Category: robe politiche


Occhei, ci abbiamo scherzato su, abbiamo riso, abbiamo ripassato i principali monumenti italiani facendo l’inventario delle statuette disponibili a portata di mano, sai mai che possano tornare utili.
Si ride anche di rabbia, a volte.
O magari si ride per esorcizzare, perché per noi il gioco s’è fatto peso e tetro da molto tempo ormai, ben prima di questo strano episodio che gli artefici della stagione politica più intollerante ed ostile degli ultimi anni non esitano a dire innescato dal clima di odio nei loro confronti.
Ognuno raccoglie ciò che ha seminato. E vorrei chiarire che qui non si sta parlando del lancio di una statuetta, si sta parlando di tutto ciò che questo si trascina dietro in termini di reazioni emotive, prima, e di elaborazioni un po’ più lucide, poi.
Si sta parlando del fatto che non vedo perché dovrei sentirmi moralmente obbligata a dispiacermi per qualcuno in rapporto al quale sento un’incompatibilità etica di fondo. Qualcuno che non si fa proprio nessuno scrupolo a godere e servirsi a proprio vantaggio di cose che in un paese civile non dovrebbero essere tollerate, leggi razziali che calpestano i diritti più elementari, un analfabetismo critico di ritorno in nome del quale si predicano odio e ignoranza, la censura nei confronti di chi è “contro”, l’uccisione sistematica di qualsiasi forma di progresso culturale.
E ci terrei che fosse chiaro, parlando sul serio in fase di elaborazione lucida, che non si tratta affatto di esaltare un atto di violenza, in sé sempre e comunque condannabile, ma piuttosto di un prendere radicalmente le distanze da tutto l’accaduto nel suo complesso.
Per arrivare a concludere che tutto sommato la cosa, in sé, mi lascia abbastanza indifferente. Per il semplice fatto che sono anche dell’idea che la seconda sfiga che hanno gli uomini di potere, dopo quella di non sapere mai che cosa potrà capitarti in occasione di un bagno di folla, è quella di essere soggetti a un duplice metro di giudizio, che fa appello a due dimensioni diverse e non sempre compatibili tra loro. Una è quella più prettamente umana, personale, in cui ci può stare la condanna di un gesto in sé sbagliato, ci può stare la compassione, ci può stare il buonismo. L’altra è quella più astratta e più inesorabile relativa alla responsabilità politica e storica della persona.
Posso trovare difficile da accettare sul piano umano un repubblichino ucciso, lo giustifico pienamente e senza ombra di dubbio alla luce del giudizio della politica e della storia.
Quello che invece non mi lascia indifferente, ma anzi mi smuove dentro, mi fa salire la rabbia con cui scrivo, ora, anche se magari Maroni mi censurerà il blog, è tutto ciò che è successo dopo. I gruppi di Facciabuco, le censure ai link un pochino più irriverenti e contemporaneamente centinaia di migliaia di persone iscritte d’ufficio alle pagine di sostegno a Berlusconi. Sarà che ero convinta che la rete continuasse a essere una zona franca, uno degli ultimissimi ambiti di informazione libera rimasti, e non ero preparata all’eventualità che la si potesse usare come uno strumento di controllo e di distorsione dei fatti. E’ una cosa gravissima, che col tempo potrebbe portare a conseguenze che non ho neppure tutta questa voglia di provare a immaginare. E una rappresaglia pianificata, per quanto virtuale, per quanto “innocua”, è più grave e inquietante del gesto di un matto che l’ha ispirata.
Ma poi.
Io li ho riguardati, quei fotogrammi che registrano la scena di questa specie di attentato.
Tutto tranquillo.
Le guardie della security ferme immobili, rilassate.
E però, i giorni prima, gli allarmi, le voci insistenti, il sospetto di possibili attentati.
Forse sarò io che esagero, ma mi tornano in mente i carabinieri immobili mentre i black bloc sfasciano Genova.
E, un matto.
C’è questo nanetto qui, che mi torna in mente, reminiscenza delle lezioni di storia al liceo. Pura e semplice associazione di idee, eh. Però.
Il 7 aprile del 1926, nel pieno delle leggi fascistissime, ci fu un attentato a Mussolini.
Un colpo di pistola che lo mancò per un soffio e lo ferì, indovinate dove? al naso.
L’attentatrice, un’anziana signora irlandese, tale Violet Gibson.
Matta pure lei.
Sicuramente una coincidenza.
Però.

In questo politicopost devo decidere se sentirmi in colpa oppure no.
Premettendo che ho votato in coscienza, e chi ha votato in coscienza sensi di colpa non dovrebbe averne mai. Ma vedete, è proprio questo lo schifo. Lo schifo è un paese dove gli unici che hanno ancora qualche speranza vengono chiamati disperati. Si ritrovano, loro stessi, per forza di cose, a chiamarsi disperati. Lo schifo è quella dimensione della politica fatta di numeri, percentuali che non bastano, convenienze da valutare, tornaconti da richiamare in causa, quella dimensione che viene spacciata per la sola che conta, l’unica ad avere un qualche valore effettivo.
E così me lo chiedo, nonostante tutto, se ho fatto bene, se ho fatto male.
Mi verrebbe da dire che il voto non si decide mai a posteriori, che le responsabilità che si delineano a elezioni avvenute sono qualcosa di diverso dalle motivazioni che ti inducono ad andare al voto, che, in definitiva, con l’una e con l’altra delle due cose ci si confronta in momenti diversi. Si votano i programmi e si votano le persone, e non il potenziale risultato. E mi rendo conto che possa essere una visione della politica molto idealista e molto poco aderente a quella che è la realtà. Io però non avrei votato qualcosa in cui non mi riconosco nemmeno di striscio, e neppure avrei votato qualcosa che mi lasciava perplessa per la sua poca capacità di comunicarsi, come se piano piano si fosse consumata, qualcosa da cui non sentivo arrivare sufficienti risposte.
Ho scelto quello che mi ispirava speranza, da cui arrivavano risposte che condividevo. Quello che ha parlato senza mezzi termini dell’enormità della crisi culturale che stiamo attraversando, quello che ha fatto cose, quello per cui l’altra sera ero nel centro storico a dare i volantini e la gente si fermava a leggere e sorrideva e ringraziava e si interessava.
Questi, e quelli di cui ho già parlato l’altra volta, sono i miei motivi, che non devono essere messi in discussione dalle riflessioni del dopo.
Solo che poi è finita che ci siamo smezzati un seipercento e rotti, e praticamente abbiamo creato due cloni della stessa percentuale dell’anno scorso, insufficiente, come l’anno scorso. Allora viene da ripensare alla scissione, se eravamo uniti ce la facevamo, recriminazioni, accuse. La prima cosa è che non lo so se sia poi così automatico. Un partito diviso a metà e che litiga costantemente al suo interno è un partito che non sa darsi una linea. Un partito che non sa darsi una linea è un partito che non ha idee, che non propone perché troppo angustiato dalle sue lotte intestine. Quindi, prima domanda, sarebbe servito veramente a qualcosa?
Seconda osservazione, la scissione c’è stata, che piaccia oppure no. C’è stata e vale sempre il discorso dell’avere sott’occhio prima di tutto le circostanze presenti. Qui, ed ora, ci sono due partiti. Due partiti sostanzialmente simili, sostanzialmente paralleli, ciascuno con la sua linea e i suoi leader. Ma entrambi validi per fare l’opposizione, quella vera. Allora io ci ho sperato, in un’opposizione duplice e parallela, sempre meglio che nessuna opposizione, sempre meglio che la cosa evanescente che abbiamo visto l’anno scorso.
E’ andata male.
Un po’ dappertutto è andata male. Male in Spagna, in Francia, in Germania, malissimo l’Inghilterra, in Olanda l’estrema destra ha preso millemila voti. E da noi la Lega, la Lega ha fatto un punteggio ancora più alto che alle politiche. Il razzismo si è insediato in Europa e noi non abbiamo neanche più bisogno di farci buttare fuori.
Stiamo come all’inizio degli anni Trenta.
Io credevo che l’Europa sarebbe stata la sola cosa in grado di salvarci dalla dittatura. Invece le cose vanno male dappertutto, e la grande destra europea è una prospettiva terrorizzante, per come ci lasceranno gestire la nostra politica interna a colpi di aggressioni fascioleghiste, per come non avranno il minimo interesse a pensare seriamente a come risolvere il problema dell’ambiente e dell’energia pulita, per le centrali nucleari, per la Tav, per le Grandi Opere.
E’ un po’ come quella scena in cui Harry Potter si accorge che Malocchio Moody non è veramente Malocchio Moody e lo vuole uccidere.
Ancora una volta, così pensava forte un trepercento disperato…

