Prima è successo che internet emmòrto.
Poi non lo so, non c’ero, se c’ero dormivo. O studiavo. O pensavo a dell’altro. O cazzeggiavo amabilmente per i fatti miei.
E anche questo post rischia di trasformarsi nella promessa di un post in futuro, quando ci sarà il tempo e la voglia e l’ispirazione di mettere giù le cose, che pure sono lì che aspettano.
Però qualcuno dice che non rido mai. E’ vero che non rido mai. Ed è assolutamente vero che scrivo come una che non ride mai.
Panico totale.
Cazzarola, se è vero. Me lo sono dimenticato. Dimenticato proprio, di metterlo nei miei post, nella mia vita, nelle mie giornate, nei miei rapporti. Dimenticato come i libri di scuola la mattina sullo scaffale di casa. Dimenticato al punto che mai ma proprio mai l’avrei realizzato, io, che avevo lasciato a casa le risate, i sorrisi, l’ironia, l’occhio critico, che la verità è che non sembro vecchia ma puritana, che è una morte un po’ peggiore. Che ci sono dei giorni che la mia faccia sembra quella di Veltroni il giorno che si è dimesso.
Panico.
Per favore, d’ora in poi, ditemelo, quando sarò troppo grigia e calvinista.
Venite a farmi il solletico. Consigliatemi dei bei film, che facciano ridere, che io li ho sempre schifati a priori. Aiutatemi a trovare in giro dell’ironia sana, un po’ di comicità piacevole. Perché io, stasera, ho quella sensazione lì che ti viene quando realizzi di avere qualche cosa di enorme davanti agli occhi e di non averlo mai, ma proprio mai neanche notato.
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Mentre in questi giorni il mondo oscilla, litiga, rotola, si lascia, si innamora, sogna, progetta, propone, si indispone. Mentre i fascisti attaccano la Sapienza autogestita, mentre i cartelloni dei fascisti invadono le mie strade dell’autobus di tutti i giorni. Mentre l’anno scolastico si incammina verso la fine, a scossoni e sobbalzi. Mentre si preparano peluche e sorrisi per la gita in Irlanda. Mentre si iniziano a vedere i primi muri della casa nuova, un primo nucleo di stanze. Mentre oggi c’era manifestazione e io non lo sapevo. Mentre è arrivata la primavera e tutt’intorno succedono cose a getto continuo.
Io ero da qualche parte nel mio personalissimo iperuranio, a farmi gli stracazzi miei. Con questa ondata di vita primaverile che mi passa attraverso, quando non mi assesta spintoni ben piazzati da cui mi rialzo infastidita e un po’ ammaccata. Imperturbabile a tutto come una vecchia sorda. E proprio così mi sono vista nello specchio, vecchia. Anche sorda, ma soprattutto vecchia, vecchissima. Vecchia come quella poesia della vecchia che si dondola vicino al focolare. Quando carica d’anni e di castità…
Vecchia dei miei vestiti scuri dell’inverno, di pomeriggi sprecati tra negozi dove non so decidermi e alunni che mi fanno venire voglia di dormire, di libri lasciati a metà, di fame senza appetito, di insofferenza generalizzata, impegni rimandati, telefonate non fatte, di mutismo e noia e di capricci di bambina stanca. Vecchia di amore cercato ostinatamente a colpi di social network, salvo poi troncare tutto di botto e tornarmene con la coda tra le gambe, avvilita dalla stupidità delle chat, da quanto è triste e inconcludente e squallido ogni volta aspettare la botta di culo che ti cambierà la vita. Vecchia di adolescenza sprecata, strizzata addosso come si porta un maglione sformato che però si è ristretto in lavatrice. Come un caffè espresso ma fatto con l’acqua sporca. Vecchia di sentimenti lavati in candeggina e appesi a stendere sul filo delle cose lasciate andare. Dove sono finita? Dov’è andata a nascondersi quella vitalità che fa aver voglia di fare cose, interessare con tutte le proprie forze a ciò che più piace, incuriosire, scegliere, indignare? E mi ripeto, lo so che mi ripeto. E rimescolo sempre più a fondo in questo calderone dove tutto si è asciugato sempre di più, fino a ridursi a croste raggrumate ai bordi. Vecchia di tutto questo ripetermi, compiacermi e nausearmi, e nausearmi e compiacermi. Farmi schifo da sola, tutte le volte. Ma così schifo, che se potessi me ne andrei dimenticandomi nella tasca degli altri pantaloni. Così schifo perché se c’è una depressione, una e una sola, che alla mia età non dovrei avere, e che non tollero di avere, è proprio la sensazione del tempo che preme alle spalle, il non riuscire a cogliere le cose. Quando dovrebbe essere tutto un andare a schiantarcisi contro e poi raccattare i cocci rotti. Poi, non prima. Quando vorrei essere un vulcano di cose da inventare, di minchiate qualsiasi da partorire, meglio che niente. Poi magari starci male, eh. Però un’adolescenza non dovrebbe mai essere potenziale. Non dovrebbe trascinarsi come una collezione di cose non fatte e di mezze esperienze e di delusioni incassate e di apatie accumulate. Storie d’amore malriuscite, amicizie part time, interessi abbandonati per un miraggio stupido di indipendenza. Cos’hai concluso finora? Eh? E aspetto la cosa che mi verrà a salvare. Aspetto la fine del liceo, aspetto un’idea, aspetto un sentimento da coltivare. Ma mi sembra di aver sempre aspettato. E qualcosa mi dice che sarebbe meglio cambiare tattica…

Io, quest’anno, diciamo che sto allo spirito natalizio come gli italiani alla rivoluzione.
Diciamo che se potessi andrei a fare la settimana bianca in Siberia. Da sola.
Diciamo che all’idea del capodanno mi vengono i brividi sottopelle. Anche se forse sarà un capodanno viaggiante, divertente, in compagnia.
