Category: deliranti cronache scolastiche


Alle otto del mattino è andata la prima bottiglia di spumante, insieme alla torta al cioccolato più buona del mondo.
Alle dieci è andata la seconda bottiglia e un vassoio di pizza.
All’una abbiamo chiuso con succhi di frutta, patatine, salamini e l’ultimissima bottiglia.
Abbiamo fatto le chiacchiere con le nostre prof diventate improvvisamente meravigliose ragazzine, abbiamo riso, giocato a carte, fatto ubriacare la prof di matematica, abbiamo organizzato una cena di classe con bagno di mezzanotte, tutti quanti.
E’ stata una mattinata meravigliosa, ieri.
In tutto questo io non ho ancora pensato, non ho ancora realizzato.
E’ finita la scuola, ti rendi conto, è finita la scuola! Finita, finita per sempre, finita che mai più metterò piede in un liceo, tranne che per andare a votare o se diventerò un’insegnante, finita proprio, finita che a settembre non ricomincia. Finita che lo si dice ma ancora non si riesce a realizzarlo. Che hai passato cinque anni a contare il tempo che ti separava e alla fine non riesci ad accettare che si sia consumato così in fretta.
E’ che c’è l’esame, adesso, a cui pensare. C’è l’esame e manca il tempo per concentrarsi su qualunque altra cosa, c’è l’esame ed è estate, c’è il sole e fa caldo, c’è l’esame e io ci sono arrivata sorpresa e contenta, sorpresa di essere contenta, contenta di essere sorpresa. Contenta, in ogni caso.
So che ho davanti giornate lunghe di tesina e di ripasso generale, so che finito l’esame mi aspetta un trasloco, che in casa mia, quando è tempo di esami, è il delirio più nero, che questo giugno sembrerà non finire mai, che le Forze Oscure saranno schierate sul banco della mia commissione d’esame.
Per adesso riesco a pensare questo.
Poi so anche che lavorerò, che forse andrò in vacanza e forse dovrò andare a fare il passaporto, bisognerà che mi ricordi. Ma so anche che devo decidere per l’università e ho le due metà del cuore che mi tirano da due parti opposte, il cervello e la pancia e i miei sogni di una vita futura che mi gettano davanti alternative tra cui non so decidermi a scegliere. E questo non ci riesco a pensarci adesso, aspettiamo l’esame, riparliamone a luglio, perché è un pensiero che mi fa stare male, e io male adesso non ci voglio stare.
Perché non ho ancora realizzato, dopotutto, che il liceo è finito, e mi godo quest’ondata improvvisa di sindrome di Peter Pan, dopo anni passati a fare finta di non essere adolescente e a volere sempre qualcosa che stava oltre, e mi sento dire che non voglio andare, non voglio fare, non voglio pensarci a domani, non ne voglio sapere dell’oltre, ancora per un po’, ancora finché posso.
Perché l’estate è arrivata, anche per me. Andrò al mare nelle ore calde e studierò in quelle fresche. Andrò in giro la sera, guiderò, leggerò un sacco e girerò per bancarelle, comprerò un paio di sandali, andrò al Suq che ha appena aperto, mi farò la pulizia del viso, deciderò cosa farmene di due amanti che non mi danno nulla di cui non possa fare a meno.
Sono stati cinque anni intensi, difficili, doloranti, noiosi, frenetici, terribili, strani, interessanti, maledettamente fondamentali. Cinque anni belli di quel bello che non ripeteresti mai, che te ne rendi conto solo alla fine di quanto sono stati belli, quando ti guardi intorno e dici sì, questa sono io, questo è il risultato.
Per una volta mi sento di dire che non è un brutto risultato.
E sono contenta, alla fine.


Che strano.
Sono tornata un’altra volta, da un altro viaggio, da un’altra latitanza incasinata.
Che strano, sembra siano successe un milione di cose, qui, mentre io non c’ero.
Anche mentre io c’ero, a dire la verità, ma è che non c’ero mica tanto neanche allora, evidentemente.
Che strano. Ci sono e ci sono tutta, ed è una sensazione meravigliosa. C’è una vita qui, ed è la mia, che inizia a risvegliarsi al caldo dell’estate della maturità.
Me ne accorgevo già nei giorni scorsi, mentre mi cuocevo nel sole della Ciociaria e negli sproloqui di Cicerone, mentre passavano queste giornate latineggianti e però belle, fitte di incontri e di chiacchiere, di idee, di voglie e di stimoli e risate e di scoperte.
Sono salita sul treno Roma Termini-Cassino. E ho scoperto una natura meravigliosa, in queste vallate che stanno nascoste tra Roma e Frosinone, una natura verdissima di boschi e prati e campi e cespugli ai bordi delle strade, ma anche grigia di ulivi e muretti a secco, gialla di ginestra, bianca di polvere di strade.
Per qualche giorno ho parlato una mescolanza di cadenze lontane, Sicilia, Abruzzo, Roma. Ho raccontato Genova e ricevuto in cambio le storie e le vocali e le atmosfere del sud. Ho trovato due meravigliose compagne di camera, tantissima gente, tedeschi coi sandali in ogni dove. Che peccato non avere neanche una fotografia. Non importa. Le persone belle che ho conosciuto e i posti dove sono stata mi resteranno tutti in mente. Ci siamo promessi di rivederci, magari un weekend a Roma, magari quest’estate. Magari a una qualche università, chi può saperlo.
Adesso sono tutta qui, con la mia scuola da finire, le prove del coro che per me sono iniziate la scorsa settimana, con le lezioni di canto, le amiche, i libri, un inizio di storia che chissà, magari va avanti, ma magari anche no. E sono tutte cose che ci sono già, non che le aspetto, per una volta. E’ come se a maggio la mia vita si svegliasse, si svegliassero i miei colori, la mia pancia, i miei ormoni e le mie reazioni. E io fossi qui che non aspetto altro che di riempirmici, di pensare che vita incasinata, che bell’inganno sei, che vita stranamente normale, che bella compagnia, che bella vita. Che bella vita.

Così, dopodomani a quest’ora sono a Dublino. Tutti gli anni c’è un giorno in cui scrivo che dopodomani a quest’ora sarò in un altro paese, di là dal mare, o di là da una catena di montagne, o tutt’e due. L’anno scorso era la Spagna.
E quest’anno, quest’anno la meta di dopodomani è l’Irlanda. L’ultimissima gita dell’ultimissimo anno, il viaggio della maturità, quel viaggio che nei ricordi degli adulti è sempre il viaggio della vita, l’intramontabile, l’inimitabile. Ah, maturità, tornassi indietro ti riprenderei di nuovo.
Ma dicevo, dopodomani sono in Irlanda. E già me l’immagino l’Irlanda, che pure non ci sono mai stata, me l’immagino tantissimo e mi piace già prima ancora di arrivare. Di verde, di grigio, di toni che digradano uno sull’altro, di sguardi lunghi che vanno lontano e poi ritornano indietro. Di strade strette acciottolate da aver voglia di camminarci in mezzo, di vento di oceano, di piccole colline e di vento che fa danzare il gaelico per le vie. Grigia di Joyce, verde di Yeats. And I shall have some peace there…
Me l’immagino che so già che mi farà male al cuore, da quanto mi piacerà. Anche se non l’ho mai vista. Che mi piacerà in quel modo pacato che fa venire voglia di pensare, che ti scava e ti modella su quello che raccogli lungo la strada. Di occhi e di anima e di cervello, e meno di pancia, di adesione empatica al luogo.
Ieri pensavo che non volevo partire, avevo mille paranoie, le solite di tutti gli anni quando scrivo che dopodomani sarò in qualche posto lontano. Che paura, che voglia che ti porti lontano. Ma poi mi sono detta che no. Ci sono cose che questo viaggio mi può aiutare a capire e controllare, su di me, sul mio modo di stare con gli altri. E c’è che in fondo ho veramente bisogno di una settimana così, nove ragazze in libera uscita, i miei ormoni al guinzaglio e camminare per mano al mio sacrosanto diritto a fare l’adolescente contenta e spensierata, una volta tanto.

“Ma veramente è una spugna Spongebob???”

“E certo, che cosa credevi che fosse?!”

