Category: muffa


Amber,
trovati qualcosa da scrivere, porca miseria. Hai tutto il tempo del mondo, adesso, alibi non ce ne sono. Eccavolo. Trovati qualcosa da scrivere che non sia: a) che sei depressa, perché tra l’altro una volta tanto non lo sei; b) meta-cose del tipo che non sai cosa scrivere, menate così; c) robe noiose e ripetitive, che dei tuoi cazzi non gliene frega niente a nessuno, e ti annoi pure tu a parlarne, come quando si fanno i temi a scuola che si scrive qualunque cosa pur di riempire il foglio, ecco, così no, piuttosto taci, che fai più bella figura.
Inventati qualcosa, cazzo ne so. Cerca di ricordarti di avere una vita, ogni tanto, e comportati di conseguenza. Piantala di far uscire il tuo lato peggiore, che non se ne può più. Creati delle occasioni. Sfrutta quelle che hai. Trovati un uomo e smettila di aver paura di appassire da un momento all’altro, ci hai tutta la vita per quello. Un rame a imbrunire su un muro. No, cazzarola, non sei questo, non ancora perlomeno. Già che ci siamo, potresti anche smetterla di mangiare tutte ma proprio tutte le cose che il medico ti ha detto di no. La tua pancia te ne sarebbe grata, che adesso è lì che urla. Leggi ‘sti cazzo di libri e preparati la tesina e fottitene del voto della maturità. Fuma di meno, ma se fumando meno mangi di più, fuma uguale. Struccati prima di andare a dormire. Non perdere le tue cose, che quest’anno hai battuto tutti i record. Prendi le medicine. Ah, no, hai perso pure quelle. Scrollati di dosso tutte le tue fottute paranoie, incazzati se devi, non tacere per rassegnazione.
E vai a mettere a posto in cucina, che ci sono ancora le cose della colazione.

Firmato: l’ortica nel tuo giardino

Oggi, puntuale come il weekend, sono malata.
Tossicchio e sputacchio e rantolo e sgocciolo e tremo. Più un saltino in avanti del dente del giudizio di qua, una spintarella della gengiva di là, di tanto in tanto una capriola della cistifellea, il tutto nel mentre che i globuli bianchi combattono sul fronte occidentale.
In tutto questo cerco di consolarmi con le piccole gioie di quando si sta male, il mio letto con il piumone e l’ippopotamo di peluche da stritolare e tossirci dentro, un pomeriggio lento da far passare a ondate lunghe di pensieri stanchi e dormicchiati, un libro da incominciare, un altro da finire, le mie cose da scrivere, una tazza di the. Quando sto male mi riapproprio del rapporto con la mia casa, che all’improvviso è una tana calda da nascondercisi in fondo e non volerne proprio uscire. Neanche per una sigaretta o due passi in riva al mare, neanche per un minuto, neanche senza il bisogno di inventarsi una scusa per correre fuori e tornare la sera. Oppure la gioia di sentirsi troppo sfatti persino per essere di cattivo umore, avere i pensieri al rallentatore. E non riuscire a scovare il significato profondo di aver sognato di sciare su una pista da sci ma senza neve, vestita da sci ma con un caldo porco, con gli sci ma sci smontabili e progettati per andare anche nel deserto, e con uno sciatore alto bello e biondo che al posto di scaldarmi mi rinfrescava le mani soffiandoci sopra…

la mia, e del mio autismo

“Non ero capace di entrare in sintonia con le persone della mia età. Forse dovrei dire che non sapevo entrare in sintonia con le persone, punto. (…) Ogni tanto mi chiedevo se i miei occhi e quelli del resto del mondo vedessero le stesse cose. Forse il mio cervello era difettoso.”

