Category: grazie


Forse di là c’è un posto pieno di alberi e gufi sonnacchiosi che fanno capolino fra i rami, di bei libri e streghe volanti e oggetti buffi da collezionare.

Ciao, Streganocciola.

Alle otto del mattino è andata la prima bottiglia di spumante, insieme alla torta al cioccolato più buona del mondo.
Alle dieci è andata la seconda bottiglia e un vassoio di pizza.
All’una abbiamo chiuso con succhi di frutta, patatine, salamini e l’ultimissima bottiglia.
Abbiamo fatto le chiacchiere con le nostre prof diventate improvvisamente meravigliose ragazzine, abbiamo riso, giocato a carte, fatto ubriacare la prof di matematica, abbiamo organizzato una cena di classe con bagno di mezzanotte, tutti quanti.
E’ stata una mattinata meravigliosa, ieri.
In tutto questo io non ho ancora pensato, non ho ancora realizzato.
E’ finita la scuola, ti rendi conto, è finita la scuola! Finita, finita per sempre, finita che mai più metterò piede in un liceo, tranne che per andare a votare o se diventerò un’insegnante, finita proprio, finita che a settembre non ricomincia. Finita che lo si dice ma ancora non si riesce a realizzarlo. Che hai passato cinque anni a contare il tempo che ti separava e alla fine non riesci ad accettare che si sia consumato così in fretta.
E’ che c’è l’esame, adesso, a cui pensare. C’è l’esame e manca il tempo per concentrarsi su qualunque altra cosa, c’è l’esame ed è estate, c’è il sole e fa caldo, c’è l’esame e io ci sono arrivata sorpresa e contenta, sorpresa di essere contenta, contenta di essere sorpresa. Contenta, in ogni caso.
So che ho davanti giornate lunghe di tesina e di ripasso generale, so che finito l’esame mi aspetta un trasloco, che in casa mia, quando è tempo di esami, è il delirio più nero, che questo giugno sembrerà non finire mai, che le Forze Oscure saranno schierate sul banco della mia commissione d’esame.
Per adesso riesco a pensare questo.
Poi so anche che lavorerò, che forse andrò in vacanza e forse dovrò andare a fare il passaporto, bisognerà che mi ricordi. Ma so anche che devo decidere per l’università e ho le due metà del cuore che mi tirano da due parti opposte, il cervello e la pancia e i miei sogni di una vita futura che mi gettano davanti alternative tra cui non so decidermi a scegliere. E questo non ci riesco a pensarci adesso, aspettiamo l’esame, riparliamone a luglio, perché è un pensiero che mi fa stare male, e io male adesso non ci voglio stare.
Perché non ho ancora realizzato, dopotutto, che il liceo è finito, e mi godo quest’ondata improvvisa di sindrome di Peter Pan, dopo anni passati a fare finta di non essere adolescente e a volere sempre qualcosa che stava oltre, e mi sento dire che non voglio andare, non voglio fare, non voglio pensarci a domani, non ne voglio sapere dell’oltre, ancora per un po’, ancora finché posso.
Perché l’estate è arrivata, anche per me. Andrò al mare nelle ore calde e studierò in quelle fresche. Andrò in giro la sera, guiderò, leggerò un sacco e girerò per bancarelle, comprerò un paio di sandali, andrò al Suq che ha appena aperto, mi farò la pulizia del viso, deciderò cosa farmene di due amanti che non mi danno nulla di cui non possa fare a meno.
Sono stati cinque anni intensi, difficili, doloranti, noiosi, frenetici, terribili, strani, interessanti, maledettamente fondamentali. Cinque anni belli di quel bello che non ripeteresti mai, che te ne rendi conto solo alla fine di quanto sono stati belli, quando ti guardi intorno e dici sì, questa sono io, questo è il risultato.
Per una volta mi sento di dire che non è un brutto risultato.
E sono contenta, alla fine.


Che strano.
Sono tornata un’altra volta, da un altro viaggio, da un’altra latitanza incasinata.
Che strano, sembra siano successe un milione di cose, qui, mentre io non c’ero.
Anche mentre io c’ero, a dire la verità, ma è che non c’ero mica tanto neanche allora, evidentemente.
Che strano. Ci sono e ci sono tutta, ed è una sensazione meravigliosa. C’è una vita qui, ed è la mia, che inizia a risvegliarsi al caldo dell’estate della maturità.
Me ne accorgevo già nei giorni scorsi, mentre mi cuocevo nel sole della Ciociaria e negli sproloqui di Cicerone, mentre passavano queste giornate latineggianti e però belle, fitte di incontri e di chiacchiere, di idee, di voglie e di stimoli e risate e di scoperte.
Sono salita sul treno Roma Termini-Cassino. E ho scoperto una natura meravigliosa, in queste vallate che stanno nascoste tra Roma e Frosinone, una natura verdissima di boschi e prati e campi e cespugli ai bordi delle strade, ma anche grigia di ulivi e muretti a secco, gialla di ginestra, bianca di polvere di strade.
Per qualche giorno ho parlato una mescolanza di cadenze lontane, Sicilia, Abruzzo, Roma. Ho raccontato Genova e ricevuto in cambio le storie e le vocali e le atmosfere del sud. Ho trovato due meravigliose compagne di camera, tantissima gente, tedeschi coi sandali in ogni dove. Che peccato non avere neanche una fotografia. Non importa. Le persone belle che ho conosciuto e i posti dove sono stata mi resteranno tutti in mente. Ci siamo promessi di rivederci, magari un weekend a Roma, magari quest’estate. Magari a una qualche università, chi può saperlo.
Adesso sono tutta qui, con la mia scuola da finire, le prove del coro che per me sono iniziate la scorsa settimana, con le lezioni di canto, le amiche, i libri, un inizio di storia che chissà, magari va avanti, ma magari anche no. E sono tutte cose che ci sono già, non che le aspetto, per una volta. E’ come se a maggio la mia vita si svegliasse, si svegliassero i miei colori, la mia pancia, i miei ormoni e le mie reazioni. E io fossi qui che non aspetto altro che di riempirmici, di pensare che vita incasinata, che bell’inganno sei, che vita stranamente normale, che bella compagnia, che bella vita. Che bella vita.

