo trip riguarda, per un curioso gioco di meta-cose, il blog esso stesso e la virtualità un po’ tutta, in generale.
E’ che io sono la generazione che il computer ha iniziato a impararlo quasi alle elementari. E mio fratello è la generazione che quasi all’asilo. In mezzo ci sta un abisso, tra noi e i tredicenni, ma questa è un’altra storia.
Ed è che noi che con il computer siamo diventati adolescenti. Noi che quando iniziavamo a essere adolescenti ci stava già la banda larga, la connessione senza limiti, le chat, emmesseenne. E i blog, of course. Noi su internet, chi più chi meno, ci siamo almeno in parte costruiti. E’ diverso, costruirsi nella virtualità, estremamente diverso da approdare alla virtualità in un secondo tempo. Allora penso che un po’ abbiamo trascurato di esercitarci sulla realtà, che certe volte ci spiazza. E questo vale prima di tutto per i rapporti con le persone.
Non è solo per la facilità di conoscere gente in rete, no. E’ un discorso più complesso, di identità che uno si costruisce, di ciò che più o meno consapevolmente si filtra da dietro lo schermo, si aggiusta, si modifica. Subentra una sorta di finzione letteraria che si insinua a un livello più radicato, come un gioco di specchi deformanti. Non è un male, di per sé. Ma i due binari vanno tenuti separati. Non è che su internet si è qualcos’altro da ciò che si è. Ma si può essere se stessi all’ennesima potenza o anche non riuscire a rendersi giustizia; e in ogni caso difficilmente si è se stessi a tutto tondo, ma piuttosto se stessi visti di profilo, di sbieco, di scorcio, visti relativamente a ciò che tutto sommato interessa a noi far vedere. Se io guardo il panorama dalla finestra, quel panorama che vedo è esattamente lo stesso che se io uscissi fuori. Ma dalla finestra ne vedo un po’ meno, semplicemente. Poi a volte magari il vetro non è del tutto lucido e così la mia prospettiva si interrompe più vicino, e i contorni si sfumano prima che riesca a cogliere i dettagli. Ecco.
Una delle mie paranoie degli ultimi tempi è stata quella di non riuscire a farmi riconoscere in ciò che scrivo. Cartesianamente, sono in quanto scrivo, sono quello che scrivo? Ovviamente no. Però ho avuto, chissà come, la sensazione di non reggere al confronto con quella che posso sembrare da qui. Non è neanche questo il punto, a dire il vero. Ma ha a che fare, perlomeno nella misura in cui la virtualità non solo costituisce uno specchio deformante in cui mi si vede dall’esterno, ma diventa anche una sorta di alternativa alla realtà per me, quando non proprio una fuga.
C’è che abbiamo questo problema, noi che siamo ragazze degli anni duemila. E che magari siamo anche un po’ sociopatiche di carattere. E che cerchiamo una dimensione di vita che ci realizzi, e non sempre è possibile costruirla a partire da ciò che ci troviamo intorno.
C’è che perdiamo, perdo, il senso della realtà nell’approccio con la persona.
Così, tanto di quello che è entrato nella mia vita dell’ultimo anno non ci sarebbe probabilmente mai entrato, se non fosse che io ero qui a riversarmi sul blog. Tante cose che non sono solo i sentieri con la frana che ti sbarra la strada. Tante cose meravigliose. Ecco, in questo senso internet è una cosa meravigliosa, proprio perché ti permette di riversarti come e quanto vuoi, e proprio perché su internet le persone si incontrano, si scoprono, si raccontano come non farebbero mai, se si trattasse di scontrarsi sulle scale della stazione o fare la coda insieme al supermercato. Perché scrivendo è più facile, scrivendo si può oggettivare, prendere le distanze, sedurre da lontano.
Ma ecco, io a volte mi viene il dubbio di essere proprio solo una donna che scrive. Che sa tirare fuori se stessa solo nel momento in cui scrive. O canta, anche, ogni tanto. E mi sembro un po’ una scatola vuota, quando poi mi accorgo che non sostengo una conversazione con la stessa disinvoltura con cui mi esprimo per iscritto. Quando mi accorgo che è un mese e anche più, che passo davanti a quella benedetta libreria senza risolvermi a fare qualcosa.
Così a volte mi chiedo se mi convenga maggiormente continuare a srotolarmi questo filo di Arianna che puntualmente si ingarbuglia nel punto cruciale. Perché è tutto tempo che passa a vuoto, intanto che io studio le mosse senza mai risolvermi ad un qualcosa di concreto. Allora mi dico che tanto vale rifugiarmi nella mia virtualità ben tenuta, rifinita, in cui so di avere molte più carte da giocarmi. Ma è un rifugio, ma non ce la faccio per orgoglio prima ancora che per altre considerazioni. Vada come vada, non constaterò di essermi arresa alla realtà prima di aver almeno tentato di scalfirla.
Perché tutto va bene, anche innamorarsi di un uomo su internet. Ma devi essere sicura che non è che gli uomini si innamorano di quella che tu appari sullo schermo, devi essere sicura che hai delle carte da giocare anche nell’approccio concreto, fisico.
Tutto questo non soltanto per dire che forse abbiamo un po’ perso il senso di provarci con un uomo nella realtà.
Anche per dire che internet è una cosa meravigliosa. Perché è il mezzo di comunicazione più libero che esista. Allora può anche essere che quando faremo la rivoluzione, la faremo proprio a partire da qui.
Ma se noi diventiamo i nostri mezzi di comunicazione. Allora anche la rivoluzione soffoca in seno a se stessa.
El mar en la mi derecha cuando me vuelvo a casa. El mar todo a lo largo del calle-sobre-el mar. Mi tarde sola. Mi tarde ventosa. Mis pensamientos solos y ventosos. Mi música. Mis canciones en el viento. Todos ellas en mi mente. Esta es la única manera que tengo que expresar cómo siento hoy.
