Category: ordinaria amministrazione


Oggi, finalmente, vado a tagliarmi i capelli.

Sono sufficienti ventiquattr’ore, dopo un mese e mezzo di rimbalzi su e giù dalle montagne, di vita con lo zaino sulle spalle e una valigia di mille chili tutta piena di libri e vocabolari ma anche di maglioni per il freddo e infradito per il caldo, di operazioni mancate per un pelo e di mal di pancia e di pressione ventimila leghe sotto i piedi, ma anche di un sacco di risate e di belle serate e di chiacchiere e di sbronze demenziali, di adattamento perpetuo a umori e abitudini dell’ospite di turno che immancabilmente trovavo ad accogliermi all’uscita di qualche stazione, ecco, dopo una vita così ci vuol niente a farsi terrorizzare, letteralmente, dalla calma piatta dei primi giorni di settembre.
Che poi si tratta pur sempre di una calma piatta molto relativa, vista la situazione di casa mia, con gli scatoloni ancora in giro, con pezzi di librerie ancora da montare e milioni, milioni di libri, ma tanti che mai avrei pensato di avere, ma tanti che non vedo l’ora di leggermeli tutti, gettati alla rinfusa e in disperata attesa di una sistemazione ordinata, e poi con sempre qualche pezzo mancante da aggiungere, e gli operai nel giardino, e tutto quanto da ricollocare, da ripensare in un altro posto, in un altro modo.
E’ che fatico a riprendere a pensarmi in un posto che è a tutti gli effetti il mio, tanto mi ero abituata alla successione rapida delle sistemazioni provvisorie, a vivere con i vestiti in valigia, a sistemarmi come capita, tanto poi riparto con tutti i miei trucchi e con le mie scarpe e i miei dizionari, un’altra stazione, un altro treno, un’altra striscia di paesaggio che si srotola fuori dal finestrino. Fatico a pensare che devo trovare un posto a tutte le mie cose, invece che limitarmi ad appoggiarle, che c’è questa casa nuova e bellissima in cui sono indecisa tra il lasciarmi sedimentare, pian piano, e il rimanere con mezzo piede fuori dalla porta, e sperare in un nuovo trasloco, una nuova città, una vita nuova che si spalanca tutta davanti.
E poi c’è che torno a scrivere qui, che negli ultimi mesi mi si era esaurita la voglia e insieme l’ispirazione, la capacità di assimilare il mondo intorno. Come se mi fossi rinsecchita, come un rubinetto incrostato che fa scendere l’acqua a singhiozzi. Ho pensato che il rapporto con il mio blog, ultimamente, si è ridotto a qualcosa di simile a una di quelle storie d’amore che vanno avanti per inerzia e si trascinano lungo gli anni a botte di noia reciproca e monosillabi. Allora può essere che lo cambi o che lo sposti tutto da un’altra parte, con un indirizzo nuovo e un titolo nuovo, proprio come si parte per una vacanza nel tentativo di rilanciare una storia che annaspa. Ma non lo so ancora. E poi ho anche aperto un Blog Fantasma per tutto quello che non mi sentirò di riversare qui, in modo da valorizzare un pochino di più questo di qua, se ci riesco. E poi ho ripreso a darmi lo smalto alle unghie e a curarmi il corpo, e sono dimagrita, e ho scoperto come sono i miei occhi senza otto chili di matita, e sto bene e sono in fibrillazione ma contenta, e mi sto un po’ riprendendo me stessa, e mi sto recuperando dove mi ero scappata, anche. E va bene così, per adesso.