ci pensavo

In effetti, oggi (o forse era ieri?) è un anno esatto che ho conosciuto la comune-ty.

Io, quando sono felice.
Io è raro che sia felice.
Io però, quando sono felice, mi sembra di essere l’altra sera.
Io non capita mica tutti i giorni, mica tutte le sere, che sono felice.
Io però ci sono quelle sere che so che ho trovato il mistero d’atmosfera.
E quando sono quelle sere così, io sono felice.
Felice “nonostante”. Felice “per”.
Felice tutta, felice negli occhi, nella bocca, nelle mani, nella pancia.
Io quelle sere così, con il mistero d’atmosfera e io che sono felice, non è che mi sia capitato sempre.
Di solito sono i brindisi felici in cui ciascuno chiude la sua pena. O sono le finestre aperte e la luna fuori e il freddo che entra tutto dentro.
Ma poi arriva una sera che la felicità me la spendo proprio tutta, e pazienza se poi non ne avanza più tanta per il lunedì.
Arriva una sera d’ottobre la Manifesta più bella del mondo.
E questa felicità meravigliosa fatta con poco, e uno spettacolo meraviglioso fatto con poco.
E tutto che fila liscio, ma liscio che più liscio non si poteva.
E il gran finale dei Morti di Reggio Emilia.
E il doppio bis.
E la cena in millemila.
E io sono felice nei miei occhi che ridono, nella mia bocca che canta, nelle mie mani che suonano.
E sono felice nei sorrisi, negli abbracci, nelle battute, nelle risate.
E sono felice per mio fratello che è venuto, e sono felice per mio padre Van Loon che si lascia andare, per la mia Amica che sempre c’è, per il pacchetto di sigarette che non faccio in tempo ad aprirlo ed è già a metà, per tutti quelli di noi che ci hanno i mille casini ma ci sono stati lo stesso.
E sono orgogliosa. Di tutto e di tutti e di me.
Ecco, perché sono comunista.

Io oggi ci ho il daso ghiuso e il bal di gola.
Ci ho la stanchezza da mattina a scuola e sciopero mattutino completamente disertato.
Ci ho la voce come Mariadefilippi.
Ci ho bisogno degli occhiali per leggere la sera perché sono cecata.

Però
c’è che ieri pomeriggio ho suonato, per la prima volta dopo mille mesi.
E ho iniziato a tirarmi giù note, ad arrangiare canzoni di protesta, a cercare melodie, a studiare soluzioni strampalate.
La voglia di suonare, finalmente.
Profumo di pece e di legno chiaroscuro e di carta giallina pentagrammata.
Il male alle dita quando finisco, il male alla schiena quando finisco.
E la soddisfazione di sentire che quello che faccio è solo quello che mi dà soddisfazione; che suono nel modo in cui mi piace e in cui mi basta saper suonare, che non c’è più un’ortodossia dello strumento da seguire, che tutto è orecchio e improvvisazione e quel minimo di inventiva che spero di riuscire a tirare fuori.

E io adesso ho un sacco di mail nella posta in arrivo, e un sacco di cose bellissime a cui pensare per le prossime settimane.
Stiamo mettendo su uno spettacolo bellissimo.
E lo faremo per salvare il Manif, ma lo faremo anche perché è bellissimo farlo.
Lo faremo per le cene in Vicodolcezza, per le canzoni con la chitarra, per le chiacchiere divertenti di quando si sta insieme, per le chiacchiere politicizzate di quando si sta insieme.
Lo faremo perché non è che è solo giusto, è anche meravigliosamente bello così.
A essere italianimedi, secondo me ci si annoia pure un sacco.
E lo faremo per aggiungere un altro pezzo al nostro (r)esistere di tutti i giorni.

E allora io penso che devo dire un sacco di volte grazie a tutta la Comune-ty.
Per il violino, per le chiacchiere, per i commenti, per le cene e per tutti i progetti meravigliosi insieme.
Per la voglia di suonare.
Per la voglia di provare che un modo diverso c’è, se si vuole, ed è mille e mille volte più bello.

E se mi facessi bionda?
Tutta color colpo di sole scolorito.
Ovviamente scherzavo.
E se mi facessi nera ma proprio nera con un po’ di viola?
Mmmmh, no eh?
E se mi facessi rossa-violacea-henné?
Forse ci siamo un po’ di più.
E se mi bucherellassi ancora un po’ le orecchie?
E se riprendessi a suonare?
E se andassi in piscina?
E se questo sabato boicottassi le due ore di scienze per una più costruttiva e confacente-alle-mie-inclinazioni manifestazione antiriforma non meglio precisata?
E se leggessi un po’ di libri carini?
E se andassi a rifare il Bancomat e l’abbonamento dell’autobus che ho perso, e a ritirare il foglio rosa?
E se studiassi, anche, ogni tanto?
E se prendessi la patente?
E se mi andassi un po’ a divertire?
E se mi comprassi un sacco di vestiti nuovi?
E se ci fosse un bel concerto da sentire?
E se la smettessi di fare la Ragazzadepressa?
E se la smettessi di sforzarmi in tutti i modi per far assomigliare il mio blog al Windowslivespace di una quindicenne albarina e stupida?
E se tornassi ad assomigliare a un cervello pensante?
Eh?