“Un pezzo di formaggio…”

“Quello che molti dei nostri… chiamiamoli educatori, sparsi tra consigli comunali, consigli scolastici e religiosi dovrebbero comunicare a tutti è che: i giovani non sono un problema ma una risorsa. Sembra incredibile, ma c’è ancora chi considera un ventenne incapace di intendere e volere. (…)
Un sano tentativo di comunicare con i più giovani non è solo un passaggio di consegne, ma un modo straordinario di invecchiare con dignità. Molti per esempio non immaginano nemmeno che il bisogno di spazi è fondamentale per conoscersi, confrontarsi e alimentare culturalmente questo nostro paese, per usare un eufemismo: annoiato. Sottrarre uno spazio privato alla noia decerebrata del profitto forzato cedendolo per un’attività creativa potrebbe regalare gioia e purezza: una sensazione per molti mai provata prima. Spazi che magicamente accorciano le distanze tra generazioni.”

(Antonio Albanese)

Sì, ok, è sgrammaticato. E’ stentato. E’ una roba da diario di scuola adolescenziale.
Però è pieno di spunti interessanti.
E oggi era il nostro primo giorno di autogestione, la prima autogestione della triste storia del nostro magnifico e progressivo liceo, l’autogestione che io dicevo che non volevo finire il liceo senza averne mai fatta una. Meno male che c’è lei, Nostra Ministra dell’Ipocrisia. Eh.
Ma la nostra autogestione eravamo dieci, quindici a essere approssimativi per eccesso.
A raccontarci ciò che già sappiamo, perché siamo qui, chi siamo cosa facciamo e dove andiamo. Che a me faceva un po’ la stessa tristezza di quando vedo quelli di Lotta Comunista che cercano di rifilarti a tutti i costi il loro giornale in via San Lorenzo. O quando il film è bello e il cinema è vuoto. O quando si fanno le feste in grandissimo che tre quarti degli invitati danno buca.
La nostra non è, non vuole essere un’autogestione in grandissimo, no. E oggi, che era solo il primo giorno, non è che ci aspettassimo le folle oceaniche, neanche. Però mi mette sempre un po’ di tristezza quest’atmosfera di disinteresse annoiato che si respira nel liceo della meglio gioventù fascista del levante genovese; che alla fine siamo sempre noi, la solita quindicina sparuta a dirci e ridirci perché ci siamo e a inanellare variazioni sul tema in un dialogo autoreferenziale e che alla lunga suona anche parecchio stantio.
Allora mi viene da dire che il problema non è solo la mancanza di spazi; non è solo che o gli scout o lo sport o non hai uno straccio di controproposta per vivere una socialità intelligente; è che c’è anche un problema dall’altra parte, quando la controproposta c’è e però si sceglie di non prenderla neanche in considerazione.
E però lo stesso a me piace pensare che si sia almeno provato a creare noi una forma di socialità intelligente: in pochi, con pochi mezzi, con poco tempo e con poco seguito, questi gli elementi che ci hanno fregati in partenza, che già lo si sapeva quanto avrebbero pesato. E troppa poca coscienza politica.
Tutto questo mettere avanti mani e alfa privative: apartitici, apolitici. Ma antifascisti no, quello non si può dire. E io, che avrò anche una mentalità anacronistica, che non saprò stare coi piedi per terra, che mi mantengo stupidamente e orgogliosamente idealista, ancorata alle questioni di principio e al privato politico, io mi sento cadere nello sconforto quando mi rendo conto dell’impossibilità di far capire che tutto ciò che si sceglie è politico, perlomeno nel senso lato del termine. Che è politico il fatto stesso della scelta. Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti, qualcosa del genere.
E’ che la formula non funziona. E’ inutile, questa finta democrazia del non riconoscersi in nulla, e potrebbe non esserlo nella misura in cui veramente costituisse un incentivo, ma di fatto poi si risolve nell’avvallo dell’indifferenza.
Perché io penso che questo vada spiegato: tu a me, adolescente mediamente qualunquista, mediamente disinteressato, quasi sicuramente disinformato, me lo devi spiegare che nel momento stesso in cui io compio una scelta io sto facendo politica. Anche nel momento in cui scelgo di non scegliere. E lasciarmi libero di trarre le mie conclusioni. Non serve a nulla trapiantarmi nella testa l’illusione che non sto prendendo nessuna posizione. Perché ti seguirò finché si tratterà di poco o niente sbattimento, ma quando mi sarà chiesto di essere parte attiva me ne laverò bellamente le mani.
Quindi non è solo frustrante, questo procedere con i piedi di piombo, a suon di eufemismi e politically correct, è anche stupidamente e drammaticamente controproducente, è un gatto che si morde la coda.
E d’altra parte non ci vuole neppure tanto a rendersi conto di come strategie più incisive non siano attuabili; e si torna al punto di prima, il problema è sociale, è non-coscienza di massa, e l’enormità della cosa spaventa, ma al tempo stesso, a noi che sempre andiamo in direzione ostinata e contraria, fa rendere conto di quanto sia ancor più drammaticamente importante il fatto che continuiamo a farlo.

amanuense

O un lavoro nel campo dell’editoria, come prospettatomi dal muffosissimo tipello della facoltà di Lettere.
Vivendo di rendita con gli appunti delle superiori, per di più.
Come si farà a diventare scrittrice di Bignami?

Spiace venir meno ai buoni propositi in modo così smaccato, ma oggi tocca, per forza di cose, alla Lamentazione Universitaria.
Per forza di cose perché oggi ho passato una piacevole e (per me assai poco) costruttiva mattinata al Salone dello Studente Abicidì. Con i libretti di una, due, cinque facoltà diverse, l’esito di un test attitudinale che conferma punto su punto le indecisioni precedenti, forse addirittura arricchendole ulteriormente di nuove e confondenti opzioni, e una selva di pro e contro che fanno a gara a sovrastarsi l’un l’altro.
A voi lettori forse tutto ciò giunge nuovo, ché giusto un anno fa immaginavo quello che sarebbe stato il mio futuro, presentandolo come assolutamente certo, senza se e senza ma. E quindi presumo supponeste che avessi le idee chiare a riguardo. Spiace deludere, ma neanche un po’, all’appressarsi della fatidica scadenza.
Così, si alternano le immagini di scenari diversi e anche un po’ in contrasto tra di loro per il futuro, un po’ terrorizzanti e un po’ divertenti o speranzosi o persino ottimistici.
Amber bibliotecaria occhialuta. Amber pissicologa. Amber socialmente utile, insegnante alternativa, grecista autoreferenziale, precaria vita natural durante.
E si adottano i criteri più disparati per arrivare al dunque: si fa la cernita degli esami, questo mi piace, questo un po’ meno, questo cos’è? Si fa la consultazione comunitaria con le amiche al bar, si valutano gli scenari futuri e contingenze più o meno rilevanti, ambiente, possibilità di incastrarci un lavoro, chi ci insegna in quel dato corso di studi.
E non se ne viene a capo, com’è ovvio.
Non se ne viene a capo, innanzitutto per quanto riguarda il dilemma Pisa o non Pisa. O meglio, se ne viene a capo per un tre quarti. Nel senso che io non mi ci vedo proprio, i prossimi cinque anni, a seppellirmi viva nello studio matto e disperatissimo del normalista. Che non significa che non ne abbia voglia, che rifugga lo sbattone in quanto tale. E’ che però io non ci riesco, non ci riesco proprio, a fare una cosa per volta. Studiare a Pisa significherebbe, per cinque anni, non fare altro. E non è per me, stakanovista dei mille impegni e con più voglia di sbattermi a lavorare intanto che studio, piuttosto che murarmi viva, sia pure nell’Olimpo delle lettere classiche.
E però rimane il problema del motivo misterioso che lo so soltanto io. E’ un motivo un po’ da romanzo d’appendice, a dirla tutta. E dovrei prenderlo un po’ con le molle, o semplicemente dovrei tirare dritta per la mia strada e non lasciarmici condizionare. Ma mi rimorde un po’ la coscienza all’idea.
Detto questo, il dilemma si estende anche a lettere classiche o lettere non classiche oppure direttamente non lettere. Perché poi ci sono le scienze delle merendine con tutti gli esami bellissimi, ci sono le cose interculturali, le antropologie, le pissicologie, e mi ci viene un sacco la voglia, di tutte queste cose un po’ diverse da ciò che ho sempre fatto e ugualmente affascinanti, almeno sulla carta.
Ma forse non è questo il problema. Che sotto sotto lo so già, poi, come andrà a finire.
E’ che odio scegliere. Per la stessa ragione della scelta non voler scegliere. Per una aperta chiudere cento porte.
Ma cento porte aperte sbattono in continuazione, creano casino e diventano ingestibili. E dovrei metterla un po’ da parte, questa genericità umanista e un po’ irresoluta che mi fa aver voglia di tutto e di nulla, e dovrei capire che è come passare le ore a girare in tondo in una piazza o camminare lungo una strada verso una destinazione. Che non è che mi impedisce di guardarmi intorno intanto che ci vado, tutt’altro.
Intanto ho ancora un po’ di mesi per decidere. E posso tentare la strada dell’atteggiamento zen. L’ultimo giorno utile per le iscrizioni, uscirò di casa la mattina e i piedi mi porteranno da soli nel posto giusto. Io dico che funziona.