politicopost

Lo scrivo diverso da come l’avevo pensato.
Il fatto è che credo che la politica, così come i diritti, sia uno di quegli ambiti in cui viene prima l’agire sulle cose così come sono adesso, per quelle che sono adesso, che non un discorso astratto sui perché e percome astratti che ci stanno dietro. Allora facciamo che questo discorso lo risparmio, per adesso, a me e a tutti quanti.
E vengo subito e direttamente all’hic et nunc.
Ovvero le elezioni, che sono tra un paio di settimane.
Così, dopo mesi di indecisione e disinformazione, ho deciso che voto anch’io Sinistra e Libertà.
La voto perché mi piace, perché ho letto il programma e sono d’accordo, a pelle, anche senza stare a scervellarmi sui massimi sistemi del pensiero politico, perché i loro manifesti mi hanno fatto venire un sorriso grandissimo, perché le cose che dicono sono chiare e accessibili a tutti, che è quello che un partito di sinistra dovrebbe preoccuparsi di essere più di tutto.
E quindi non è vero che la voto solo per esclusione. Il Pd, come alternativa, non vale nemmeno, per quel che mi riguarda. Per come fa l’opposizione il Pd, anche Casini fa l’opposizione, parliamone. Io non lo voto un partito che se votassi Casini vale tanto quanto, e che mi farebbe sentire uguale anche con la coscienza. E non lo voto neanche a costo di sentirmi dire che è un voto in più dato dall’altra parte, come mi rinfaccia qualcuno.
Il Pd non è sinistra, non lo è per definizione, nascendo ha dato prova di non volerlo essere. Una terza via che non riesce nemmeno a essere quello che è, non la prendo neppure in considerazione.
Poi c’è che hanno fatto un casino quelli di Rifondazione, che si sono divisi. E bravi, momento migliore non si trovava. Così sono finiti quelli di Vendola di qua e quelli di Ferrero di là.
Allora qualcuno vorrà sapere com’è che non voto quelli di là.
Io, quelli di là, non li voto per un tot di motivi. Intanto perché mi fa schifo il loro slogan del voto utile a sinistra. A prescindere dal fatto che tra l’altro non è neppure vero, ma pazienza. Ma il voto utile, politicamente, è una cosa schifosa. Ed è schifoso e antidemocratico che ci siano leggi che creano voti di serie A e voti di serie B, elettori di serie A e di serie B. Questo però è un altro discorso.
L’altro motivo per cui non li voto può sembrare un motivo stupido, e forse lo è. Però io l’ho letto il loro programma, questo qui.
Non è che non vada bene, non è che ci siano cose che non mi piacciono. Però. Io non lo so, quanto quel programma lì riesca a parlare alla gente. E’ questo che non mi convince. Quelli di Sinistra e Libertà hanno esposto qui i loro punti programmatici, in modo chiaro, semplice, sintetico. Uno li legge, e poi se gli interessa si scarica il programma integrale e se lo guarda tutto. Una cosa scritta così, presentata così, io dico che è una cosa che ti viene da leggerla, ci metti mezzo minuto. Non è che arrivi in fondo e pensi non ho capito.
Il programma di Rifondazione no. Credo che questa sia una cosa importante. Un partito di sinistra non può non essere in grado di comunicare con il proprio elettorato, a maggior ragione adesso che gli operai votano Lega Nord. Non si tratta di banalizzare o di fare demagogia, si tratta di spiegare le cose in modo che risultino accessibili a tutti. Io mica lo so cosa vuol dire il dumping ambientale e sociale. Cos’è? Come non lo so io, presumo che non lo sappia un sacco di altra gente. Ma allora perché scrivere una cosa che metà delle persone che leggono non sanno cos’è? Perché non esprimere lo stesso concetto, esattamente lo stesso, in modo che resti un minimo più comprensibile?
Gli elettori di un partito di sinistra radicale non necessariamente leggono il Capitale tutte le sere prima di andare a dormire. E’ inutile che poi si dica che non serve perdere tempo a parole ma che bisogna ripartire costruendo dal basso, se poi questo programma dice cose che dal basso suonano poco chiare. Io dico che anche un partito deve saper guardare nella prospettiva dell’hic et nunc. E quindi dire cose che arrivino dirette alla realtà delle persone, in modo da poter poi procedere al vero lavoro di costruzione di una coscienza piena di sinistra, farla maturare in seno all’agire pratico, farla crescere legata ad un certo modo di vivere nel concreto.
Fermo restando che un partito, da solo a fare questo, non basta.
E noi saremo lì che ci arrangiamo a provarci da ancora un po’ più in là, dopotutto.


