
Occhei, ci abbiamo scherzato su, abbiamo riso, abbiamo ripassato i principali monumenti italiani facendo l’inventario delle statuette disponibili a portata di mano, sai mai che possano tornare utili.
Si ride anche di rabbia, a volte.
O magari si ride per esorcizzare, perché per noi il gioco s’è fatto peso e tetro da molto tempo ormai, ben prima di questo strano episodio che gli artefici della stagione politica più intollerante ed ostile degli ultimi anni non esitano a dire innescato dal clima di odio nei loro confronti.
Ognuno raccoglie ciò che ha seminato. E vorrei chiarire che qui non si sta parlando del lancio di una statuetta, si sta parlando di tutto ciò che questo si trascina dietro in termini di reazioni emotive, prima, e di elaborazioni un po’ più lucide, poi.
Si sta parlando del fatto che non vedo perché dovrei sentirmi moralmente obbligata a dispiacermi per qualcuno in rapporto al quale sento un’incompatibilità etica di fondo. Qualcuno che non si fa proprio nessuno scrupolo a godere e servirsi a proprio vantaggio di cose che in un paese civile non dovrebbero essere tollerate, leggi razziali che calpestano i diritti più elementari, un analfabetismo critico di ritorno in nome del quale si predicano odio e ignoranza, la censura nei confronti di chi è “contro”, l’uccisione sistematica di qualsiasi forma di progresso culturale.
E ci terrei che fosse chiaro, parlando sul serio in fase di elaborazione lucida, che non si tratta affatto di esaltare un atto di violenza, in sé sempre e comunque condannabile, ma piuttosto di un prendere radicalmente le distanze da tutto l’accaduto nel suo complesso.
Per arrivare a concludere che tutto sommato la cosa, in sé, mi lascia abbastanza indifferente. Per il semplice fatto che sono anche dell’idea che la seconda sfiga che hanno gli uomini di potere, dopo quella di non sapere mai che cosa potrà capitarti in occasione di un bagno di folla, è quella di essere soggetti a un duplice metro di giudizio, che fa appello a due dimensioni diverse e non sempre compatibili tra loro. Una è quella più prettamente umana, personale, in cui ci può stare la condanna di un gesto in sé sbagliato, ci può stare la compassione, ci può stare il buonismo. L’altra è quella più astratta e più inesorabile relativa alla responsabilità politica e storica della persona.
Posso trovare difficile da accettare sul piano umano un repubblichino ucciso, lo giustifico pienamente e senza ombra di dubbio alla luce del giudizio della politica e della storia.
Quello che invece non mi lascia indifferente, ma anzi mi smuove dentro, mi fa salire la rabbia con cui scrivo, ora, anche se magari Maroni mi censurerà il blog, è tutto ciò che è successo dopo. I gruppi di Facciabuco, le censure ai link un pochino più irriverenti e contemporaneamente centinaia di migliaia di persone iscritte d’ufficio alle pagine di sostegno a Berlusconi. Sarà che ero convinta che la rete continuasse a essere una zona franca, uno degli ultimissimi ambiti di informazione libera rimasti, e non ero preparata all’eventualità che la si potesse usare come uno strumento di controllo e di distorsione dei fatti. E’ una cosa gravissima, che col tempo potrebbe portare a conseguenze che non ho neppure tutta questa voglia di provare a immaginare. E una rappresaglia pianificata, per quanto virtuale, per quanto “innocua”, è più grave e inquietante del gesto di un matto che l’ha ispirata.
Ma poi.
Io li ho riguardati, quei fotogrammi che registrano la scena di questa specie di attentato.
Tutto tranquillo.
Le guardie della security ferme immobili, rilassate.
E però, i giorni prima, gli allarmi, le voci insistenti, il sospetto di possibili attentati.
Forse sarò io che esagero, ma mi tornano in mente i carabinieri immobili mentre i black bloc sfasciano Genova.
E, un matto.
C’è questo nanetto qui, che mi torna in mente, reminiscenza delle lezioni di storia al liceo. Pura e semplice associazione di idee, eh. Però.
Il 7 aprile del 1926, nel pieno delle leggi fascistissime, ci fu un attentato a Mussolini.
Un colpo di pistola che lo mancò per un soffio e lo ferì, indovinate dove? al naso.
L’attentatrice, un’anziana signora irlandese, tale Violet Gibson.
Matta pure lei.
Sicuramente una coincidenza.
Però.


Lo scrivo diverso da come l’avevo pensato.













"Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginare di essere vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti."
(A. De Carlo, "Due di due")


OTTOMARZOTUTTOL'ANNO

GENOVA NON HA SCORDATO...
SARA' DURA...
BERLUSCOUNTER!