Lo faccio, che dite, lo faccio?

(Amica, me lo ridai adesso, il mio cane???)

Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s’uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E’ la felicità una torre trasparente.

(Neruda)

Poi invece arrivano quelle giornate che è tutta una rincorsa al sentirsi bene più che si può.
Quelle giornate che si esce di casa la mattina non troppo tardi, tipo le nove, ci si fa raccattare cammin facendo dall’amicaprof e si fanno millemila chiacchiere di quelle che vale anche la pena di mettersi la sveglia, ci si prende in giro, si ridacchia, si fanno le confidenze. Nel frattempo l’Amica è riuscita a procacciarsi i biglietti per il concerto di domani sera, e nel frattempo si diventa matte a inseguire il cane dell’amicaprof, si ride come delle matte godendosi lo spettacolo dell’amicaprof che insegue il cane con l’adeguata dovizia di epiteti ingiuriosi (“Sei un cane di merda! Sei una stronza!”), ci si sposta di cinquecento metri, si prende il caffè insieme al bar.
La nostra ora delle chiacchiere di metà estate, dopo il mio mare e la sua montagna, prima della mia montagna e del suo mare.
Il mio inizio di giornata sorridente con la mia meravigliosa amicaprof.

Poi sono le undici meno venti della mia giornata sorridente, e io sono in Albaro che aspetto la sua telefonata, presupponendo un arrivo intorno alle undici e spicchi e deducendo, da un fallibilissimo sesto senso oltreché dall’assenza di telefonate, che No, sicuramente non sarà ancora uscito dall’autostrada.
Forte dell’assoluta esattezza della mia deduzione, m’incammino giù per Via Albaro pensando di avvicinarmi al centro nel mentre che aspetto che mi chiami, al nobile fine di farmi scovare e recuperare in modo più rapido e indolore che non rimanendo in Albaro.
Succede però che alla quasi fine di corso Buenos Aires, ore undici meno due minuti, arriva l’essemmeesse dovecometirecupero e arrivotraventiminuti. E io prontamente rispondo, per poi realizzare che l’essemmeesse mi è arrivato adesso, ma lui me l’ha spedito mezz’ora fa.
Segue telefonata, che potremmo riassumere più o meno così:

Lui: “Ho fatto tutto corso Italia, e poi c’era il bivio per andare in corso Europa o verso Nervi, e io sono andato verso Nervi…”

Io: “Ah, ottimo… Ma quanto, verso Nervi?”

Lui: “Boh, Quinto? Aspetta, la prima via che vedo ti dico… Aspetta aspetta che c’è il vigile! (brusio di cellulare imboscato in fretta e furia)… Allora… qui c’è… Via Bolzano, che dici?”

Io: “Ommerda, è a Quinto, in effetti, via Bolzano… Torna indietro! Torna indietro!”

Conclusione del delirio telefonico, appuntamento alla fine di Corso Italia. Dove ci sono i giardini, sì, quelli con la fontana.

Quindi ci si caga in prossimità dei giardini con la fontana, si va in acido tutte le volte che passa una macchina uguale alla sua, si leggono in fretta e furia targhe, si scrutano i guidatori, che magari poi mi va a finire in una traversa e non lo recupero mai più, va’ a sapere, poi però non lo vedo arrivare da lontano e mi si materializza davanti all’improvviso. Una passaporta ai giardinetti di Quinto.

Poi diventa solo la rincorsa al sentirsi bene più che si può.
A cacciarsi in mare, prima di tutto.
Anzi, no, perché prima diventa la ricerca disperata del parcheggio in quel di Bogliasco, il rassegnato pagamento di minchiamila euri di parcheggio, la dubbiosa esplorazione alla ricerca della spiaggia e il fortuito ritrovamento della stessa.

Ma a quel punto è solo e soltanto sentirsi bene più che si può.
Nell’acqua verdastra. Sotto il sole. Sopra i sassi. Sotto il sole cocente. Sopra i sassi bollenti.
Sentirsi bene. E parlarci, e ascoltarci, e dormicchiare, e osservare la gente intorno.
E riuscire, miracolosamente e proprio quando non ce la facciamo proprio più e ci squagliamo come un gelato nel forno a microonde, a ritagliarci un angolino all’ombra, in mezzo a una famiglia tedesca in vacanza, papà, mamma, nonna fumatrice senza filtro e millemila bambini biondissimi.
E poi sentirsi bene, ancora e sempre di più.
E alla fine accorgersi che sono le cinque. E che il sole è andato via da un pezzo.

E poi raccattare l’abbondanza di cianfrusaglie sparse intorno, e poi realizzare che i minchiamila euri di parcheggio arrivavano fino alle tre e quaranta e lui che dice Ma no, ma non portare sfiga. E poi arrivare alla macchina e Sì, hai portato sfiga bene. E altri venti euri di multa.