Eccomi qui.
Sono tornata, per il momento, dalla mia vita ipertrafficata, sono tornata dalla scuola, dagli scazzi, dalla noia e dalla stanchezza. E, soprattutto, sono tornata da Roma e dal concerto del Primo Maggio.
Tornata e contenta e sudata e sporca e assonnata, con i segni sulla faccia di ventiquattrore sveglia, i vestiti puzzolenti, le strade di Roma nei piedi, odore di treno e di stazioni e di piazza.
Ho fatto in tempo a godermi un pezzettino di Roma, a prendere il sole sui prati con in faccia il Colosseo, a guardarmi in giro.
Ho ballato e ho cantato e anche mi sono sporcata un sacco di marciapiede e bottiglie e sudore mio e sudore degli altri. Ho visto tantissima gente, salvo poi pensare che avrei ucciso metà dei fan di Vasco in delirio, quando abbiamo dovuto sgusciare tra di loro a spintoni e gomitate per guadagnare l’uscita della piazza e tornarcene in stazione.
Anche, perché penso che Vasco con il concerto del primo maggio ci sta più o meno come i cavoli a merenda. E che dietro a chiamare Vasco per il concerto del primo maggio ci sta la paura di ragioni che non bastano più, perché la gente vada a sentire.
Io però mi sono divertita. E sono contenta di esserci stata, perché poi io volevo lo spirito di partire all’alba e tornare all’alba, e volevo cantare le canzoni che mi piacciono, e volevo la piazza e la stanchezza e la poca voce e la fame e fumare e il sole e ridere e volevo che questo primomaggio per me avesse un qualche significato, al di là del fatto che forse non tutti lo respiravano uguale. Anche al di là del fatto che bisogna stare molto attenti, adesso più che mai, a non vivere di gesti simbolo e di spiriti legati alla sola occasione. Che la protesta e l’antifascismo e tutto ciò che costituisce un’identità politica sono cose di tutti i giorni, che devono appartenere al vivere quotidiano, non esaurirsi nel solo spazio di un evento.
E’ un discorso che faccio per me, questo, perché credo di dover rimettere in discussione questo punto, perché non è che sempre riesca a trovare la mia vena di antifascismo invisibile da mettere nel quotidiano, e ci sono quelle settimane che mi sembra di essere stata da un’altra parte, senza neppure averci pensato. Perché devo imparare a scrivere di politica, e vorrei farlo presto con un post in cui affronto proprio questo discorso qui della necessità di essere consapevoli, se si vuole, politicamente parlando, sopravvivere a se stessi e agli entusiasmi facili, per non fare come quelli che compiono trent’anni e votano forza italia.
Perché tra poco ci sono le elezioni e ci voglio arrivare con una benché minima idea di chi siamo cosa facciamo e dove andiamo e perché.
Perché se può esserci un modo migliore, ecco, appropriarsene credo sia un dovere.
Ho iniziato a scriverlo sul treno dell’andata, conto di finirlo prossimamente.
Adesso sono qui.
E sono tornata, stanca e assonnata, meravigliosamente diciottenne.
Con una gran voglia di guardare in avant
i.

E’ tanta e tale, la merda, che vi dico solo una cosa.
Vi dico solo che in questo momento sono sul forum di Top Girl. E non ci sto capendo niente, in verità, ma questa è un’altra storia. Vi dico che se c’era una cosa che poteva più di qualsiasi ortica, per farmene dire un tot, ecco, quella era proprio Top Girl che fa un megaservizio su quanto sono fighi e alla moda e strafashion gli adolescenti fascisti. Su come sono trendy i giovani picchiatori, quanto sono all’ultimissimo grido i loro occhiali da sole, quanto splendidamente palestrati bicipiti e addominali con i tatuaggi del duce e le croci celtiche e tutta questa simpatica serie di amenità.
E mi vengono da pensare un certo numero di cose, in ordine sparso.
Supponiamo, per esempio, che ci sia un qualche cosa che tanto tempo fa avremmo potuto definire come una classe dirigente. Adesso ci dicono che non si dice più così, ma comunque. Una roba che è più o meno una classe dirigente nel senso che ha la possibilità di esprimere se stessa attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Tipo Top Girl, tanto per dirne una. Ma anche tipo i giornali e i telegiornali. E così facendo determina luoghi comuni, piega l’informazione ai propri vantaggi, mette bavagli, si radica nel pensare comune. E, of course, lancia mode. Fa di se stessa una tendenza da seguire, fingendo di spogliarsi della propria ideologia per trasformarsi in atteggiamenti, modelli, comportamenti. Ma costantemente opera in direzione del suo fine.
In Italia, all’inizio del Novecento c’era D’Annunzio. E c’era che un sacco, ma un sacco di gente e giovani nella fattispecie si vestivano come D’Annunzio e parlavano come D’Annunzio e si mettevano in posa come D’Annunzio e facevano esattamente quello che diceva D’Annunzio. E poi, per andargli dietro, sono finiti a morire in trincea. E quelli che sono tornati, subito dopo che sono tornati c’è stato il fascismo. Voluto in buona parte da loro, reduci di guerra. Ora, messa così è estremamente semplicistica, mi rendo conto. Ma è per dire che una dittatura è innanzitutto una dittatura culturale, prima ancora di trasformarsi in una dittatura politica a tutti gli effetti. E che una dittatura nasce così, dal plasmare comportamenti di massa buoni per tutte le occasioni, al di là della politica. Quando un’ideologia assassina viene venduta nella veste accattivante di un sorriso da pagina patinata, quando il messaggio è che questo è ciò che è al passo con i tempi, questo è il meglio, guarda che occhiali da sole, guarda che bicipiti, scegli questo. Tu ragazzina che leggi cosa fai? D’altra parte mica l’ha scoperto Top Girl che la meglio gioventù fassista si vende un sacco bene, in quanto ad appeal. Mica potevano fare un servizio su quanto sono fighi i barboni comunisti del cazzo, no?
Meno che mai oggi, in questi tempi in cui il maledetto postideologismo fa sì che qualunque cosa possa diventare fenomeno di massa, basta che venda bene, che prenda bene in termini di tendenze collettive.
E’ la stessa ragione per cui è durata poco l’Onda degli studenti, paradossalmente però anche la stessa ragione per cui è nata, l’”apoliticità” come condizione necessaria. Che se nasceva come una roba politicamente connotata non se la filava nessuno. Ma al tempo stesso era una contraddizione in termini negare che dovesse esserlo.
E qui è la stessa cosa. Si ha tutto l’interesse a non presentare la scelta di fare un servizio su quanto sono trendy i fascisti come un fatto politico, figuriamoci, è costume, è stare al passo con i tempi, mica significa essere d’accordo. L’essere fascista buttato lì come considerazione a latere, appena accennata, del tutto irrilevante. Sulla scia di una logica ingannevolmente politically correct, che marcia sull’inconsapevolezza delle giovani generazioni buttando tutto nel calderone del “diritto di parola per tutti”. Un cazzo. Ma poi tu vai sul forum, e vedi un sacco di gente che scrive che in fondo tutti hanno il diritto ad avere un’opinione, io mi dissocio eh però se loro hanno un’idea che male c’è? Oppure che “si fa presto a dare a chiunque del fascista ma essere semplicemente di destra e essere fascisti mica è la stessa cosa”. Oppure che “basta politica, è ovunque, avete rotto”. Oppure che sono solo i nazisti quelli che sono xenofobi e ammazzano la gente, mica anche i fascisti.
Approfittare dell’ignoranza di una generazione, che non sa neppure che l’apologia di fascismo è reato, forse che non sa neppure veramente cos’è stato il fascismo, è schifoso.
Approfittare dell’ignoranza di una generazione, nel menefreghismo generale, è il primo passo per troncare alla radice lo sviluppo di un Paese. E trascinarlo sempre più nel baratro dell’oscurantismo, dell’emotività cieca, della mentalità di regime.
Allora è importante che noi continuiamo a esserci. Più importante di qualsiasi Ortica, più importante di un sacco di altre cose. E che la rabbia ci faccia rivoltare sempre più, invece che strizzarci le parole in gola.