Ho fatto il tema più svarione della storia dei temi svarione di tutta la mia carriera scolastica.
Ho fatto un tema, questa mattina, che Freud e l’intero albo della psicanalisi staranno facendo il triplo salto mortale all’indietro dentro la tomba.
Ho fatto un tema che sembra lo sfogo ormonale di una suora di clausura cinquantenne.
Ho fatto, volutamente, un gran casino con i complessi di Freud.
Ho mescolato il complesso di Edipo e quello della castrazione.
Ho fatto un commento a due libri soffermandomi quasi esclusivamente sulla (poca o nulla) vita sessuale dei personaggi.
Ho fatto tutto questo al solo scopo di compiacere una prof assetata di fantasie malate.
Malata essa stessa, aggiungerei, di fantasie malate.

Il sonno delle otto meno un quarto del mattino genera mostri.

Di finire la scuola, che non le interrogazioni dell’ultimissimo minuto dell’ultimissima ora dell’ultimissimo giorno dell’anno.
Di andarsene per l’ultima volta, sotto questo cielo scemo di nuvole e sole che sembra lasciare un po’ tutto in sospeso.
Di andarsene per l’ultima volta, il penultimo ultimo giorno di scuola, e sentirsi bruciare le lacrime in gola.
E’ che non riesco mai ad accettare che ci sia una fine. Come quando viaggi, come quando dormi, come quando vivi. Perché quando una cosa finisce poi arriva quel momento strano che non è più presente ma non è neanche ancora passato, quel passaggio intermedio tra il vivere e il ricordare in cui le sensazioni restano sospese senza più sentirsele addosso e senza la sublimazione del ricordo a renderle meno urgenti, meno dolci, meno amare.
Urgente, dolce, amaro. Quest’anno che oggi finisce.
Finisce alla chetichella, finisce che mi sento lontana, finisce che lo guardo finire.
Dietro il vetro.
Subordinato come sempre ai fantasmi di dentro.
O di un fuori che continua a scivolarmi addosso, nonostante tenti di afferrarlo.
Non sono questi gli anni belli della vita.
Sono gli anni degli scazzi. Dell’insofferenza. Dell’incompiutezza.
O magari sono io.
Che recito me stessa. Sempre. Ma non ho studiato la mia parte. E sbaglio le entrate, e confondo le battute, e dico la cosa sbagliata al momento sbagliato. Finché poi decido che non dico niente del tutto.
E mi godo lo spettacolo da dietro le quinte.
Andrò a cercarmi da qualche parte. Non oggi. Non qui.
Domani.
Lontano.

Apro gli occhi su una Padova finalmente soleggiata.
Mi sento riposata, allegra, relativamente tranquilla.
Ho letto un po’ prima di alzarmi, ho fatto l’ennesima doccia, ammassato nella valigia tutte le mie cianfrusaglie.
Mi sono vestita elegante per la premiazione. Top rosso, maglioncino bianco, pantaloni neri, tacchi alti.
E le All Star nella borsa per quando sarà finita.
La premiazione la fanno al caffè Pedrocchi, che è un posto famosissimo anche se io ovviamente non l’avevo mai sentito nominare.
Dentro è tutto poltroncine di velluto e camerieri in livrea, signori dall’aria deferente che sorseggiano caffè gettando occhiate distratte al giornale, vasi di fiori.
Noi dobbiamo andare al piano di sopra. C’è una sala conferenze dall’aspetto baroccheggiante, tutta stucchi e marmi e puttini dorati. Gli ultimi posti liberi sono in prima fila.
Il tavolo di fronte a noi è occupato da tutta una serie di persone. La preside del liceo, il provveditore, alcuni docenti universitari, professori del liceo.
E, devo dire, i loro discorsi ci hanno stupite. In positivo.
Inizia la preside, con i soliti salamelecchi di rito, i soliti ringraziamenti alle istituzioni, e leggendo una lettera nientemeno che del presidente Napolitano, ex studente del Tito Livio.
Fa tutto un discorso riguardo alla funzione degli studi classici nella scuola, dice senza mezzi termini che con l’inglese e l’informatica da soli si va poco lontano, che serve qualcosa di più.
Parla della fiducia nelle istituzioni, a più riprese.
Italia dei Valori, tantissimo.

Poi non è che me li ricordo tutti, eh. Mica seguivo sempre.
Ma più o meno tutti dicevano cose abbastanza simili. Cose anche vere, anche belle, anche interessanti.
Parlavano di cultura come mezzo di integrazione, di accettazione delle differenze, parlavano di problemi di attualità, di scuola, di cosa vuol dire insegnare al giorno d’oggi.
Un fulmine a ciel sereno.
Un salotto culturale padovano di sinistra.

E poi.
Poi è arrivato il momento vero e proprio. Io in panico.
E’ che non sopporto la sospensione. Odio il tergiversare.
E continuano a girarci intorno, ancora una volta, ancora un discorso.
Ancora un altro che si alza per dire la sua.
E’ il motivo per cui odio la televisione. Non me ne frega niente dei trucchetti per tener viva l’attenzione del pubblico. Li trovo assolutamente snervanti, voglio che si vada al sodo.
Voglio sapere, scrollarmi di dosso il dubbio che mi attanaglia.
Tanto non ci spero. O forse sì, un pochino. Ma che si decidano a dirmelo.
Eccoli, si decidono.

Ancora due minuti di ansia a mille.
La mano stretta in quella dell’amicaprof. La gamba che si muove nervosa.
Basta, voglio solo che finisca. Qualunque cosa, ma che finisca.
Un ultimo sussulto.
E’ andata. Cioè, non è andata.
Ma mi sento liberata da un macigno.
Torno a respirare.
Sono tranquilla, sì. E sorrido. E penso che comunque è bello così.
Non brucia, non fa male. Forse appena appena.
Ma sono contenta, in ogni caso.

Siamo fuori nel sole.
Di nuovo con le scarpe da ginnastica, sigaretta, passi veloci per andare a prendere i bagagli.
Abbiamo saltato il rinfresco per poter partire prima.
Acchiappiamo un taxi per la stazione.
Un casino per cambiare i biglietti, l’impiegato allo sportello è lento che più lento non si può, stupido come pochi.
Treno acchiappato per un soffio, all’ultimissimo secondo.
Trolley spaccato scendendo le scale.
Per pranzo un panino immangiabile.
Ma ora è bello vedere tutto che si allontana. Le paure, le ansie, la tensione.
E’ bello tornare a essere noi due che parliamo e sonnecchiamo e ci scambiamo la musica come due bambine.
Un altro viaggio che vola. Milano sembra passato un attimo. Genova neanche me ne accorgo.
E siamo già in macchina che il pomeriggio è ancora alto e c’è ancora tanta giornata da vivere, i bagagli da disfare e tutto da dire e da raccontare e un fratello a casa da abbracciare.
E una puntina dolceamara di nostalgia.

Non c’è rimpianto.
Solo una dolcezza affettuosa che riempie.
E’ bello così.
Forse ancora più bello così.

