Category: scoperte


rugby, the day after

La cosa più difficile di tutte è stata trovare l’entrata, che è nascosta, in fondo a una stradina che non si vede dalla via principale, da corso Europa con le sue mille corsie più una.
Una volta entrata, poi, è stato il momento di trovare il campo. Se non mi avessero salvata i ragazzini che uscivano dalla palestra di scherma a quest’ora starei ancora vagando disperatamente nella pancia dello stadio Carlini, alla ricerca dell’uscita giusta.
Invece mi sono infilata in un tunnel buio, tortuoso e in salita e a un certo punto mi sono ritrovata all’aria aperta, sul campo. E’ un colpo d’occhio meraviglioso, una sensazione incredibile quella che si prova a sbucare da un sotterraneo senza luce e ritrovarsi all’improvviso in uno spazio grandissimo e aperto, illuminato, pieno di persone colorate che si allenano, corrono, si passano la palla, arrivarci così, dal basso: sembra di essere alla coppa del mondo di Quidditch.
Ho preso un po’ di coraggio e mi sono avvicinata alle ragazze, giù in fondo al campo.
L’allenatore mi lancia uno sguardo interrogativo, mi presento, gli dico che vorrei iniziare ad allenarmi. Intanto arrivano subito le ragazze a presentarsi, sono carine, mi spiegano come arrivare agli spogliatoi.
Il nostro spogliatoio è, letteralmente, disastrato. La porta è rotta, quasi interamente scardinata. Ci sono panche per posare vestiti, giacche e zaini e poi le docce, e nient’altro.
Corro giù, felice di iniziare e al tempo stesso ancora un po’ dubbiosa. Fuori piove e il terreno del campo è un impasto denso di terra e acqua, c’è freddo e non mi sono portata neppure qualcosa di impermeabile da mettermi sopra la felpa, mi sento un po’ come quelli che vanno a camminare in montagna con le infradito, mentre insieme all’
amicaE. raggiungo di nuovo le ragazze.
L’allenatore mi tira la palla, pianissimo, da un metro scarso di distanza. La palla mi casca dalle mani, perdo l’equilibrio e scivolo nel fango.
Davvero un ottimo inizio, eh.
Però poi le cose migliorano subito.
Facciamo tutta una serie di esercizi di corsa con la palla, passaggi, passaggi incrociati, movimenti strani che non capisco e che non credo che capirò mai, mica solo adesso che è la prima volta.
Il resto del campo è occupato dai maschi che giocano e ogni tanto dobbiamo scansarci per non farci investire; intanto però corriamo ancora, c’è sempre da correre, attacchiamo e difendiamo e rotoliamo per terra nel fango, ci schizziamo dalla testa ai piedi.
Continua a piovere. Ma la pioggia non la senti nemmeno, quando sei accaldato e stai correndo e pensi che da un momento all’altro sputerai fuori pezzi di apparato respiratorio, ogni tanto ci si gira per davvero a sputare nel fango ed è una cosa che non avrei mai pensato che sarei stata in grado di fare, e invece.
E Lucky e Strike, i miei polmoni, nonostante tutto mi hanno sorretta fino alla fine, o quasi.
E il maschio che c’è in me sputava nel fango con autentico piacere e faceva i tripli salti mortali dalla gioia.
E’ stato meraviglioso.
Finito, poi, siamo andate tutte insieme negli spogliatoi.
Io ero abituata alla pallavolo, che è uno sport maledettamente fighetto. Ed ero abituata ad avere delle compagne albarine e fighette che mai e poi mai si sarebbero spogliate tutte e messe in fila per farsi la doccia, entri tu esco io, io mi insapono e tu ti sciacqui, figurarsi. Ma neanche in piscina, è comunque una cosa diversa.
E’ stato strano, ma allo stesso tempo incredibilmente naturale, senza un’ombra di disagio o di imbarazzo.
La prossima volta, poi, mi porterò anche un paio di ciabatte, e un asciugamano.
E magari lo shampoo.
Non vedo l’ora che arrivi, la prossima volta.

Ho sentito che non volete imparare niente.
Deduco: siete milionari.
Il vostro futuro è assicurato – esso è
davanti a voi in piena luce. I vostri genitori
hanno fatto sì che i vostri piedi
non urtino nessuna pietra. Allora non devi
imparare niente. Così come sei
puoi rimanere.