E poi non sapere da che parte si esce con la macchina e imbarcarsi in strade sconosciute e un passaggio a livello mai visto, sbucare sull’Aurelia un chilometro e mezzo più in là.
E ritrovarsi di nuovo in città e di nuovo sull’odiato corso Europa, e oltrepassare il cavalcavia dell’autostrada in direzione centro e io gli dico, Guarda che all’altezza dell’AC Hotel devi girare a sinistra.
Sinistra, sicura? mi fa lui.
Sissì, a sinistra, adesso.
Ok.

Aspetta!, cosa fai, dovevi girare lì!


Guarda che è a destra, lì!


Ommerda. E’ vero.

Eqquindi la giornata dello star bene più che si può ha anche la sua morale conclusiva.
Io questa la prendo come una metafora. Che io non è che sono ignorante e devo scrivermi D e S sulle mani, come i bambini quando lo imparano in prima elementare.
Che la verità è che io dico sinistra a prescindere, ecco cos’è.

Perché tutta l’ansia del mondo non vale il tempo passato insieme.
Sarà che mi fai commuovere, quando mi descrivi il cielo stellato, ecco.

Che non ce le ho, e quanto vorrei averle, le parole per dire che per ogni stazione c’è sempre un viaggio da incominciare, e per ogni treno un paesaggio che diviene da lasciar scorrere fuori dal finestrino, e per ogni arrivo una strada polverosa sotto casa, e poi una porta che si chiude e poi mille cose da non dire e poi mi sento che ho l’estate dentro e i baci tutti fuori e mille pezzi di sole tra le mani e una lacrima che scivola via, e poi mi sento sempre più meravigliosamente viva.

hogwarts express

pissicologia

Che io pensavo una cosa, oggi, spalmata nell’autobus pieno e appiccicoso di sudore che mi portava in centro con destinazione pissi.
Pensavo che io e la pissi mi sembra io e i miei alunni di ripetizioni.
Con la differenza che io sono i miei alunni di ripetizioni.
Perché pensavo, mentre mi snocciolavo mentalmente le paranoie da confessare, pensavo che è un po’ come gli alunni quando hanno da fare i compiti per il giorno dopo. Che loro sono in paranoia perché domani devono andare a scuola con i compiti tutti fatti. E allora ti metti lì a fargli fare i compiti, e però nel giro di una mezza frase ti accorgi che sono completamente disorientati. E vai a grattare, e scopri che non si ricordano le declinazioni, che gli manca l’analisi logica, che faticano anche a scrivere in italiano.
E pensi che ci vorrebbero giornate intere, di lezione, e non un’ora alla volta.
E che il massimo che puoi fare è fare almeno in modo che arrivino a scuola domani coi compiti fatti.
Ecco, pensavo che io sono così.
Pensavo alle mie paranoie di oggi come alle frasi da fare.
E pensavo che non so le declinazioni.
Quelle della mia psiche, intendo.
Pensavo che tutto quello che avrebbe potuto fare la pissi sarebbe stato di farmi tornare a casa col quaderno in ordine.

Poi però la pissi collega tutte le cose tra di loro prima ancora che io gliele dica.
Io l’adoro, la mia pissi, che in tre quarti d’ora è riuscita ad affrontare tutti i mille discorsi che volevo perché sapeva esattamente come passare da uno all’altro.
Che ha quello sguardo penetrante e quel modo buffo di starsene stravaccata sulla sua poltroncina.
Che da un particolare insignificante arriva a colpo sicuro al nocciolo della questione.
Forse perché non è poi tanto insignificante, il particolare.
Io l’adoro, la mia pissi che mi manda a casa con le paranoie tutte a posto.
Che mi fa pensare che domani avrò i compiti tutti a posto e le frasi giuste.
Ma che avrò anche capito veramente qualcosa.

valli unite

“…ma il sole si alzò ancora e c’era odore di una certa felicità irripetibile…”

Apro gli occhi su una Padova finalmente soleggiata.
Mi sento riposata, allegra, relativamente tranquilla.
Ho letto un po’ prima di alzarmi, ho fatto l’ennesima doccia, ammassato nella valigia tutte le mie cianfrusaglie.
Mi sono vestita elegante per la premiazione. Top rosso, maglioncino bianco, pantaloni neri, tacchi alti.
E le All Star nella borsa per quando sarà finita.
La premiazione la fanno al caffè Pedrocchi, che è un posto famosissimo anche se io ovviamente non l’avevo mai sentito nominare.
Dentro è tutto poltroncine di velluto e camerieri in livrea, signori dall’aria deferente che sorseggiano caffè gettando occhiate distratte al giornale, vasi di fiori.
Noi dobbiamo andare al piano di sopra. C’è una sala conferenze dall’aspetto baroccheggiante, tutta stucchi e marmi e puttini dorati. Gli ultimi posti liberi sono in prima fila.
Il tavolo di fronte a noi è occupato da tutta una serie di persone. La preside del liceo, il provveditore, alcuni docenti universitari, professori del liceo.
E, devo dire, i loro discorsi ci hanno stupite. In positivo.
Inizia la preside, con i soliti salamelecchi di rito, i soliti ringraziamenti alle istituzioni, e leggendo una lettera nientemeno che del presidente Napolitano, ex studente del Tito Livio.
Fa tutto un discorso riguardo alla funzione degli studi classici nella scuola, dice senza mezzi termini che con l’inglese e l’informatica da soli si va poco lontano, che serve qualcosa di più.
Parla della fiducia nelle istituzioni, a più riprese.
Italia dei Valori, tantissimo.