L’una e quarantadue.
Mi sono svegliata all’una e quarantadue.
Ho dormito in tutto un’ora e mezza, forse qualcosina di più perché poi sono riuscita ad appisolarmi per qualche minuto, prima della sveglia.
E’ stata una notte lunghissima.
Non è che non riuscissi a dormire perché ero in ansia. Ero in ansia perché non riuscivo a dormire.
L’angoscia di veder scorrere ore deserte. La pioggia fuori, la strada silenziosa.
Non so che farmene di questa notte vuota.
Mi alzo, accendo la luce, leggo, riprovo a dormire, mi rialzo, sento la musica. Una sigaretta spenzolata fuori dal davanzale. Non si può fumare in camera.
Voglio che finisca, fa’ che finisca. Presto.
E’ finita con quei cinquedieci minuti di dormiveglia e un suono lacerante da lontano. Il telefono. La sveglia.
Si è alzata una mattina livida, piovigginosa, nuvole piatte e occhiaie violacee e nausea e gesti automatici. Mi lavo mi vesto mi stiro i capelli senza capire, senza pensare.
Ascolto la tensione che mi cresce dentro. Avrei voglia di parlare, di non stare da sola. Due minuti di parole assonnate al telefono con l’amicaprof ancora a letto, anche lei reduce da una notte insonne.
Con gesti da automa riordino la biancheria sparsa, mi trucco, mi preparo.
Una brioche vomitevole, un succo di frutta.
Sono fuori nell’aria fredda e nell’umido di qualche gocciolina incerta.
Un caffè al bar sull’angolo. Studenti che si affollano al bancone e la barista avrà più o meno la mia età, li conosce, sorride, scherza con loro.
Entro attraverso quel portico squadrato dall’aria sepolcrale, percorro le lapidi e i busti di marmo.
Mi mandano, ci mandano, tutti, in aula magna.
Come mi fa strano una scuola con l’aula magna.
Siamo tutti qui. I settantotto concorrenti. Sale sul palco il vicepreside. Il vicepreside del liceo Tito Livio è esattamente il tipo di persona che mi viene in mente quando penso la parola in astratto. La quintessenza del vicepreside. Capelli radi, corti corti. Occhiali. Voce stentorea, sguardo severo.
Viene aperta la famigerata busta, veniamo smistati nelle classi.
La mia si affaccia sul chiostro, è un’aula né piccola né grande. Saremo in venticinque, grossomodo. Coi professori che ripetono ancora una volta le modalità, vietatissimo scrivere il nome sul foglio, come nei concorsi, dati in busta chiusa, carta d’identità, sequestro dei cellulari.
Ci arriva il foglio, finalmente.

Le nove e venti, e quattro ore di tempo. Dobbiamo tradurre e poi fare il commento al testo.
E’ un brano non particolarmente lungo, apparentemente fattibile.
Facile no. Ma a prima vista non mi sembra neanche irraggiungibile.
Ma fatico a tenere gli occhi aperti.
Ma mi sento la paura che mi rimbalza dentro.
Una pallina impazzita che salta nello stomaco.
Perdo la concentrazione, la riagguanto, la riperdo.
E non tutto mi torna.
E c’è una frase, a un certo punto, dove sono nella nebbia più totale. Un infinito piazzato lì in mezzo, apparentemente senza logica. Un accusativo che non mi so spiegare.
Vado avanti, finisco, ci torno, mi ci consumo i pochi neuroni ancora attivi.
Guardo le lancette dell’orologio spostarsi lentamente.
E’ come essere in uno stagno. Ristagna il tempo. Ristagno io con la mia testa dolente.
Ma arrivo in fondo, in un modo o nell’altro.
Traduzione. Commento. Finiti. Pochi minuti dopo l’una. Avrei ancora una decina di minuti ma sono esausta. Consegno, vada come deve andare.

Fuori, nel chiostro, l’aria è gelida. Qua e là gruppetti di studenti dal viso pallido, i dizionari in mano, la tensione stampata in viso. Professori che fanno avanti e indietro. Alunni della scuola ospite che girano, taccuino alla mano, a intervistare noi reduci dall’insopportabile e fascistissimo Tito Livio.
Ci dovrebbero portare a mangiare. Dove, non si sa.
E invece aspettiamo, e aspettiamo, e aspettiamo. Muffa alle stelle, faccio due chiacchiere con gli intervistatori, occhio indagatore e faccette pulite da liceali orgogliosi, ma simpatici, sì, abbastanza.
Mi strappano il permesso di farmi fotografare, tanto qui mica sanno che sono io. E il ragazzo che fa le foto è piuttosto carino, non c’è che dire.
Finché finalmente non si decidono a guidarci verso il fatidico posto dove si mangia. Che poi è una specie di mensa universitaria, affollata all’inverosimile, col self service.
Realizzo che ho perso il mio buono pasto. Ma per arrivare alla cassa devo prima far la coda per il mangiare. Ingegnoso, così uno prima si riempie il piatto e poi va lì e paga.
Già che ci sono mi faccio servire un pugno di pasta al pomodoro e una fettina di arrosto un po’ smortina, non particolarmente accattivante.
Prima di mettermi a litigare con quelli della cassa. Gli spiego che ho perso il buono, che però posso pagare in contanti, chiedo scusa un milione di volte. Loro mi guardano male, borbottano, scuotono la testa, mi chiedono i soldi e poi non li vogliono. E alla fine ci rinunciano, mi fanno mangiare a gratis. Che poi a gratis non è, perché avevo già pagato il giorno prima.
Il mangiare fa piuttosto schifo. Mi ricorda la mensa delle medie, pasta scotta e carne insipida.
Finisco in fretta, mi alzo, esco. Schivo con qualche scusa una professoressa che mi chiede di rimanere lì fino alle quattro, riesco a sgattaiolare via, sono per strada. Mi attacco alla mia sigaretta come a un’ancora di salvataggio.
Sono libera. Sola. L’albergo è a due passi. L’amicaprof mi aspetta lì. Tra due minuti è quasi casa.

Sono crollata sul letto senza però riuscire a dormire, ho ascoltato un po’ di musica, rifatto la doccia nel tentativo di darmi una svegliata.
L’amicaprof è venuta a portarmi un caffè, intanto che finisco di prepararmi.
Di comune accordo abbiamo deciso di saltare la visita guidata e di andare da sole a fare due passi nel tardo pomeriggio. Non piove più, ma il cielo è sempre grigio.
E io sono completamente in botta dal sonno.
Girovaghiamo a braccio, un occhio alla cartina di quando in quando, imboccando strade di cui non siamo sicure. Facciamo il giro delle piazze.
Piazza 8 Febbraio, dove ci sono gli universitari spogliarellisti.
Piazza del Duomo.
Piazza delle Erbe.
Piazza della Frutta.
La cattedrale, la torre dell’orologio, i palazzi, il Caffè Pedrocchi.
Ma non è un granché, se devo essere sincera. Sarà che non amo le città di pianura, o magari sarà il brutto tempo, o forse l’abbiocco.
La parte più bella è quella del lungofiume, immersa nel verde. C’è silenzio e ci sono quelli che portano fuori il cane. C’è un muretto per sedersi a riposare e guardare i cani e chiacchierare.

Tornare indietro è stata un’impresa.
Siamo finite in una strada che non riuscivamo a individuare sulla cartina. E’ spuntato fuori un biondino padovano, occhi azzurri e faccia lampadata, che si è offerto spontaneamente di aiutarci, ma non ci capiva niente neanche lui e ci ha fatto fare un giro assurdo per arrivare alla via del nostro albergo.
Quando poi, abbiamo realizzato troppo tardi, avremmo potuto impiegarci infinitamente di meno.

Altra sosta in albergo, io in crisi con la tensione che mi sale su a ondate.
L’amicaprof chiama un taxi per la cappella degli Scrovegni, dove ci servono il buffet-cena nel chiostro prima della visita.
Dista dieci minuti a piedi, la cappella, detto per inciso. Ma non importa.
Mi costringo a mangiare qualcosa giusto per farla contenta, bevo un po’ di vino, addento due biscotti al cioccolato.
Poi succede che noi la visita l’avevamo prenotata alle ottoemmezza.
Ma quando arriva il nostro turno, alla cassa ci dicono che tutti i posti sono occupati. Non si può entrare a più di venticinque alla volta.
Così aspettiamo ancora un’ora e nel frattempo alla cassa ci dicono di andare in sala multimediale, dove proiettano un terrificante filmato propedeutico alla visita vera e propria, ma lì ci rispediscono indietro e ci dicono di andare a rivolgerci alla cassa. Alla fine riusciamo non so come a venirne a capo e a metterci con il gruppo delle nove e venti.
Torniamo giù a sciropparci l’indecoroso filmato.
Torniamo su, attraversiamo un pezzo di cortile, siamo finalmente in vista dell’esterno della cappella.
Non si può entrare direttamente. Bisogna prima entrare in una stanza e rimanerci per un quarto d’ora, a togliersi di dosso l’umidità che danneggerebbe gli affreschi all’interno. Chiacchieriamo sottovoce, mentre danno un altro video a cui non prestiamo una grande attenzione.
E, finalmente, entriamo.

La Cappella degli Scrovegni è un’esplosione di colori.
C’è tantissimo blu. Ma anche tantissimo rosa e tantissimi gialli diversi che sembra quasi di poter toccare.
E’ infinitamente più grande e più vivida e più plastica e più vera di come me l’aspettavo.
C’è troppo perché lo si riesca a guardare tutto.
Troppo perché lo si possa cogliere in un solo quarto d’ora.