Ultimo giorno di vacanze.
Io, mai avuta meno voglia di ricominciare in vita mia. Ho già spostato e riarrangiato una ventina di volte i miei impegni di domani, constatato la mole di studio arretrata, decretato l’impossibilità di riuscire ad alzarmi al suono della sveglia, messo da parte le scorte di ciccia natalizia da smaltire nel freddo polare.
Adesso nevica. Domani mattina l’esame della patente, al gelo siderale delle otto. E io non ci voglio credere, che rischia di saltare per la seconda volta.
Dopo l’esame la scuola.
Dopo la scuola le ripetizioni.
Dopo le ripetizioni i compiti arretrati, basati sulla certezza assoluta che ah, tanto mercoledì mattina c’è l’esame della patente.
E non ho mai avuto meno voglia di ricominciare, sul serio. Perché il sei di gennaio è un ottimo momento per farsi venire in mente che la prioritaria tra le priorità dell’anno appena iniziato è arrivare vivi alla maturità, e che non ci sta il posto per nient’altro. Che non è vero, perché in realtà ho in mente un sacco di cose carine e, una volta tanto, persino realmente fattibili.
Allora, innanzitutto c’è il coro. Che l’ho già trovato, il coro, aspetto solo la prossima prova.
Poi c’è la nostra autodifesa antifascista, quando si farà.
Poi c’è da cucinare un sacco di torte comunitarie, che ormai sono diventate la mia specialità e io mi diverto un sacchissimo a prepararle e a inventare gli ingredienti.
Poi ci potrebbe essere estrarre la bici da sotto i cumuli di cianfrusaglie della cantina, perché no.
Poi da pensare alla camera nuova, che le mie cose appese all’armadio si stanno ribellando in massa e staccandosi tutte una ad una, e rifarmela bellissima dopo il trasloco.
Poi mettere da parte un po’ di soldi, che una volta tanto so già come spendere.
Poi un sacco di giri in un sacco di posti carini.
E le cose da mettere a posto, che sono e restano tante. I conti da chiudere, le questioni rimaste in sospeso, decidere una volta per tutte cosa vale la pena di trascinarmi ancora e cosa no.
Ma domani mattina resta pur sempre uno schifoso mercoledì in cui non avrò il tempo di pensare a nessunissima di queste cose. E la sveglia e il gelo e la neve.
Della parte noiosa della mia vita, che ricomincia domani mattina, io non ne ho mai avuto meno voglia di quest’anno, ma proprio mai.