Diciamo che non ho voglia di ponderare un bel nulla, ecco.
Che non si sognino, i propositi dell’anno nuovo, di venire a tormentarmi alle soglie del duemilanove. Preferisco il sonno della ragione. Preferisco non andarle nemmeno a sviscerare le mie delusioni di quest’anno, preferisco non pensarci più alla merda che è stata per tutti. Preferisco che non mi passi nemmeno per l’anticamera di cervello, di darmi degli obiettivi che poi so già che non manterrò. Niente delusioni preconfezionate, almeno quelle.
C’è che il mio cervello ha un cassettino apposta per ospitare la Madame Bovary che c’è in me. Che, quando immagina se stessa in un futuro non troppo recente né troppo lontano, invariabilmente si immagina trasportata come per magia nel migliore dei mondi possibili. Ci vorrebbe giusto la musichetta della Barilla in sottofondo e sarebbe perfetto.
Ecco, io mi ci manca solo di fare il capodanno di Madame Bovary.
Piuttosto ci rinuncio proprio.
Ma non faccio conti né tiro somme. Non voglio saperle le conclusioni, come i voti dei compiti in classe andati male. Non cerco il diverso dove non c’è.
Ma vorrei che ci fosse da qualche parte.
Vorrei che ci fosse e che fosse quello vero.
Succede. Ogni tanto mi frano addosso.
E quando succede non riesco ad impedirmelo.
Quello che però posso impedirmi è di cedere alla tentazione facile dell’autocompatimento. Ho imparato a farlo, a starne alla larga. E ai miei pensieri stanchi di settimana conclusa, quando li vedo virare pericolosamente in quella direzione, gli taglio la testa come la Regina di Cuori di Alice.
E mi sforzo in ogni modo di girarci intorno, a questa geografia mentale di teste tagliate, senza guardare.
Non serve che lo faccia. Non serve né a me né a nessuno.
E io sono inutile quando ho paura. Quando cerco di comprarmi l’affetto delle persone.
Quando do retta a questo senso di fallimento globale che mi porto dietro.
Sono inutile quando mi convinco di essere inutile.
Quel che c’è di buono è che se non altro ho imparato a mettere filtri alle cose, a trattenere gli eccessi. A prendere il malumore per il verso giusto. A riempirmi di regali quando sto male, a guardarmi intorno, a cercare spunti nuovi. Chiudersi è la cosa peggiore, ci si preclude qualsiasi possibilità di svolta. Soprattutto non c’è mai da chiedersi se è normale. Perché non ha senso, non significa assolutamente nulla fasciarsi la testa con la paranoia del dover rendere conto ad altri di come si è. Non è strano né normale. E’ così e basta.
E la botta di culo che ti cambia la vita, quella esiste solo nei film e nei romanzi d’appendice.
Inutile aspettarla, tutt’al più si può cercare di costruirla. Ma non pioverà mai a gratis. E’ solo una bella tentazione, un refrain ingannevole da sgranarsi tra le dita. Un modo come un altro per sentirsi meno abbandonati, forse più stimolati a essere ricettivi.
Io ho passato due anni ad aspettare la svolta che mettesse a posto tutto, prima di rendermi conto di quanto è stupido.
E tutte le volte che credevo fosse arrivata, invece era solo una deviazione secondaria. E mi sono ritrovata al punto di prima, sempre.
Io poi, come femminista, mi rendo conto che sono ben strana.
Perché predico bene e razzolo male, ecco perché.
E fondamentalmente mi accorgo che sto crescendo donna con la vocazione al martirio. Autoimposto, il martirio, mica che me lo chieda qualcuno. Però ogni tanto ripenso indietro, ma anche semplicemente rifletto su quello che è il mio modo di vivere la vita di tutti i giorni, e mi si para davanti la prospettiva inquietante di una me stessa futura tipo casalinga anni Cinquanta. Labbra strette, rospi ingoiati, scazzi trattenuti.
Sospiro, non importa, faccio io. Prima ancora che tu me lo chieda.
Ci tenevo ma pazienza. Non ti rinfaccerò mai una rinuncia, mai un’aspettativa disattesa.
Non sono d’accordo ma me lo tengo per me. Non vorrò condizionarti.
Sto male ma non te lo do a vedere. E’ un problema mio, sono io che sono sbagliata.
E’ una prospettiva deformata, questa, un’iperbole. Ma non poi tanto.
E vorrei capire perché, qual è la ragione di quest’atteggiamento autolesionista che mi porto dietro da quando avevo quattro anni, di non dire mai quello che voglio, non lamentarmi mai, non incazzarmi mai.
Non lasciar trasparire nulla, in nessuna circostanza. Tenermi la febbre, le ginocchia sbucciate, la pipì che scappa. I pianti, i rimpianti, la rabbia, la solitudine, la tristezza. La voglia di qualunque cosa.
Incassare. Sempre.
E sentirmi in colpa se non lo faccio. Non sia mai che ti accusi di qualcosa, che ti costringa a smazzarti un problema, che ti ponga delle condizioni, che pretenda di più.
Che rivendichi il mio diritto a essere felice, piena, realizzata.
La odio, con tutta me stessa, questa mentalità del scendere a compromessi, dell’accontentarmi. E’ una mentalità buonista, vagamente piddina, vagamente interclassista cattolica.
Prendere quello che passa il convento, non impuntarmi mai per avere le cose come le voglio io.
Poi divento invisibile, e mi lamento.

OGGI SONO PIOMBATA
IN UN DEVASTANTE, ALLUCINANTE, COMPULSIVO
COMPLESSO DI ELETTRA
P.S.: lettore piddino, non è che mi sono dimenticata di risponderti. Anche se forse non ne vale la pena.
Ci sono dei giorni che mi chiedo cosa scrivo a fare.