Per dirvi che sì, sono tornata. Un po’ anche perché mi fa un po’ tristezza vedere l’archivio di marzo con pochissimi post, quest’anno.
E che vi racconterò della vacanza meravigliosa a Dublino, prima o poi. Prima che passi in cavalleria. E che metterò anche le foto. Ma che oggi, oggi non ce la faccio proprio.
Tornata dall’Irlanda ho trovato ad aspettarmi una mole fotonica di cose da fare. E ho cambiato un fuso orario e un’ora legale in due giorni, e ho passato le notti in giro fino alle cinque del mattino e oltre, e ho un sacco di sonno arretrato e di studio arretrato e di persone arretrate e di menate arretrate da sistemare, per adesso.
Ma appena posso, ve lo prometto.
Tanto per cambiare, oggi sono un po’ di fretta…

confuse cose


In questi due giorni l’Ortica ha avuto un bel contorcersi nel giardino, e un bel daffare a pungermi e stuzzicarmi e farmi venire le bolle pur di farsi sentire, e riportarmi all’ordine.
Intanto perché ho mangiato a schifo, prigioniera dei compleanni di famiglia e delle crostate autoprodotte con la marmellata degli arancini della casa nuova.
Poi perché mi sono di nuovo dimenticata di struccarmi ieri sera. Mi sono svegliata stamattina con l’eyeliner migrato ai quattro angoli della mia faccia, le ciglia tutte aggrumate di nero e viola, le occhiaie da Nosferatu.
Poi perché mi sono dimenticata la macchina fotografica, di andare in banca e non ho ancora trovato il coraggio di confessare che ho perso l’ipod.
Poi perché l’Ortica mi pungola a prescindere. L’erba cattiva non muore mai, e lei meno che meno.
L’Ortica, anche, mi dice che dovrei scrivere cose, e io diligente mi sforzo di obbedirle. Mi fa anche sospettare di essere spuntata all’improvviso, come i funghi dopo la pioggia quando c’è il sole. Come se mi fossi svegliata che avevo già addosso gli anni che ho adesso, o quelli che avevo un anno fa, in fondo mica è cambiato tanto. E fossi comparsa nella vita delle persone che mi conoscono così come sono, senza un prima, senza una storia, con tutti i collegamenti tagliati. Allora può darsi che un giorno ve la racconti, questa storia che è delirio allo stato puro, ve la racconterò nelle sue parti buffe, velata dalla finzione letteraria, scegliendo dove calcare la mano e dove glissare. Ma adesso no, che il tempo è poco. Mentre sto pensando a quanto mi fa fatica rispondere agli sms, governare la mia vita sociale che si srotola un po’ qua un po’ là, a chiazze e isole di impegni programmati e magma di cose da decidere.
Di politica non si può parlare. Non ci si riesce, semplicemente. E’ come se ci avessero asciugato pure le parole, succhiato con la cannuccia tutte le idee, la forza stessa di averne.
Brutto segno. I vecchi, loro hanno sempre le parole che servono, non una di più.
(Io intanto mi sono dimenticata msn acceso. Ero convinta di essere invisibile, e invece no. E così incomincia il delirio delle chiacchiere noiose, non ne ho voglia, no.)
Brutto segno, dice mia nonna. La dittatura c’è ma non si sa dove sta, non si vede da qua, non si vede da qua. Loro la sentono, la fiutano come la gente di campagna annusa l’aria e sa già che arriverà il temporale. Mentre mio nonno chiede dov’è che vanno a finire le scorie nucleari, e perché gli scienziati non rispondono, oppure sono i giornali che hanno smesso da un pezzo di darci delle risposte. Brutto segno.
Anche l’Ortica non può che pensare così. Brutto segno. E punge e sfrigola e brucia.

Troppe cose, come sempre.
E di questi tempi sono una donna che si dimentica di avere un blog, e latito. Lavoro sulle dieci ore a settimana, in aggiunta alle trenta e rotti di scuola. E mi passa di mente tutto e sono più svampita che mai.
E sono sopravvissuta ai primi tre giorni di patente, sì. Ma sono pericolosa come un camion carico di nitroglicerina su una strada di montagna.
E non sto ferma un attimo. Intanto i libri della biblioteca presi in prestito a luglio sono ancora sul mio tavolo, la digitale col vetro spaccato ancora nel negozio da prima di Natale, i maglioni e la biancheria ammucchiati da qualche parte in sempiterna attesa di una lavata.
E gli esami all’ospedale hanno scovato robe fastidiose e prospettato noiose trafile mediche e dietistiche, e con questo il mio orologio biologico si conferma avanti di una ventina d’anni rispetto alla mia faccia. Che pure, anche lei non è che sia una faccia da diciottenne.
E ho un bisogno cane di dormire. E troppe cose da fare e da leggere e da lavare e da starci dietro in qualche modo, a tutte quante.
E però, nonostante questo, tutto sommato sto bene. E, come già detto, prometto che tornerò, ma come e quando, non lo so mica.

