Category: cosedicasa


strillettera minatoria

Comparsata rapida ed estemporanea, per dirvi che ho scoperto che l’internette ce l’abbiamo anche qui, e per raccontarvi che scrivo con vista prato e montagne e cascata e casette di legno e pietra, e per salutare chi torna, e per sorridere un sacco che io oggi sono una donna felice che aspetta visite anche quassù, e perché in questi giorni ho visto un sacco di cinemi e fatto un sacco di cose carine con l’Amica, del tipo imparare a riconoscere le piante officinali e anche imparare a mettere in infusione le piantine per fare i liquori e financo l’assenzio allucinogeno dei poeti maledetti, e poi mangiare fuori e la chitarra sul prato e passare tantissimo tempo all’aria aperta, e anche discreti sbattoni su per le montagne, ma sempre di quelli che ne valeva la pena, e non proprio troppotroppo sbattoni, eh.

E poi, poi io volevo anche postare le foto, non fosse che ho abbandonato il cellulare al piano di sotto. Sarà per la prossima puntata.

uffa!

uova
Mi sono buttata.
E ho preso una facciata contro l’orologio che mi diceva le seiemmezza.
E il treno alle settemmezza.
E avevo fatto la spesa e comprato la cioccolata, ma quella buona, e le uova che mi si sono pure spiaccicate sui jeans.
E ho corso come una pazza col sacchetto verdolino del Basko che mi ballonzolava nello zaino.
E l’uovo rotto mi ha macchiato anche la custodia del violino, porca miseria.
E tutto questo per arrivare a casa e realizzare che non ho il tempo di fare la torta?!
Eccheccazzo.
Scusate, il dolce stasera sarà di fortuna, temo.

rapidissimamente

torta
Allora:
confermo la mia presenza alla riunione politica di vico dolcezza.
Pensavo di provvedere al sostentamento della collettività occupandomi del dolce.
Ma
dato che c’ho la spesa ancor tutta da fare
e i tempi da incastrare con la precisione di un orologiaio svizzero
ditemi in tempo utile se:
- va bene il dolce, o se preferite che contribuisca in birre e/o vino;
- avete eventuali intolleranze, allergie, schifi, obiezioni di coscienza, qualsivoglia impedimento per cibarvi di questo o quel prodotto;
- varie ed eventuali che adesso non mi vengono in mente ma che sicuramente mi ricorderò quando sarà troppo tardi.

Comunicate tramite KGgB, che mo’ esco con la rapidità del lampo!

cezanne_peppermint.jpg

Macchebello!
Scuola chiusa, conservatorio chiuso, alunni di ripetizioni tutti a sciare.
E io ho una settimana da dedicare interamente a me stessa.
Per leggermi un po’ di libri e guardare un po’ di film interessanti che da due anni e fors’anche più giacciono incellofanati nella libreria di mio padre, per dormicchiare la mattina con l’iPod nelle orecchie, per andare a farmi la ceretta così poi se capita vado anche a farmi due vasche in piscina (io che tutt’a un tratto ho voglia di fare sport?! Evento raro…), per andare al cinema e in libreria e al mercato e a cercare il regalo di compleanno per il Fratellino, per le passeggiate sulla spiaggia e per scoprire com’è la mia Genova al mattino, quando gente in giro ce n’è poca e c’è più spazio per guardarsi intorno e più tempo per andare lontano.
Sì, lo so, sono millemila cose e non ne farò neanche mezza.
Ché poi ci sono i compiti e le materie da studiare, che è parecchia roba.
E c’è da cucinare e da lavare i piatti, come vuole la legge del contrappasso, ché i miei lavorano e noi si sta a casa, e allora noi si fa trovare il pranzo pronto.
Che poi vuol dire che io faccio trovare il pranzo pronto, ché quei tre scioperati col cavolo che collaborano.
In realtà non è che mi dispiaccia poi tanto, un po’ perché mi piace cucinare e un po’ anche perché le cose si fanno meglio da soli, che non se si sta in tre spiaccicati tra il tavolo e i fornelli che non c’è neppure lo spazio per muoversi.
E forse un po’ perché c’ho la vocazione al martirio.
Quello che non mi va bene è l’idea che se c’è una donna in casa la cucina debba essere necessariamente territorio suo, sennò non si mangia.
Non è una questione di politica, di femminismo, di cose così. E’ la vita di tutti i giorni, è una cosa del tutto immanente al quotidiano, che viene automatico fare il collegamento donna-cucina. Prima ancora di averci pensato su, è un’associazione che nasce spontanea, quasi inconscia. Che poteva aver senso quando le donne non lavoravano, ma adesso, su quali basi la prassi è rimasta invalsa?
In percentuale, naturalmente, ché lo so anch’io, che non è sempre così.
Ma non ho proprio voglia di incazzarmi ora, che sono così rilassata.
Non in questa che prendo come una settimana di convalescenza da tante cose, da tutta la negatività che le ultime settimane hanno portato con sé, dalle giornate strapiene che non lasciano il tempo di pensare e un po’ anche dagli altri, ché ora come ora ho bisogno di starmene un po’ da sola, per cercare di mettermi un po’ in ordine.