Che non sono capace.
Che, soprattutto, non ho niente da dire.
Devo essere io che ho qualcosa che non va. Non è possibile che non mi succeda niente intorno. Dev’essere per forza che sono io che non mi accorgo della gente strampalata sull’autobus, o delle scritte buffe sui muri, o delle iniziative interessanti, o di qualsiasi altra cosa che possa suscitare interesse, o perlomeno una forma di vaga e superficiale curiosità.
Sono io che ho deciso di sparire dalla circolazione, una volta iniziate le vacanze.
Oppure è la circolazione che è sparita da me. Oppure tutte e due le cose, non lo so.
In questi giorni passo un sacco di ore da sola.
E da un lato sono contenta, e cerco di servirmene per leggere, per guardare film, per scrivere, per ascoltare della musica, per rilassarmi, per mangiarmi una fetta d’anguria, per fare la spesa e mettere su pranzi improvvisati, per prendere il sole, per qualsiasi cosa mi venga in mente di fare.
Ma dopo un po’ mi scappa la voglia di tutto, tranne che di lamentarmi.
Io non mi reggo quando mi lamento. Con l’unico risultato che meno mi reggo e più mi viene da lamentarmi di me stessa con me stessa, e più mi lamento e meno mi reggo, e alla fine le ore passate da sola diventano un’autentica tortura.
E’ come avere affianco un interlocutore fastidioso, che sussurra malignità a tutto spiano e schiaccia i tasti dolenti appoggiandovisi con tutto il peso, e insiste, insiste fino allo sfinimento.
E’ irritante. Sono, irritante. Come tenere prigioniero nello stomaco un alieno che piange perché vuole tornare in crociera, o che parla in dialetto piemontese con la voce della mia prozia baffuta e papista, o che mi dice Chiudi tutte le finestre che ci sono gli zingari giù in strada. Lo stesso fastidio, pungente e però rassegnato a convivere con la sua fonte.
Perché poi sono io fonte e oggetto del tutto. E’ come dire Per questo problema non ho soluzione, io mi sento vittima e carceriere.
Ed è anche che poi quando sono così mi viene una gran voglia di piangere e fare la vittima. Piccola e nera, sola e abbandonata.
E mi faccio schifo da sola a scrivere queste cose. Non riesco neanche più a tentare un minimo di autocomprensione.
Non ne posso più di questo doppio cattivo, acido, insofferente, patetico che mi porto dentro e che mi neutralizza la parte buona, e mi fa sentire che io sono io solo quando sono scazzata.
Come se la mia ispirazione per pensare e scrivere e riflettere si esaurisse nel momento in cui mi si stempera il malumore. Piango dunque sono. Bello.
E mi faccio schifo da sola, quando dico così, perché sto facendo l’impossibile per far dimenticare a tutti, compresa me stessa, che esiste anche la mia parte buona.
Che c’è anche una me stessa che sa sorridere, e sa ridere, e sa dispensare buonumore, e sa aver voglia di vivere alla giornata, aver voglia di vivere stando bene, aver voglia di vivere e basta.
Una me stessa che le brillano gli occhi e che ha voglia di fare mille cose.
Solo che a volte non mi ricordo più dove l’ho messa, e fatico a tirarla fuori.
E vorrei dire grazie a chi mi aiuta a farla uscire.
Sarà ora di fare il cambio degli armadi, ecco.
Sono venuta su a pane e condiscendenza.
Pensavo questo, nel dormiveglia mattutino di questo giovedì assonnato e grigio e nuvoloso e lavorativo.
Pensavo anche che i giovedì assonnati grigi nuvolosi e lavorativi sono la peggio cosa della settimana, peggio anche della domenica.
Ma intanto riflettevo sul paternalismo spiccio con cui sono stata allevata.
Che non è una cosa facile da spiegare, un po’ perché non è facile in sé e un po’ perché sono io, oggi, che non riesco a focalizzare. Ho la mente che deraglia. Gli occhi che si chiudono. Lo sbadiglio intermittente. La prospettiva disarmante di due ore di greco dal Malato Immaginario.
E infatti continuo a girarci intorno, perché non trovo un punto di inizio.
Diciamo che forse non è corretta la definizione. Che non lo so nemmeno io, come si chiama in una parola l’atteggiamento a cui sono stata più o meno involontariamente abituata, e condiscendenza più o meno ci somiglia, ma forse proprio esatto non è.
Mi è venuta in mente questa cosa perché ieri ho fatto una scemata. Una scemata piccola, niente di che. Una scemata senza conseguenze, soprattutto. Ma il punto è che io ho fatto questa scemata, per quanto assolutamente insignificante, perché mi sembrava una cosa intelligente.
E solo dopo mi sono accorta del contrario, perché ho sentito qualcuno spiegare perché si trattasse di una scemata.
E allora ho pensato, ma perché arrivo sempre dopo?
E ho pensato anche che sì, mi dipingono come una persona intelligente. Ma che non so essere critica.
L’intelligenza ce l’hai in dotazione quando nasci. Puoi averne un po’ di più o un po’ di meno, ma ce l’hai.
La lucidità critica no. La devi esercitare, tirandola fuori di volta in volta quando serve.
Sempre, tirandola fuori.
E allora ho pensato che se arrivo sempre troppo tardi, un po’ è colpa mia che mi fermo sempre allo stadio immediatamente prima, ma un po’ è anche colpa del fatto che nessuno mi ha mai insegnato ad andare un pochino più veloce.
E’ in questo senso, che parlo di condiscendenza.
Abituata a essere trattata in modo condiscendente, ho sempre vissuto in superficie, perché superficiale era anche la conoscenza che avevo di me stessa. Mi liquidavo da sola con un’alzata di spalle.
E di conseguenza bollavo anche tutto il resto come ovvio, come facile da capire, come banalmente prevedibile.