Poi non è che me li ricordo tutti, eh. Mica seguivo sempre.
Ma più o meno tutti dicevano cose abbastanza simili. Cose anche vere, anche belle, anche interessanti.
Parlavano di cultura come mezzo di integrazione, di accettazione delle differenze, parlavano di problemi di attualità, di scuola, di cosa vuol dire insegnare al giorno d’oggi.
Un fulmine a ciel sereno.
Un salotto culturale padovano di sinistra.

E poi.
Poi è arrivato il momento vero e proprio. Io in panico.
E’ che non sopporto la sospensione. Odio il tergiversare.
E continuano a girarci intorno, ancora una volta, ancora un discorso.
Ancora un altro che si alza per dire la sua.
E’ il motivo per cui odio la televisione. Non me ne frega niente dei trucchetti per tener viva l’attenzione del pubblico. Li trovo assolutamente snervanti, voglio che si vada al sodo.
Voglio sapere, scrollarmi di dosso il dubbio che mi attanaglia.
Tanto non ci spero. O forse sì, un pochino. Ma che si decidano a dirmelo.
Eccoli, si decidono.

Ancora due minuti di ansia a mille.
La mano stretta in quella dell’amicaprof. La gamba che si muove nervosa.
Basta, voglio solo che finisca. Qualunque cosa, ma che finisca.
Un ultimo sussulto.
E’ andata. Cioè, non è andata.
Ma mi sento liberata da un macigno.
Torno a respirare.
Sono tranquilla, sì. E sorrido. E penso che comunque è bello così.
Non brucia, non fa male. Forse appena appena.
Ma sono contenta, in ogni caso.

Siamo fuori nel sole.
Di nuovo con le scarpe da ginnastica, sigaretta, passi veloci per andare a prendere i bagagli.
Abbiamo saltato il rinfresco per poter partire prima.
Acchiappiamo un taxi per la stazione.
Un casino per cambiare i biglietti, l’impiegato allo sportello è lento che più lento non si può, stupido come pochi.
Treno acchiappato per un soffio, all’ultimissimo secondo.
Trolley spaccato scendendo le scale.
Per pranzo un panino immangiabile.
Ma ora è bello vedere tutto che si allontana. Le paure, le ansie, la tensione.
E’ bello tornare a essere noi due che parliamo e sonnecchiamo e ci scambiamo la musica come due bambine.
Un altro viaggio che vola. Milano sembra passato un attimo. Genova neanche me ne accorgo.
E siamo già in macchina che il pomeriggio è ancora alto e c’è ancora tanta giornata da vivere, i bagagli da disfare e tutto da dire e da raccontare e un fratello a casa da abbracciare.
E una puntina dolceamara di nostalgia.

Non c’è rimpianto.
Solo una dolcezza affettuosa che riempie.
E’ bello così.
Forse ancora più bello così.

L’una e quarantadue.
Mi sono svegliata all’una e quarantadue.
Ho dormito in tutto un’ora e mezza, forse qualcosina di più perché poi sono riuscita ad appisolarmi per qualche minuto, prima della sveglia.
E’ stata una notte lunghissima.
Non è che non riuscissi a dormire perché ero in ansia. Ero in ansia perché non riuscivo a dormire.
L’angoscia di veder scorrere ore deserte. La pioggia fuori, la strada silenziosa.
Non so che farmene di questa notte vuota.
Mi alzo, accendo la luce, leggo, riprovo a dormire, mi rialzo, sento la musica. Una sigaretta spenzolata fuori dal davanzale. Non si può fumare in camera.
Voglio che finisca, fa’ che finisca. Presto.
E’ finita con quei cinquedieci minuti di dormiveglia e un suono lacerante da lontano. Il telefono. La sveglia.
Si è alzata una mattina livida, piovigginosa, nuvole piatte e occhiaie violacee e nausea e gesti automatici. Mi lavo mi vesto mi stiro i capelli senza capire, senza pensare.
Ascolto la tensione che mi cresce dentro. Avrei voglia di parlare, di non stare da sola. Due minuti di parole assonnate al telefono con l’amicaprof ancora a letto, anche lei reduce da una notte insonne.
Con gesti da automa riordino la biancheria sparsa, mi trucco, mi preparo.
Una brioche vomitevole, un succo di frutta.
Sono fuori nell’aria fredda e nell’umido di qualche gocciolina incerta.
Un caffè al bar sull’angolo. Studenti che si affollano al bancone e la barista avrà più o meno la mia età, li conosce, sorride, scherza con loro.
Entro attraverso quel portico squadrato dall’aria sepolcrale, percorro le lapidi e i busti di marmo.
Mi mandano, ci mandano, tutti, in aula magna.
Come mi fa strano una scuola con l’aula magna.
Siamo tutti qui. I settantotto concorrenti. Sale sul palco il vicepreside. Il vicepreside del liceo Tito Livio è esattamente il tipo di persona che mi viene in mente quando penso la parola in astratto. La quintessenza del vicepreside. Capelli radi, corti corti. Occhiali. Voce stentorea, sguardo severo.
Viene aperta la famigerata busta, veniamo smistati nelle classi.
La mia si affaccia sul chiostro, è un’aula né piccola né grande. Saremo in venticinque, grossomodo. Coi professori che ripetono ancora una volta le modalità, vietatissimo scrivere il nome sul foglio, come nei concorsi, dati in busta chiusa, carta d’identità, sequestro dei cellulari.
Ci arriva il foglio, finalmente.

