Category: la gente


strillettera minatoria

Ecco, il link lo trovate qui.
Forse ve l’avevo già raccontata, la sua storia.
E ora ditemi se non è un’indecenza.
E io in cambio vi prometto che quando rientro dalla montagna torno di filato a farmi rifare i colpi di sole, sissì.

un matto

Il matto è quello di cui avevo già scritto un po’ di tempo fa, è un uomo coi capelli da ragazzo come la canzone di Fossati, è un bambino che ride coi canini sporgenti e non sa parlare.
Il matto passa le ore alla stazione, a vedere i treni che passano.
E’ pietrificato sulla panchina di cemento, atavico nella sua giacca sdrucita di tessuto verde muschio, ostinato nel suo silenzio.
Viene da pensare che ci saranno ancora chissà quante migliaia di inverni e di treni che passeranno e che lui sarà sempre lì a guardarli, eterno e irrinunciabile come il tempo.
Poi un giorno l’ho incontrato sull’autobus e mi è capitato di sedermici di fronte.
E ho capito che i suoi occhi sorridono, che mille cose intorno catturano la sua attenzione.
Che guarda fuori dal finestrino con un’intensità che non appartiene a nessuno degli altri viaggiatori.
I suoi occhi non sono vuoti.
I suoi occhi hanno dentro tutte le parole che lui non può dire.
Il matto di Priaruggia è Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riuscire ad esprimerlo con le parole.
Che è esattamente ciò che stavo ascoltando in quel preciso momento.

apparizione

Mi sono alzata aggrovigliata dal sonno e incattivita dal mal di schiena.
Sono scivolata in cucina, a mangiare dei biscotti pessimi che mi sono rimasti tutti sullo stomaco.
Poi la doccia mi ha sputata fuori per nulla rinfrescata, solo infreddolita e umidiccia.
Mi sono vestita scegliendo con cura la maglietta più brutta e più beige. Lo odio tantissimo il beige.
E le mutande terrificanti della domenica, e il reggiseno rosa che non c’entra niente, e i soliti jeans tagliuzzati in fondo con le forbici.
La domenica mi diverto a dare il peggio di me.
Ho ammucchiato i capelli in uno chignon traballante e ancora mezzo bagnato.
Ho assistito allo spettacolo triste di me nello specchio.
Ingrasso.
I contorni del viso cedono.
E mi è spuntato un inizio di gravidanza che si allarga di lato lungo i fianchi. E’ un periodo di fuori pasto compulsivi, di stress combattuto a forza di nutella e biscotti.
Che poi neanche mi piacciono.
La nutella non è quella vera e i biscotti sono quelli cattivi del discount sotto casa.
Ma intanto io mangio, per noia e per tristezza, e i pantaloni a vita bassa evidenziano impietosi le rotondità in eccesso.
Quando esco gli uomini mi guardano.
Sguardi insistenti di predatori attempati, piantati addosso come chiodi, ieri sera, mentre pattinavo.
Mi sento strana in questo corpo più vecchio di me.
E intanto ho acceso il computer, quattro chiacchiere troncate con una scusa per poter cambiare in fretta e furia le lenzuola e uscire.
La domenica è pieno zeppo di pensionati, sigaretta e chiacchiere cadenzate davanti al bar, il giornale sottobraccio.
C’è gente. E oggi è la domenica delle palme e ci sono quelli che escono dalle chiese, mamme e bambini coi rami di ulivo e le palmine intrecciate, giallognole, un po’ tristi.
Penso che vorrei abbattere a martellate questa atmosfera finta di festa preconfezionata.
E non riesco a godermi la spiaggia. Non c’è la luce giusta, il sole filtra e abbaglia ma senza rischiarare, ho troppo caldo nel mio maglione invernale.
E sono tornata a casa, a mangiare senza voglia una pastasciutta troppo cotta e troppo salata e a litigare con mio padre per i miei denti da rimettere a posto.
Altre due ore in casa della Famiglia del Mulino Bianco.
A dir la verità il posto dove abitano ha ben poco di paesaggio idilliaco da pubblicità. Abitano nell’ultimissima via di Quarto Alto. E’ un quartiere dormitorio di orrendi palazzi prefabbricati e alloggi a basso costo, inerpicato tra le colline e il viadotto dell’autostrada.
E c’è un solo autobus che ci arriva. La domenica ne passa uno ogni ora e mezza.
Così vado su a piedi.
La salita è lunga, la salita è un serpente che si snoda lungo tornanti di cemento.
E per tagliare ci sono le scalette.
Rampe interminabili che si attorcigliano in anditi bui e pianerottoli che danno su portoni e giardini e vicoletti di gatti addormentati.
Maledico il mio poco fiato, la mia pesantezza. Non devo più ingrassare e non devo più fumare.
Mi areno ad ogni passo come una balena sulla spiaggia.
E però salgo su veloce, un gradino e poi un altro e poi un altro ancora, i polmoni che si consumano.
E’ un palazzo alla rovescia quello della famiglia del Mulino Bianco.
Il pianoterra è l’ultimo piano. Devo scendere giù di quattro.
Ma una volta entrata nel portone loro sono più Mulinobianco che mai.
Le cinque, fa’ che arrivino le cinque.
E le cinque sono arrivate.
E fuori è spuntato il sole.
E l’Amicastorica mi ha proposto un gelato a Quinto.
Io sono stanca.
I mille scalini me li sento ancora tutti nelle gambe.
Ho la bocca arida di zucchero di mela e parole e boccate di fumo.
Ma c’è il vento che mi accarezza la faccia e porta via le nuvole.
E sento già il dolce del gelato e il salino del lungomare, giù, in fondo alla gola.