E poi siamo tornate, e l’aria intorno era quasi tiepida e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti che due giorni sono volati come un battito di ciglia, e riso e pianto si mescolano dolcemente, e domani saprò com’è andata. Ma non sono poi così sicura che sia quella la cosa più importante.

Partiamo da Brignole a mezzogiorno, incredibilmente puntuali, forse addirittura in anticipo.
Posti d’élite, prima classe in testa al treno, vicino al finestrino.
Ma vi dirò una cosa, la prima classe è praticamente identica alla seconda. I sedili sono un pochino più larghi, forse. Ma forse anche no. E le fodere di un grigio un po’ più serioso, nient’altro.
Effetto placebo, a millemila euri in più.
Quello che c’è di diverso è la gente. I passeggeri della prima classe sono signori attempati in giacca e cravatta e valigetta ventiquattrore, signore con cipiglio severo e capelli color ferro e occhiali cerchiati d’oro. Un popolo di gente silenziosa e tonalità biancogrigionero.
Persone che viaggiano sole, mezzo assopite o immerse nella lettura.
Penso che meno male che ci siamo noi, coi nostri colori e le nostre chiacchiere e il nostro ridacchiare complice ogni volta che qualcosa ce ne dà l’occasione.
A Principe sale un signore alto, dall’aria distinta. Ha un libro che lascia cadere sul sedile, e subito l’amicaprof si sporge di mezzo metro, in modo sfacciatissimo, a sbirciare il titolo. Si tratta, guarda caso, di un libro di un autrice di cui stavamo parlando in quel preciso istante. L’autrice in questione è Eva Cantarella, per la cronaca, e il libro è un saggio sulla pena di morte dall’antichità ad adesso. Il signor proprietario del libro gradisce la sbirciata, si presenta, è un criminologo dell’università di Genova e sta andando a tenere una lezione a Losanna. Un tipo interessante, sì.
Invece seduta affianco all’amicaprof c’è una donna giovane, vestita di nero, anelli futuristi alle dita e unghie laccate di rosso vivo. Non so perché, ma mi viene da pensare che sia un’attrice.
Legge Repubblica, ogni tanto parla al cellulare. Soffochiamo in un tentativo malriuscito di trattenere le risate, quando la sentiamo recensire al telefono, in tono serissimo, un libro intitolato “Diario di una schiappa”. Ma ridiamo sempre, comunque, come due ragazzine un po’ sceme in libera uscita. Mentre parliamo e mangiamo i panini e intanto siamo già arrivate a Milano e la prima parte del viaggio mi sembra scivolata via in un attimo.
Raggiungiamo la coincidenza addirittura in anticipo, tirandoci dietro i bagagli e sbatacchiando borse a destra e a sinistra, mentre nel frattempo ci ingegniamo a tirare fuori i biglietti e individuare i nostri posti.
Il treno su cui saliamo va a Venezia. L’atmosfera qui ha un che di viennese, di austroungarico: scritte bilingui italiano-tedesco, giornali von Zürich abbandonati sui sedili porpora, passeggeri dall’aria impettita e con un’inflessione crucca nella voce. Le due che sono sedute affianco a noi sembrano rispettivamente la signora Rottermeier da giovane e l’anziana consorte di un banchiere ginevrino in pensione. Sono gentili, sì, non perdono mai la calma, si rigirano nei posti con incredibile aplomb, per farci passare e permettere alla viziatissima amicaprof di sedersi nel senso di marcia. Una volta partite ci guardano con sussiegosa condiscendenza, mentre continuiamo a chiacchierare e ridere e mettiamo in mostra la propensione naturale di entrambe alle figure di merda, commentando in modo poco lusinghiero, davanti a loro che in questi posti ci abitano, il paesaggio terribile della pianura veneta. E’ un patchwork di capannoni industriali e laghetti finti e paesoni con gli edifici squadrati e le villette a schiera e villaggi innaturali che sembrano fatti di pan di zucchero. La strega di Hansel e Gretel in versione piccolo-medio imprenditoriale.
Il nordest lo si respira a pieni polmoni, qui. Nordest asburgico più ancora che leghista.
E finalmente siamo a Padova, con puntualità svizzera quando invece – ironia della sorte – la Rottermeier e la moglie del banchiere sono partite da Losanna con venti minuti tondi tondi di inammissibile ritardo.

La prima conclusione a cui giungo entrando a Padova è che sia una città terribilmente ibrida. Il posto dove alloggiamo non si capisce se sia periferia o centro, il nuovo si mischia al vecchio e il naif al terribilmente kitch in un intrico di viuzze porticate e sampietrinate e negozietti turistici e biciclette, tantissime.
Nel nostro albergo si entra da una porticina piccola, dimessa.
E’ arredato in modo piuttosto pacchiano, quadri orrendi e tutto rosso e rosa salmone e marroncino.
Ma non è malissimo. Pulito, ben tenuto, tranquillo. E il personale è gentile.
La finestra della mia stanza è al primo piano e dà direttamente sulla strada. A un certo punto sento avvicinarsi della gente e qualcosa di vagamente simile a dei cori da stadio. Ho pensato, eccoli. I leghisti.
Però no.
Mi affaccio e vedo un tipo travestito in modo improbabile, seguito da un gruppetto di persone che portano striscioni arrotolati e da una schiera di vecchiette curiose con le borse della spesa.
Lì per lì non ho capito.
Ma poi l’indomani abbiamo scoperto che a Padova c’è l’usanza che i neolaureati sfilino per le strade o tengano banco nelle piazze, conciandosi nei modi più strampalati o facendo lo spogliarello, scherzando con gli amici e appendendo cartelloni. Buffo, e inaspettato, e rinfrancante, anche, un po’.

Docciate, riposate, rinfrescate, ci dirigiamo al liceo dove si svolgerà la fatidica prova, a presentarci e informarci su tutto quello che c’è da sapere.
E’ un edificio strano. Orrendo.
Da fuori sembra un palazzone squadrato cui si accede tramite un porticato dall’aria lugubre. Un loculo.
Dentro, in un pietoso tentativo di solennità classicheggiante, corridoi austeri, busti marmorei, lapidi e scaloni.
E un chiostro. Sì, un chiostro, su cui si affacciano le aule. Ma un chiostro brutto, posticcio, fintoquattrocentesco. Da cui si accede ad altri corridoi, altre lapidi, altri scaloni.
I professori padovani io me li immaginavo robotici, granitici, asburgici.
Efficienti come carriarmati.
Invece sono nel marasma più totale, alle prese con gente che arriva e alloggi da sistemare e visite guidate da prenotare. Corrono qua e là, si confondono, si sbagliano, ci chiedono i documenti e ce li ridanno subito indietro perché hanno realizzato che non servivano.
Per dirne una, avevano previsto quaranta concorrenti e poi ne hanno accettati ottanta perché, ci spiegano, “la preside si è commossa quando ha visto tutte queste domande di iscrizione”.
Impieghiamo un po’ per destreggiarci tra buoni pasto e visite alla città da prenotare e la Cappella degli Scrovegni e dove si fa la premiazione e i bagagli prima della partenza dove li portiamo.
Ma ne veniamo a capo, alla fine.
E torniamo in albergo.

E poi siamo uscite, e la sera era bella e l’aria fresca ma non troppo ed era quell’ora ancora mezza chiara in cui è bello passeggiare e fumare e parlare camminando. Una sera che è bello sedersi al tavolo del ristorante e mangiare bene e parlare parlare parlare tra un bicchiere di vino bianco e l’altro e spuntano fuori le cose serie ma sempre col sorriso e sempre senza perdere la tenerezza, e intanto fuori è venuto buio e il tempo è passato in fretta e neanche ce ne siamo accorte. Ed è bello tornare con calma e un’altra sigaretta e sedersi sul letto a sentire le canzoni malinconiche e sempre chiacchierare in mezzo al disordine e stare senza scarpe e pensare sempre fortissimo, a ondate intanto che la musica va avanti.
Ed è dolce la buonanotte e domani sarà un altro giorno e chissà come sarà, e io ho paura per domani ma lo sento forte da morire che è già tutto talmente bello in ogni caso.