Il caso Englaro appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all’evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le on stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che “al di là dell’obbligo morale di salvare una vita” egli sente “il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi”.

Gli strumenti necessari per realizzare quest’obiettivo indispensabile sono “la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia”; ma poiché l’attuale Costituzione semina di ostacoli l’uso sistematico di tali strumenti, lui “chiederà al popolo di cambiare la Costituzione.”

(…)

Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all’odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita. Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta.

Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l’altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante.

Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada.

Ci sono altri due obiettivi che l’uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare. Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d’aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto.
(…)
Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire “con cattiveria”.
(…)
Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l’instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali.
Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del ’22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: “Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”.
Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent’anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra.
In quel passaggio del 3 gennaio ’25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.
Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.
Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.
Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel “rinsavimento” sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l’altro ieri.
E tutto è sciaguratamente avvenuto sul “corpo ideologico” di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.

(Eugenio Scalfari su Repubblica di oggi)

morteverita

Allora facciamo che per una volta non vi dirò quanto mi sento maledettamente vuota, apatica, insofferente.
Facciamo che almeno momentaneamente seppellisco in un angolo i miei dolori e la mia tosse, la mia stanchezza e i miei alunni e la scuola e la sensazione che mi sto vivendo addosso per inerzia.
Facciamo che stasera faccio metaforicamente a fettine la ragazza depressa e cerco di scrivere, finalmente. Ho perso le parole, eppure ce le avevo qua un attimo fa…
Ecco, facciamo che provo a dare un senso e un filo logico a quello che pensavo a sprazzi oggi, tra la fermata dell’autobus e il citofono della vittima designata di oggi. Mentre cercavo di non pensare che quello che volevo più di tutto, oggi pomeriggio, era un the con le paste, e un tavolino, e un locale caldo e asciutto e la luce giusta e la musica bella. Ma che le paste, di questi tempi, mi farebbero a pezzi la pancia per un paio di notti, prima di andarsi a spalmare direttamente sui fianchi.
Ecco, sto già divagando. E’ solo che intanto penso alla forma da dare al discorso.
Perché è un discorso che dovrebbe partire da molto lontano, da premesse di cui non posso parlare perché non le conosco a sufficienza; e però potrebbe anche partire da molto vicino, per poi retrocedere al bandolo della matassa che non è detto sia proprio tutto lì, o magari non c’è proprio per niente o magari non lo so, e magari c’è qualcuno che mi ci spiega e mi dice che cosa ne pensa.
Allora facciamolo partire da vicino. Non è un caso, poniamo, che si scelga di applicare una determinata legge in un determinato frangente storico, economico, sociale. Intanto perché, banalmente, la gente ci ha altro da pensare, con la crisi e tutto il resto. Perché se hai da guardarti nel portafoglio non ce l’hai, il tempo di girarti e vedere cosa ti succede intorno. E questa è già una considerazione.
Vorrei sapere quanti la sanno, ‘sta cosa qui dei repubblichini e dei partigiani. Che peraltro trovate spiegata benissimo qui, che io adesso non ve la sto a fare troppo lunga, devo ancora finire i compiti. Quanti hanno avuto il tempo di pensarci su, io stessa mi sono ridotta a pensare alla fermata dell’autobus.
Oppure non è un caso, così a occhio, che a portare una legge in parlamento si aspetti proprio di avere la memoria storica ai minimi termini. Aspettare il momento in cui di vecchi partigiani ce ne sono, vecchissimi, quel tanto che basta da avere davanti ancora un simulacro vivente di quegli anni, che giustifichi il fatto di tenere vivo un dibattito, per poterlo orientare verso il revisionismo. Non un anno di più, non un anno di meno. Non tra cinque anni, tra dieci anni, quando i partigiani non ci saranno più e la memoria storica sarà tutta scesa sottoterra insieme a loro. Allora non ci sarà più bisogno di parlarne. Non si dovrà più parlarne. E d’altra parte la mia generazione non ne parlerà proprio, perché non se lo ricorderà.
Prima, però, bisogna almeno fare in modo di metterci un’ultima parola, su questo dibattito che si vuole destinato ad estinguersi, un’ultima parola che lo fossilizzi per sempre. E lo fossilizzi in chiave revisionista. Lo congeli nell’apologia, prima di farne direttamente polvere da biblioteca.
Ma una generazione senza memoria storica, è un caso che ci sia, e che ci sia adesso? E lo so che è un fottuto casino, da spiegare e da capire. Perché intanto ci sarebbe da chiederci perché siamo stati allevati così, e chi è che ci ha allevato così: com’è che una generazione globalmente “consapevole”, per così dire, sceglie di non trasmettere questa consapevolezza ai suoi figli? E qui ci andrebbe già uno scaffale di libreria, a tentare una spiegazione che anche il passare degli anni non riesce a rendere del tutto chiara. E’ un caso anche questo? Ci hanno detto It’s not time to make a change, just sit down and take it slowly… Ecco, questo, forse. Perché il cambiamento abbiamo già provato a farlo noi, e non è soltanto che non ci è riuscito. E’ anche una questione di condiscendenza tra genitori e figli, come un atteggiamento falsamente protettivo per cui, alla fine, scelgo di farti crescere “tenendoti fuori” da queste cose troppo grandi per te, troppo serie o troppo adolescenti, troppo passate, troppo dei miei tempi, troppo che ci ho l’esclusiva oppure che mi bruciano perché nel frattempo me ne sono pentito. Perché io genitore ti devo far crescere al passo con i tempi, mica posso tirarti su alla maniera anni Settanta che poi non sei normale tra i ragazzi della tua età, poi tu fai il tuo dovere e io faccio il mio, tu te lo sogni di saltare scuola per andare in manifestazione e io posso scuotere la testa e dire che questi adolescenti del giorno d’oggi non hanno coscienza politica, che ah, altro che come eravamo noi.
E’ un caso, che si aspetti l’agonia della generazione dei propri padri per servire un bell’oblio confezionato a quella dei propri figli?

