Category: il quasilavoro


Ci ho pensato un po’, prima di decretare che in fondo non è proprio solo un lavoro di merda tout-court.
Di questo ero assolutamente convinta dopo aver conosciuto la mamma del mio ragazzino nuovo. Già al telefono non prometteva niente bene. Voce metallica, vagamente arrochita, tono scostante. Amica della mamma del Malato Immaginario, soprattutto. Poi me la sono trovata davanti ad aspettarmi sul portone, il giorno che dovevo andare in casa sua per la prima volta e avevo mezz’ora abbondante di ritardo per essermi persa a trovare il portone.
C’è che io mi diverto, quando sento le persone al telefono, a immaginarmele come sono fisicamente. Inutile dire che non ci prendo mai. Così su questa qui mi ero fatta un film pauroso. Mi ero immaginata una maschera da teatro comico. Castana, un sacco di rughe, un brufolo enorme sul naso come la ciliegina sulla torta.
Invece poi mi sono trovata davanti un rettangolo biondo cenere, occhietti di ghiaccio, mento volitivo, occhiali sulla punta del naso. Con quel tono di voce orrido. Con le labbra strette a esprimere tutta la disapprovazione.
Un misto tra Dolores Umbridge e la sorella brutta di Miranda Presley del Diavolovesteprada.
Il figlio è un ragazzino quintaginnasiale timidissimo, che parla sottovoce e si mangia tutte le parole. E’ un ragazzino che lo abbraccerei, dalla tenerezza che fa. Chiede il permesso di fare qualunque cosa. Di accendere la luce, persino di mettere le virgole.
E ci mettiamo tre quarti d’ora a mettere insieme tre righe scarse di versione. Stenta a capire la grammatica in italiano, non gli è chiara la differenza tra il che congiunzione e il che relativo, la funzione delle preposizioni. Oggi, che facevamo greco, già è andata molto meglio. Allora ho pensato che magari è paura, in parte. Paura che ha di dare la risposta sbagliata, per cui alla fine si impappina e confonde tutto in un unico minestrone. Allora mi sono chiesta se è per sua madre. Allora mi sono detta che non è che questo ragazzino è inerte. Reagisce, porcamiseria. In tre lezioni ha già fatto dei progressi, piano, a passettini. Anche se c’è tanto di quel lavoro da fare, che io ci penso e un po’ mi viene da tremare. Ma magari basterebbe scrollargli di dosso l’idea di essere una nullità, ecco, ho come questa sensazione.
E’ che dai genitori si capiscono un sacco di cose su come sono i loro figli. E’ stata la mamma del Malato Immaginario a fare di suo figlio un Malato Immaginario. Ai miei ragazzini, l’ansia dei loro genitori gli si rapprende tutta addosso. Alcuni se la scrollano e altri ci si seppelliscono, ci si scavano un angolino per rannicchiarcisi dentro. Sono figli della Genova-bene levantina, hanno mamme e papà medici, dentisti, a volte insegnanti. E io ci rifletto sempre un po’, ogni volta che mi arriva una loro telefonata. Perché poi i miei ragazzini non sono mai dei casi disperati, tutt’altro. A volte prendono voti decisamente sopra la media, sette, otto, di scritto come di orale. A volte io mi chiedo cosa ci sto a fare lì. E mi viene da pensare le paranoie dei genitori, ma non solo. Questi sono ragazzini che, semplicemente, da soli magari non si metterebbero lì a farsi i loro compiti come si deve, farebbero dell’altro, si distrarrebbero. Così, io genitore non è che aspetto che si prendano la facciata, che capiscano da soli di dovercisi mettere, che sviluppino il senso della loro responsabilità. No, lo prevengo. Accetto di spendere dieci euro l’ora perché mio figlio per un’ora se ne stia seduto alla scrivania a fare quei benedetti compiti. Gli compro la non-fatica di non doversi organizzare da soli, farsi i loro conti e trarne le debite conclusioni. Allora più che una paranoia, mi sa casomai di una forma di disinteresse. Una soluzione di comodo da ricchi, da chi può permettersi di pagare a suo figlio il palliativo alla sua pigrizia, così, senza doverci pensare su. E trasmettergli nel frattempo l’idea che in effetti no, non è che ce la può fare da solo, ha proprio bisogno che qualcuno gli stia dietro.
Una madre, una volta, al telefono mi dice Ah, mia figlia mica è una capra, eh. Ha sette di latino e otto di greco. Avrebbe solo bisogno di un’amica con cui studiare.
Al che io dico. Ma gliela devi comprare, a tua figlia, l’amica con cui studiare?
Che poi io da questa ragazzina ci sono stata. E’ sveglia, allegra, un po’ noiosamente superficiale. Ma tutto meno che una ragazzina sola. Tutto meno che un’asociale. Tutto meno che una che da sola non ce la fa.
Allora perché, che bisogno c’è che un genitore amplifichi le difficoltà del proprio figlio? Forse per poi mettersi a posto la coscienza prestandosi a spianargliele dopo avergliele ingigantite?
Oppure, perché questi genitori che non sono persone ignoranti né prive di mezzi, perché non si sono mai preoccupati che i loro figli imparassero prima di tutto a leggere, a scrivere senza fare gli errori di ortografia, a non faticare come dannati ogni volta che prendono la penna in mano? A insegnargli il significato delle parole che non conoscono?
Ho avuto ragazzini che non hanno il senso della pagina. Faticano a stare dritti dentro le righe, saltano le lettere, lasciano le parole a metà.
Devono pensarci su persino quando cancellano, stentano a riprendere il filo dopo aver sbagliato. Ora, ammettiamo anche che a scuola non gliel’abbiano insegnato. O magari che non sia bastato loro il tempo di apprendimento della scuola. Ci sta, succede. Tanti bambini avrebbero bisogno di essere seguiti in modo molto più approfondito e personale di quanto non sia materialmente possibile fare in classe. Certo, ora il maestro unico metterà a posto tutto.
Ma comunque sia io penso che là dove non arriva la scuola, ci arriva l’aria che prima il bambino e poi il ragazzino respira all’interno della sua famiglia. Allora io guardo sempre, quando entro in una nuova casa, se è una casa con dei libri. Se c’è il salotto deserto e il televisore al plasma che occupa mezza parete. Se emana un’atmosfera ospitale o no, se la sensazione è quella di esserne respinti. Se, quando studiamo in camera, la persona che ci dorme dentro ha riflesso la sua personalità sull’ambiente intorno. Certe camere sanno di impersonale, di neutro controllato. Quasi dei piccoli studi. Tutta una serie di cose che possono costituire una spiegazione, almeno parziale.
Per dire che non è che basta pagare e tutto si aggiusta da solo. Che forse, questi genitori imparanoiati è anche che un po’ sentono che qualche responsabilità ce l’hanno. Che in fondo questo ragazzino con la sua mamma strega mi dispiacerebbe un sacco abbandonarlo. Che in fondo non è un lavoro di merda tout-court.
E’ un lavoro che regala stralci meravigliosi di commedia umana, a volte.