Ci ho pensato un po’, prima di decretare che in fondo non è proprio solo un lavoro di merda tout-court.
Di questo ero assolutamente convinta dopo aver conosciuto la mamma del mio ragazzino nuovo. Già al telefono non prometteva niente bene. Voce metallica, vagamente arrochita, tono scostante. Amica della mamma del Malato Immaginario, soprattutto. Poi me la sono trovata davanti ad aspettarmi sul portone, il giorno che dovevo andare in casa sua per la prima volta e avevo mezz’ora abbondante di ritardo per essermi persa a trovare il portone.
C’è che io mi diverto, quando sento le persone al telefono, a immaginarmele come sono fisicamente. Inutile dire che non ci prendo mai. Così su questa qui mi ero fatta un film pauroso. Mi ero immaginata una maschera da teatro comico. Castana, un sacco di rughe, un brufolo enorme sul naso come la ciliegina sulla torta.
Invece poi mi sono trovata davanti un rettangolo biondo cenere, occhietti di ghiaccio, mento volitivo, occhiali sulla punta del naso. Con quel tono di voce orrido. Con le labbra strette a esprimere tutta la disapprovazione.
Un misto tra Dolores Umbridge e la sorella brutta di Miranda Presley del Diavolovesteprada.
Il figlio è un ragazzino quintaginnasiale timidissimo, che parla sottovoce e si mangia tutte le parole. E’ un ragazzino che lo abbraccerei, dalla tenerezza che fa. Chiede il permesso di fare qualunque cosa. Di accendere la luce, persino di mettere le virgole.
E ci mettiamo tre quarti d’ora a mettere insieme tre righe scarse di versione. Stenta a capire la grammatica in italiano, non gli è chiara la differenza tra il che congiunzione e il che relativo, la funzione delle preposizioni. Oggi, che facevamo greco, già è andata molto meglio. Allora ho pensato che magari è paura, in parte. Paura che ha di dare la risposta sbagliata, per cui alla fine si impappina e confonde tutto in un unico minestrone. Allora mi sono chiesta se è per sua madre. Allora mi sono detta che non è che questo ragazzino è inerte. Reagisce, porcamiseria. In tre lezioni ha già fatto dei progressi, piano, a passettini. Anche se c’è tanto di quel lavoro da fare, che io ci penso e un po’ mi viene da tremare. Ma magari basterebbe scrollargli di dosso l’idea di essere una nullità, ecco, ho come questa sensazione.
E’ che dai genitori si capiscono un sacco di cose su come sono i loro figli. E’ stata la mamma del Malato Immaginario a fare di suo figlio un Malato Immaginario. Ai miei ragazzini, l’ansia dei loro genitori gli si rapprende tutta addosso. Alcuni se la scrollano e altri ci si seppelliscono, ci si scavano un angolino per rannicchiarcisi dentro. Sono figli della Genova-bene levantina, hanno mamme e papà medici, dentisti, a volte insegnanti. E io ci rifletto sempre un po’, ogni volta che mi arriva una loro telefonata. Perché poi i miei ragazzini non sono mai dei casi disperati, tutt’altro. A volte prendono voti decisamente sopra la media, sette, otto, di scritto come di orale. A volte io mi chiedo cosa ci sto a fare lì. E mi viene da pensare le paranoie dei genitori, ma non solo. Questi sono ragazzini che, semplicemente, da soli magari non si metterebbero lì a farsi i loro compiti come si deve, farebbero dell’altro, si distrarrebbero. Così, io genitore non è che aspetto che si prendano la facciata, che capiscano da soli di dovercisi mettere, che sviluppino il senso della loro responsabilità. No, lo prevengo. Accetto di spendere dieci euro l’ora perché mio figlio per un’ora se ne stia seduto alla scrivania a fare quei benedetti compiti. Gli compro la non-fatica di non doversi organizzare da soli, farsi i loro conti e trarne le debite conclusioni. Allora più che una paranoia, mi sa casomai di una forma di disinteresse. Una soluzione di comodo da ricchi, da chi può permettersi di pagare a suo figlio il palliativo alla sua pigrizia, così, senza doverci pensare su. E trasmettergli nel frattempo l’idea che in effetti no, non è che ce la può fare da solo, ha proprio bisogno che qualcuno gli stia dietro.
Una madre, una volta, al telefono mi dice Ah, mia figlia mica è una capra, eh. Ha sette di latino e otto di greco. Avrebbe solo bisogno di un’amica con cui studiare.
Al che io dico. Ma gliela devi comprare, a tua figlia, l’amica con cui studiare?
Che poi io da questa ragazzina ci sono stata. E’ sveglia, allegra, un po’ noiosamente superficiale. Ma tutto meno che una ragazzina sola. Tutto meno che un’asociale. Tutto meno che una che da sola non ce la fa.
Allora perché, che bisogno c’è che un genitore amplifichi le difficoltà del proprio figlio? Forse per poi mettersi a posto la coscienza prestandosi a spianargliele dopo avergliele ingigantite?
Oppure, perché questi genitori che non sono persone ignoranti né prive di mezzi, perché non si sono mai preoccupati che i loro figli imparassero prima di tutto a leggere, a scrivere senza fare gli errori di ortografia, a non faticare come dannati ogni volta che prendono la penna in mano? A insegnargli il significato delle parole che non conoscono?
Ho avuto ragazzini che non hanno il senso della pagina. Faticano a stare dritti dentro le righe, saltano le lettere, lasciano le parole a metà.
Devono pensarci su persino quando cancellano, stentano a riprendere il filo dopo aver sbagliato. Ora, ammettiamo anche che a scuola non gliel’abbiano insegnato. O magari che non sia bastato loro il tempo di apprendimento della scuola. Ci sta, succede. Tanti bambini avrebbero bisogno di essere seguiti in modo molto più approfondito e personale di quanto non sia materialmente possibile fare in classe. Certo, ora il maestro unico metterà a posto tutto.
Ma comunque sia io penso che là dove non arriva la scuola, ci arriva l’aria che prima il bambino e poi il ragazzino respira all’interno della sua famiglia. Allora io guardo sempre, quando entro in una nuova casa, se è una casa con dei libri. Se c’è il salotto deserto e il televisore al plasma che occupa mezza parete. Se emana un’atmosfera ospitale o no, se la sensazione è quella di esserne respinti. Se, quando studiamo in camera, la persona che ci dorme dentro ha riflesso la sua personalità sull’ambiente intorno. Certe camere sanno di impersonale, di neutro controllato. Quasi dei piccoli studi. Tutta una serie di cose che possono costituire una spiegazione, almeno parziale.
Per dire che non è che basta pagare e tutto si aggiusta da solo. Che forse, questi genitori imparanoiati è anche che un po’ sentono che qualche responsabilità ce l’hanno. Che in fondo questo ragazzino con la sua mamma strega mi dispiacerebbe un sacco abbandonarlo. Che in fondo non è un lavoro di merda tout-court.
E’ un lavoro che regala stralci meravigliosi di commedia umana, a volte.