Le nove e venti, e quattro ore di tempo. Dobbiamo tradurre e poi fare il commento al testo.
E’ un brano non particolarmente lungo, apparentemente fattibile.
Facile no. Ma a prima vista non mi sembra neanche irraggiungibile.
Ma fatico a tenere gli occhi aperti.
Ma mi sento la paura che mi rimbalza dentro.
Una pallina impazzita che salta nello stomaco.
Perdo la concentrazione, la riagguanto, la riperdo.
E non tutto mi torna.
E c’è una frase, a un certo punto, dove sono nella nebbia più totale. Un infinito piazzato lì in mezzo, apparentemente senza logica. Un accusativo che non mi so spiegare.
Vado avanti, finisco, ci torno, mi ci consumo i pochi neuroni ancora attivi.
Guardo le lancette dell’orologio spostarsi lentamente.
E’ come essere in uno stagno. Ristagna il tempo. Ristagno io con la mia testa dolente.
Ma arrivo in fondo, in un modo o nell’altro.
Traduzione. Commento. Finiti. Pochi minuti dopo l’una. Avrei ancora una decina di minuti ma sono esausta. Consegno, vada come deve andare.

Fuori, nel chiostro, l’aria è gelida. Qua e là gruppetti di studenti dal viso pallido, i dizionari in mano, la tensione stampata in viso. Professori che fanno avanti e indietro. Alunni della scuola ospite che girano, taccuino alla mano, a intervistare noi reduci dall’insopportabile e fascistissimo Tito Livio.
Ci dovrebbero portare a mangiare. Dove, non si sa.
E invece aspettiamo, e aspettiamo, e aspettiamo. Muffa alle stelle, faccio due chiacchiere con gli intervistatori, occhio indagatore e faccette pulite da liceali orgogliosi, ma simpatici, sì, abbastanza.
Mi strappano il permesso di farmi fotografare, tanto qui mica sanno che sono io. E il ragazzo che fa le foto è piuttosto carino, non c’è che dire.
Finché finalmente non si decidono a guidarci verso il fatidico posto dove si mangia. Che poi è una specie di mensa universitaria, affollata all’inverosimile, col self service.
Realizzo che ho perso il mio buono pasto. Ma per arrivare alla cassa devo prima far la coda per il mangiare. Ingegnoso, così uno prima si riempie il piatto e poi va lì e paga.
Già che ci sono mi faccio servire un pugno di pasta al pomodoro e una fettina di arrosto un po’ smortina, non particolarmente accattivante.
Prima di mettermi a litigare con quelli della cassa. Gli spiego che ho perso il buono, che però posso pagare in contanti, chiedo scusa un milione di volte. Loro mi guardano male, borbottano, scuotono la testa, mi chiedono i soldi e poi non li vogliono. E alla fine ci rinunciano, mi fanno mangiare a gratis. Che poi a gratis non è, perché avevo già pagato il giorno prima.
Il mangiare fa piuttosto schifo. Mi ricorda la mensa delle medie, pasta scotta e carne insipida.
Finisco in fretta, mi alzo, esco. Schivo con qualche scusa una professoressa che mi chiede di rimanere lì fino alle quattro, riesco a sgattaiolare via, sono per strada. Mi attacco alla mia sigaretta come a un’ancora di salvataggio.
Sono libera. Sola. L’albergo è a due passi. L’amicaprof mi aspetta lì. Tra due minuti è quasi casa.

Sono crollata sul letto senza però riuscire a dormire, ho ascoltato un po’ di musica, rifatto la doccia nel tentativo di darmi una svegliata.
L’amicaprof è venuta a portarmi un caffè, intanto che finisco di prepararmi.
Di comune accordo abbiamo deciso di saltare la visita guidata e di andare da sole a fare due passi nel tardo pomeriggio. Non piove più, ma il cielo è sempre grigio.
E io sono completamente in botta dal sonno.
Girovaghiamo a braccio, un occhio alla cartina di quando in quando, imboccando strade di cui non siamo sicure. Facciamo il giro delle piazze.
Piazza 8 Febbraio, dove ci sono gli universitari spogliarellisti.
Piazza del Duomo.
Piazza delle Erbe.
Piazza della Frutta.
La cattedrale, la torre dell’orologio, i palazzi, il Caffè Pedrocchi.
Ma non è un granché, se devo essere sincera. Sarà che non amo le città di pianura, o magari sarà il brutto tempo, o forse l’abbiocco.
La parte più bella è quella del lungofiume, immersa nel verde. C’è silenzio e ci sono quelli che portano fuori il cane. C’è un muretto per sedersi a riposare e guardare i cani e chiacchierare.

Tornare indietro è stata un’impresa.
Siamo finite in una strada che non riuscivamo a individuare sulla cartina. E’ spuntato fuori un biondino padovano, occhi azzurri e faccia lampadata, che si è offerto spontaneamente di aiutarci, ma non ci capiva niente neanche lui e ci ha fatto fare un giro assurdo per arrivare alla via del nostro albergo.
Quando poi, abbiamo realizzato troppo tardi, avremmo potuto impiegarci infinitamente di meno.