Uff.
Sto collezionando una serie di giornate di muffa astronomica.
Di occhi che bruciano e piedi che scottano e testa che ciondola.
Di autobus acchiappati per un soffio e cinquedieci minuti di ritardo cronico dovunque vada e fretta e noia e stanchezza e distrazione che mi dimentico pure di farmi la doccia, ogni tanto.
A volte sono talmente stanca che mi vengono le lacrime agli occhi.
Mi viene da piangere quando i miei alunni di ripetizioni le sparano troppo grosse. Ieri una mi ha scambiato il condizionale col gerundio, in italiano.
E un minuto prima della fine della lezione se ne è uscita che aveva un’altra versione da fare. Mi sarei sparata.
Era un passo – semplificato – del vangelo secondo Matteo. Sgrammaticato come pochi, peraltro.
Io non so se abbia un minimo di senso continuare ad andare avanti così.
A fare cose che non mi danno soddisfazione. A sacrificarmi il presente in vista del futuro.
C’è qualcosa che non torna, in questa logica.
Anche un anno fa accumulavo aspettative e intenzioni e progetti in vista di futuro in cui tutto sarebbe stato diverso.
Anche due anni fa.
Anche sempre.
Ma il mio futuro di allora è diventato il mio presente di adesso.
E’ un circolo vizioso, ecco.
Voglio riappropriarmi del mio presente.
Voglio capire cosa voglio fare.
Cosa mi fa sentire viva.
Voglio ridere. Capire, sentire. Amare.