“Quello che molti dei nostri… chiamiamoli educatori, sparsi tra consigli comunali, consigli scolastici e religiosi dovrebbero comunicare a tutti è che: i giovani non sono un problema ma una risorsa. Sembra incredibile, ma c’è ancora chi considera un ventenne incapace di intendere e volere. (…)
Un sano tentativo di comunicare con i più giovani non è solo un passaggio di consegne, ma un modo straordinario di invecchiare con dignità. Molti per esempio non immaginano nemmeno che il bisogno di spazi è fondamentale per conoscersi, confrontarsi e alimentare culturalmente questo nostro paese, per usare un eufemismo: annoiato. Sottrarre uno spazio privato alla noia decerebrata del profitto forzato cedendolo per un’attività creativa potrebbe regalare gioia e purezza: una sensazione per molti mai provata prima. Spazi che magicamente accorciano le distanze tra generazioni.”

(Antonio Albanese)

Sì, ok, è sgrammaticato. E’ stentato. E’ una roba da diario di scuola adolescenziale.
Però è pieno di spunti interessanti.
E oggi era il nostro primo giorno di autogestione, la prima autogestione della triste storia del nostro magnifico e progressivo liceo, l’autogestione che io dicevo che non volevo finire il liceo senza averne mai fatta una. Meno male che c’è lei, Nostra Ministra dell’Ipocrisia. Eh.
Ma la nostra autogestione eravamo dieci, quindici a essere approssimativi per eccesso.
A raccontarci ciò che già sappiamo, perché siamo qui, chi siamo cosa facciamo e dove andiamo. Che a me faceva un po’ la stessa tristezza di quando vedo quelli di Lotta Comunista che cercano di rifilarti a tutti i costi il loro giornale in via San Lorenzo. O quando il film è bello e il cinema è vuoto. O quando si fanno le feste in grandissimo che tre quarti degli invitati danno buca.
La nostra non è, non vuole essere un’autogestione in grandissimo, no. E oggi, che era solo il primo giorno, non è che ci aspettassimo le folle oceaniche, neanche. Però mi mette sempre un po’ di tristezza quest’atmosfera di disinteresse annoiato che si respira nel liceo della meglio gioventù fascista del levante genovese; che alla fine siamo sempre noi, la solita quindicina sparuta a dirci e ridirci perché ci siamo e a inanellare variazioni sul tema in un dialogo autoreferenziale e che alla lunga suona anche parecchio stantio.
Allora mi viene da dire che il problema non è solo la mancanza di spazi; non è solo che o gli scout o lo sport o non hai uno straccio di controproposta per vivere una socialità intelligente; è che c’è anche un problema dall’altra parte, quando la controproposta c’è e però si sceglie di non prenderla neanche in considerazione.
E però lo stesso a me piace pensare che si sia almeno provato a creare noi una forma di socialità intelligente: in pochi, con pochi mezzi, con poco tempo e con poco seguito, questi gli elementi che ci hanno fregati in partenza, che già lo si sapeva quanto avrebbero pesato. E troppa poca coscienza politica.
Tutto questo mettere avanti mani e alfa privative: apartitici, apolitici. Ma antifascisti no, quello non si può dire. E io, che avrò anche una mentalità anacronistica, che non saprò stare coi piedi per terra, che mi mantengo stupidamente e orgogliosamente idealista, ancorata alle questioni di principio e al privato politico, io mi sento cadere nello sconforto quando mi rendo conto dell’impossibilità di far capire che tutto ciò che si sceglie è politico, perlomeno nel senso lato del termine. Che è politico il fatto stesso della scelta. Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti, qualcosa del genere.
E’ che la formula non funziona. E’ inutile, questa finta democrazia del non riconoscersi in nulla, e potrebbe non esserlo nella misura in cui veramente costituisse un incentivo, ma di fatto poi si risolve nell’avvallo dell’indifferenza.
Perché io penso che questo vada spiegato: tu a me, adolescente mediamente qualunquista, mediamente disinteressato, quasi sicuramente disinformato, me lo devi spiegare che nel momento stesso in cui io compio una scelta io sto facendo politica. Anche nel momento in cui scelgo di non scegliere. E lasciarmi libero di trarre le mie conclusioni. Non serve a nulla trapiantarmi nella testa l’illusione che non sto prendendo nessuna posizione. Perché ti seguirò finché si tratterà di poco o niente sbattimento, ma quando mi sarà chiesto di essere parte attiva me ne laverò bellamente le mani.
Quindi non è solo frustrante, questo procedere con i piedi di piombo, a suon di eufemismi e politically correct, è anche stupidamente e drammaticamente controproducente, è un gatto che si morde la coda.
E d’altra parte non ci vuole neppure tanto a rendersi conto di come strategie più incisive non siano attuabili; e si torna al punto di prima, il problema è sociale, è non-coscienza di massa, e l’enormità della cosa spaventa, ma al tempo stesso, a noi che sempre andiamo in direzione ostinata e contraria, fa rendere conto di quanto sia ancor più drammaticamente importante il fatto che continuiamo a farlo.