Ti identifichi meglio con:

Cavallo di Zorro
Possibilità di svolgere un lavoro utile per la società, tempo libero, coerenza con gli studi universitari compiuti, corrispondenza tra attività lavorativa e interessi culturali e stabilità del proprio lavoro sono gli aspetti del lavoro per i quali il cavallo di Zorro, in base alle risposte date dai laureati che oggigiorno lavorano, è più soddisfatto.
Di contro, ha dovuto rinunciare, e per questo non ne è soddisfatto, al guadagno, alla possibilità di fare carriera, al prestigio che il lavoro può offrire, al rapporto con i colleghi, al coinvolgimento nelle decisioni aziendali, alla possibilità di acquisire professionalità, al luogo di lavoro, alla possibilità di essere autonomi e indipendenti e alla flessibilità dell’orario di lavoro.

Il cavallo di Zorro, con maggiore probabilità di sesso femminile, ha verosimilmente optato per un corso di laurea nell’ambito dell’insegnamento, oppure un percorso letterario, psicologico, chimico-farmaceutico, linguistico, scientifico o geo-biologico. Di conseguenza, è più probabile che abbia trovato un impiego, dopo la laurea, nel settore dell’istruzione, dei servizi sociali e personali, della pubblica amministrazione o della sanità; è il pubblico impiego a caratterizzare con maggiore probabilità il lavoro del cavallo di Zorro. Il guadagno mensile netto dopo 5 anni dalla laurea è verosimilmente più basso della media.
Che io non ci ho mai creduto, nell’oroscopo, ma questo qui mi sono detta che era proprio il mio.
A quanto pare stai cercando di imparare tutto il possibile da luoghi e idee di cui fino a pochi mesi fa ignoravi perfino l’esistenza. I tuoi esperimenti continuano a fornirti lezioni così preziose che ti consiglio di non interromperli. Va bene così, non c’è fretta, fa’ le cose con calma. Noi della Noiosa routine saremo sempre pronti ad accoglierti con gioia non appena avrai voglia di tornare. Capiamo anche che per il momento hai voglia di startene da solo. Almeno finché non sarai assolutamente sicuro che la farfalla non cercherà più di ritrasformarsi in bruco.
Solo una cosa.
Non ho più tanta voglia di stare sola.
Ovvero le chiavi di ricerca dell’ultimo mese, per riempire un post senza aver niente da scrivere (l’afasia persiste, aiuto!, aiuto!) con risultati a volte strabilianti e a volte un po’ meno e a volte anche non troppo da riderci su… E quindi, la selezione del mese prevede:
- tutta una serie di variazioni sul tema: fantasie erotiche, recensioni erotiche (?), alberghi a tema erotici, immagini erotiche, fantasia erotica, le immagini più erotiche, erotiche e – tra queste senza dubbio la più bella – un sensualissimo immagini erotiche col cioccolato;
- funghi allucinogeni, funghetti allucinogeni, allucinogeni;
- una vita decente niente di più
- tre giorni da cani l’erba io voglio, dislessica variazione sul tema ‘vita di merda’ che torna anche in altre chiavi tipo giornata no, piango, pensiero triste e altre simili (il che è indicativo della mia salute mentale degli ultimi mesi)
- pubblicare un carteggio viola la privacy: Eeeeeh?!
- cosa vuol dire “gente random”: a me, lo chiedi?
- non ce la posso fare ma poi anche io ce la posso fare, un po’ più consolante
- un ottimo che cosa si bisogna dire hai maschi: urgh!, innanzitutto, ma se riesci a scoprirlo magari poi dimmelo, eh…
- mutandine beige, che non metterei neppure alla domenica;
- il formato delle ballerine: ma le scarpe, dici?
- ecco, qui poi ho un incompiuto come fanno un uomo e una donna a fare un (bambino? figlio?) e a questo punto dopo gli scuotimenti di testa e le cadute di braccia e le imprecazioni di rito vi manderei senz’altro in un posto dove tutto questo è spiegato bene, ché non ce ne siamo dimenticati, vero? Anche se mi piace pensare che sia semplicemente la curiosità di qualche bambino affamato di notizie…
Ma la più bella è sicuramente un assurdo, incomprensibile e assolutamente nonsense fodere epicuro. Fodere? Dei cuscini? Dei materassi? Epicuro? Il filosofo? Ma è mica latino, per caso?

Vorrei non sognare più.
O magari vorrei fare scambio di sogni con qualcuno, almeno per un po’. O almeno che i miei sogni tipo fossero il risultato di cene ipergalattiche, funghi allucinogeni, cannabis, ayahuasca.
Invece a me bastano cavolfiori e Lucky Strike per scatenare disastri onirici.
Così stamattina ho passato cinque ore di scuola a meditare sull’ultimissimo, quello che stavo facendo prima che suonasse la sveglia.
La prima parte non è strana, casomai è terribilmente realistica. E infatti proprio per questo mi ha fatto ancora più impressione.
All’inizio del sogno io sono in conservatorio. Fuori, sulla panchina dove probabilmente sarò seduta tra tre quarti d’ora o poco più.
E ci sono i miei che mi sgridano. E fanno l’inventario di tutti i modi con cui potrebbero punirmi, e via via scartano le varie ipotesi: il cellulare no perché serve, i viaggi no perché tanto non vai da nessuna parte, e così via.
Poi alla fine, quando capiscono che non sono poi così spaventata e che non me ne frega più di tanto, mi suggeriscono timidamente di provare ad andare da un’analista.
Perché non puoi continuare a tenerti le cose dentro, mi dicono.
Al che io, sempre nel sogno, sensi di colpa a mille. Perché io me lo sono già preso, l’appuntamento con l’analista, tra una ventina di giorni. E mi sento terribilmente in imbarazzo e anche terribilmente stupida e a disagio perché penso che poi dovrò telefonare per disdire e inventarmi chissà che cosa per far quadrare i conti.