lammmmmmmuffa

sbadiglio

Che poi, quando finiscono le vacanze nullafacenti al mare e non ci sono più manifestazioni in giro per la città e sono finiti i soldi per lo shopping e hai già letto un libro e guardato un’ora e mezza di Marco Paolini su Youtube e hai dormicchiato metà pomeriggio, alla fine succede che uno si annoia un sacco, ecco.

pulizie

Ecco.

Frustrata come una casalinga dell’hinterland milanese, sfogo così il malumore vacanziero.

Sigh.

bollettino

Ho il raffreddore. Tantissimo raffreddore.
E anche tantissimissima tosse che mi brucia dentro.
E il mio naso è intasato come un camino londinese di metà Ottocento il giorno dello sciopero degli spazzacamini.
E mi bruciano gli occhi.
E mi fa male tutto.
E ho sonno e tantissime cose da fare.
Sono state giornate furibonde, senza atti d’amore…
Mi mancano le parole, per il momento.
Ma torneranno. Presto.

oggi mordo

Oggi è la giornata del no.
No a priori, per partito preso, a tutto e a tutti e a me, soprattutto.
E’ la giornata antisociale. Non ho voglia di far niente, sulle scatole mi sta tutta la gente.
Uscire. No. Stare in casa. No.
Ridere. No. Piangere. No.
Domenica. No. Lunedì e un’altra settimana che ricomincia. Assolutamente no.
La mia faccia nello specchio è una faccia da no, che non ha per niente voglia di essere la mia faccia.
Facciamo che oggi sono in sciopero. Per me. Contro di me.
Parlare. No. Tacere. No.
Qualche giorno fa un simpatico navigante è approdato qui con “la donna più brutta del mondo”.
Innanzitutto grazie tante, carino.
Ma io oggi sono veramente la donna più brutta del mondo. Dentro, fuori e anche a metà.
Non ci voglio stare con me, neanche per sogno.
C’è qualcosa che desidero. No. Non voglio niente. No.
Dolce. No. Salato. No. Casomai acido.
Bianco. No. Nero. No.
Qualunque cosa. No.
Ce n’ho le palle piene di me, porcamiseria.
Mi tappo le orecchie. Non ho più voglia di starmi a sentire.
Mi mando simpaticamente a fare in culo.
Sì.