Sono stata assunta dalla Famiglia del Mulino Bianco.
La Famiglia dei Mulino Bianco sono mamma, papà, figlia grande, figlia di mezzo e figlio piccolo.
Mi accolgono tutti sorridenti, la mamma, la figliadimezzo e il papà.
La figliagrande fa i compiti sul tavolo di cucina.
Il figliopiccolo gioca per terra.
La figliadimezzo ha sette di latino e otto di greco, ma vuole ripetizioni lo stesso.
La figliadimezzo suona il violino e il figliopiccolo suona il pianoforte.
Il gatto (rosso) dorme acciambellato sul divano.
Anche i divani sono rossi, e c’è la luce accesa che rende tutto anche un po’ giallo.
Sembra Natale, in casa della Famiglia del Mulino Bianco.
Sembrano tutti coordinati nel sorridere, nell’occupare gli stessi spazi senza scontrarsi, nel creare senza apparente fatica un’amosfera levigata e senza fratture.
E la figliadimezzo sembra tutta contenta all’idea di prendere ripetizioni.
Di domenica.
E mi fa fare due ore invece che una, e quando le dico che possiamo fermarci mi chiede, è già così tardi?
Si diverte come se fosse un gioco.
E ci tiene a precisare che lei le cose “le ha capite”.
Però, dice, “non si ricorda”.
E pone le domande con curiosità studiata e appena un po’ maliziosa.
Ha un atteggiamento a metà tra lo svampito e lo smaliziato, si sente padrona della situazione, mentre io mi muovo coi piedi di piombo, intenta come sono a farmi un quadro della sua situazione e al tempo stesso a radiografare i dettagli non strettamente professionali (che poi è la cosa più divertente).
E naturalmente, come tutte le Famiglie del Mulino Bianco, anche questa è una famiglia casaechiesa.
Me ne accorgo quando dalla cameretta della figliadimezzo torniamo nel salotto natalizio.
Colgo di sfuggita un crocifisso e un libriccino dall’aspetto paurosamente clericale.

La mamma del Mulino Bianco ha un sorriso dolce, come da copione.
Ed è gentile, si preoccupa perché fuori fa freddo e piove.
Se sapevo che eri a piedi venivo giù a prenderti in macchina, dice.

Sono spiazzata.
Le Famiglie del Mulino Bianco riescono sempre a disorientarmi e a farmi sentire a disagio.
Anche quando si sforzano del contrario. Non posso farci nulla, è così.
Sono così difficili da sintonizzare con la mia tendenza a stare continuamente sul chi vive.
E poi quello stare tutti insieme senza invadersi a vicenda.
Mi sa di innaturale, o quantomeno di totalmente estraneo.
Non so.
Ho la sensazione che al freddo e sotto la pioggia mi sentirò molto più libera.

maria
Non è un post su di lei.