Mi sono svegliata senza riuscire a levarmi di dosso la sensazione di vergogna che ho provato nel sogno. Me la sono portata dietro per tutta la mattina.
Mi inquieta il fatto che questa prima parte del sogno sia tutta così impregnata di quella che è la mia vita in questi giorni. Non mi succede mai, non in modo così chiaro.
Il conservatorio da sistemare una volta per tutte, l’analista che mi aspetta per davvero, il non dialogo con i miei.
Non so.
Intanto lo scrivo qui, e poi me lo segnerò, con tutti i dettagli e le stranezze troppo strane che qui ho omesso, sull’agenda dove annoto le entrate/uscite e i giorni del ciclo e il mio umore e le canzoni belle.
Raccolgo materiale su di me. E’ schizofrenico, ma divertente.
Perché poi il sogno va avanti in modo più tranquillamente nonsense.
E succede che faccio naufragio. Sono su una specie di peschereccio, il ponte è stipato di persone, e a un certo punto il comandante annuncia che è in arrivo una specie di maremoto, ed è costretto ad arenarsi sulla sabbia in una spiaggetta, dalle parti della passeggiata di Nervi.
Piccola incongruenza geografica, spiaggette sabbiose in prossimità della passeggita di Nervi a quanto mi consta non ce ne sono. Ma non importa.
E intanto la folla atterra sulla sabbia saltando tranquillamente dal parapetto della nave.
Intanto la terra trema, e in lontananza si vedono le ondate delle scosse sismiche sul fondo del mare.
Nel frattempo tra noi naufraghi sta succedendo il finimondo, perché ce ne sono alcuni, un po’ tamarri, che si sono raggruppati tutti da una parte e stanno tirando pietre a raffica contro tutti gli altri. Dove le prendano, le pietre, rimane un arcano.
Ma comunque io decido che è l’ora di svignarmela, e mi butto in mare.
Tra parentesi, in mezzo al mare c’è lo tsunami, ma pazienza.
E arrivo sana e salva (e asciutta, non so come) in passeggiata.
Dove faccio conoscenza con un improbabile spasimante che mi spedisce fotografie in seppia nell’inquietante hall di un albergo alla Psycho.
E qui suonò la sveglia.
E io ora devo uscire a discutere della mia vita col mio professore di violino giustamente incazzato.
E conto i giorni che mi separano dal rendez-vous con l’analista, quella reale, per fortuna.
E intanto penso a cosa le racconterò tra diciannove giorni.
E penso che tra venti giorni sarò sul treno per Padova.
E aspetto.
Non importa che cosa. Qualcosa da aspettare c’è sempre.
Comunque sia io sono qui che aspetto.

Mi sono alzata aggrovigliata dal sonno e incattivita dal mal di schiena.
Sono scivolata in cucina, a mangiare dei biscotti pessimi che mi sono rimasti tutti sullo stomaco.
Poi la doccia mi ha sputata fuori per nulla rinfrescata, solo infreddolita e umidiccia.
Mi sono vestita scegliendo con cura la maglietta più brutta e più beige. Lo odio tantissimo il beige.
E le mutande terrificanti della domenica, e il reggiseno rosa che non c’entra niente, e i soliti jeans tagliuzzati in fondo con le forbici.
La domenica mi diverto a dare il peggio di me.
Ho ammucchiato i capelli in uno chignon traballante e ancora mezzo bagnato.
Ho assistito allo spettacolo triste di me nello specchio.
Ingrasso.
I contorni del viso cedono.
E mi è spuntato un inizio di gravidanza che si allarga di lato lungo i fianchi. E’ un periodo di fuori pasto compulsivi, di stress combattuto a forza di nutella e biscotti.
Che poi neanche mi piacciono.
La nutella non è quella vera e i biscotti sono quelli cattivi del discount sotto casa.
Ma intanto io mangio, per noia e per tristezza, e i pantaloni a vita bassa evidenziano impietosi le rotondità in eccesso.
Quando esco gli uomini mi guardano.
Sguardi insistenti di predatori attempati, piantati addosso come chiodi, ieri sera, mentre pattinavo.
Mi sento strana in questo corpo più vecchio di me.
E intanto ho acceso il computer, quattro chiacchiere troncate con una scusa per poter cambiare in fretta e furia le lenzuola e uscire.
La domenica è pieno zeppo di pensionati, sigaretta e chiacchiere cadenzate davanti al bar, il giornale sottobraccio.
C’è gente. E oggi è la domenica delle palme e ci sono quelli che escono dalle chiese, mamme e bambini coi rami di ulivo e le palmine intrecciate, giallognole, un po’ tristi.
Penso che vorrei abbattere a martellate questa atmosfera finta di festa preconfezionata.
E non riesco a godermi la spiaggia. Non c’è la luce giusta, il sole filtra e abbaglia ma senza rischiarare, ho troppo caldo nel mio maglione invernale.
E sono tornata a casa, a mangiare senza voglia una pastasciutta troppo cotta e troppo salata e a litigare con mio padre per i miei denti da rimettere a posto.
Altre due ore in casa della Famiglia del Mulino Bianco.
A dir la verità il posto dove abitano ha ben poco di paesaggio idilliaco da pubblicità. Abitano nell’ultimissima via di Quarto Alto. E’ un quartiere dormitorio di orrendi palazzi prefabbricati e alloggi a basso costo, inerpicato tra le colline e il viadotto dell’autostrada.
E c’è un solo autobus che ci arriva. La domenica ne passa uno ogni ora e mezza.
Così vado su a piedi.
La salita è lunga, la salita è un serpente che si snoda lungo tornanti di cemento.
E per tagliare ci sono le scalette.
Rampe interminabili che si attorcigliano in anditi bui e pianerottoli che danno su portoni e giardini e vicoletti di gatti addormentati.
Maledico il mio poco fiato, la mia pesantezza. Non devo più ingrassare e non devo più fumare.
Mi areno ad ogni passo come una balena sulla spiaggia.