prima

mobilitazione

Stamattina è l’alba di una manifestazione studentesca.
E io che sono a casa e mi fa strano, che di solito a quest’ora mezza Stradasulmare è già ampiamente andata, io penso che mi devo vestire, e farmi la doccia, e asciugarmi i capelli; ma poi penso anche che sono mille anni che non scrivo qui, e se non lo faccio adesso poi non lo faccio mai più.
E volevo parlarvi di questa cosa qui della manifestazione degli studenti; vorrei raccontarvi che ieri mattina, a volantinare davanti a scuola, c’erano le associazioni studentesche fascemapropriofasce, quelli che Lottiamo contro la faziosità dell’antifascismo, gli atletici e puristi del fascio vecchia maniera; e vorrei raccontarvi che questi qui c’erano, l’anno scorso, in piazza, che questi qui sono gli extraparlamentari dall’altra parte, e questi qui sono quelli che tengono Faccettanera sul cellulare e si sfogano come picchiatori di quartiere. E poi vorrei raccontarvi della timidezza delle associazioni studentesche di sinistra, quelli che lo striscione chiediamo il permesso al preside perché sennò ‘è un po’ un casino’, quelli che qualsiasi iniziativa che parta da dentro le scuole, ‘è un po’ un casino’.
E vorrei dirvi l’entusiasmo di andare in piazza: invece vi dico la convinzione, tutta, ma anche un sacco di apprensione, su quanto effettivamente questa manifestazione possa tirare su, in termini di partecipazione, di sensibilizzazione a questo calderone di schifezze una peggio dell’altra che ci stanno preparando. Vi dico i compagni (di scuola) che mi dicono, ma tanto a noi checcefrega? Un altr’anno siamo fuori. Eh. ‘Spetta di essere all’università che cambi idea.
Vi dico le millemila persone che c’erano in piazza l’anno scorso, quando lo spauracchio era la riforma Fioroni: e io pure, c’ero, solo che adesso penso che vorrei non esserci andata. Non è che potevo prevedere cosa ci sarebbe stato dopo. Nessuno poteva. Ma già allora, io c’ero andata per determinati motivi e non per altri; e sarò anche stata a posto con la coscienza, ma non è che a ogni singolo che va in manifestazione gli si chiede perché c’è andato: in quelle millemila persone io c’ero, punto e basta.
E se l’anno scorso eravamo millemila e quest’anno siamo centoequalcosa, io mi sento una suicida politica, per quanto involontaria.
E potrei raccontarvi dei nostri rappresentanti d’istituto fasci in odor di ricandido e rivoto. Io penso che se le liste sono come l’anno scorso boicotto l’assemblea. Faccio la secessione dell’Aventino.
Potrei scrivere un milione di pagine sui contenuti di questa riforma contro cui vado a esprimere tutto il mio dissenso in piazza. Prima o poi lo faccio. Potrei parlare della non percezione della minaccia che c’è anche da sinistra: il non vedere qual è l’obiettivo a lungo termine di tutti questi provvedimenti, sminuire l’entità del pericolo che questa riforma rappresenta socialmente, l’ascrivere tutto alla pura e semplice motivazione economica, che pure è ben presente, ma negando che il fine ultimo sia quello di tornare alla società con le classi, con quelli che vanno a scuola perché se lo possono permettere e quelli che invece no, con da una parte quelli che faranno la classe dirigente e dall’altra quelli che no, con da una parte i futuri manager aziendali e dall’altra i futuri dipendenti aziendali.
Vorrei raccontarvi tutto questo, molto meglio di così; ma adesso esco, vado a vederla, questa manifestazione, a esserci.
Ve lo racconterò quando torno, com’era.

agitatevi. organizzatevi. studiate.

gelato panna e fragola

Ciò che colpisce è, innanzitutto, vederla restringersi sempre di più, sempre di più.
Un po’ come il regno di Fantàsia. Il nulla si è mangiucchiato, pian piano, tutto piazzale Kennedy.
Poi sono i colori della festa.
Le parole.
La gente, sempre meno.
Quel Democratica piazzato lì, in appendice.
Mette tristezza, la festa dell’unità del Pd. E non solo a chi ricorda gli antichi fasti. Mette tristezza perché nella sua esiguità sembra proprio di leggere l’accartocciarsi su se stessa dell’idea di sinistra che ancora ci ostiniamo ad avere e soprattutto della sua dimostrazione. Perché poi il Pd dagli altoparlanti chiede cinque milioni di firme contro il governo Berlusconi, ma poi pensi che il Pd è dal Parlamento che dovrebbe iniziare a fare opposizione, e che serve a poco buttare giù petizioni quando poi si porta avanti un’opposizione, o pseudo-tale, a colpi di toni smorzati e politically correct.
Perché poi strada facendo ci si imbatte nell’Uomo Volantino del Pd, cravatta arancione sgargiante e sorrisino d’ordinanza, perché poi senti i commenti delle persone che si fanno dell’autoironia addosso per il solo fatto di essere lì, perché poi la sensazione è sempre quella di essermi persa un sacco di cose passate, o tempora o mores.
Perché poi un sacco di autoironia addosso me la faccio anch’io, quasi unica spettatrice giovane e irriverente in una sala Aldo Moro contegnosa e mediamente ultracinquantenne, e meno male che intanto che io mi giro le sigarette c’è Heidi Giuliani che si addormenta quando parla il tizio del Pd.
Il pubblico è un acrobatico mélange di piddini e rifondaroli, un gelato panna e fragola, una specie di curva calcistica che applaude a settori, ciascuna per il suo uomo. Che poi c’è da dire che Ferrero di applausi ne strappa parecchi: ne strappa perché è più incisivo, più capace di rendere l’idea anche in un contesto ostico quale è l’immenso casino della nostra economia, perché non si fa problemi a dire cose scomode e a denunciare senza mezzi termini l’assassinio politico da parte del Pd, e a rimarcare come le proposte di riforma elettorale avanzate dal Pd segnino per legge l’esclusione sistematica della sinistra dal parlamento (al punto che, dice, tra la “porcata” e un’ipotetica soluzione alla francese col doppio turno, come ventilato dal Pd, quasi quasi teniamoci la porcata). E poi anche perché è ironico, e sfotte gentilmente l’avversario ma senza mai scomporsi, e a un commento provocatorio sul fatto che il suo sia “un ragionamento veltroniano” se ne esce con tranquillissimo Che vuol dire, anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta.
Unica pecca, i congiuntivi sbagliati.

Io penso che noi dobbiamo ripartire da una cosa molto semplice, che è la costruzione di un’opposizione di sinistra al governo Berlusconi e alle politiche di Confindustria, perché a mio parere la cosa che manca in questo Paese oggi è esattamente un’opposizione di sinistra. Quando parlo di opposizione di sinistra intendo sia contro le politiche del governo Berlusconi, sia contro le proposte che avanza Confindustria; penso a questa offensiva che sta facendo per il superamento del contratto nazionale di lavoro, che vuole sostanzialmente smontare la contrattazione collettiva del nostro paese, sia a quanto è necessario per opporsi alle ingerenze del Vaticano rispetto ai diritti delle persone e, in particolare, delle donne.
Per cui opposizione di sinistra non vuol dire essere solo contro il governo Berlusconi (…), ma essere capaci di avere un disegno di un’altra idea di società. (…)
Se uno mi dovesse dire qual è il punto centrale, io penso che sia la questione del carovita: è evidente che oramai il fatto che la gente non arrivi alla fine del mese vale ormai non solo per i pensionati al minimo e per i lavoratori in cassa integrazione, vale oramai per una quota significativa di mondo del lavoro e pensionati. Penso che o su questo riusciamo a dare risposte reali in termini di lotta e di proposte, oppure il rischio che passi la logica del “Si salvi chi può” perché tanto queste opposizioni non servono a niente, è un rischio pesante.

Ecco, il link lo trovate qui.
Forse ve l’avevo già raccontata, la sua storia.
E ora ditemi se non è un’indecenza.
E io in cambio vi prometto che quando rientro dalla montagna torno di filato a farmi rifare i colpi di sole, sissì.

Chiama anche l’urlo dei clandestini
considerati dei delinquenti
chiama il diritto degli immigrati
che siamo uguali ma differenti
Genova chiama a manifestare
lotta dal basso, per non morire…

Allora, l’antefatto lo trovate qui.