La valigia è pronta.
Le cibarie ci sono.
Ho controllato e ricontrollato almeno una dozzina di volte di aver preso tutto, e non mi viene in mente nulla che possa essermi dimenticata. Ma non posso essermi ricordata tutto. Io credo che delle dimenticanze mi accorgerò solo e soltanto tra una manciata di ore e tra trecento chilometri di treno, come da copione.
Ma il pigiama sì, l’ho preso. I documenti. A posto. Biancheria, magliette e top per un esercito.
Borse, sciarpe, cosmetici e tutto il superfluo possibile e immaginabile. C’è.
Tre giorni di viaggio con tanta di quella roba che sarebbe troppa anche se dovessi andare a piedi ad assediare Stalingrado.
Ma magari, Stalingrado. Vado a Padova, gente, nel cuore dell’elettorato leghista.
A toccare con mano quel ventiseipercento da paura.
Sono un po’ in ansia, sì, e non è solo questa la ragione.
Ma dico la verità, sono anche contenta. E speranzosa. E allegra.
E ho voglia di scrivere un post bello, quando torno. Un post colorato, di impressioni colte di sfuggita, di chiacchiere buffe con l’amicaprof, di strade lastricate da città d’arte.
Voglio raccontare che impressione fa la Cappella degli Scrovegni di sera.
Non voglio dover descrivere le ronde notturne per le strade, i discorsi xenofobi della gente del posto, la puzza sotto il naso, il folklore leghista.
Ho tre giorni per capire come si vive, all’indomani di una catastrofe, nella roccaforte di quelli che ne sono stati gli artefici.
Ma forse non lo voglio neanche capire fino in fondo.
Forse preferisco l’occhio superficiale della turista distratta, dell’amante dell’arte, della studentessa in libera uscita.
Non lo so.
Penso che ho voglia di parlare tanto, di ridere tanto e anche di fare tanti di quei discorsi seri che vengono bene sul treno e nei bar e la sera sedute nei ristoranti e sempre quando si viaggia insieme che non c’è altro da fare che viaggiare stando insieme.
Penso che ho voglia di godermela. Questa tregiorni latineggiante con la mia meravigliosa amicaprof.

el gran masturbador

Leggete, e capirete.

Che sono millemila anni, che non mi faccio più viva.
Sono state giornate furibonde, parafrasando De André (così va meglio?), e anche un po’ desolanti, a onor del vero.
Sono stati i giorni della depressionissima e delle notti insonni a sentire Ligabue e fumare alla finestra.
I giorni che viene fuori che si torna a votare e che per un pugno di mesi non ci ho l’età, e mi toccherà star lì a mangiarmi le mani vedendo l’Armata Azzurra (E Anche Parecchio Nera) tornare al potere.
Giornate di apatia, di vado a scuola torno da scuola mangio riparto torno a casa ceno vado a dormire.
E in mezzo niente.
Senza calma di vento.
Ma con la bonaccia più totale e annichilente dentro.
Io che c’ho la bonaccia dentro me ne accorgo sentendo la musica. Le canzoni belle ogni volta sono un pugno nello stomaco, normalmente. Quando sento che mi lasciano indifferente, allora mi preoccupo.
Perché vuol dire che sono apatica.
E io preferisco mille volte star male che essere apatica.
Ma non posso neanche dire che le cose stiano andando poi così male, una volta superata la depressionissimissima.

Sarà che ultimamente è solo scuola. Scuola scuola scuola scuola.
Mattina, perché sono a scuola, pomeriggio, perché le ripetizioni o perché ogni tanto sono a scuola anche di pomeriggio, sera perché a volte studio.
E a me un po’ dà sui nervi, il fatto che ci sia solo la scuola e la scuola e la scuola.
Non è lo studio, perché io studiare, studio poco. Non ci crede nessuno, ma giuro che è così.
Poi però succede che mi chiamano, o mi tempestano di essemmeesse o mi cercano su emmesseenne.
E mi dicono, domani mi porti la versione?
E io penso: porcamiseria, è lunedì, la versione è per mercoledì. Perché cavolo di motivo ti sei messo in testa che io l’abbia già fatta?
E’ l’idea che c’è dietro, che mi fa rabbia. Come se io passassi le mie giornate alla scrivania a ingobbirmi leopardianamente sulle sudate carte, e non avessi nient’altro a cui pensare e per cui vivere.
Variante:
Mi fai il foglio con le regole della versione?
Ora, mettiamola così, anche a costo di sembrare presuntuosa.
A me non costa nulla scriverti le regole, è il mio lavoro. Non che ne sia entusiasta, di ‘sto lavoro, ma è un altro discorso.
E comunque fa parte della mia etica, perché per me stare in una classe vuol dire questo, che se tu sei in difficoltà e io posso aiutarti lo faccio e anzi devo farlo, e pazienza se sono stanca o non ne ho voglia o rischio di rimetterci qualcosa io.
E non ti chiedo nulla in cambio né mai mi sognerei di farlo.
E non faccio neanche figli e figliastri, aiuto tanto te che mi sei simpatico quanto un altro che mi sta sulle scatole. Perché è giusto così, almeno per come la vedo io.
Perché è capitato che sia quello che so fare, ecco.
(Impossibile resistere alla citazione gucciniana).
Però succede anche che a me fanno incazzare a morte quelli che se ne approfittano.
C’è certa gente che mi avrà rivolto la parola sì e no tre volte in tre anni.
Mai un “Ciao come va? o una qualsiasi conversazione amichevole su un qualsiasi argomento.
Mai un tentativo di approccio extrascolastico.
Quando però fa comodo allora sì che si ricordano che esisto.

Ora, io lo so che ho un carattere che fa schifo.
Che sono lunatica e depressa e sociopatica e stravagante e tutto quello che si vuole.
E quindi non pretendo di avere il mondo ai miei piedi.
Però se ti sto sulle scatole, il che è perfettamente legittimo, e non ti interessa minimamente avere a che fare con me, io non mi offendo, anche perché di solito la cosa è reciproca, ma allora mi fai il santo piacere di ignorarmi sempre.
Ed è inutile che mi si dica che dovrei incazzarmi e farmi le mie ragioni.
Perché non è un problema mio, io mi comporto come credo sia giusto fare e non ho intenzione di cambiare.
Tanto manca poco, per fortuna.
E comunque sono gli altri che dovrebbero rendersene conto da soli.
E se non ne sono capaci sono affaracci loro.

Piesse, M.M. si è appena fatta viva per chiedermi le traduzioni di Archiloco, guarda caso.
Che non ho, peraltro.