E però salgo su veloce, un gradino e poi un altro e poi un altro ancora, i polmoni che si consumano.
E’ un palazzo alla rovescia quello della famiglia del Mulino Bianco.
Il pianoterra è l’ultimo piano. Devo scendere giù di quattro.
Ma una volta entrata nel portone loro sono più Mulinobianco che mai.
Le cinque, fa’ che arrivino le cinque.
E le cinque sono arrivate.
E fuori è spuntato il sole.
E l’Amicastorica mi ha proposto un gelato a Quinto.
Io sono stanca.
I mille scalini me li sento ancora tutti nelle gambe.
Ho la bocca arida di zucchero di mela e parole e boccate di fumo.
Ma c’è il vento che mi accarezza la faccia e porta via le nuvole.
E sento già il dolce del gelato e il salino del lungomare, giù, in fondo alla gola.

Non è un post su di lei.
E’ che oggi sono in vena di fare i capricci.
Di lagnarmi, di sbuffare, di rispondere male e di fare la lista dei desideri.
Voglio prendermi un mese sabbatico, tanto per cominciare, per rientrare giusto in tempo per le elezioni e affrontare con animo più disteso i terribili giorni che saranno e la trasferta in terra leghista.
Voglio un cane da portare fuori, e tante mattinate libere per portare fuori il cane.
Voglio andare a vedere la neve che è caduta sui monti in queste notti di freddo siderale, e voglio qualcuno che mi ci porti tenendomi per mano.
Voglio andare a nuotare e a pattinare in corso Italia, e voglio imparare a cucinare come si deve.
E voglio un trattamento estetico come si deve, e un nuovo taglio di capelli, e un analista low cost, e una giacca nuova per la primavera.
E voglio parlare per il gusto di farlo, e avere tanto tempo per pensare.
I pensieri vengono male tra le mille cose di queste giornate superaffollate, sull’autobus, per la strada, sotto la doccia.
La stanchezza non riesce a spegnerli, li rende solo più affannati.
E i pensieri affannati sono brutti, vorrei buttarli tutti nel cestino come lo spam quando apro la posta.
Io ho voglia di pensieri lunghi, distesi, anche complicati o dolorosi, ma che si prendano il loro tempo, non i pensieri arruffati e troppo corti dell’autobus.
Vorrei che ci fosse l’ora in cui si pensa. Come c’è l’ora di italiano o l’ora del pranzo o l’ora della lezione pomeridiana.
E per le parole è lo stesso.
Mi capita di rado di parlare perché ne ho voglia.
Il più delle volte parlo interrogata, parlo di circostanza, parlo fino a seccarmi la gola per spiegare la terza declinazione o il participio greco, raramente mi sento coinvolta in quello che dico.
E allora succede che ogni tanto mi si sveglia il grillo parlante, quella vocina insidiosa che se ne sta nascosta da qualche parte tra lo stomaco e l’ipotalamo, e si diverte a stuzzicarmi.
Mi dice che lavoro troppo.
Che, a conti fatti, sto facendo più ore di lezione di un insegnante part time.
Solo che poi c’è anche la scuola, c’è da tenere il passo con le interrogazioni che spuntano qua e là come i funghi e io non ce la faccio.
E c’è il violino che va male perché non lo suono quasi più.
E ci sono tutte le cose a cui non so rinunciare, la politica e i meravigliosi progetti femministi e le passeggiate fuori programma e fare tutto all’ultimo minuto e i vari modi per perdere il poco tempo che ho e il blog, naturalmente.
E così l’estetista, il parrucchiere, la piscina e i pattini aspettano.
Aspetta la pila di libri sulla mia scrivania e aspettano tutti quelli che mi voglio comprare da Feltrinelli.
Aspettano i lirici greci, Pasolini e l’ultimissimo della Allende e Pennac e Caos calmo.
Poi quando arrivo a casa la sera, e conto le banconote da dieci euro, il grillo parlante esce di nuovo dal suo nascondiglio e mi si siede su una costola, e riprende a bisbigliarmi le sue cattiverie.
A ogni foglietto rossastro che mi passa tra le dita mi chiede se davvero ne valga la pena.
E io anche, mi chiedo se ne valga la pena.
Mi faccio un po’ pena, a mettere via ogni giorno i miei pezzettini di carta, mi sento così venale.
Ma poi penso al motivo per cui lo faccio.
Ogni banconota messa da parte è un pezzettino di indipendenza conquistato.
E quando saranno tanti, i pezzettini…
forse non saranno abbastanza per potermene andare.
Ma intanto saprò che tutte quelle noiosissime ore passate a spiegare il participio avranno avuto un loro significato, non saranno state fini a se stesse.
E prima o poi ci andrò, dall’analista, e mi taglierò i capelli, e mi coprerò la giacca nuova.
E saranno tutte cose guadagnate.

E’ una mattina di vento forte.
Di nuvole slabbrate dalla tramontana e di mare, me lo immagino, tra poco lo vedrò, liscio come l’olio e screziato di mille tonalità di blu.
I miei capelli si sono svegliati ventosi anche loro, onde arrabbiate in tutte le direzioni.
Quando uscirò il vento si divertirà a scompigliarli e ad arricciolarmeli ancora un po’, lanciandomeli in faccia e giocando poi a riprenderseli quando cambio direzione.
Una coi capelli lisci ci si rovinerebbe la giornata.
E se non muoio assiderata a metà del percorso arriverò a scuola riccia riccia e colorita in viso, con le guance rosse, e non sembrerò la sposa cadavere, una volta tanto.
E il vento mi porterà via l’odore del fumo dalle mani.
Ci sarà un mulinello di petali di fiori a danzare tutt’intorno.
Perché sono arrivati, i fiori, anche se faccio di tutto per non accorgermene, soffocata dalla routine.
Da un po’ di tempo la Strada sul Mare mi regala qua e là una macchia di colore, di bianco, di rosa.