Faccio una fatica cane, a volte, a ricordarmi che devo pensare.
Che devo vagliare tutto. Che devo leggere tra le righe. Che devo tirare delle conclusioni che siano davvero le mie.
Non sempre riesco a farmi un’opinione.
E penso che un po’ ce la sto facendo, ma che imparare da autodidatta è logorante.
E mi chiedo, è normale che sia faticoso?
E penso che cercherò di spiegarlo mercoledì alla mia psicologa che mi legge le frasi sullo zaino e sorride, le chiederò se per caso non mi sia toccata la banalità come tara congenita.
Non voglio essere banale.
Non voglio essere uguale.
Voglio tirare fuori tutto quello che posso. Voglio dare tutto quello che posso.

E’ una sera che mi piace gelarmi il culo su una panchina.
E’ una notte nuvolosa, che le stelle non si vedono.
E mentre mi iberno lentamente sulla panchina. Mentre fumo una sigaretta. E un’altra. Mentre mi sento tirare boccate ravvicinate, frenetiche. Avrei un bisogno cane di pensare. Pensare da farmi male, pensare fortissimo.
Nel mio pensare io sono insicura come una barchetta di carta in mezzo al mare. Ma non sono neanche poi così sicura della barchetta di carta.
Non so quanti anni ho. Mi sento invecchiata di un’enormità, nelle ultime settimane. E al tempo stesso mi trascino addosso un senso di incompiutezza terrificante. Metafisico, quasi.
Non so neanche dire se sia poi così vero quello che sono andata ripetendomi come un mantra nel corso dell’ultimo anno. Sono cambiata. Non sono più “quella di prima”. L’adolescente superficiale è chiusa. Sepolta. Imbavagliata. Non lo so, se sia vero.
Nel senso che non è che poi io sia arrivata a un dunque, in un modo o nell’altro. C’è stato uno spartiacque tra un prima di un certo tipo e un dopo completamente diverso, quello sì. Ma nei miei giorni di ragazzina superficiale che ascoltava musica pop e si vestiva da Melville ed era felice se andava bene a scuola, nella mia quintaginnasio di studentessa modello che poi non avrebbe saputo tirare fuori un minimo di senso critico neanche a pagarlo oro, io almeno un minimo di certezze ce le avevo. O perlomeno mi andavo bene così, e non mi veniva neanche da pormi il problema.
Poi, un giorno.
Una sera, anzi. Una sera di maggio di due anni fa.
Dopo un viaggio in treno di diciassette ore, lungo tutta l’Italia da Genova alla Sicilia.
Mezz’ora scarsa di sonno.
Tanta musica. E Guccini, le primissime canzoni di Guccini che ascoltavo.
Per questo Guccini è così importante.
La sera dopo, dicevo.
Il sole che cala sul teatro greco di Siracusa. Un caldo allucinante, noi stravolti dal viaggio, l’insonnia dipinta a chiazze sul viso, l’aria polverosa, la gola essiccata.
L’Ecuba di Euripide al teatro greco di Siracusa.
Con Elisabetta Pozzi che faceva Ecuba.
Con quella scenografia così stupendamente minimalista. I cappotti verdi della Prima Guerra Mondiale.
Un violino che suona. A un certo punto l’amplificatore si inceppa. Lo spettacolo viene interrotto, il pubblico ha un attimo di sgomento, molti già fanno per alzarsi. Ecuba esce, rientra.
Si rivolge al pubblico. Non abbandonateci, dice.
E lo spettacolo riprende.
E nel frattempo che è successo tutto questo, gli altri attori sulla scena sono rimasti nell’immobilità più assoluta. Quasi senza respirare. Statue aggrovigliate in un intreccio di pose.
Ecco.
Piangevo, guardando quello spettacolo.
E quando me ne sono andata tremavo.
Ho tremato per ore. Ho pianto per ore.
Quella sera ho sentito qualcosa che si rompeva. Uno strappo deciso, lacerante. E mi sono guardata da quella prospettiva straniata, ed è stata forse l’unica volta in vita mia in cui mi sono vista bene.
Mi sono fatta schifo.
Mi sono odiata.
Mi sono vista stupida. Inadeguata. Troppo poco intelligente. Acritica. Superficiale. Complessata. Inutile. Fuori posto. All’altezza di nulla.
Può sembrare banale. Anche perché è esattamente lo stesso che provo adesso. Solo che adesso mi sembra così ovvio, perché col tempo ho imparato se non altro a conviverci.
Ma allora no.
Allora è stata una rivelazione. Una bomba atomica su un castello di carte.
Perché erano cose che io non avevo mai pensato prima. Non mi ero mai messa in discussione sul serio, prima.
Quella sera sono andata a dormire presto, ancora febbricitante di tutti quei pensieri che mi salivano su a ondate, violenti, scavalcandosi l’uno sull’altro.
E da allora mi sono ritrovata sbalzata in un’altra dimensione, dove non c’era posto né per quella che ero, che mi rifiutavo (e mi rifiuto) di accettare, né per quella che avrei voluto essere.
La dimensione dell’incertezza. Dell’insoddisfazione perenne. Della depressione da cui non sono più riuscita a uscire del tutto.
Dei rapporti da rivedere, perché da un momento all’altro mi sono resa conto che non riuscivo più a ritrovarmici. Rapporti che alla fine ho troncato, alcuni, mentre altri me li sono tenuti così com’erano, perché come puoi spiegare a quella che è stata la tua migliore amica di sempre che da un momento all’altro ti è diventata stretta? Le amicizie non è che le butti via come le scarpe. Quelle di poco conto magari sì. Ma quelle che fino a un momento fa erano le più vere, le più importanti… Impari ad accettarle per quello che sono, semplicemente. Una circostanza. Un dovere, anche, un po’. In modo cinico.