Ultimo giorno di vacanze.
Io, mai avuta meno voglia di ricominciare in vita mia. Ho già spostato e riarrangiato una ventina di volte i miei impegni di domani, constatato la mole di studio arretrata, decretato l’impossibilità di riuscire ad alzarmi al suono della sveglia, messo da parte le scorte di ciccia natalizia da smaltire nel freddo polare.
Adesso nevica. Domani mattina l’esame della patente, al gelo siderale delle otto. E io non ci voglio credere, che rischia di saltare per la seconda volta.
Dopo l’esame la scuola.
Dopo la scuola le ripetizioni.
Dopo le ripetizioni i compiti arretrati, basati sulla certezza assoluta che ah, tanto mercoledì mattina c’è l’esame della patente.
E non ho mai avuto meno voglia di ricominciare, sul serio. Perché il sei di gennaio è un ottimo momento per farsi venire in mente che la prioritaria tra le priorità dell’anno appena iniziato è arrivare vivi alla maturità, e che non ci sta il posto per nient’altro. Che non è vero, perché in realtà ho in mente un sacco di cose carine e, una volta tanto, persino realmente fattibili.
Allora, innanzitutto c’è il coro. Che l’ho già trovato, il coro, aspetto solo la prossima prova.
Poi c’è la nostra autodifesa antifascista, quando si farà.
Poi c’è da cucinare un sacco di torte comunitarie, che ormai sono diventate la mia specialità e io mi diverto un sacchissimo a prepararle e a inventare gli ingredienti.
Poi ci potrebbe essere estrarre la bici da sotto i cumuli di cianfrusaglie della cantina, perché no.
Poi da pensare alla camera nuova, che le mie cose appese all’armadio si stanno ribellando in massa e staccandosi tutte una ad una, e rifarmela bellissima dopo il trasloco.
Poi mettere da parte un po’ di soldi, che una volta tanto so già come spendere.
Poi un sacco di giri in un sacco di posti carini.
E le cose da mettere a posto, che sono e restano tante. I conti da chiudere, le questioni rimaste in sospeso, decidere una volta per tutte cosa vale la pena di trascinarmi ancora e cosa no.
Ma domani mattina resta pur sempre uno schifoso mercoledì in cui non avrò il tempo di pensare a nessunissima di queste cose. E la sveglia e il gelo e la neve.
Della parte noiosa della mia vita, che ricomincia domani mattina, io non ne ho mai avuto meno voglia di quest’anno, ma proprio mai.


Alla motorizzazione si sono dimenticati di me.
Non comparivo sui verbali.
Non comparivo all’esaminatore con il cappello da cowboy.
La mia patente non esiste.
E io non ho dato l’esame.
E io non riporto a casa da capodanno il levante comunitario.
E io sono differita al sette gennaio, e sempre che mi vada di culo e ci sia posto, e senza neanche la soddisfazione di aver mandato in briciole uno specchietto, imboccato un incrocio contromano, ammaccato il paraurti contro il marciapiede.
Qualcuno mi prenda, mi leghi ben stretta, mi imbavagli e faccia di tutto per non farmi dire ciò che l’italiano medio solitamente dice quando succedono queste cose a livello di pubblica amministrazione.
No. Facciamo che è l’ultimo piccolo sbuffo di sfiga dell’anno.
Una sfiga piccina piccina. Una sfiga a forma di smarties. Una m&m’s di sfiga che si deposita elegantemente sull’immensa torta delle sfighe di quest’anno.
Poi basta, però.