E oggi, alle 18 ma anche un po’ prima, il glorioso Gruppo Ottomarzo si trovava copiosamente e sorprendevolmente schierato alle porte dell’Auditorium del Carlo Felice, in attesa del Ministro dell’Interno del Governo Ombra e della Ministra della Difesa del Governo Ombra e della di loro claque (trattavasi infatti di pochi e sparuti adepti che facevano avantindietro davanti all’ingresso della sala per sembrare più tanti) e distribuiva il seguente volantino:

Cari cugini del PD,

siamo qui per richiedervi le scuse pubbliche per il volantino che vi alleghiamo e che consegnavate ieri in piazza Campetto.

Non per i contenuti che, in parte, condividiamo, ma per la mancanza di rispetto e di senso civico di questo esempio:

Due zingarelle rapiscono un bambino (pena fino a otto anni)
Due zingarelle rubano un pezzo di formaggio al supermercato, scappano, spingono una guardia (pena fino a vent’anni)”.

Non dovremmo essere noi a farvi notare che scrivere “zingarelle” è un po’ come scrivere “negretti”.
E che il razzismo nel linguaggio è la porta del razzismo dei gesti.

Ma soprattutto non vorremmo essere noi a farvi notare che gli stessi dati della polizia confermano che il fatto che i Nomadi rubino i bambini è una leggenda metropolitana.
Se volete, andate a leggere qui:
http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/05/21/bambinirapiti/


Fare opposizione è anche insegnare alle persone a pensare diversamente e criticamente. Non è usando lo stesso linguaggio e gli stessi stereotipi della destra che cambieremo, sul serio, questo paese.

Consegnare un volantino in cui due esempi su tre rimandano a stereotipi razzisti non solo porta questo paese a confermare la propria tendenza intollerante e pericolosa, ma ci consegna sempre di più nelle mani della destra, che dal razzismo attinge a piene mani per giustificare ogni sua operazione.

Se non ve ne accorgete neppure voi, chi se ne deve accorgere?

Gruppo Otto Marzo
http://semprelottomarzo.wordpress.com



stamp.in.prop

messaggio nella bottiglia

Sospendo temporaneamente l’afasia, in questi tempi bui in cui mi è quasi venuta un’ulcera gastrica vedendo su Raitre la pubblicità dell’ottopermille alla chiesa cattolica, e senza troppi preamboli batto tutti sul tempo e vi posto questa, da firmare, che mi è arrivata or ora via mail:

Un 8 per mille democratico. Firma e diffondi l’appello
“Di fronte all’offensiva clericale volta a limitare irrinunciabili libertà e diritti civili degli individui (che andrebbero invece decisamente ampliati), e alla subalternità e passività dello Stato nelle sue istituzioni parlamentari e governative, benché non credenti in alcuna religione, in occasione della dichiarazione dei redditi invitiamo tutti i cittadini democratici a devolvere l’otto per mille alla Chiesa Evangelica Valdese che le libertà e i diritti civili degli individui ha sempre rispettato e anzi promosso, e che si è impegnata ad utilizzare i proventi dell’otto per mille esclusivamente in opere di beneficenza e non a scopo di culto o di sostegno per i ministri e le opere della propria confessione religiosa.”

Paolo Flores d’Arcais, Umberto Eco, Margherita Hack, Vasco Rossi, Giorgio Bocca, Simone Cristicchi, Andrea Camilleri, Dario Fo, Michele Santoro, Oliviero Toscani , Franca Rame, Ferzan Ozpetek, Lidia Ravera, Umberto Galimberti, Lella Costa, Luciano Canfora, Bernardo Bertolucci, Mario Monicelli, Eugenio Lecaldano, Gennaro Sasso…

Io questa nuova idea dell’amicaE. la trovo stupendissima.
E, se voi lo volete leggere tutto (e fareste bene a farlo, sissì), lo trovate qui.
Ma intanto vi scrivo il mio pezzo, quello che sento mio anche se mio in realtà non è, e poi ve lo spiego, ma intanto mi sono commossa a leggerlo, ecco, ed è questo:
L’amore non e’ meglio perche’ e’ piu’ morale, e’ meglio e basta.
Intendiamoci, non ho niente contro chi fa sesso con tutti senza motivo. Anzi, credo che faccia molto bene alla salute e apra la mente.
Pero’ alla lunga amare sempre la stessa donna e’ molto piu’ divertente, perche’ lei ti conosce, tu la conosci, c’e’ comprensione.
E se, come a volte accade nella vita, hai affrontato insieme a lei momenti terribili, c’e’ anche qualche cosa d’altro: un cemento morale, una fiducia e un rispetto cementati nell’acciaio fuso dei vulcani. E’come dice Jovanotti nella sua ultima canzone, qualcosa tipo ti ho vista debole che potevo spezzarti stringendo un po’ la mano e poi risollevarti potente come un aeroplano.
Quando tu fai l’amore con una donna che hai visto cosi’, c’e’ una potenza e una liberta’ di sentimenti che non ha paragone con nessuna ballerina che ti fa un bocchino al volo in hotel.
Si’, perche’ l’altra faccia dei lustrini e delle ballerine e’ che per fare i soldi devi lottare, devi essere il piu’ forte, devi inculare tutti e poi non hai il tempo di scopare.
La tensione psicologica della lotta contro gli altri annichilisce le potenzialita’ amatorie.
Per godere veramente devi emozionarti, devi innamorarti, devi lasciarti andare, non ci sono alternative.
L’amore lo devi coltivare, devi amare molto e in molte direzioni per riuscirci.
L’amore e’ un muscolo che si allena.
E questo e’ il primo punto, abbiamo le ballerine migliori e queste ballerine conoscono l’amore, amano il mondo e non sono interessate alla competizione. E questa e’ la seconda cosa che il Movimento Progressista Felice ha: siamo liberi da tonnellate di condizionamenti. La liberta’ e’ bellissima: io sono fedele perche’ mi piace. Ma se smettesse di piacermi sarei libero da vincoli morali, potrei fare quel che voglio. Mia moglie forse non sarebbe d’accordo ma questa e’ un altro discorso. E’ una questione tra me e lei, non tra me e Dio o la mia coscienza.
(…)
Per molti maschi fare sesso con donne che hanno le misure perfette e’ un obbligo. Io non ho neanche questo obbligo. L’estetica e’ un piacere ma ci sono ballerine che sono totalmente fuori dai canoni estetici, che vengono comunemente classificate brutte, che sarebbe un delitto non amare perche’ hanno dentro il fuoco del big bang.
I plasticoni competitivi si perdono anche questo: il piacere di amare le donne brutte.