E’ un sentirsi a metà. Nella mia logica di prima, io andavo bene a scuola, e quindi ero intelligente e potevo sedermi lì e sentirmi arrivata, fine della storia.
Finché non c’è stata quella sera in cui finalmente tutta la stupidità del mio ragionamento mi è piovuta addosso all’improvviso. Stupida. Ma che più non si può. Così non va. Bisogna ricominciare. Ricostruire. Tutto. Da capo.
E giù facciate.
Non ho scoperto la formula magica di come si fa a diventare intelligenti. Ho scoperto che si può essere intelligenti quel tanto da rendersi conto che non basta. E per soffrirci come un cane, porcamiseria.
Ho esercitato il mio senso critico quel tanto da rendermi conto che non era abbastanza. Da capire che mi mancano le basi. Le idee semplici, la sicurezza di dare un giudizio e di argomentarlo.
Io non la so spiegare bene, questa cosa.
Ma ancora adesso, quando interpreto un qualcosa, un comportamento, un gesto, una lettura, uno spettacolo teatrale, nel modo giusto. Quando realizzo che ho capito qualcosa.
Io mi sento enormemente sollevata. Mi sento lo stomaco che sobbalza. Mi sento che sì, vuol dire che ci sono arrivata anche io. Che ho saputo dire quello che pensavo.
Ma non è che mi succeda proprio spessissimissimo.
E ci sono ancora tante cose per cui sono rimasta alla tabula rasa.
Cosa dire agli altri. Che reazione avere. Quando mi devo incazzare con una persona. Io questo non lo so. E’ per questo che alla fine non mi incazzo mai. O tutt’al più lo faccio in silenzio, mi chiudo in camera, sbatto le pentole in cucina, scrivo sul banco, sul diario, sulle mie mani.
Ma io questo non me lo posso insegnare. Mi posso insegnare ad ascoltare canzoni diverse, a leggere libri migliori, a coltivare interessi, a non vergognarmi se questo mi rende diversa dagli altri.
Ma come starci, con gli altri. Come uscire. Come rapportarmi alla realtà di fuori, dopo aver messo le mani in modo drastico su quella di dentro.
Quello, da sola, non ne sono in grado.
Sono due anni che lavoro a me stessa. Due anni che non metto più la testa fuori, intenta come sono a rimuovere macerie qua e là, a tirare su pezzettini di muro, a demolire quello che rimane della Amber di prima. Una forma di autismo. Forse.
E nei momenti di sconforto, arriva sempre lui, lo stronzo, il grillo parlante. E’ un grillo parlante altamente distruttivo, il mio. E la maledetta vocina mi chiede chi me l’abbia fatto fare, di smontarmi e (tentare di) rimontarmi in questo modo così totale, così impietoso, anche. Perché lui guarda sempre al lato pratico della cosa. E mi costringe ad osservare come in effetti, a lato pratico, non mi abbia poi giovato più di tanto. Che quello che ho in mano adesso, in termini di certezze, di felicità, della mia dimensione di vita reale, è infinitamente di meno di quello che avevo prima. Machiavellico.
Che stavo molto meglio prima. Quando avevo quindici anni e ascoltavo le canzoni di Mtv e mi piaceva Tremetrisoprailcielo.
Ma.
Io almeno su questo non gliela lascio spuntare, al grillo malefico.
Almeno questo presupposto, tra tutte le cose incerte, ce l’ho ben saldo. Come il cogito cartesiano.
Il demone maligno non me lo tocca, il mio presupposto.
E il mio presupposto è
che io adesso sì, sto male
sì, sono depressa
sì, sono work in progress
ma
se tutto questo mi serve a diventare una persona diversa
se in un domani potrò dire che sì, ce l’ho fatta
se anche non ho per niente le idee chiare su ciò che diventerò
ma so per certo com’è la persona che non voglio essere.
Io, di tutto questo, me ne faccio una ragione.
Lo accetto.
Accetto di demolirmi ragionando, se è il caso. Come i personaggi di Euripide.
E tra una crisi e l’altra, ogni tanto un mezzo sorriso orgoglioso, timido, spunta.

Oggi è la giornata del no.
No a priori, per partito preso, a tutto e a tutti e a me, soprattutto.
E’ la giornata antisociale. Non ho voglia di far niente, sulle scatole mi sta tutta la gente.
Uscire. No. Stare in casa. No.
Ridere. No. Piangere. No.
Domenica. No. Lunedì e un’altra settimana che ricomincia. Assolutamente no.
La mia faccia nello specchio è una faccia da no, che non ha per niente voglia di essere la mia faccia.
Facciamo che oggi sono in sciopero. Per me. Contro di me.
Parlare. No. Tacere. No.
Qualche giorno fa un simpatico navigante è approdato qui con “la donna più brutta del mondo”.
Innanzitutto grazie tante, carino.
Ma io oggi sono veramente la donna più brutta del mondo. Dentro, fuori e anche a metà.
Non ci voglio stare con me, neanche per sogno.
C’è qualcosa che desidero. No. Non voglio niente. No.
Dolce. No. Salato. No. Casomai acido.
Bianco. No. Nero. No.
Qualunque cosa. No.
Ce n’ho le palle piene di me, porcamiseria.
Mi tappo le orecchie. Non ho più voglia di starmi a sentire.
Mi mando simpaticamente a fare in culo.
Sì.

Mio padre è entrato in camera, ieri sera.
Ero sdraiata sul letto, a cercare le parole per un essemmeesse di consolazione ad un amico in crisi sentimentale.
Distratta, assonnata, aggrottata in viso.
Dov’eri oggi, mi chiede.
Un’alzata di spalle. Dove volevi che fossi.
Ma il conservatorio, insiste, ci vai in conservatorio?
Sì. No. A volte. Non so.
Altra alzata di spalle, sento la mia voce che bofonchia qualcosa del tipo ma sì che ci vado.