bollettino di guerra

panni

Sì, perché qui nel piccolo feudo di via R******* 25 è da poco scoppiata la Guerra delle Due Corde.
Prima di arrivare allo scoppio delle ostilità, occorre fare un breve salto indietro, per fornire qualche chiarimento.
Essendo noi una famiglia di sei persone, e facendo di conseguenza un numero di lavatrici piuttosto considerevole, sorge spontaneo il problema delle corde da stendere.
Per la biancheria, ci arrangiamo e ce la stendiamo dentro.
Per il resto, abbiamo una corda dalla finestra della cucina, piuttosto scomoda perché non funge molto e bisogna sporgersi non poco per arrivarci, ma comunque ce l’abbiamo, ed è già qualcosa.
Poi: c’è la finestra del bagno, e dirimpetto alla finestra del bagno c’è la finestra dei nostri vicini di fronte.
Tese in mezzo alle due finestre, ci sono altre due corde.
Ora, quando noi siamo venuti a vivere qui, l’appartamento della finestra di fronte che fa molto Ozpetek era vuoto, e noi potevamo fruire liberamente delle due corde.
Poi sono arrivati dei nuovi inquilini, che hanno – giustissimamente, peraltro – rivendicato il loro diritto a fruire di una delle due corde.
Noi però, dato che ne avevamo comunque bisogno, abbiamo chiesto e ottenuto dai nuovi dirimpettai il permesso di metterne una terza, tesa diagonalmente tra le due a fare una specie di N tra le due finestre.
Così noi avevamo le due che ci servivano, loro avevano quella che spettava loro di diritto, ed eravamo tutti contenti.
E così abbiamo convissuto pacificamente senza problemi di sorta, finché quelli della finestra di fronte, che nel frattempo avevano avuto un po’ di casini, se ne sono andati.
Nell’appartamento della finestra di fronte si è trasferita un’altra famiglia.
E qui sono iniziate le ostilità.
Accade infatti che la signora di fronte pretenda di poter usare la terza corda su cui, detto per inciso, stende la biancheria lasciandocela per dei giorni interi.
Accade però che no, la corda ce la siamo comprata noi con i nostri soldi perché ne abbiamo bisogno, spiacente ma ci serve.
Non c’è dialogo, nessuna delle due parti cede di un millimetro, e allora, proprio come servi della gleba affamati che lottano per un pezzetto di terra, a sedare la controversia arriva nientemeno che il gran feudatario in persona.
Che poi è una feudataria, una spocchiosissima signora proprietaria di metà delle case della zona.
E fino a una cinquantina d’anni fa apparteneva alla sua famiglia anche l’altra metà, tanto per la cronaca.
E l’odiosa feudataria un bel giorno si presenta alla porta e tiene anche lei una lectio magistralis a proposito del fatto che dovremmo amichevolmente condividere la corda coi simpatici dirimpettai.
Il problema è, cara feudataria, che noi, la corda, ce la siamo comprata, e tu lo sai benissimo.
Se tu feudataria mi dai due pecore da spartirmi col mio dirimpettaio servo della gleba per farmici la lana, e io me ne compro una terza coi miei soldi, e il dirimpettaio un bel giorno mi prende la pecora e se la munge lui e se la tosa lui, non ti pare che ci sia qualcosa che non va?
Però no, lei non vuole sentire ragioni.
E l’aspra contesa continua, finché un bel giorno scopriamo che la corda incriminata è bell’e sparita.
E’ successo che il genialissimo vicino della finestra di fronte ha pensato bene di levarla, “così non la usa nessuno dei due”.
Per il momeno l’unica soluzione è quella di barricarci e di non rispondere più al citofono.
In attesa di idee migliori.
Il fratellominore suggerisce di rendere pan per focaccia levando un’altra corda.
Bocciato: non ci abbasseremo al livello dei vili dirimpettai.
Il fratellodimezzo propone di stendere sul pianerottolo e lungo le scale, per traverso.
Non male, come rappresaglia.
Ma respinta con un secco “Non dire cazzate”.
Il signorpadre propone di rimettere un’altra corda.
Idea in fase di valutazione.
Si resta in attesa di ulteriori sviluppi.