E’ che oggi sono in vena di fare i capricci.
Di lagnarmi, di sbuffare, di rispondere male e di fare la lista dei desideri.
Voglio prendermi un mese sabbatico, tanto per cominciare, per rientrare giusto in tempo per le elezioni e affrontare con animo più disteso i terribili giorni che saranno e la trasferta in terra leghista.
Voglio un cane da portare fuori, e tante mattinate libere per portare fuori il cane.
Voglio andare a vedere la neve che è caduta sui monti in queste notti di freddo siderale, e voglio qualcuno che mi ci porti tenendomi per mano.
Voglio andare a nuotare e a pattinare in corso Italia, e voglio imparare a cucinare come si deve.
E voglio un trattamento estetico come si deve, e un nuovo taglio di capelli, e un analista low cost, e una giacca nuova per la primavera.
E voglio parlare per il gusto di farlo, e avere tanto tempo per pensare.
I pensieri vengono male tra le mille cose di queste giornate superaffollate, sull’autobus, per la strada, sotto la doccia.
La stanchezza non riesce a spegnerli, li rende solo più affannati.
E i pensieri affannati sono brutti, vorrei buttarli tutti nel cestino come lo spam quando apro la posta.
Io ho voglia di pensieri lunghi, distesi, anche complicati o dolorosi, ma che si prendano il loro tempo, non i pensieri arruffati e troppo corti dell’autobus.
Vorrei che ci fosse l’ora in cui si pensa. Come c’è l’ora di italiano o l’ora del pranzo o l’ora della lezione pomeridiana.
E per le parole è lo stesso.
Mi capita di rado di parlare perché ne ho voglia.
Il più delle volte parlo interrogata, parlo di circostanza, parlo fino a seccarmi la gola per spiegare la terza declinazione o il participio greco, raramente mi sento coinvolta in quello che dico.
E allora succede che ogni tanto mi si sveglia il grillo parlante, quella vocina insidiosa che se ne sta nascosta da qualche parte tra lo stomaco e l’ipotalamo, e si diverte a stuzzicarmi.
Mi dice che lavoro troppo.
Che, a conti fatti, sto facendo più ore di lezione di un insegnante part time.
Solo che poi c’è anche la scuola, c’è da tenere il passo con le interrogazioni che spuntano qua e là come i funghi e io non ce la faccio.
E c’è il violino che va male perché non lo suono quasi più.
E ci sono tutte le cose a cui non so rinunciare, la politica e i meravigliosi progetti femministi e le passeggiate fuori programma e fare tutto all’ultimo minuto e i vari modi per perdere il poco tempo che ho e il blog, naturalmente.
E così l’estetista, il parrucchiere, la piscina e i pattini aspettano.
Aspetta la pila di libri sulla mia scrivania e aspettano tutti quelli che mi voglio comprare da Feltrinelli.
Aspettano i lirici greci, Pasolini e l’ultimissimo della Allende e Pennac e Caos calmo.
Poi quando arrivo a casa la sera, e conto le banconote da dieci euro, il grillo parlante esce di nuovo dal suo nascondiglio e mi si siede su una costola, e riprende a bisbigliarmi le sue cattiverie.
A ogni foglietto rossastro che mi passa tra le dita mi chiede se davvero ne valga la pena.
E io anche, mi chiedo se ne valga la pena.
Mi faccio un po’ pena, a mettere via ogni giorno i miei pezzettini di carta, mi sento così venale.
Ma poi penso al motivo per cui lo faccio.
Ogni banconota messa da parte è un pezzettino di indipendenza conquistato.
E quando saranno tanti, i pezzettini…
forse non saranno abbastanza per potermene andare.
Ma intanto saprò che tutte quelle noiosissime ore passate a spiegare il participio avranno avuto un loro significato, non saranno state fini a se stesse.
E prima o poi ci andrò, dall’analista, e mi taglierò i capelli, e mi coprerò la giacca nuova.
E saranno tutte cose guadagnate.

Allora:
domani sono tassativamente obbligata a passare tutto il pomeriggio a scuola per le selezioni del certamen a cui, detto per inciso, avevo già deciso di non partecipare.
Devi-venirci-è-obbligatorio-non-me-ne-frega-niente-dei-tuoi-impegni-te-li-sposti.
Così parlò la prof.
Il problema è che io martedì pomeriggio dovrei lavorare.
Intanto mi scoccia per serietà professionale. Mai dato buca a un alunno, mai.
E poi ho un bisogno disperato di soldi.


Me le paga lei le ore che perdo?


(E’ già tanto se mi giustifica per dopodomani.)

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.