Ma i miei occhi non guardano, i miei occhi sono fissi sul display del cellulare, i miei occhi si specchiano nel vuoto.
Non suoni mai.
Non ti sento più, neanche la domenica, neanche il mercoledì, che sono i giorni prima delle lezioni.
Continua fastidioso come un sassolino nella scarpa.
Io lo so che almeno un po’ ha ragione.
Ma quello che sento è solo noia, fastidio, indifferenza.
Tutto mi giunge lontano anni luce, come da una radio sintonizzata sulla frequenza sbagliata.
Sto zitta, ribatto ogni tanto con poche parole sforzate, quasi mi costasse.
Ci sono delle regole, dice mio padre.
Non puoi andartene tutto il giorno senza dire niente.
Taci. Per favore taci.
Se vuoi smettere di suonare ne parliamo e poi andiamo là insieme.
Ecco, ora fa male.
Mio padre sta sviscerando la mia lontananza. Non so se lo fa per senso del dovere o perché fa male anche a lui. Ma lo sta facendo, e io invece mi rifiuto.
Mentre ascolto la mia risposta giungere da una distanza siderale.
Ci vado da sola, se ci vado. E’ una cosa mia.
Non è solo tua. E’ anche mia.
No.
Cambia discorso.
Dice sei ancora qui, appartieni a questa famiglia, non importa che ti guadagni qualche soldo da sola.
E’ tanto che non me ne chiedi più.
Sì, è vero. E’ tanto che non chiedo più soldi.
E’ tanto che non chiedo più affetto ed è tanto che ho smesso di darne, di provarne, forse. Non so.
E’ tanto che non racconto nulla di me.
I miei hanno un’estranea sotto il loro tetto. Un’estranea volontaria. Ma non so fino a che punto, è tutto così confuso.
Nel frattempo rispondo, a denti stretti, sempre senza guardare.
Perché credi che dia lezioni, dico.
Andiamo avanti così, a singhiozzo.
Nella mia stanza con la luce bassa e il display del cellulare ancora acceso e io che lo guardo senza vederlo è tutto un affollarsi di disagi in collisione.
Mi chiede se sono arrabbiata.
No.
Vorrei esserlo. Pagheremmo entrambi per una reazione.
Hai una faccia, dice.
E lì mi è uscita la frase sbagliata. Non so cosa volevo dire, ma ho detto questo.
Pensavo a un’altra cosa.
Ah. Grazie.
Fanno più male le pause delle parole.
Va via chiudendosi dietro la porta, piano.
Io ora vorrei piangere.
Da fuori mi vedo piangere.
Ma ho gli occhi asciutti, il deserto dentro di me.
Sto facendo lo sciopero dei sentimenti.
Non so più chi sono. Non so se mi resta qualcosa da essere.
Fuori la notte è incredibilmente silenziosa, e meravigliosamente blu.

Si svolge tutto dentro di me.
Non riesco a uscire.
Salgo sulla funicolare alla Zecca.
Non l’avevo mai presa fino in fondo, la funicolare. Di solito arrivavo a Castelletto.
Stavolta però me la faccio tutta, fino al capolinea.
Da Preve in poi il percorso si fa meno pittoresco e più inquietante.
Sarà che sono rimasta sola, con un tizio che sta seduto poco più in là e legge una rivista di moto. E non ha l’aria troppo raccomandabile, il tizio.
E io sono chiusa con questo qui in una scatoletta, senza via d’uscita.
E quindi mi balena in mente che il tizio, se volesse, potrebbe farmi qualunque cosa, ché tanto nessuno vedrebbe e nessuno sentirebbe. Il che non è proprio rassicurante.
Su a Righi, poi, la stazione è tutta buia e non c’è un’anima.
Inizio a sentire una vocina sottile sottile che mi chiede se sia stata proprio una buona idea, quella di venire quassù.
Che sarà una decina d’anni, forse di più, che non bazzico più da queste parti.
E non ho la più pallida idea della strada da prendere per arrivare nel posto che ho in testa.
Il posto che ho in testa, l’ho appurato recentissimamente, si chiama Parco Peralto.
Ce l’ho in testa perché mi ci portavano sempre i miei quando ero piccola.
E ci volevo tornare, ecco.
Ma l’unico punto di riferimento che ho è un’immagine nella testa che risalirà sì e no ai miei cinque anni.
Una cartolina sbiadita dove c’è la strada e da una parte c’è lo spiazzo verde con i tavolini e il muretto da cui si vedono i forti, e dall’altra c’è una stradina con la ringhiera di legno che va giù, ma di poco, ed è una specie di passeggiata e l’ho fatta diecimila volte, tanto tempo fa, ma non mi ricordo se sono mai arrivata in fondo.
E non riesco a vedere oltre i bordi della mia cartolina.
Tutt’intorno è passato il Nulla, come nella Storia Infinita. Tutto quello che ho è un fermo immagine sospeso in una dimensione extraspaziale, piegato con cura in un remoto cassettino della memoria.
Ci sono io piccolina e coi capelli a caschetto che corro qua e là inseguendo i piccioni e schiamazzando parole inventate.
C’è un vecchietto che sta lì e guarda il panorama.
La cosa strana è che il vecchietto ha indosso un accappatoio. Blu.
E io che lo guardo salendo in macchina, la gloriosa vecchia macchina con tutti gli adesivi politici attaccati dentro, e sgrano due occhi così.
E c’è una lumaca che mi sono fermata a rimirare per mezz’ora, una volta, facendo la passeggiata.
E c’è quella volta che ho incontrato la maestra dell’asilo, sempre sulla passeggiata. La maestra si chiamava L., era abbastanza anziana e aveva i capelli biondicci e i denti davanti un po’ accavallati e un sorriso dolce, mi ricordo.
E però io non l’ho salutata, perché ero timida e mi vergognavo.