E oggi i petali danzeranno portati dal vento e magari me ne resterà uno tra i capelli e per la mia amicap. che è strallergica sarà una giornata di passione, lo so, e domani si lamenterà dei suoi starnuti.
E fa un freddo cane, me lo sento già nei piedi.
Ma ciò non toglie, è primavera.
E fischia il vento, e fischiando mi ha svegliata, ed è stato un risveglio bellissimo, quello di stamattina.
L’ho fatto anch’io, il test dell’amicaE.
Risultato del test dell’età mentale
La tua età mentale è di 29 anni
Hai una mente giovane e dinamica. Diciamo che non sei un ragazzino ma nemmeno un vero adulto! Scrivici se hai apprezzato questo test.
P.S:
- Davvero non guardi mai la tv? Questo potrebbe essere un grandissimo vantaggio per la salute della tua psiche!

Non è che ho proprio voglia di fare un’altra recensione.
Premetto che come libro merita abbastanza, tutto sommato.
E quindi mi limito a dirvi cosa mi piace e cosa no.
Mi piace come è scritto e mi piace che è ambientato negli anni SessantaSettanta.
Mi piace che si vede la vita quotidiana com’era allora, le case arredate tristi con i tavoli di formica e le vetrinette per i libri, continuare a studiare che era un lusso, le corse al benessere, le canzoni di Battisti sparate a tutto volume nei bar.
Mi piace che si vede l’Italia quella lontana dai riflettori, l’hinterland, Torino in periferia, i paesotti dell’Emilia Romagna, le statue anonime delle fontane.
Mi piace che si vede Pisa che è dove vorrei andare a studiare e a vivere, e che si vede proprio come me la immagino io, con la gente in bicicletta e le strade tranquille e la città universitaria e la vita che si svolge lontana dal Campo dei Miracoli, senza i turisti.
Mi piace che la protagonista scappa di casa a cavallo per cercare un “amore da lontano”, come i trovatori provenzali.
Mi piace che la protagonista non ha potuto fare le superiori e però legge le poesie d’amore.
Legge Dante, Petrarca, Saba, Prévert.
Mi piace l’amica contestatrice che sposa un architetto e tu pensi ‘paura’, è diventata reazionaria, ma poi si scopre che è un architetto alternativo che vuole buttare giù i supermercati per farci il verde.
Mi piace come finisce.
Non mi piace che il padre della protagonista fa l’operaio e però è un operaio di prima caegoria che vuole la prima super, perciò lui li scioperi del ’69 non li fa.
Non mi piace l’enciclopedia a rate.
Non mi piace il pittore freak che poi si scopre che è un ricco avvocato del centro.
Non mi piace il fidanzato ufficiale con la villetta a schiera e la camera barocco veneziano.
La protagonista un po’ mi piace e un po’ no.
Non mi piace che non parla quasi mai. Sembra sempre un po’ una bambina. Sembra aver poche cose da dire, da pensare.
Mi piace che è una che anche se non lo dice si vede lontano un chilometro che è insofferente a un milione di cose.
L’orrido fidanzato ufficiale, la vicina odiosa, il padre con la tivù sempre accesa.
Che non sopporta tutto quello che nella vita si deve necessariamente fare.
Ma non è fuori.
La vita intorno la circonda e le scorre addosso e lei sembra quasi esserne stupita, la registra sotto forma di sensazioni momentanee, stimoli immediati, ha una sorta di istinto animale che la fa scappare.
Lei non pensa, o lo fa senza rendersene conto.
Lei è dentro, è come un bambino nella pancia della mamma.
Non mi piace il finale.
Ho detto che mi piace come finisce. Ma non mi piace che finisce.
Nessun romanzo mi piace che finisce.
Perché in un libro va da sé che dev’esserci una fine, un “dunque” a cui si arriva.
Un momento cruciale in cui si rimettono insieme tutti i pezzi e che lascia presagire una svolta.
Non potrebbe essere altrimenti.
Nella vita no.
Nella vita non c’è che tu arrivi a un dunque che ti sistema le cose e ti piazza lì uno spartiacque.
Tutto scorre, e scorrendo si porta dietro tutto.
Gli argini che possiamo mettere non riusciranno mai a trattenere tutto quel tutto.
“All’alba del Natale 1451, quando era immerso nell’ultimo sonno, François Villon, poeta e malfattore, fece un sogno. Sognò che era una notte di luna piena e che lui stava attraversando una landa desolata. Si fermò a mangiare un pezzo di pane che trasse dalla sua bisaccia e si sedette su una pietra. Guardò il cielo, e sentì un grande struggimento. Poi proseguì il suo cammino e arrivò a una locanda. La casa era buia e silenziosa, forse tutti dormivano. François Villon bussò con insistenza alla porta e gli aperse la moglie del locandiere.
Cosa cerchi a quest’ora, viandante?, disse la moglie del locandiere illuminando con la lanterna il volto di Villon.
Cerco mio fratello, rispose François Villon, lo hanno visto l’ultima volta da queste parti e io voglio ritrovarlo.
Entrò nella locanda buia, rischiarata solo da un debole fuoco, e si sedette a un tavolo. (…)
Mentre Villon mangiava entrò un vecchio col volto coperto di stracci. Era un lebbroso, e si appoggiava a un bastone. Villon lo guardò e non disse niente. Il lebbroso si sedette dall’altra parte della stanza, vicino al fuoco, e disse: mi hanno detto che cerchi tuo fratello.
La mano di Villon corse lesta al pugnale, ma il lebbroso lo fermò con un gesto. Io non sto dalla parte delle guardie, disse, sto dalla parte dei malfattori e ti posso guidare da tuo fratello. Si avvicinò alla porta appoggiandosi al suo bastone e Villon lo seguì. Uscirono nel freddo dell’inverno. Era una notte chiara e la neve nei campi era ghiacciata. Intorno a loro c’era una landa brulla ornata dal nero profilo di colline coperte di boschi. Il lebbroso prese un sentiero e faticosamente si diresse verso le colline. Villon lo seguiva e intanto, per sicurezza, teneva la mano sul pugnale.