Potrà sembrare poco rappresentativo.
Potrà sembrare che avrei dovuto scegliere un pezzo diverso.
Io, single senza speranza.
Io, che l’amore non lo so spiegare perché non l’ho mai saputo vivere. Come il chimico di De André.
Ma intanto che aspetto l’amore aspetto anche la chiave che mi apra le porte a un vivere più autentico.
Se io amassi una persona, amerei il mondo. Parole di Fromm, mica mie.
E’ per questo, ecco, che io credo che parlare d’amore, adesso che si parla di costruire una realtà diversa, abbia tutto il senso di questo mondo.
Costruire una realtà diversa, o almeno provarci. Questo è amore.
Bisogna amare la realtà che si vuole costruire.
Bisogna amare il fatto di volerla costruire.
Bisogna che ci amiamo tra di noi, per poter riversare l’energia positiva in tutto il resto.
E poi.
Poi bisogna anche dire questo, che da come uno ama si capisce tantissimo di come uno vive.
Se uno ama solo e soltanto in virtù delle misure perfette e dei lustrini e delle ballerine, vorrà dire che anche la realtà che ama è fatta di lustrini e ballerine. E’ un modo falso di amare, e allora non è autentico neppure l’approccio che uno ha nei confronti di tutto il resto. Vuol dire non saper cogliere nulla al di fuori della superficie, vuol dire che non c’è posto per le cose importanti per davvero.
Che non c’è comprensione.
Che non ci si fermerà mai a soppesare quali sono le cose veramente importanti e impegnative e che hanno un senso e per cui vale la pena spendersi.
Perché amare è questo, e vivere è questo. E’ un casino, sempre.
Ma la potenza e la libertà di sentimenti sono le stesse.
Adesso, soprattutto, in cui diventa fondamentale cercare dentro di noi, concretamente, un’alternativa.
In questo senso privato e politico sono, devono essere, coincidenti.
Alla costruzione di una dimensione politica che sia tale nel senso più ampio e vero del termine non può non accompagnarsi l’assenza di condizionamenti e la ricerca di tante direzioni verso cui avviare le proprie energie.
Non si ama a senso unico, e non si vive a senso unico, e non si fa politica a senso unico.
Io penso che è bello se amare e vivere e fare politica diventano tutte quante facce di uno stesso modo di vivere autentico. Nella dimensione vera e quotidiana delle amicizie, dei gesti della vita di tutti i giorni, del non voler precludere nulla allo scaturire in ogni direzione di tutte le intenzioni e le attenzioni e i propositi che possiamo accumulare dentro.
Consapevoli che sì, condizionamenti non ne abbiamo. O se li abbiamo lottiamo per abbatterli.
Di quanto sia importante crederci, perché allo stato attuale delle cose è l’ultima cosa che ci rimane.

ma però

Ma però questo, ecco.
E mi perdonerete la poca finezza della metafora.
Il fatto è che noi, con queste elezioni, ci siamo giocati il culo. E abbiamo perso.
E loro arriveranno, e ce lo piazzeranno proprio lì. Tutti in fila, uno dopo l’altro.
La Nessie dice che entro due anni siamo fuori dall’euro.
Io questo non lo so. Nel senso che quello che sarà l’Italia tra due anni, io per il momento preferisco non ipotizzarlo. Ne ho già abbastanza di pensare a quello che ci riserveranno i prossimi mesi.
E la prima cosa che accadrà nell’immediato, secondo me, sarà che il verbo della Lega si farà carne e scenderà dalla Padania in mezzo a noi. In altre parole, federalismo e cazzi e mazzi vari, tout de suite.
Poi la Costituzione.
E la 194.
E la Finanziaria, a settembre. Con tagli che neanche mi voglio immaginare alla ricerca, alla scuola, agli asili. E il via alle grandi liberalizzazioni. Ma in compenso toglieranno l’Ici sulla prima casa, e saremo tutti contenti.
E la riforma della scuola. Al via la riscrittura dei libri di storia, i falò per le strade, l’indice dei manuali di testo proibiti, la censura. Tutto un déjà vu, naturalmente – Moratti docet – solo che stavolta ci andranno fino in fondo e passeranno a mettere in pratica anche la seconda parte, quella che l’altra volta è rimasta in sospeso, ossia la riforma dei licei. Spuntano come funghi una dozzina di licei mai visti prima; scompaiono gli istituti tecnici, i professionali passano sotto la gestione delle regioni, in linea con gli interessi del terzo partito nazionale.

Beh, basta.
Ché già c’ho il mal di stomaco di mio.
Tornando alla metafora.
E’ una sconfitta talmente devastante, talmente irrimediabile, talmente totale che è impossibile, ora come ora, adottare un atteggiamento costruttivo. Viene solo voglia di arrabbiarsi, di digrignare i denti, di ridere amaramente guardando le vignette satiriche e prospettando scenari iperbolici (ma fino a che punto, poi?), di strapparsi i capelli, di litigare, di recriminare.

Ma però, adesso che vengono a incularci.
Io non è che mi metto a novanta per facilitargli il compito.
Tanto lo so che ce la faranno, prima o poi. E sento già il male. Vedo tutte le stelline.
Mica mi faccio illusioni. Stiamo entrando nella stagione politica più nera – in tutti i sensi – degli ultimi sessant’anni. Ma è proprio per questo, lo capite?, che bisogna giocarsi il tutto per tutto.
Disperatamente, inutilmente. Ma proprio per questo è ancora più enormemente importante.
Perché l’unica speranza, ammesso e non concesso che ancora possa essercene, è che qualcosa si muova dal basso. Da quelli come noi.
Dai giovani, soprattutto. Perché non potremo demandare il nostro futuro nelle mani di chi la lotta l’ha già fatta, e noi lavarcene altamente le mani, quando le poste in gioco riguardano soprattutto la nostra generazione.
I lavoratori di domani che avranno sempre meno possibilità di contratti a tempo indeterminato. Siamo noi.
I genitori che manderanno i figli nella scuola di domani. Siamo noi.
Quelli che respireranno l’aria ancora più irrespirabile di domani e berranno l’acqua ancora più avvelenata di domani e cammineranno nel pianeta ancora più devastato di domani, siamo noi e soprattutto i nostri figli.
Io penso che è bellissimo se la lotta la facciamo tutti insieme.

E allora io penso che sì, il nostro culo ormai è in mano loro.
Ma io al mio cerco di non farceli avvicinare.
E quando saranno vicini scalcerò e morderò e graffierò e urlerò finché avrò polmoni.
E dovranno prendermi di peso, se vogliono piazzarmelo lì, e tenermi ben ferma.

manif

“ERA MEGLIO MORIRE DA PICCOLI,
SOFFOCATI DA TANTI TURACCIOLI,
STROZZATI CON TANTI BATUFFOLI,
CHE VEDERE ‘STO SCHIFO DA GRANDI!”

Perché altro, proprio, ora come ora non mi sento di dire.

vauro

¡no pasaràn!

battaglia

Ci piace sperarlo, finché si può.

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