La prima cosa che mi viene da pensare era che se era per me, quest’anno, io mi dimenticavo che era Natale.
E non è perché sono io che faccio ostruzionismo alle feste comandate. No, è che proprio non avevo previsto che ci sarebbe stato. Ho questa cosa buffa, quest’anno, che mi si dilatano i tempi. Che il venti dicembre io pensavo che Natale fosse tra un’eternità, e quindi non mi ponevo nemmeno il problema di come costruirmi una corazza di buoni sentimenti per sopravvivere indenne fino alla fine del tour de force dei pranzi pantagruelici e dei parenti sovreccitati.
Così sono arrivata a Natale con la stessa dose di buoni sentimenti di uno Khmer rosso.
Ma sono sopravvissuta, e, devo riconoscerlo, senza neanche troppa fatica. Credo che ce lo siamo dosato un po’ tutti come una medicina omeopatica. Pochi granuli, quello che basta. Ma senza calcare la mano. Tanto che non mi sono neppure annoiata. Tanto che ho persino fame, un libro da leggere, voglia di fare.
Si può sopravvivere al Natale facendoselo scivolare addosso con leggerezza, come una cortina trasparente. L’importante è non prendersi sul serio. L’importante è non affannarsi a fare la recita di se stessi nel giorno di Natale.
Così ho messo insieme una gonna, un paio di collant, un cappotto nero nuovo, splendidamente elegante vagamente rétro, lungo fino al ginocchio. Con uno smalto viola, il meglio di sette orecchini etnici, braccialetti di bancarella, kefiah, guanti senza dita. Odore di lana nuova e di fumo vecchio, di shampoo e capelli lasciati al mosso naturale. Perché questa sono io, Natale o no.
E sono io con sotto i sentimenti di uno Khmer rosso, questo non toglie.
E sono io che canto i morti di Reggio Emilia la mattina in pigiama, e sistemo il soldatino Stalin sulla cima dell’albero che stavamo dimenticandoci di preparare, e so già cosa c’è dentro i regali, e sorrido, con un misto di nostalgia e distacco, di come da un anno all’altro si sia spento completamente quel senso di attesa mattutina davanti alla porta chiusa. Mi viene in mente quanto è cresciuto mio fratello in quest’anno. Ma un po’ tutti lo siamo.
E respiro di sollievo di fronte a questa nuova atmosfera di serenità distaccata che, fino a poco tempo fa, in nessun modo avrebbe potuto appartenerci. Che non mi fa provare il senso di soffocamento degli altri anni, ma solo una leggerezza buffa, divertita, appena appena infastidita.
Mentre penso che, se è stato relativamente facile sopravvivere a Natale. Domani sarà un’impresa disperata, temo.

un sabato che sorrido

Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Reverberi e Farioli e anche i Settefratellicervi.
Ieri ci avevo tutti i morti di Reggio Emilia che mi saltavano nello stomaco e cantavano pure Bandiera Rossa.
Così non ce l’ho fatta a scrivere il post che avevo pensato. Volevo fare finta che ero una ragazza ricca e di buona famiglia e che mi attiravano con l’inganno a un sabba di comunisti camuffato da festa-sorpresa per i diciottanni.
E oggi sono sempre e comunque di corsa. Però sono contenta, senza sapere perché.
Per il sole, per il freddo. Perché dicembre mi piace, al di là del Natale che non lo sopporto. Perché ho la libera uscita, perché lunedì è un lunedì di festa. Un po’ meno se penso al weekend di studio matto e disperato che mi aspetta. Ma un po’ di più se penso a come riempirmi il pomeriggio.
Per esempio sono rimasta senza pantaloni. Letteralmente. E i maglioni sono tutti da lavare. E i miei capelli, coi colpi di sole stinti e così a metà, gli ci vorrebbe proprio un colore nuovo. E poi mi servirebbe proprio uno smalto nuovo. E poi, soprattutto, ho da andare in libreria.
E’ un giorno, oggi, che sono contenta anche se sto da sola.

promossa!