Altra sosta in albergo, io in crisi con la tensione che mi sale su a ondate.
L’amicaprof chiama un taxi per la cappella degli Scrovegni, dove ci servono il buffet-cena nel chiostro prima della visita.
Dista dieci minuti a piedi, la cappella, detto per inciso. Ma non importa.
Mi costringo a mangiare qualcosa giusto per farla contenta, bevo un po’ di vino, addento due biscotti al cioccolato.
Poi succede che noi la visita l’avevamo prenotata alle ottoemmezza.
Ma quando arriva il nostro turno, alla cassa ci dicono che tutti i posti sono occupati. Non si può entrare a più di venticinque alla volta.
Così aspettiamo ancora un’ora e nel frattempo alla cassa ci dicono di andare in sala multimediale, dove proiettano un terrificante filmato propedeutico alla visita vera e propria, ma lì ci rispediscono indietro e ci dicono di andare a rivolgerci alla cassa. Alla fine riusciamo non so come a venirne a capo e a metterci con il gruppo delle nove e venti.
Torniamo giù a sciropparci l’indecoroso filmato.
Torniamo su, attraversiamo un pezzo di cortile, siamo finalmente in vista dell’esterno della cappella.
Non si può entrare direttamente. Bisogna prima entrare in una stanza e rimanerci per un quarto d’ora, a togliersi di dosso l’umidità che danneggerebbe gli affreschi all’interno. Chiacchieriamo sottovoce, mentre danno un altro video a cui non prestiamo una grande attenzione.
E, finalmente, entriamo.

La Cappella degli Scrovegni è un’esplosione di colori.
C’è tantissimo blu. Ma anche tantissimo rosa e tantissimi gialli diversi che sembra quasi di poter toccare.
E’ infinitamente più grande e più vivida e più plastica e più vera di come me l’aspettavo.
C’è troppo perché lo si riesca a guardare tutto.
Troppo perché lo si possa cogliere in un solo quarto d’ora.

E poi siamo tornate, e l’aria intorno era quasi tiepida e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti che due giorni sono volati come un battito di ciglia, e riso e pianto si mescolano dolcemente, e domani saprò com’è andata. Ma non sono poi così sicura che sia quella la cosa più importante.

Partiamo da Brignole a mezzogiorno, incredibilmente puntuali, forse addirittura in anticipo.
Posti d’élite, prima classe in testa al treno, vicino al finestrino.
Ma vi dirò una cosa, la prima classe è praticamente identica alla seconda. I sedili sono un pochino più larghi, forse. Ma forse anche no. E le fodere di un grigio un po’ più serioso, nient’altro.
Effetto placebo, a millemila euri in più.
Quello che c’è di diverso è la gente. I passeggeri della prima classe sono signori attempati in giacca e cravatta e valigetta ventiquattrore, signore con cipiglio severo e capelli color ferro e occhiali cerchiati d’oro. Un popolo di gente silenziosa e tonalità biancogrigionero.
Persone che viaggiano sole, mezzo assopite o immerse nella lettura.
Penso che meno male che ci siamo noi, coi nostri colori e le nostre chiacchiere e il nostro ridacchiare complice ogni volta che qualcosa ce ne dà l’occasione.
A Principe sale un signore alto, dall’aria distinta. Ha un libro che lascia cadere sul sedile, e subito l’amicaprof si sporge di mezzo metro, in modo sfacciatissimo, a sbirciare il titolo. Si tratta, guarda caso, di un libro di un autrice di cui stavamo parlando in quel preciso istante. L’autrice in questione è Eva Cantarella, per la cronaca, e il libro è un saggio sulla pena di morte dall’antichità ad adesso. Il signor proprietario del libro gradisce la sbirciata, si presenta, è un criminologo dell’università di Genova e sta andando a tenere una lezione a Losanna. Un tipo interessante, sì.
Invece seduta affianco all’amicaprof c’è una donna giovane, vestita di nero, anelli futuristi alle dita e unghie laccate di rosso vivo. Non so perché, ma mi viene da pensare che sia un’attrice.
Legge Repubblica, ogni tanto parla al cellulare. Soffochiamo in un tentativo malriuscito di trattenere le risate, quando la sentiamo recensire al telefono, in tono serissimo, un libro intitolato “Diario di una schiappa”. Ma ridiamo sempre, comunque, come due ragazzine un po’ sceme in libera uscita. Mentre parliamo e mangiamo i panini e intanto siamo già arrivate a Milano e la prima parte del viaggio mi sembra scivolata via in un attimo.
Raggiungiamo la coincidenza addirittura in anticipo, tirandoci dietro i bagagli e sbatacchiando borse a destra e a sinistra, mentre nel frattempo ci ingegniamo a tirare fuori i biglietti e individuare i nostri posti.
Il treno su cui saliamo va a Venezia. L’atmosfera qui ha un che di viennese, di austroungarico: scritte bilingui italiano-tedesco, giornali von Zürich abbandonati sui sedili porpora, passeggeri dall’aria impettita e con un’inflessione crucca nella voce. Le due che sono sedute affianco a noi sembrano rispettivamente la signora Rottermeier da giovane e l’anziana consorte di un banchiere ginevrino in pensione. Sono gentili, sì, non perdono mai la calma, si rigirano nei posti con incredibile aplomb, per farci passare e permettere alla viziatissima amicaprof di sedersi nel senso di marcia. Una volta partite ci guardano con sussiegosa condiscendenza, mentre continuiamo a chiacchierare e ridere e mettiamo in mostra la propensione naturale di entrambe alle figure di merda, commentando in modo poco lusinghiero, davanti a loro che in questi posti ci abitano, il paesaggio terribile della pianura veneta. E’ un patchwork di capannoni industriali e laghetti finti e paesoni con gli edifici squadrati e le villette a schiera e villaggi innaturali che sembrano fatti di pan di zucchero. La strega di Hansel e Gretel in versione piccolo-medio imprenditoriale.
Il nordest lo si respira a pieni polmoni, qui. Nordest asburgico più ancora che leghista.
E finalmente siamo a Padova, con puntualità svizzera quando invece – ironia della sorte – la Rottermeier e la moglie del banchiere sono partite da Losanna con venti minuti tondi tondi di inammissibile ritardo.