Sono stata assunta dalla Famiglia del Mulino Bianco.
La Famiglia dei Mulino Bianco sono mamma, papà, figlia grande, figlia di mezzo e figlio piccolo.
Mi accolgono tutti sorridenti, la mamma, la figliadimezzo e il papà.
La figliagrande fa i compiti sul tavolo di cucina.
Il figliopiccolo gioca per terra.
La figliadimezzo ha sette di latino e otto di greco, ma vuole ripetizioni lo stesso.
La figliadimezzo suona il violino e il figliopiccolo suona il pianoforte.
Il gatto (rosso) dorme acciambellato sul divano.
Anche i divani sono rossi, e c’è la luce accesa che rende tutto anche un po’ giallo.
Sembra Natale, in casa della Famiglia del Mulino Bianco.
Sembrano tutti coordinati nel sorridere, nell’occupare gli stessi spazi senza scontrarsi, nel creare senza apparente fatica un’amosfera levigata e senza fratture.
E la figliadimezzo sembra tutta contenta all’idea di prendere ripetizioni.
Di domenica.
E mi fa fare due ore invece che una, e quando le dico che possiamo fermarci mi chiede, è già così tardi?
Si diverte come se fosse un gioco.
E ci tiene a precisare che lei le cose “le ha capite”.
Però, dice, “non si ricorda”.
E pone le domande con curiosità studiata e appena un po’ maliziosa.
Ha un atteggiamento a metà tra lo svampito e lo smaliziato, si sente padrona della situazione, mentre io mi muovo coi piedi di piombo, intenta come sono a farmi un quadro della sua situazione e al tempo stesso a radiografare i dettagli non strettamente professionali (che poi è la cosa più divertente).
E naturalmente, come tutte le Famiglie del Mulino Bianco, anche questa è una famiglia casaechiesa.
Me ne accorgo quando dalla cameretta della figliadimezzo torniamo nel salotto natalizio.
Colgo di sfuggita un crocifisso e un libriccino dall’aspetto paurosamente clericale.

La mamma del Mulino Bianco ha un sorriso dolce, come da copione.
Ed è gentile, si preoccupa perché fuori fa freddo e piove.
Se sapevo che eri a piedi venivo giù a prenderti in macchina, dice.

Sono spiazzata.
Le Famiglie del Mulino Bianco riescono sempre a disorientarmi e a farmi sentire a disagio.
Anche quando si sforzano del contrario. Non posso farci nulla, è così.
Sono così difficili da sintonizzare con la mia tendenza a stare continuamente sul chi vive.
E poi quello stare tutti insieme senza invadersi a vicenda.
Mi sa di innaturale, o quantomeno di totalmente estraneo.
Non so.
Ho la sensazione che al freddo e sotto la pioggia mi sentirò molto più libera.

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