E la teoria, felicemente, andò.

un fastidioso venerdì

Io penso che se continuo così assumo un manager. O forse basterebbe che mi comprassi un’agenda, cosa che spesso e volentieri ho fatto, e mi prendessi l’impegno di scriverci sopra le cose giuste nei giorni giusti, cosa che invece ho fatto decisamente meno. Al punto che ogni tanto mi metto a riempire i buchi e piuttosto che niente ad annotare come una disperata gli impegni della settimana precedente… Diciamo che è più che altro perché sono grafomane e mi impauriscono le pagine bianche, e ho questa tendenza alla scrittura oziosa compulsiva anche quando il rischio è di sembrare un caso patologico ben più di quanto in realtà lo sia.
Ma ci ho bisogno di qualcuno che mi ricordi tutti i giorni che cosa ho da fare. Intanto che mi segni i giustificati di greco e latino, due a lezione, si vende al miglior offerente, e cioè al più tempestivo nel prenotarsi. Non è ‘sto conteggio inarrivabile, ma riesco sempre a sbagliarmi lo stesso e a incasinare qualcuno tutte le volte.
E poi il manager, che mi dica quando ho le lezioni al pomeriggio, e con chi. E mi trovi i buchi per le lezioni di guida, che non si sovrappongano a tutto il resto. E già che c’è, che studi la teoria della macchina al mio posto, che è la muffa più muffa del mondo, e mi insegni a guidare bene. E risponda per me agli sms, che in questo periodo non li sopporto perché quotidianamente forieri di noiose complicazioni alle mie giornate. E soprattutto, vada a dire ai miei alunni di smetterla di dare il mio numero ai quattro venti, che poi la gente mi chiama e io devo tirare pacchi a tutto spiano perché non ce la faccio neanche se mi regalano le giornate di quarantottore.
Ecco. In tutto questo, se non altro domani è sabato.

Spiace venir meno ai buoni propositi in modo così smaccato, ma oggi tocca, per forza di cose, alla Lamentazione Universitaria.
Per forza di cose perché oggi ho passato una piacevole e (per me assai poco) costruttiva mattinata al Salone dello Studente Abicidì. Con i libretti di una, due, cinque facoltà diverse, l’esito di un test attitudinale che conferma punto su punto le indecisioni precedenti, forse addirittura arricchendole ulteriormente di nuove e confondenti opzioni, e una selva di pro e contro che fanno a gara a sovrastarsi l’un l’altro.
A voi lettori forse tutto ciò giunge nuovo, ché giusto un anno fa immaginavo quello che sarebbe stato il mio futuro, presentandolo come assolutamente certo, senza se e senza ma. E quindi presumo supponeste che avessi le idee chiare a riguardo. Spiace deludere, ma neanche un po’, all’appressarsi della fatidica scadenza.
Così, si alternano le immagini di scenari diversi e anche un po’ in contrasto tra di loro per il futuro, un po’ terrorizzanti e un po’ divertenti o speranzosi o persino ottimistici.
Amber bibliotecaria occhialuta. Amber pissicologa. Amber socialmente utile, insegnante alternativa, grecista autoreferenziale, precaria vita natural durante.
E si adottano i criteri più disparati per arrivare al dunque: si fa la cernita degli esami, questo mi piace, questo un po’ meno, questo cos’è? Si fa la consultazione comunitaria con le amiche al bar, si valutano gli scenari futuri e contingenze più o meno rilevanti, ambiente, possibilità di incastrarci un lavoro, chi ci insegna in quel dato corso di studi.
E non se ne viene a capo, com’è ovvio.
Non se ne viene a capo, innanzitutto per quanto riguarda il dilemma Pisa o non Pisa. O meglio, se ne viene a capo per un tre quarti. Nel senso che io non mi ci vedo proprio, i prossimi cinque anni, a seppellirmi viva nello studio matto e disperatissimo del normalista. Che non significa che non ne abbia voglia, che rifugga lo sbattone in quanto tale. E’ che però io non ci riesco, non ci riesco proprio, a fare una cosa per volta. Studiare a Pisa significherebbe, per cinque anni, non fare altro. E non è per me, stakanovista dei mille impegni e con più voglia di sbattermi a lavorare intanto che studio, piuttosto che murarmi viva, sia pure nell’Olimpo delle lettere classiche.
E però rimane il problema del motivo misterioso che lo so soltanto io. E’ un motivo un po’ da romanzo d’appendice, a dirla tutta. E dovrei prenderlo un po’ con le molle, o semplicemente dovrei tirare dritta per la mia strada e non lasciarmici condizionare. Ma mi rimorde un po’ la coscienza all’idea.
Detto questo, il dilemma si estende anche a lettere classiche o lettere non classiche oppure direttamente non lettere. Perché poi ci sono le scienze delle merendine con tutti gli esami bellissimi, ci sono le cose interculturali, le antropologie, le pissicologie, e mi ci viene un sacco la voglia, di tutte queste cose un po’ diverse da ciò che ho sempre fatto e ugualmente affascinanti, almeno sulla carta.
Ma forse non è questo il problema. Che sotto sotto lo so già, poi, come andrà a finire.
E’ che odio scegliere. Per la stessa ragione della scelta non voler scegliere. Per una aperta chiudere cento porte.
Ma cento porte aperte sbattono in continuazione, creano casino e diventano ingestibili. E dovrei metterla un po’ da parte, questa genericità umanista e un po’ irresoluta che mi fa aver voglia di tutto e di nulla, e dovrei capire che è come passare le ore a girare in tondo in una piazza o camminare lungo una strada verso una destinazione. Che non è che mi impedisce di guardarmi intorno intanto che ci vado, tutt’altro.
Intanto ho ancora un po’ di mesi per decidere. E posso tentare la strada dell’atteggiamento zen. L’ultimo giorno utile per le iscrizioni, uscirò di casa la mattina e i piedi mi porteranno da soli nel posto giusto. Io dico che funziona.