Oggi con il prof C. parlavamo di scuola.
Il prof C., che insegna storia, o almeno così dovrebbe, è un personaggio.
E’, come lui stesso ama ricordare, un appartenente alla generazione di quelli che hanno fatto il Sessantotto, è di sinistra ma meno di come può sembrare, è uno che tutti gli anni celebra il giorno della memoria a novembre perché detesta le ricorrenze e in classe ama parlare di attualità, anche se con una certa tendenza a ripetersi.
Il suo intercalare preferito è “Mi seguite?”.
Ha un’erre moscia che più moscia non si può e ogni tanto, quando dice qualcosa che gli sta particolarmente a cuore, la voce gli si alza ad un falsetto degno di un coro di voci bianche, e allora restare seri è praticamente impossibile.
E dice: “la Repubblica iiiiiitaliana”, con tanto di cesura dopo le diecimila “i”.
Con lui si possono programmare le interrogazioni, si può chiedere di andare in bagno anche quindici volte e ti ci lascia andare, ci si può dedicare a qualsiasi tipo di attività alternativa, telefonate comprese, e questo non perché sia uno di quei prof incompetenti che non sanno tenere le classi, ma semplicemente perché a lui va bene così, e se un bel giorno gli girasse male sarebbe capacissimo di tenerci incollati al banco col naso sui libri per due ore di fila.
Ma veniamo al dunque.
Oggi il prof C. ha fatto una lezione sulla scuola, dicevo.
Buffo, ha esordito, la scuola che diventa oggetto di se stessa.
Ma non è questo il punto.
Come discorso era abbastanza scontato, non lo nego, perlomeno per me che ho uno stuolo di familiari che nella scuola lavorano e che quindi quelle stesse cose le ripetono più o meno un giorno sì e uno no.
Io però sono dell’idea che anche i discorsi più scontati e banali vadano fatti, perché se andassimo a vedere probabilmente ci accorgeremmo (plurale maiestatis) che per la stragrande maggioranza delle persone, e nella fattispecie dei miei coetanei, sono tutt’altro che scontati e tutt’altro che banali.
E’ anche vero che certi discorsi lasciano il tempo che trovano, ma almeno provarci è già qualcosa.
Detto questo, vengo al dunque, e questa volta per davvero.
C’era una volta la scuola prima del Sessantotto.
E nella scuola prima del Sessantotto c’era l’Italia prima del boom economico, l’Italia ignorante, povera, contadina, l’Italia dove ancora l’italiano non era di tutti, l’Italia annichilita dalle guerre e dalla dittatura fascista.
Era una scuola d’élite, quella presessantottesca.
Erano un’élite gli insegnanti, of course.
Ma, eccezion fatta per le elementari, che erano le sole a essere frequentate da tutti, anche gli studenti erano un’élite.
Succedeva questo, che una volta conseguita la licenza elementare, i figli dei ricchi e della borghesia medio-alta si iscrivevano alle medie, previo esame di ammissione, e tutti gli altri finivano a fare l’avviamento professionale.
Gli uni poi andavano al liceo, gli altri a lavorare, a tredici-quattordici anni.
Questo fino al 1962, quando viene approvata una riforma che abolisce la distinzione scuola media/avviamento e le medie diventano uguali per tutti.
E poi ci sarà il maggio francese, ci saranno gli studenti che scendono in piazza e contestano a fianco dei portuali e degli operai, e ci sarà la riforma degli esami di maturità, nel non meno “caldo” ’69.
E la liberalizzazione di tutte le facoltà universitarie, cosa che per chi non lo sapesse può sembrare ovvia ma è tutt’altro, perché fino ad allora medicina o filosofia te le sognavi, se non avevi fatto il classico.
Fino ad arrivare al riconoscimento degli organi collegiali degli studenti, nel ’74. Assemblee, consiglio di istituto e via dicendo.
Il resto è storia nota.
E mentre il prof C. parlava, a me tornavano in mente le tante storie di famiglia, di quando la scuola era un optional destinato ai cosiddetti “ricchi”, o quantomeno ai benestanti, e gli altri non potevano.
Mio nonno.
Un paesino dell’astigiano, anni Trenta-inizio Quaranta. Il fascismo, la guerra.
I genitori di mio nonno erano, credo, analfabeti, e facevano i contadini.
Si alzavano all’alba, tutti i giorni, e partivano per i campi, con tanto di bue al seguito.
E mio nonno, ha avuto appena il tempo di prendersi la licenza elementare prima di andare anche lui lì, a lavorare nella vigna.
Quasi come in un romanzo di Pavese, solo che quella era la realtà.
Poi, mio nonno, dopo che si è sposato ed è venuto a vivere a Genova, è entrato nelle allora ferrovie dello Stato, e per tutta la vita ha fatto il ferroviere.
Ma nel frattempo ha cercato di appropriarsi di tutto il sapere che gli era stato negato.
Ha comprato libri su libri, divorato testi di filosofia, di storia, di letteratura, sudato sangue perché i suoi figli potessero avere tutte le possibilità che a lui non erano state concesse.
E anche adesso continua, instancabile.
Lo vedo commuoversi leggendo Dante, recitando a memoria intere cantiche della Commedia oppure Leopardi, o Foscolo, lo vedo arrabbiarsi e impuntarsi quando incontra una parola di cui non sa il significato, perché ogni tanto ancora gli succede, svegliarsi in piena notte in preda a un dubbio e mettersi a tirare giù libri dagli scaffali per cercare una soluzione al suo dilemma.
E mi commuovo anch’io, dentro di me.
Poi mia nonna.
Costretta, nell’Alessandria dell’immediato dopoguerra, ad abbandonare gli studi a un passo dalla maturità classica per mantenere la famiglia, dopo la morte improvvisa del padre.
Una maturità magistrale messa su in fretta e furia e via, a diciott’anni faceva la maestra e l’avrebbe fatta per tutti i quarant’anni successivi.
Ma non c’è bisogno di arrivare a sessanta e più anni fa.
Perché l’altra storia di possibilità negate è quella di mia madre.
E quelli erano gli anni Sessanta-Settanta, nel pieno della contestazione.
E non era la campagna piemontese, era Genova.
Erano una famiglia povera, che faticava ad arrivare a fine mese.
Che lavoro facessero i miei nonni materni, ammetto di non averlo mai saputo.
Però so che a tempo perso mio nonno faceva l’attore, ed è una cosa che mi rende un sacco orgogliosa.
Mia madre ha fatto delle elementari d’inferno, per colpa del fatto di appartenere a una famiglia povera.
La trattavano malissimo, le abbassavano i voti, credo abbia addirittura perso un anno, per questo.
Mi raccontava episodi terribili, che ora neppure ricordo, ma ricordo benissimo tutta la rabbia con cui, a distanza di decenni, rievocava quelle esperienze.
Poi, anni Settanta, le superiori.
Ragioneria, ché il liceo, lei sapeva benissimo che la sua famiglia non avrebbe potuto permetterselo.
E avrebbe avuto tutte le carte in regola per farsi un classico come Dio comanda.

Ecco, io penso che a prescindere dalle singole storie di famiglia, noi come generazione dovremmo pensarci su, ogni tanto.
Pensarci su nel senso di avere un approccio più responsabile nei confronti della scuola.
Che è lungi dal non aver problemi, beninteso.
Però in realtà allo studente medio non gliene frega niente.
C’è voluta la riforma Fioroni, lo spauracchio delle rimandature, per far scendere in piazza gli studenti.
C’ero anch’io, in piazza, non per Fioroni ma perché si parlava anche di diritto allo studio, di Finanziaria, di investimenti sulla scuola, di problemi seri insomma che però sono passati del tutto in secondo piano.
Ce ne sarebbero mille, di ragioni per manifestare.
Però se si protesta, e si dovrebbe, allora bisogna farlo con cognizione di causa, bisogna farlo nell’ottica di migliorare i problemi che realmente ci sono, nell’ottica di rapportarsi ai problemi della scuola in modo responsabile e non solo per invocare soluzioni di comodo.
C’è una cosa che, in ogni caso, dobbiamo tenere bene a mente, ed è che noi abbiamo avuto, in linea di massima, la possibilità di scegliere.
Possiamo decidere se studiare fino alla laurea specialistica o se prendere la licenza media e andare a lavare i piatti.
Non è così scontato.
E allora vivere la scuola in maniera responsabile, cercando di risolverne i millemila problemi in modo critico, dovremmo farlo in primo luogo per noi stessi, ma anche come riscatto nei confronti di chi la possibilità di scegliere non ce l’ha avuta.

Dimenticavo la vexata quaestio delle assemblee d’istituto.
Io, per quanto riguarda le assemblee, sono una che pratica la partecipazione selettiva.
Cioè: io all’assemblea ci vado se mi interessa l’argomento.
L’assemblea, in quanto diritto degli studenti, ha un valore simbolico fondamentale.
Ma non può essere solo qualcosa di simbolico.
O un pretesto, che è ancora peggio.
Io non ci vado per principio, a un’assemblea in cui si fa una partita di calcio o si assiste a uno spettacolo di cabaret.
L’assemblea dovrebbe essere un momento in cui si discute, in cui si propone e ci si propone, un momento in cui, per dirla con le parole del prof C., ci si rende pienamente conto del proprio status di studenti.
In cui si votano dei progetti, anche.
Il problema sono anche i rappresentanti di istituto, lasciatemelo dire.
Insomma, io in quattro anni non ne ho visto uno che fosse almeno un po’ intelligente.
Ogni tanto capita che tra i candidati ci sia qualcuno con la testa a posto.
Ma al momento del voto avviene la selezione naturale, e i risultati si vedono.
Solo accoppiate ciellini-deficienti.
O nazi-raccomandati, come quest’anno.
Dalla padella nella brace.