Ecco, tutto quello che mi viene in mente quando mi sforzo di ricordare dettagli utili, è questo.
Certo tengo molto di più a questi ricordi che non ai dettagli utili. E’ anche per questo che li scrivo, per non dimenticare, ancora per un po’.
Fatto sta però che io lì non ci so arrivare.
E però mi immaginavo che l’avrei trovato, il posto, così, a intuito.
O che fosse subito lì, appena sbucata fuori della lugubre stazioncina.
Però no.
C’è una piccola area verde, lì fuori, effettivamente. E ci sono i tavolini di legno. E c’è il muretto e si vedono, bluastre, le colline, e le ultime propaggini della città che sembrano aggrapparcisi, la Valpolcevera, il Biscione. E i forti, lassù.
Però lo capisco subito, che c’è qualcosa che non va. Lo capisco perché ci sono un sacco di cose che sono diverse dal mio ricordo. Potrei farci il gioco della Settimana Enigmistica, trova le differenze. Soprattutto c’è un affare di cemento azzurro che spunta dal prato, con su delle mezzesfere che ah, sono i pianeti.
E quindi realizzo che ah, l’Osservatorio.
Ma non sarà lontano, mi dico. C’è pure il cartello che mi indica la strada per il parco.
E così vado avanti.
E’ una giornata grigia, le nuvole hanno steso una cortina orizzontale su tutto il cielo e ogni tanto qualche lembo cade giù, a sfiorare le colline.
Genova, la mia Genova schiacciata sul mare, repubblicana di cuore, vento di sale e d’anima forte, Genova odiata e tanto pazzamente amata, la vedo adagiarsi sotto di me, sulla sinistra.
In lontananza sta piovendo. E’ bellissima la pioggia vista da lontano, sembra un cono di luce.
Penso che forse è più bello, una giornata senza sole.
E’ più simile al paesaggio brumoso della memoria, sfuma i contorni, rende inclini a lasciarsi immalinconire dai ricordi lontani.
Poi non lo so cos’è successo.
Gli alberi spogli, con i loro tronchi nodosi e i rami nudi attorcigliati verso l’alto, il freddo, l’aria immobile spezzata solo di tanto in tanto dal passare di qualche automobile, tutto questo mi ha messo addosso una strana inquietudine.
E l’inquietudine è diventata paura.
Una paura irrazionale, violenta, ancestrale, di quelle che fanno venire il magone e trasalire a ogni rumore.
Ora, chi conosce il posto sa che a un certo punto la strada si biforca in due vie che corrono parallele, una in piano e una in salita.
Quella in piano è via Costanzi, dove passa il 64.
Quella che va in su è via Peralto, che presumibilmente mi avrebbe condotta a destinazione.
E io che sono di un’ignoranza inaccettabile non lo sapevo, o forse non me lo ricordavo, che lì c’è la fossa dei partigiani.
Ecco, io lì non sono più riuscita a muovere un passo.
Come se il luogo stesso trasudasse ancora la percezione della minaccia, come se tra quegli alberi si aggirassero ancora i fantasmi inquieti della Resistenza, le anime sanguinanti dei partigiani uccisi e gli spettri dei tedeschi, neri e senza volto, ancora desiderosi di sangue, come Voldemort nella Foresta Proibita.
La storia urla tra le pareti della fossa. Urla un suo grido silenzioso, rappreso dagli anni, congelato dall’oblio.
Non sono riuscita ad andare avanti.
E nessuno sa che io sono lì.
Non l’ho detto a nessuno, che ci venivo.
Se mi succedesse qualcosa, qualunque cosa, non mi troverebbero mai. Diventerei un caso nazionale.
Ma non è solo questo.
E’ che io lo so, in realtà, che non c’è da aver paura.
Che è tutta una sega mentale enorme che mi sto facendo.
Sono io che mi spavento. E’ di me che ho paura.
Perché mi rendo conto che c’è qualcosa di strano, in tutto questo.
Perché non riesco a spiegarmi tutta questa urgenza che ho di scappare dal mondo, di girare senza meta, sola, seguendo la traccia sottile dei ricordi, alla ricerca spasmodica di una mia dimensione interiore.
Perché non so dove potrebbe condurmi il mio vagare.
Ci sono troppe cose con cui mi devo riconciliare.
Troppe cose da rimettere in ordine, da mettere via.
E’ come entrare in un vecchio solaio polveroso stipato di cianfrusaglie.
E non riuscire nemmeno a trovare l’interruttore della luce, figuriamoci passare lo straccio per togliere la polvere e le ragnatele e mettere ogni cosa nel cassetto giusto.
Ma se io riuscissi a convincere un’altra persona, a entrare con me nella soffitta disastrata, allora forse riuscirei a trovarlo, l’interruttore della luce.
Se fossimo in due si potrebbero aprire le persiane, spalancare i vetri, far entrare i raggi del sole.
Si potrebbe iniziare a passare lo straccio per togliere la polvere.
A mettere via le illusioni che tanto poi lo so che sono lì negli scatoloni, pronte da tirar fuori quando ne ho voglia, i consigli, i rimorsi e i rimpianti e le legnate che però il livido anche se ci passi il detersivo mica va via, ma non importa.
Raccogliere le cartacce sparse in giro e riordinarle in un cassetto che così ogni volta che ne ho voglia me le posso andare a riguardare senza naufragare nel disordine.
A essere in due, in un futuro imprecisato si potrebbe arrivare a passare anche un po’ di lucidatrice, forse.
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Oggi sono andata a lavorare, e non ne avevo proprio nessunissimissima voglia.
Ho pensato, io oggi mollo tutto, rinuncio allo stipendio e me ne vado al mare, a piangere.
Anche se era già buio, e faceva freddo. Io però ne avevo bisogno, e mi sentivo in gabbia, e avrei voluto urlare dal male che mi faceva stare lì.