(…) Villon lo seguì verso il bosco. Quando arrivarono al primo albero Villon vide che dai rami pendeva un impiccato. Aveva la lingua di fuori, e la luna illuminava lividamente il cadavere. Era uno sconosciuto, e Villon andò avanti. Anche dall’albero vicino pendeva un impiccato, ma anch’esso era uno sconosciuto. Villon si guardò intorno e vide che il bosco era pieno di cadaveri che penzolavano dagli alberi. Li guardò uno a uno, con serenità, aggirandosi fra i piedi che oscillavano alla brezza, finché non trovò suo fratello. Lo staccò tagliando la corda col pugnale e lo adagiò sull’erba. Il cadavere era rigido per la morte e per il gelo. Villon lo baciò sulla fronte. E in quel momento il cadavere di suo fratello parlò. La vita qui è piena di bianche farfalle che ti aspettano, fratello mio, disse il cadavere, e sono tutte larve.
Villon alzò la testa smarrito. Il suo compagno era sparito e dal bosco, come un grande coro funebre cantato in sordina, si alzava la ballata che cantava il lebbroso”
(Antonio Tabucchi)

L’avvenimento storico è il Secoloxix che pubblica qualcosa di vagamente leggibile.
(Qualcosa di leggibile oltre al povero Maggiani, beninteso).
Mettendo anche il richiamo in prima pagina, eh. Roba da non credere.
Fatto sta che io stamattina mi alzo e mi accingo a scorrere l’odiato quotidiano (“Eh, ma è così comodo, con l’abbonamento, e poi serve sempre sapere cosa succede a Genova…”, le auliche motivazioni dei miei a riguardo) quando in cima alla prima pagina, proprio affianco all’importantissima e assolutamente prioritaria vittoria del Genoa, quale onore!, vedo un
rettangolo.
Rosso.
Con sopra a caratteri cubitali il seguente titolo:
RIDATECI UN ’68
Sottotitolo: La polemica ideologica fra pentiti e risentiti impedisce il giudizio storico.
Che è, si sono sentiti male, in redazione?
Autore dell’articolo in questione è tal Alessandro Dal Lago, sociologo nonché, per sua stessa ammissione, “sessantottino gregario poco incline al pentimento”.
L’incipit si apre con la constatazione di come in Italia, a differenza di altri Paesi europei, i decennali del Sessantotto, quale mi viene in mente or ora essere quest’anno, continuino a suscitare polemiche e discussioni feroci.
Innanzitutto, sostiene l’autore, perché in Italia dopo il ’68 ci sono stati anche tutti gli anni Settanta, poi perché gli effetti di quello che viene definito “un nuovo ciclo di antagonismo sociale” sono ancora oggi visibili.
E qui si arriva in zona calda:
Tanto per fare un esempio, quando a proposito delle polemiche sulla visita di Papa Ratzinger alla Sapienza si sono evocati i “cattivi maestri”, è chiaro che si pensava a gente formatasi in quegli anni o immediatamente dopo. Ah, quei sessantottini!
Già, ‘sti contestatori, altro che le buone e sagge regole di una volta.
Contestatori di cui magari facevano parte anche quelli che adesso, sfoderando un mortificato cipiglio di benpensante inorridito, scuotono la testa lamentandosi del “diffuso anticlericalismo” in cui è sprofondato il Paese (e ogni riferimento a fatti, persone o cose è puramente casuale).
E infatti il compagno sociologo prosegue proprio su questa lunghezza d’onda:
Più che altrove, da noi la memoria è oggetto di scontro ideologico. E ciò assume due forme dominanti: il risentimento e il pentimento. Una litania di accuse biografiche (“Tu non hai diritto di parlare, sappiamo che hai tirato le pietre!”) da una parte; e un cospargersi perennemente il capo di cenere dall’altra (“Sì, tiravo le pietre, mio Dio, come ho potuto?”). Due atteggiamenti del tutto fungibili, perché di solito i pentiti sono i primi a risentirsi contro chi non si è pentito (“Lo so quello che facevi, io c’ero!”).
Ha scoperto l’acqua calda, mi direte, ed è vero.
Rileggendo tutto l’articolo non c’è niente, o quasi, che non sia già stato detto in chissà quante altre occasioni, a pensarci bene.
D’altra parte, per quanto scritto su toni decisamente polemici, è pur sempre un articolo del Secolo, eh.
Più di tanto non poteva mica fare, come profondità di contenuti, vista la miopia intellettuale del lettore medio del Secoloxix.
Già ci scommetto che domani alla pagina delle lettere ci sarà qualcuno che si lamenta.
Come quella simpatica signora che un po’ di tempo fa scrisse una lettera inviperita al direttore accusandolo di dirigere un quotidiano veterocomunista (sic!) perché avevano pubblicato un’immagine di Fidel Castro in prima pagina.
Ma torniamo all’illuminante articolo, ché queste sono cose che si commentano da sole.
Dal Lago poi osserva come tutta questa ondata di pentimenti abbia molto di cattolico, e non c’è da stupirsi se i neocattolici spuntano come funghi, dice.
E cita Giuliano Ferrara, manco a dirlo.
Io non so se mettervelo, il link, perché mi fa veramente troppo schifo.
Certo, se non altro quelli di wikipedia hanno saggiamente pensato di non metterci la foto.
Però poi penso, e se da queste parti capitasse un neofita della travagliata politica del nostro paese, e volesse sapere che razza di individui continuiamo ad avere tra le palle?
Perché io, che ero ignorante come pochi a riguardo, quando ho letto la biografia ne sono rimasta letteralmente scioccata.
Però no, non ce lo metto, ché mi vergogno e non vorrei neanche rischiare di fare del proselitismo per il nemico, se poi qui ci capitasse la persona sbagliata. Non si sa mai.