mafalda arrabbiata

Uff.
Sto collezionando una serie di giornate di muffa astronomica.
Di occhi che bruciano e piedi che scottano e testa che ciondola.
Di autobus acchiappati per un soffio e cinquedieci minuti di ritardo cronico dovunque vada e fretta e noia e stanchezza e distrazione che mi dimentico pure di farmi la doccia, ogni tanto.
A volte sono talmente stanca che mi vengono le lacrime agli occhi.
Mi viene da piangere quando i miei alunni di ripetizioni le sparano troppo grosse. Ieri una mi ha scambiato il condizionale col gerundio, in italiano.
E un minuto prima della fine della lezione se ne è uscita che aveva un’altra versione da fare. Mi sarei sparata.
Era un passo – semplificato – del vangelo secondo Matteo. Sgrammaticato come pochi, peraltro.
Io non so se abbia un minimo di senso continuare ad andare avanti così.
A fare cose che non mi danno soddisfazione. A sacrificarmi il presente in vista del futuro.
C’è qualcosa che non torna, in questa logica.
Anche un anno fa accumulavo aspettative e intenzioni e progetti in vista di futuro in cui tutto sarebbe stato diverso.
Anche due anni fa.
Anche sempre.
Ma il mio futuro di allora è diventato il mio presente di adesso.
E’ un circolo vizioso, ecco.
Voglio riappropriarmi del mio presente.
Voglio capire cosa voglio fare.
Cosa mi fa sentire viva.
Voglio ridere. Capire, sentire. Amare.

apparizione

Mi sono alzata aggrovigliata dal sonno e incattivita dal mal di schiena.
Sono scivolata in cucina, a mangiare dei biscotti pessimi che mi sono rimasti tutti sullo stomaco.
Poi la doccia mi ha sputata fuori per nulla rinfrescata, solo infreddolita e umidiccia.
Mi sono vestita scegliendo con cura la maglietta più brutta e più beige. Lo odio tantissimo il beige.
E le mutande terrificanti della domenica, e il reggiseno rosa che non c’entra niente, e i soliti jeans tagliuzzati in fondo con le forbici.
La domenica mi diverto a dare il peggio di me.
Ho ammucchiato i capelli in uno chignon traballante e ancora mezzo bagnato.
Ho assistito allo spettacolo triste di me nello specchio.
Ingrasso.
I contorni del viso cedono.
E mi è spuntato un inizio di gravidanza che si allarga di lato lungo i fianchi. E’ un periodo di fuori pasto compulsivi, di stress combattuto a forza di nutella e biscotti.
Che poi neanche mi piacciono.
La nutella non è quella vera e i biscotti sono quelli cattivi del discount sotto casa.
Ma intanto io mangio, per noia e per tristezza, e i pantaloni a vita bassa evidenziano impietosi le rotondità in eccesso.
Quando esco gli uomini mi guardano.
Sguardi insistenti di predatori attempati, piantati addosso come chiodi, ieri sera, mentre pattinavo.
Mi sento strana in questo corpo più vecchio di me.
E intanto ho acceso il computer, quattro chiacchiere troncate con una scusa per poter cambiare in fretta e furia le lenzuola e uscire.
La domenica è pieno zeppo di pensionati, sigaretta e chiacchiere cadenzate davanti al bar, il giornale sottobraccio.
C’è gente. E oggi è la domenica delle palme e ci sono quelli che escono dalle chiese, mamme e bambini coi rami di ulivo e le palmine intrecciate, giallognole, un po’ tristi.
Penso che vorrei abbattere a martellate questa atmosfera finta di festa preconfezionata.
E non riesco a godermi la spiaggia. Non c’è la luce giusta, il sole filtra e abbaglia ma senza rischiarare, ho troppo caldo nel mio maglione invernale.
E sono tornata a casa, a mangiare senza voglia una pastasciutta troppo cotta e troppo salata e a litigare con mio padre per i miei denti da rimettere a posto.
Altre due ore in casa della Famiglia del Mulino Bianco.
A dir la verità il posto dove abitano ha ben poco di paesaggio idilliaco da pubblicità. Abitano nell’ultimissima via di Quarto Alto. E’ un quartiere dormitorio di orrendi palazzi prefabbricati e alloggi a basso costo, inerpicato tra le colline e il viadotto dell’autostrada.
E c’è un solo autobus che ci arriva. La domenica ne passa uno ogni ora e mezza.
Così vado su a piedi.
La salita è lunga, la salita è un serpente che si snoda lungo tornanti di cemento.
E per tagliare ci sono le scalette.
Rampe interminabili che si attorcigliano in anditi bui e pianerottoli che danno su portoni e giardini e vicoletti di gatti addormentati.
Maledico il mio poco fiato, la mia pesantezza. Non devo più ingrassare e non devo più fumare.
Mi areno ad ogni passo come una balena sulla spiaggia.
E però salgo su veloce, un gradino e poi un altro e poi un altro ancora, i polmoni che si consumano.
E’ un palazzo alla rovescia quello della famiglia del Mulino Bianco.
Il pianoterra è l’ultimo piano. Devo scendere giù di quattro.
Ma una volta entrata nel portone loro sono più Mulinobianco che mai.
Le cinque, fa’ che arrivino le cinque.
E le cinque sono arrivate.
E fuori è spuntato il sole.
E l’Amicastorica mi ha proposto un gelato a Quinto.
Io sono stanca.
I mille scalini me li sento ancora tutti nelle gambe.
Ho la bocca arida di zucchero di mela e parole e boccate di fumo.
Ma c’è il vento che mi accarezza la faccia e porta via le nuvole.
E sento già il dolce del gelato e il salino del lungomare, giù, in fondo alla gola.