La prima conclusione a cui giungo entrando a Padova è che sia una città terribilmente ibrida. Il posto dove alloggiamo non si capisce se sia periferia o centro, il nuovo si mischia al vecchio e il naif al terribilmente kitch in un intrico di viuzze porticate e sampietrinate e negozietti turistici e biciclette, tantissime.
Nel nostro albergo si entra da una porticina piccola, dimessa.
E’ arredato in modo piuttosto pacchiano, quadri orrendi e tutto rosso e rosa salmone e marroncino.
Ma non è malissimo. Pulito, ben tenuto, tranquillo. E il personale è gentile.
La finestra della mia stanza è al primo piano e dà direttamente sulla strada. A un certo punto sento avvicinarsi della gente e qualcosa di vagamente simile a dei cori da stadio. Ho pensato, eccoli. I leghisti.
Però no.
Mi affaccio e vedo un tipo travestito in modo improbabile, seguito da un gruppetto di persone che portano striscioni arrotolati e da una schiera di vecchiette curiose con le borse della spesa.
Lì per lì non ho capito.
Ma poi l’indomani abbiamo scoperto che a Padova c’è l’usanza che i neolaureati sfilino per le strade o tengano banco nelle piazze, conciandosi nei modi più strampalati o facendo lo spogliarello, scherzando con gli amici e appendendo cartelloni. Buffo, e inaspettato, e rinfrancante, anche, un po’.

Docciate, riposate, rinfrescate, ci dirigiamo al liceo dove si svolgerà la fatidica prova, a presentarci e informarci su tutto quello che c’è da sapere.
E’ un edificio strano. Orrendo.
Da fuori sembra un palazzone squadrato cui si accede tramite un porticato dall’aria lugubre. Un loculo.
Dentro, in un pietoso tentativo di solennità classicheggiante, corridoi austeri, busti marmorei, lapidi e scaloni.
E un chiostro. Sì, un chiostro, su cui si affacciano le aule. Ma un chiostro brutto, posticcio, fintoquattrocentesco. Da cui si accede ad altri corridoi, altre lapidi, altri scaloni.
I professori padovani io me li immaginavo robotici, granitici, asburgici.
Efficienti come carriarmati.
Invece sono nel marasma più totale, alle prese con gente che arriva e alloggi da sistemare e visite guidate da prenotare. Corrono qua e là, si confondono, si sbagliano, ci chiedono i documenti e ce li ridanno subito indietro perché hanno realizzato che non servivano.
Per dirne una, avevano previsto quaranta concorrenti e poi ne hanno accettati ottanta perché, ci spiegano, “la preside si è commossa quando ha visto tutte queste domande di iscrizione”.
Impieghiamo un po’ per destreggiarci tra buoni pasto e visite alla città da prenotare e la Cappella degli Scrovegni e dove si fa la premiazione e i bagagli prima della partenza dove li portiamo.
Ma ne veniamo a capo, alla fine.
E torniamo in albergo.

E poi siamo uscite, e la sera era bella e l’aria fresca ma non troppo ed era quell’ora ancora mezza chiara in cui è bello passeggiare e fumare e parlare camminando. Una sera che è bello sedersi al tavolo del ristorante e mangiare bene e parlare parlare parlare tra un bicchiere di vino bianco e l’altro e spuntano fuori le cose serie ma sempre col sorriso e sempre senza perdere la tenerezza, e intanto fuori è venuto buio e il tempo è passato in fretta e neanche ce ne siamo accorte. Ed è bello tornare con calma e un’altra sigaretta e sedersi sul letto a sentire le canzoni malinconiche e sempre chiacchierare in mezzo al disordine e stare senza scarpe e pensare sempre fortissimo, a ondate intanto che la musica va avanti.
Ed è dolce la buonanotte e domani sarà un altro giorno e chissà come sarà, e io ho paura per domani ma lo sento forte da morire che è già tutto talmente bello in ogni caso.

glicine

“Sì, è vero.
Hai i capelli spettinati.
La tua personalità è spettinata.”

E’ mattina.
Una mattina grigia di nuvole spesse e cielo tutto uguale.
Io a quest’ora dovrei essere già fuori da un po’, a camminare a passo svelto lungo la Strada sul Mare.
Oggi però entro dopo.
E allora ne approfitto per scrivere il post che non ho avuto il tempo di scrivere ieri.

E’ un post sulla nostra riunione dell’altroierisera.
Un post dove ci sarebbero da dire tantissime cose e che però non so come iniziare.
Potrei dire che ho capito una cosa, ho capito che un altro modo è possibile.
Che è una cosa meravigliosa che noi ci mettiamo lì, e discutiamo e organizziamo e proponiamo e ci proponiamo.
E le idee arrivano, eccome.
E si ride, tanto.
Ed è bellissimo, quello che faremo.
E’ bellissimo che lo faremo.

la manifestazione

femministe
Eravamo tanti, ieri, in piazza.
E c’era tutta la bella gente.
E si facevano i progetti femministi per l’ottomarzo.
E’ stato il più bel ritorno alla socialità che potesse capitarmi.

amarti oltre l’infinito

Mi hanno cercata così, oggi.
Grazie, è bellissima.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.