Comunque, dicevo, non c’è bisogno di arrivare al vomitevolissimo Ferrara, per parlare di sessantottini convertiti.
A parte i Veltroni, gli Eziomauro e i Mussi, a noi liceali basta andare a scuola: io penso che il prof (o la prof, tanto per non riferirsi a nessuno in particolare) di formazione culturale magari di sinistra, che magari adotta anche una letteratura marxista e ti racconta di quando andava a sentire i Beatles e Bob Dylan, ma capitalista che più non si può (“Competizione! Soldi! Arriveranno a fregarvi il posto! Siete la futura classe dirigente!”) e assolutamente antiutopista (“Le utopie sono da bambini! Cresci un po’!”), ce l’abbiano o ce l’abbiano avuto tutti.
E in effetti l’analisi sociologica di Dal Lago parte proprio dalla constatazione dell’ampiezza del fenomeno: si riferisce in primo luogo agli ex leader del ’68, convertiti nel giro di poco tempo perché conviene alla carriera. Traccia poi un quadro sociale del movimento nel suo complesso: un movimento di piccoli-borghesi ribellisti, più che altro a parole, che magari non pensavano alla carriera, ma dovevano pur vivere. (…) Potremmo dire di una generazione piccolo-borghese (…) che non era rappresentata né socialmente né politicamente e si annoiava nell’inazione.
Che si trovava davanti un ceto politico gommoso e uno accademico pietrificato, e che viveva mutamenti di costume travolgenti e globali (…).
Semicolta e perlopiù antifascista, spesso curiosa di altri mondi, come quello del lavoro, anche se la famosa saldatura con il movimento operaio, se mai c’è stata, è durata lo spazio di qualche mattino. Ovviamente disponibile a essere ideologizzata, e quindi a seguire i leader più verbosi e i miti più bizzarri, anche se i primi hanno cambiato rapidamente bandiera e i secondi hanno fatto una fine tragica e ridicola.
Mmmh. Qui la mia esegesi si fa difficile.
Per noi figli dell’era postideologica, che non abbiamo visto la fine del secolo breve e non abbiamo assistito a nulla di tutto questo, non è per niente facile provare a capire cosa dovesse esserci veramente nell’aria in quegli anni.
Non mi posso neanche basare sui ricordi di famiglia, ché tanto i miei genitori quanto i miei zii erano troppo giovani per potersene ricordare, loro che sono stati adolescenti negli anni di piombo e ventenni nei maledetti Ottanta, con i risultati che si possono immaginare.
Premesso che il nostro sociologo si riscatta parzialmente nel seguito affermando che non vedo perché ci si dovrebbe pentire oggi di questo sussulto, quando lo si è condiviso allora. E passa a elencare, cosa abbastanza scontata, tutte le conquiste sociali che non sarbbero state possibili se non ci fosse stato quello che lui chiama un sussulto, ed è proprio questo, che non mi piace.
Un sussulto. Non so a voi, a me sembra un po’ riduttivo. Dà l’idea di qualcosa che si esaurisce subito e che lascia il tempo che trova e io, per favore non mi distruggete questa certezza, sono convinta che anche a posteriori non lo si debba intedere così.
Quello che ho sempre immaginato, o che forse mi piace immaginare pur sapendo che non è detto che sia proprio vero, è che ci fosse un senso di partecipazione collettiva, in quegli anni, che per noi che non c’eravamo è impossibile da concepire.
Che chi era giovane, allora, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, volesse qualcosa. Volesse tutto, anzi. Volesse cambiare tutto, volesse il diritto allo studio e la parità dei sessi e il divorzio e l’aborto e condizioni di lavoro decenti nelle fabbriche e le assemblee a scuola.
E che tutti, volessero tutto. Ed è lì che mi sbaglio.
Perché il problema sta proprio lì, credo.
Forse non è vero che tutti volevano tutto. Forse è vero che c’erano molti che lo volevano veramente e molti che magari sì, erano entusiasti per davvero, ma poi si sono fermati agli slogan.
E quando non ci sono stati più gli slogan e non ci sono stati più i leader, basta, finito.
E quando sono arrivati gli anni di piombo e le Brigate Rosse si sono sentiti chiamati in causa e hanno ritrattato tutto, per non sentirsi additare come i precursori di quel terrorismo che, di fatto, si è risolto in una sconfitta pesantissima, al contrario, per la sinistra.
E quando sono arrivati gli anni Ottanta, i casi erano due, o erano rimasti talmente contriti e inorriditi dalle BR da essersi già schierati dall’altra parte della barricata, o avevano perso qualsiasi entusiasmo e hanno preferito limitarsi a piangersi addosso.
C’è poco da fare, quando sei circondato da persone che hanno il tuo stesso entusiasmo ti senti forte, senti che arriveresti in cima al mondo.
Poi arriva il momento in cui ti senti un sopravvissuto, un relitto di qualcosa che niente da fare, non c’è più, e ti guardano come un povero cretino se coltivi l’illusione di ricrearlo.
E allora sì che la maggior parte si sono persi, perché evidentemente la loro era stata un’adesione empatica più che un’esigenza realmente sentita, forse.
Poi c’è anche che la gente invecchia.
Gli studenti che pochi anni prima avevano dominato le piazze diventavano adulti, entravano nel mondo del lavoro e mettevano su famiglia. E qualcuno è rimasto quello che era, qualcun altro è cambiato e si è scoperto, parafrasando Guccini, stanco di giocare, bere il vino e sputtanarsi. Ed è una morte un po’ peggiore, sì.
E sono arrivati gli anni Novanta.
E io all’inizio degli anni Novanta avevo un padre che leggeva il Manifesto e mi portava ai raduni di Legambiente e andava in giro ad appiccicare adesivi di propaganda antiberlusconiana sulle porte.
All’inizio degli anni Duemila avevo un padre con il Secoloxix e la tessera dei Diesse.