venti euro

soldi

Per un paio di ciabatte.

(E ancora una volta i regali mancanti sono rimandati all’anno nuovo…)

cezanne
E’ successo che oggi, a pranzo, c’eravamo solo in due.
Abbiamo mangiato immersi in un silenzio di tomba.
Nessuno dei due parlava.
Sembrava di essere in un film muto degli anni Venti, solo che c’erano i colori.
Colori accesi, arancione, giallo, verde.
Troppa concretezza di oggetti che rimbalzava contro il silenzio, un po’ come in una natura morta di Cézanne.
E la luce accesa perché non avevamo neppure aperto le persiane.
Ogni gesto aveva la pesantezza del piombo, in quel mutismo.
Prendere la bottiglia dell’acqua,
aprire il frigo,
mettere in tavola il formaggio
bere.
Tutto sembrava come amplificato, quasi che ognuno dei due studiasse i movimenti dell’altro e se ne sentisse imbarazzato.
E il silenzio, la luce accesa, i colori troppo forti, tutto mi ha messo addosso un senso di disagio.
Di malinconia, anche, un po’.
Perché pensavo, noi non ci parliamo semplicemente perché non abbiamo più nulla da dirci.
Prima non era così, prima di cose da dirci ne avevamo, eccome.
Tanto per cominciare eravamo compagni di classe.
Quindi frequentavamo le stesse persone, capitava che uscissimo insieme anche al pomeriggio o alla sera, perché più o meno facevamo parte dello stesso gruppo.
Ci coprivamo a vicenda per le nostre prime trasgressioni.
I primi baci, i tiri di sigaretta, le birre (questo solo lui, ché ancora io mi dichiaravo antialcolista).
Avevamo un rapporto del tutto atipico, metà fratello-sorella e metà di amicizia, ed era bello, come rapporto.
Una piacevole via di mezzo.
Poi pian piano abbiamo finito per allontanarci sempre di più: non eravamo più compagni di classe, neanche il tipo di scuola era più lo stesso, gli amici comuni delle medie li abbiamo persi di vista, forse più io che lui, e siamo cambiati, entrambi, finendo col diventare sempre più estranei l’uno all’altra.
Sicuramente almeno in parte è giusto che le cose siano andate così.
In fin dei conti siamo sempre stati antitetici, nel carattere, nei gusti, nel tipo di approccio con la realtà intorno.
Naturale che avremmo finito per volgerci in direzioni opposte, a pensarci bene, e naturale che a quel punto non avremmo avuto più nulla, o quasi, da condividere.
C’est la vie.
Però un pochino mi dispiace.

politica natalizia

alberonatale

Quello di quest’anno è un albero di Natale comunista, ho deciso.
Il puntale rosso.
Una stella rossa al centro.
E soprattutto il soldatino Stalin a fare la guardia, su uno dei rami più alti.
E mentre lo facevo cantavo l’Internazionale, al posto di O Tannenbaum.

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