strada bosco

Si svolge tutto dentro di me.
Non riesco a uscire.

Sono stata assunta dalla Famiglia del Mulino Bianco.
La Famiglia dei Mulino Bianco sono mamma, papà, figlia grande, figlia di mezzo e figlio piccolo.
Mi accolgono tutti sorridenti, la mamma, la figliadimezzo e il papà.
La figliagrande fa i compiti sul tavolo di cucina.
Il figliopiccolo gioca per terra.
La figliadimezzo ha sette di latino e otto di greco, ma vuole ripetizioni lo stesso.
La figliadimezzo suona il violino e il figliopiccolo suona il pianoforte.
Il gatto (rosso) dorme acciambellato sul divano.
Anche i divani sono rossi, e c’è la luce accesa che rende tutto anche un po’ giallo.
Sembra Natale, in casa della Famiglia del Mulino Bianco.
Sembrano tutti coordinati nel sorridere, nell’occupare gli stessi spazi senza scontrarsi, nel creare senza apparente fatica un’amosfera levigata e senza fratture.
E la figliadimezzo sembra tutta contenta all’idea di prendere ripetizioni.
Di domenica.
E mi fa fare due ore invece che una, e quando le dico che possiamo fermarci mi chiede, è già così tardi?
Si diverte come se fosse un gioco.
E ci tiene a precisare che lei le cose “le ha capite”.
Però, dice, “non si ricorda”.
E pone le domande con curiosità studiata e appena un po’ maliziosa.
Ha un atteggiamento a metà tra lo svampito e lo smaliziato, si sente padrona della situazione, mentre io mi muovo coi piedi di piombo, intenta come sono a farmi un quadro della sua situazione e al tempo stesso a radiografare i dettagli non strettamente professionali (che poi è la cosa più divertente).
E naturalmente, come tutte le Famiglie del Mulino Bianco, anche questa è una famiglia casaechiesa.
Me ne accorgo quando dalla cameretta della figliadimezzo torniamo nel salotto natalizio.
Colgo di sfuggita un crocifisso e un libriccino dall’aspetto paurosamente clericale.

La mamma del Mulino Bianco ha un sorriso dolce, come da copione.
Ed è gentile, si preoccupa perché fuori fa freddo e piove.
Se sapevo che eri a piedi venivo giù a prenderti in macchina, dice.

Sono spiazzata.
Le Famiglie del Mulino Bianco riescono sempre a disorientarmi e a farmi sentire a disagio.
Anche quando si sforzano del contrario. Non posso farci nulla, è così.
Sono così difficili da sintonizzare con la mia tendenza a stare continuamente sul chi vive.
E poi quello stare tutti insieme senza invadersi a vicenda.
Mi sa di innaturale, o quantomeno di totalmente estraneo.
Non so.
Ho la sensazione che al freddo e sotto la pioggia mi sentirò molto più libera.