Sembra che smette di piovere. Sembra, poi magari sono le ultimeparolefamose.
Io oggi è la prima volta che mi dimentico l’ombrello e poi non mi bagno.
Ho deciso che con la borsa di studio, mi ci piaceva di comprarmi anch’io la bici elettrica. Gioia suprema, la stradasulmare la mattina in bici elettrica. Superare gli autobus incagliati, le macchine arenate con i loro guidatori nervosi, lasciarmi alle spalle tutto quell’ingorgo disumano delle otto del mattino. Allungare il braccio a prendermi Metro dal ragazzo con la faccia simpatica, che poi se in classe mi annoio ho il Sudoku da fare. E in tutto questo, non stancarmi per niente perché quando arriva la salita, io me la faccio al traino. E sono pure ecologica. E imparo la segnaletica stradale. E arrivo contenta e me la posteggio vicino a quella della KGgB.
Ma la bici elettrica costa troppo anche per la mia borsa di studio.
E allora si fa che aspetto Natale, aspetto di vedere se si va in gita oppure no, aspetto il nuovo lavoro che mi ha trovato l’amicaE, aspetto la patente e vedo quanto mi resta alla fine.
E mi fa male la schiena.
E nel frattempo ha ricominciato a piovere, porcamiseria.
Io stasera ho un’interrogazione da preparare, e nel frattempo da pensare alla meravigliosa autogestione che abbiamo messo su al Collettivo Propositivo. Domani mattina, che è venerdì, e c’è l’ora di religione, per me è Scienze delle brioches al tavolino del bar.
Sembrano giornate così piene da non riuscire a infilarci più nemmeno uno spillo. Ma non è vero, e io mi sento un po’ che mi hanno concesso le ventiquattrore con l’elastico, perché possa starci tutto, anche quello che non c’è.
Intanto mi godo questo stakanovismo rilassato che mi lascia il tempo di sprecare il tempo, corro di qua e di là, invento impegni e pomeriggi in giro per la città, mi metto alle strette da sola imponendomi scadenze che poi non rispetto. Cazzeggio mille ore al giorno su feisbuc e mi dimentico le cose da fare, compro libri che migrano dal tavolo al letto al pavimento perché non c’è posto sullo scaffale, perdo i conti con i pagamenti arretrati dei miei alunni, fumo troppo e dormo poco e mangio male e studio zero, mi rotolo nella mia vita disordinata e penso che tutto sommato per adesso mi va bene così.
Tra un rimescolamento emotivo e l’altro, tra quello che ce l’ho e quello che mi manca.
Sono giorni che non so bene cosa dire.
E quanto cazzo piove.