Poi ho sentito il suono di un pianoforte.
Era un pessimo pianista, e pessimo era anche quello che stava suonando, ma sentendolo mi sono sentita meglio, almeno un po’.
Ma non è questa la storia che voglio raccontare.
Ci sono i giorni che io torno a casa, e piango.
Piango di mille cose che non sono necessariamente tristezza.
Piango quando sento gli altri che vivono.
Quando osservo qualcuno fare qualcosa, o guardo una foto o leggo un blog o ascolto una conversazione.
Ma sarei capace di piangere anche guardando uno che fa la spesa.
Mi commuoverei osservando quali prodotti sceglie e che giro fa tra gli scaffali e il modo che ha di spingere il carrello.
Quando poi a piangere sono gli altri, allora divento una fontana.
Tutta questa empatia non lo so, da dove mi nasca.
Forse perché tendo a vivere attraverso gli altri.
Piango proprio perché non ho niente per cui piangere, a volte.
Niente per cui ridere.
Niente per sentirmi in nessun modo.
Perché a volte mi sembra tutto così confuso.
Mi sembra di non avere una coscienza, di non avere pensieri che siano del tutto miei e di non riuscire a formularne da sola, mi sembra di avere il vuoto, dentro.
Piango perché non ho nessuno che mi insegni a pensare. Qualcuno che mi porti, che ne so, in riva al mare, e mi metta un foglio e una penna in mano e mi dica che bene, ora te ne stai qui e finché non partorisci qualcosa, ‘un te movi.
Che su tutte le cose mi costringa a farmi un’opinione che sia mia e solo mia, a prescindere da cosa pensano gli altri.
Su qualunque cosa, che siano libri o film o politica o qualsiasi altro argomento.
Che dia un fondamento valido alle mie idee. Perché a volte non so nemmeno io se quello che penso lo penso perché ne sono consapevole o se lo penso perché mi sento in dovere di pensare così o se lo penso senza neanche domandarmene il perché o se proprio non penso neanche.
Piango perché lo dicevo all’amicap., io non so vivere, e vorrei tanto che qualcuno mi insegnasse a farlo, finché sono in tempo.
Ché non ne posso più, di tacere per paura di sentirmi stupida.
Di fare rinunce perché non mi sento all’altezza. Rinunciare a leggere un libro per paura di non capirlo, rinunciare a esprimere le mie idee su un determinato argomento per paura che siano superficiali, sottrarmi a qualsiasi scontro sapendomi già sconfitta in partenza.
Di saper fare mille cose e non saperne fare nessuna, alla fin fine.
Di non sapere se tutto questo sia normale o se è in me, che c’è qualcosa che non va, e che cosa.
E voglio andare al mare…
Io c’ho il dente avvelenato contro un sacco di cose, in questi ultimi tempi.
C’ho che vivo nei ritagli di tempo, e il resto della giornata lo passo a immaginarmi di vivere.
A rimuginare su come-sarebbe-la-mia-vita-se.
Perché questa è una non-vita.
Ci pensavo ieri sera, che se io domani facessi le valigie e me ne andassi a vivere in Nuova Zelanda, a qualcuno cambierebbe qualcosa?
No.
Io non sono indispensabile per nessuno.
Delle volte mi sembra di essere invisibile. Vorrei almeno esserlo per davvero, per non dovermi preoccupare di come mi vedono gli altri.
Gli altri. Eccolo, il problema da cui nascono tutti gli altri problemi. O forse è solo un gatto che si morde la coda, non so.
Che delle mille cose che io sento che vorrei fare, di tutti i mille entusiasmi che vorrei avere, alla fine non realizzo nulla di tutto questo, perché non ho nessuno con cui farlo.
O forse non ho nessuno perché non ho il coraggio di buttarmici da sola, nelle cose che mi piacciono.
Mi sembra di essere autistica. Perché tutto implode costantemente dentro di me, nulla si riflette all’esterno e nulla fa di me una persona con cui sia bello parlare e stare e confrontarsi e fare progetti.
E l’unica scappatoia è quella di immaginare che le cose cambino, prima o poi.
Che io un giorno me ne andrò da qui, e taglierò definitivamente i ponti con tutta la negatività che mi porto dentro, e ci saranno altre persone con cui non ripeterò più gli stessi errori e a cui saprò dare il meglio di me.
E anche questa, è bella. Uno normalmente quando c’è qualcosa che non va cerca di cambiare.
Non sta ad aspettare che gli scenda la manna dal cielo.
Non si siede lì a guardare l’orologio nell’attesa che le cose cambino da sole, per magia.
Io no.
Io sto lì, e aspetto.
E’ tutta un aspettare, la mia vita.
Di mattina che arrivi il pomeriggio. Di pomeriggio che arrivi l’indomani mattina.
D’estate che arrivi l’inverno. D’inverno che arrivi l’estate.
Quello che c’è di buffo è che io me ne rendo conto perfettamente. Riesco a guardarmi dall’esterno, colgo nei dettagli tutte le contraddizioni in cui finisco invariabilmente per impantanarmi, mi specchio nella mia accidia come se fossi spettatrice imparziale di me stessa, ma poi non accenno a una risposta di tipo pratico, anzi, faccio esattamente l’opposto.
Io penso “Devo dimagrire”.
E nell’istante esatto in cui lo penso, apro l’armadietto e mi faccio fuori mezzo barattolo di nutella.
Tanto per rendere un po’ l’idea.
E nei rapporti con gli altri avviene esattamente lo stesso.
Che l’aumentare delle mie inibizioni è direttamente proporzionale agli sforzi che faccio per reprimerle.
E non provo neanche più rabbia, per tutto questo.
Solo rassegnazione.
Mi sono abituata a conviverci, con la mia inadeguatezza.




"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!