Adesso ho un padre sempre con il Secoloxix ma nessuna tessera, perché per la storia del Partito Democratico hanno fatto le votazioni all’interno del partito e lui ha votato contro, grazieadio, e ha lasciato perdere.
E ha ragione chi dice che lì c’è stato lo spartiacque, perché quando c’è stato il G8, io non mi ricordo se partivo o tornavo dalle vacanze. Ed è stato lì che s’è visto chi era rimasto per davvero, ecco.
E poi cerco di spiegarmi il vuoto di adesso, della nostra generazione.
Di quelli che ti chiedono ma Alessandra Mussolini, da che parte sta?
Oppure di quelli che mi fanno incazzare tantissimo ma mi fanno anche un bel po’ di pena, che ti guardano e scuotono la testa e ti dicono ma che cazzo te ne frega, della politica, ma sbattitene.
Io dico che quelli che sono così, la colpa è dei loro genitori.
Perché li hanno educati a fregarsene di tutto e di tutti. Perché hanno rigettato completamente i loro obiettivi passati e allora hanno fatto prima e li hanno tirati su direttamente senza obiettivi, dando loro tutto per scontato e senza insegnare loro a porsi delle domande.
Oppure perché c’è una strana cosa che a volte è una tattica di sopravvivenza, come è stata per me in moltissime situazioni della mia vita, e che si chiama spirito di contraddizione.
Che è quella cosa che fa sì che i figli si stacchino dai genitori e comincino a essere indipendenti.
E allora succede spesso e volentieri che un figlio di genitori che non hanno mai rinunciato a fare politica decida di fregarsene perché non vuole essere come loro. O per non essere considerato un diverso, e qui ci sarebbe tanto da dire, ma sono già abbastanza prolissa così.
Raramente il contrario, ché è difficile che pensi chi è abituato a non pensare.
Ma sto andando avanti a congetture.
Io vorrei che qualcuno me lo spiegasse, come erano veramente le cose allora.
Non mi voglio nostalgica di un qualcosa che esiste solo nella mia immaginazione.
Se c’è qualche anima paziente arrivata fin qui e volenterosa di chiarirmi un po’ le idee, gliene sarò eternamente grata.
Mio fratello mi ha detto, proprio ieri sera, che sono pazza.
Pazza perché questo mio vivere fuori dal tempo, sospesa tra i lirici greci e gli anni Settanta.
E mi ha detto: potresti mettere un annuncio su internet, che cerchi altri pazzi con cui discutere di quello che ti gira.
Premesso che se è questo il motivo per cui sono pazza, io ne vado assolutissimamente fiera, della mia pazzia.
Ma comunque sapete che vi dico, che l’ho preso in parola.
Non per le millemila boiate che mi dice.
Per il messaggio nella bottiglia, che non è affatto una brutta idea.
Pazzi d’Italia, aiuto!
Ce ne avrei mille, di cose di cui mi piacerebbe parlare.
Sta succedendo di tutto, là fuori.
C’è l’insurrezione antipapa alla Sapienza, per esempio.
Ci sono gli scioperi degli operai.
Ci sono i rifiuti in Campania che oh, l’emergenza è più grave del previsto, ma chi l’avrebbe mai detto.
Io però verso in uno stato di stanchezza tale che anche mettere in fila queste due parole stentate mi si presenta come uno sforzo titanico.
E tutto quello che riesco a connettere è che vorrei qualcuno che mi scaldasse le mani e i piedi congelati, quando torno a casa tutta intirizzita e inumidita da ‘sto tempo scemo e nervosa per la crisi di astinenza da sole, da tramonti invernali sulla spiaggia e da passeggiate mattutine sul lungomare.
E mi preparasse una bella tazza di the caldo, anche.
E perché no, che mi sfilasse delicatamente jeans e maglione e poi mi mettesse anche a letto e mi rimboccasse le coperte.
E che mi raccontasse una storia, per farmi addormentare.
Ma una storia bella.
E poi mi cantasse la ninnananna, vedendo che la storia mi ha preso troppo per riuscire a conciliarmi il sonno e sono troppo ansiosa di sapere come va a finire.
E se ne andasse via posando bacio sulla mia testa capellona affondata nel cuscino, camminando in punta di piedi e tirandosi lentamente dietro la porta, piano piano.
Proprio come se fossi piccola piccola.
O come una vecchietta innamorata, quando dell’amore è rimasta la dolcezza platonica di un sorriso e di una carezza tremante sui capelli.
Per prima cosa l’aulico nickname ancestrale
Stanca può darsi, bambola mica tanto…
Poi quello della torta, che è il più divertente. E il più bello, perché sono la mia torta preferita.
Anche se quello che dice non mi convince mica tanto.
You Are Mud Pie |
![]() You’re the perfect combo of flavor and depth. You are overpowering and dominant – and that’s what people like about you. You bring energy and a new direction to most interactions. People crave you in a serious way. You’re that important to them.Those who like you give into their impulses. You don’t represent reason. You represent pure temptation. People get addicted to you rather easily. You offer people a dark side that is very hard to resist. |
La mia personalità…
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Global Personality Test Results |
| Stability (53%) medium which suggests you are moderately relaxed, calm, secure, and optimistic. Orderliness (20%) low which suggests you are overly flexible, improvised, and fun seeking at the expense too often of reliability, work ethic, and long term accomplishment. Extraversion (20%) low which suggests you are very reclusive, quiet, unassertive, and secretive. |
Take Free Global Personality Test
personality tests by similarminds.com
E per finire il disordine mentale… e qui sì che c’è da ridere
Paranoid |||||||||||||| 54%
Schizoid |||||||||||||||| 70%
Schizotypal |||||||||||||||| 70%
Antisocial |||||| 26%
Borderline |||||||||||||||||| 74%
Histrionic |||||||||||| 50%
Narcissistic |||||||||| 34%
Avoidant |||||||||||||||| 62%
Dependent |||||||||||| 50%
Obsessive-Compulsive |||||||||||| 50%






"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!