Stasera la Festa Di Compleanno Ansiogena.
Domani il treno per Torino.
Dopodomani la scuola, ebbene sì.
Un libro da leggere e recensire tra stasera e domani sul treno e domani sera a casa.
Un sacco di pigrizia, e di voglia di far niente.
In questi giorni latiterò un po’.

Amici, amanti, navigatori di passaggio,
tutti voi che sfiga traghetta su queste desolate sponde.
Ho bisogno di un’idea, per l’anno che inizia.
Ma un’idea non qualsiasi. Mi serve un’idea che sia proprio un’idea, su come occupare il poco tempo residuo della noiosa routine invernale.
Un passatempo per poche ore la settimana. La sera, magari. Un passatempo che sia interessante e divertente e che mi faccia tornare a casa con il sorriso, anche se magari sarò stanchissima. Un patchwork colorato dei miei ritagli di tempo.
Un qualcosa non da sola, anche. Non voglio che questo sia un inverno solitario.
Un qualcosa che sento che mi fa stare bene e che lo faccio perché mi piace, un qualcosa che sia la cosa bella dei miei giorni impegnati, quella che l’aspetto tutto il resto del tempo.
Che mi lasci qualcosa di carino da raccontare.
Che se mi cercano in quel momento, spiacente ma ho di meglio da fare.
Che mi faccia tagliare fuori le cose noiose, i miei alunni con le loro mamme paranoiche, la scuola, gli scazzi.

Qualcosa che renda quest’anno un anno sorridente. Soprattutto che renda me una persona sorridente.

Comparsata rapida ed estemporanea, per dirvi che ho scoperto che l’internette ce l’abbiamo anche qui, e per raccontarvi che scrivo con vista prato e montagne e cascata e casette di legno e pietra, e per salutare chi torna, e per sorridere un sacco che io oggi sono una donna felice che aspetta visite anche quassù, e perché in questi giorni ho visto un sacco di cinemi e fatto un sacco di cose carine con l’Amica, del tipo imparare a riconoscere le piante officinali e anche imparare a mettere in infusione le piantine per fare i liquori e financo l’assenzio allucinogeno dei poeti maledetti, e poi mangiare fuori e la chitarra sul prato e passare tantissimo tempo all’aria aperta, e anche discreti sbattoni su per le montagne, ma sempre di quelli che ne valeva la pena, e non proprio troppotroppo sbattoni, eh.

E poi, poi io volevo anche postare le foto, non fosse che ho abbandonato il cellulare al piano di sotto. Sarà per la prossima puntata.

Meno uno alla partenza.
Meno mezzo, anzi. Meno nove ore, per la precisione.
Partiamo domani mattina, con la nostra macchina pesante e sovraccarica, con la nostra gatta terrorizzata e miagolante, con gli zaini e gli ipod e la sensazione strana e dimenticata del viaggio lungo. La buffa cerimonia della nostra transumanza annuale.
Venti giorni, poco più, non si sa.
In montagna, per sfuggire al caldo, per riposarsi, per la casa con il prato grandissimo davanti. Per l’immancabile Amica che mi salva la vacanza. Per mandare un sacco di lettere, leggere sdraiata sui prati, passare un sacco di tempo all’aria aperta. Per il cielo stellato, per le uscite serali, per la compagnia. Per avere un sacco di nostalgia, e sentire la mancanza di chi è lontano. Per ridere, anche, tanto. Per giocare a fare i cittadini dall’animo bucolico. Per i vestiti invernali, che mi mancano un sacco, per vedere la neve sui monti, per la sensazione di non avere assilli a cui dare retta, una volta tanto.
Parto, e chissà quand’è che torno.
Parto armata di carta per scrivere, niente macchina fotografica che si è rotta, solo i miei occhi per guardare.
Cose che ho già visto, ma non importa.
In fondo è bello. In fondo quello che mi uccide è la distanza, è l’abitudine, è l’entusiasmo a prescindere, i milanesi in vacanza, il troppo da mangiare.
Parto congedandomi con un giro spaccagambe tra piazza De Ferrari e Via del Campo, con le sigarette e la granita più buona del mondo vicino a Porta Soprana, con il sudore, con i vicoli ombrosi e colorati di gente e lo ‘sbarazzo’ nei negozi.
Immaginandomi l’inferno, domani mattina presto, tra caricare e scaricare e Chissà cosa abbiamo dimenticato.
Ma tant’è. Ancora non lo so quanto mi peserà questa vacanza, e quanto invece mi renderà contenta.
Ve lo racconterò, al mio ritorno.
Ciao a tutti, amici lettori, naufraghi del web, navigatori di passaggio.
Ci rivediamo che ho diciott’anni, mi sa.