giornata di perle

Troppo belle, quelle di oggi, troppo per postarle nella svarionatio, ché si perderebbero tra le tante.
Alla prima ora abbiamo avuto letteratura italiana.
Italiano ce lo insegna la prof C. che, mi spiace dirlo, ogni tanto sembra avere le idee un tantino confuse, come prova il seguito.
Oggi la prof C. c’aveva la luna storta, parecchio.
Quindi com’è entrata in classe, ha subito fatto una maxiretata di libretti per controllare le firme, cosa che non fa mai.
E ha pure controllato i compiti, altra cosa che non fa mai.
E i compiti, nessuno li fa mai.
Ma questa è un’altra storia.
Dopo le retate, la prof C. ha fatto una lezione fiume.
Di quelle in cui salta di palo in frasca come solo lei sa fare e che a me piacciono un sacco, proprio perché spazia su tutto lo scibile umano, toccando millemila argomenti diversi e senza nessunissimo filo logico.
Come lezione sarebbe stata anche interessante, parecchio.
Premesso che quando la prof C. si mette a commentare delle opere d’arte si può spanciarsi dal ridere oppure mettersi le mani nei capelli, a seconda dell’umore.
Ha aperto il libro di letteratura alla sezione dedicata alle opere d’arte del barocco, ché era di ciò che si trattava.
C’erano Apollo e Dafne, di Bernini.
E dipartesi adunque da cotal prodotto dell’umano ingegno per ampiamente trattare dell’importanza, in epoca barocca, del vegetalismo, che sarebbe a suo dire la ripresa di tutti quei miti greci in cui si verificano trasformazioni di esseri umani in piante.
Dico a suo dire perché, come ho avuto or ora modo di scoprire, il vegetalismo come corrente artistica non esiste.
L’horrida et inaspettata discoverta l’ho fatta proprio un minuto fa, nel mentre che mi accingevo a cercare la parola incriminata su gugol per linkarvela con una spiegazione migliore di quella ch’io medesima fornii poc’anzi.
Mi aspettavo una bella pagina di wikipedia con spiegato bene bene cos’è il vegetalismo, e invece wikipedia mi dice che no, ‘un ce sta.
Gugol, poi, il vegetalismo me lo spiega così:
“Tipo di vegetarianismo che esclude dalla dieta anche i prodotti di origine animale come latte, burro, uova, formaggio.”
Ah, beh.
Io però non sono ancora convinta e mi vado a prendere l’enciclopedia cartacea, ché – Zanza docet – su gugol, non è detto che ci sia proprio da far affidamento fino in fondo (anche perché dopo che non mi trova il mio blog, io di lui mica non mi fido mica tanto).
E l’enciclopedia mi conferma la triste verità.
IL VEGETALISMO NON ESISTE!
(Questa, di perla, non era prevista.)
L’illuminante lectio procede poi con un certo Wilhelm Mannhardt, ottocentesco autore di cui non riesco a trovare uno straccio di biografia su gugol, indi per cui non ve lo linko, di un trattato in cui analizzava i legami esistenti tra mitologia, folklore e religione presso le varie popolazioni.
Da ciò si passa, dopo elfi gnomi fate e folletti, ai miti dell’antica Grecia.
Al che, insomma, una che insegna lettere da trent’anni dovrebbe conoscerli, un po’, i miti.
Ora, io non è che mi diverta a fare la classicista pedante, però che mi confondi Demetra con Niobe no, non te lo perdono.
Penso che tutti coloro che hanno fatto o fanno studi classici, ma anche qualcuno di quelli che non li hanno fatti, sappiano, per dirla in parole molto ma molto povere, che la mamma di Persefone, o Proserpina che dir si voglia, è Demetra, e non Niobe.
Donde si torna al barocco, e qui spunta fuori il personaggio di Don Giovanni.
Che ci sta benissimo, eh, è il seguito che non mi torna.
Allora:
tutti, credo, conoscono il Don Giovanni di Mozart.
Molti conoscono il Don Giovanni di Molière.
Ma il Don Giovanni di Racine, quello no, non lo conosce nessuno.
Perché infatti non esiste.
E qui ci salvò la campanella.

Due ore più tardi, interrogazione di latino.
L’interrogata (volontaria) è M.M.
Sarebbe molto utile leggere il link, ché vi farete una perfetta idea del personaggio, senza ch’io debba aggiungere ulteriori spiegazioni.

“M., cosa vuol dire quantus?”
“Vuol dire quanto.”
“Sì, ma quanto in che senso?”

(suspance)

“In senso morale.”

Altro che il puzzle di Totti.

Rientrare da un viaggio fa sempre un’impressione strana. Niente di metafisico, eh, ma solo che dover tornare a rifarsi il letto la mattina, è già una botta.
Il problema è che io ora sono in preda ad un attacco di panico da foglio bianco.
E detesto l’idea di scrivere il solito resoconto ultraprolisso di tutto quello che ho visto e detto e fatto questa settimana, tanto più che ho perso tutti i fogli su cui avevo annotato di giorno in giorno le mie impressioni sul viaggio.
Me n’è rimasto giusto uno, il più importante.

28 novembre, h 1.20, Madrid
Scrivo perché sono ubriaca fradicia e ho paura che quando mi sveglierò non mi ricorderò più nulla di quello che è successo stasera.
Io… ragazze, grazie.
Solo questo.
Perché non c’è nulla di più commovente di quando sei triste e una, due tre quattro volte senti bussare alla porta e una, due tre quattro volte è qualcuno venuto lì per aiutarti.

L’ho messo come prima cosa perché era ciò che mi premeva di più.
Perché come disse la Ali, in chupito veritas.
Perché a esprimermi a voce sono una frana, e allora ancora una volta grazie.

Saragozza del gotico arabeggiante e dell’Irish pub con la pseudopizza che si taglia con l’accetta.

Madrid caotica e sovraffollata e gli ingorghi fino a mezzanotte, ma che lo stesso mi è piaciuta da matti, forse proprio per quel non avere una logica, se non quella sua non-logica di città cresciuta troppo in fretta, un po’ così, come viene.
Madrid e i quadri al museo del Prado.
Madrid e il museo Reina Sofia che mi tremavano un sacco le gambe e mi stavo per commuovere.

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Se ne stava lì e sembrava urlasse, appoggiata sulla parete bianca.
Terribilmente vivida nella sua negatività di non-colore, non-spazio, non-proporzioni.
Potrei riassumerla così:
Quelli che fucileranno domani non hanno scelto (…). Ma se mi darò da fare per difendere quel bene supremo che rende innocenti e vane tutte le pietre e tutti i macigni, quel bene che salva l’uomo da tutti gli altri e da me stesso: la libertà, allora, la mia passione non sarà stata inutile…
(S. De Beauvoir, “Il sangue degli altri”)

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E questo anche, mi ha colpito tantissimo. Il titolo, intanto.
Strumenti musicali sopra un tavolo.
E gli strumenti che sono strumenti ma non lo sono. Smembrati, quasi.
Come se la musica non potesse più esprimere nulla se non fratture.
O come se la musica fosse oltre, come se l’importante non fosse uno strumento ma lo strumento che è tutti gli strumenti e allo stesso tempo nessuno strumento.

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Questo invece è Dalì. Io su ‘sto quadro mi ci sono scervellata per mezz’ora, a cercare di capirlo. Ma poi sono arrivata a due conclusioni.
Una, che non è detto che si debba necessariamente capire tutto.
Che l’arte è arte all’ennesima potenza quando quello che vedi o senti o leggi non è che l’inizio di un percorso mentale soggettivo, tutt’altro che univoco.
Due, io in questo quadro ci ho visto una molteplicità di non sensi.
Intanto la banalità del male. L’enigma di Hitler, appunto.
Perché non ha senso, non te lo spieghi un uomo così, mediocre, privo di qualsiasi spessore, che in quattro e quattr’otto diventa la mente che escogita la più grande mattanza della storia universale.
E’ peggio che male, peggio che follia, è delirio allo stato puro.
E tutto questo è lì, in una figurina rosicchiata dentro un piatto. Da brivido.

E continuo la mia ode.
Madrid, già il nome mi piace un sacco. Ho sempre trovato che suoni bene.
Lo spagnolo da peggio che aeroporto, le corse sulla metro, i negozi del centro.
Il sesto piano di albergo, e a mezzanotte ti affacciavi sfidando le vertigini e la ringhiera bassa e vedevi tutto illuminato e niente stelle, ma era bello lo stesso.

Poi siamo andati a Toledo.
Toledo è la Spagna di spada e di croce, come dice Guccini.
E’ una fortezza, una cittadella arroccata su un’altura e cinta dall’Ebro, su uno sfondo di colline aride.
A me quello che ha colpito di più è stato il colore.
Un cromatismo indescrivibile di ocra e grigio e verde scuro.
La sinagoga e il museo ebraico con quell’odore stranissimo e quel senso di struggimento con cui guardi qualcosa che ti affascina e che sai che non potrai mai capire fino in fondo.

E poi, e concludo qui.
Le parole, le lacrime, le risate, le sbronze, gli abbracci.
I dialoghi dell’assurdo di quando si è in botta ma anche di quando si è sobri ma si riesce lo stesso a ridere di qualsiasi cosa ed è un ridere solo nostro, che solo noi capiamo.
Ed è lo stesso struggimento di prima.

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