Che sono millemila anni, che non mi faccio più viva.
Sono state giornate furibonde, parafrasando De André (così va meglio?), e anche un po’ desolanti, a onor del vero.
Sono stati i giorni della depressionissima e delle notti insonni a sentire Ligabue e fumare alla finestra.
I giorni che viene fuori che si torna a votare e che per un pugno di mesi non ci ho l’età, e mi toccherà star lì a mangiarmi le mani vedendo l’Armata Azzurra (E Anche Parecchio Nera) tornare al potere.
Giornate di apatia, di vado a scuola torno da scuola mangio riparto torno a casa ceno vado a dormire.
E in mezzo niente.
Senza calma di vento.
Ma con la bonaccia più totale e annichilente dentro.
Io che c’ho la bonaccia dentro me ne accorgo sentendo la musica. Le canzoni belle ogni volta sono un pugno nello stomaco, normalmente. Quando sento che mi lasciano indifferente, allora mi preoccupo.
Perché vuol dire che sono apatica.
E io preferisco mille volte star male che essere apatica.
Ma non posso neanche dire che le cose stiano andando poi così male, una volta superata la depressionissimissima.

Sarà che ultimamente è solo scuola. Scuola scuola scuola scuola.
Mattina, perché sono a scuola, pomeriggio, perché le ripetizioni o perché ogni tanto sono a scuola anche di pomeriggio, sera perché a volte studio.
E a me un po’ dà sui nervi, il fatto che ci sia solo la scuola e la scuola e la scuola.
Non è lo studio, perché io studiare, studio poco. Non ci crede nessuno, ma giuro che è così.
Poi però succede che mi chiamano, o mi tempestano di essemmeesse o mi cercano su emmesseenne.
E mi dicono, domani mi porti la versione?
E io penso: porcamiseria, è lunedì, la versione è per mercoledì. Perché cavolo di motivo ti sei messo in testa che io l’abbia già fatta?
E’ l’idea che c’è dietro, che mi fa rabbia. Come se io passassi le mie giornate alla scrivania a ingobbirmi leopardianamente sulle sudate carte, e non avessi nient’altro a cui pensare e per cui vivere.
Variante:
Mi fai il foglio con le regole della versione?
Ora, mettiamola così, anche a costo di sembrare presuntuosa.
A me non costa nulla scriverti le regole, è il mio lavoro. Non che ne sia entusiasta, di ‘sto lavoro, ma è un altro discorso.
E comunque fa parte della mia etica, perché per me stare in una classe vuol dire questo, che se tu sei in difficoltà e io posso aiutarti lo faccio e anzi devo farlo, e pazienza se sono stanca o non ne ho voglia o rischio di rimetterci qualcosa io.
E non ti chiedo nulla in cambio né mai mi sognerei di farlo.
E non faccio neanche figli e figliastri, aiuto tanto te che mi sei simpatico quanto un altro che mi sta sulle scatole. Perché è giusto così, almeno per come la vedo io.
Perché è capitato che sia quello che so fare, ecco.
(Impossibile resistere alla citazione gucciniana).
Però succede anche che a me fanno incazzare a morte quelli che se ne approfittano.
C’è certa gente che mi avrà rivolto la parola sì e no tre volte in tre anni.
Mai un “Ciao come va? o una qualsiasi conversazione amichevole su un qualsiasi argomento.
Mai un tentativo di approccio extrascolastico.
Quando però fa comodo allora sì che si ricordano che esisto.

Ora, io lo so che ho un carattere che fa schifo.
Che sono lunatica e depressa e sociopatica e stravagante e tutto quello che si vuole.
E quindi non pretendo di avere il mondo ai miei piedi.
Però se ti sto sulle scatole, il che è perfettamente legittimo, e non ti interessa minimamente avere a che fare con me, io non mi offendo, anche perché di solito la cosa è reciproca, ma allora mi fai il santo piacere di ignorarmi sempre.
Ed è inutile che mi si dica che dovrei incazzarmi e farmi le mie ragioni.
Perché non è un problema mio, io mi comporto come credo sia giusto fare e non ho intenzione di cambiare.
Tanto manca poco, per fortuna.
E comunque sono gli altri che dovrebbero rendersene conto da soli.
E se non ne sono capaci sono affaracci loro.

Piesse, M.M. si è appena fatta viva per chiedermi le traduzioni di Archiloco, guarda caso.
Che non ho, peraltro.

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