afasia estiva

Io non è che sono sparita dalla circolazione. Non ancora, perlomeno.
Solo sono un po’ spenta, e un po’ lunatica, e un po’ capricciosa, e un po’ vuota a perdere.
Sono Quei giorni spesi a parlare di niente, sdraiati al sole inseguendo la vita.
Boh.
Può darsi che prima o poi l’acchiappo.

Mi dico che devo per forza scrivere qualcosa, in questa fine di luglio che non porta con sé nulla da dire, nulla da raccontare.
E’ una sensazione strana. Di fissità, di immobilità mentale.
E poi penso che in realtà succedono un sacco di cose, positive e non, succede che lavoricchio, che l’altro giorno dopo un sacco di tempo ho ripreso a suonare, a casa dell’Amica srilankese, che vado anche al mare, ogni tanto, che ci sono queste giornate bellissime di sole, che ho un sacco di libri interessanti da leggere e che ancora non ho degnato di uno sguardo i compiti delle vacanze, che c’è stata l’ultimapissi questo lunedì, che fumo tanto e dormo anche un sacco e che riesco a trovare poco tempo per me anche in questa fine luglio che giro come una trottola.
E me ne servirebbe un sacco di più, di tempo. Alla mattina, soprattutto, per poter dormire quanto voglio e poi però alzarmi e poter fare tutto con calma, e non essere qui a scrivere in pigiama sapendo che tra mezz’ora dovrò essere fuori casa, ma poi anche un sacco di giorni in più prima che arrivi agosto, giorni da passarli con le amiche ma anche da passarli in spiaggia con i libri da finire, per fare la Stradasulmare che quasi me la sono dimenticata e ogni tanto regala stralci di cielo terso che quasi quasi si vede la Corsica giù in fondo, per preparare l’insalatadiriso che non l’ho più fatta, per andare a nuotare in piscina che dovevo andarci appena tornata da Cavi, sissì, giornate anche da perdere un sacco di tempo per il gusto di farlo e giornate lunghissime per i miei treni che non vorrebbero più tornare.
E mi immaginavo un agosto dalla pendolare più contenta del mondo tra Genova, Torino e la Val d’Aosta, anche, prima di sentirmi cassare senza mezzi termini e sapermi bloccata in montagna per venti, lunghissimi giorni consecutivi. Prima di appurare che il primo di agosto io parto, cinque persone e una gatta terrorizzata su una macchina caricata all’inverosimile sfidando la forza di gravità e tutte le leggi fisiche esistenti per tre ore e mezza di viaggio, parto tra sei giorni e ancora devo fare un milione di cose, parto tra sei giorni e realizzo che con i soldi che ho non arrivo neanche alla fine della prima settimana.
Parto il primo di agosto e il venti sono di nuovo qua.
Così almeno il compleanno è salvo, direte voi.
Non so. E’ che non sarebbe neanche una brutta vacanza, questa. Ma venti giorni, miseriacciaboia.
E io sono una donna in pigiama che tra otto minuti deve essere fuori di casa.

pulizie

Ecco.

Frustrata come una casalinga dell’hinterland milanese, sfogo così il malumore vacanziero.

Sigh.

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