E se, nonostante ciò, ci sono delle difficoltà, dato che i tempi,
come ho sentito, sono insicuri
hai i tuoi capi che ti dicono esattamente
ciò che devi fare affinché stiate bene.
Essi hanno letto i libri di quelli
che sanno le verità
che hanno validità in tutti i tempi
e le ricette che aiutano sempre.

Dato che ci sono così tanti che pensano per te
non devi muovere un dito.
Però, se non fosse così
allora dovresti studiare.

(Bertolt Brecht)

Lo stakanovistissimo Van Loon, conclusi gli esami, non fa in tempo a godersi le ferie che già prende a frequentare corsi, a loro volta propedeutici a concorsi per accedere alle alte sfere del mondo della scuola (ché Van Loon è anche un tantino megalomane, nel suo piccolo, sissì).
Poi Van Loon torna a casa e racconta cos’ha imparato al corso durante la giornata; e ogni tanto ci esce fuori qualche nanetto carino, in materia di riforme scolastiche e simili. Nella fattispecie, il nanetto riguardante il fascismo e l’oppio dei popoli è questo. Tutti noi si pensa, ed è uno dei motivi per cui non mi avvalgo dell’ora di religione oltre che il pretesto con cui rivendico l’obiezione di coscienza ‘de facto’ a quella di educazione fisica, che dette materie siano state introdotte nel ventennio, con la ben nota riforma Gentile. Vero è, in effetti: in toto per quanto riguarda l’educazione fisica, non proprio al centopercento relativamente all’oppio dei popoli. Non proprio al centopercento perché la vera verità è che l’insegnamento della religione cattolica era effettivamente previsto dalla riforma Gentile, sì, ma ne erano esclusi i licei classico e scientifico.
Capito, la cosa?
Classico e scientifico erano, allora, le uniche due scuole in cui si studiavano materie come la letteratura, le lingue classiche, la filosofia. Materie che aprono la mente, che ti insegnano a pensare.
O almeno così dovrebbero.
Classico e scientifico (il classico, soprattutto) erano le due scuole che sfornavano la futura classe dirigente, quella che avrebbe ricoperto i ruoli più prestigiosi nella società, quella che avrebbe preso la laurea, quella che avrebbe detenuto il potere.
Quella che necessitava persone con una formazione culturale valida, persone che fossero capaci di pensare. Che poi, mi direte, era un pensare relativo. Si trattava pur sempre di gente venuta su a libroemoschettoeccetera. Solo che probabilmente man mano che si saliva ai livelli più alti dell’istruzione l’indottrinamento proseguiva in modo più sofisticato. E così ti insegnavano la filosofia in chiave fascista, che ti insegnava a pensare in modo fascista.
Tutti gli altri, senza filosofia, senza soldi, senza possibilità di emergere socialmente, si cuccavano l’ora di religione. In chiave fascista.
Perché imparassero a essere ignoranti in modo fascista.

la gioia di scrivere

stilografica

La gioia di scrivere.

Il potere di perpetrare.

La vendetta di una mano mortale.

(W. Szymborska)

djelem, djelem

Cercavo delle robe su questo sito fantastico, robe che poi non ho trovato, ma in compenso mi è capitato questo.
E’ il canto del popolo rom, che si può sentire e scaricare qui.
E non aggiungo altro, per stanchezza e per mancanza di voglia, ma forse anche perché le parole ci sono già tutte, io credo.

SONO ANDATO, SONO ANDATO

Sono andato, sono andato per lunghe strade,
ho incontrato romà fortunati.
Ehilà, romà? Da dove venite
con le tende e i bambini affamati?

Oh, romà! Oh, fratelli!

Anch’io avevo una grande famiglia,
l’ha sterminata la Legione Nera.
Uomini e donne furono squartati,
e tra di loro anche bambini piccoli.

Oh, romà! Oh, fratelli!

Dio, apri le nere porte
così che possa vedere dov’è la mia gente.
E tornerò a andare per le strade,
e vi andrò con uomini fortunati.

Oh, romà! Oh, fratelli!

In piedi, gitani! E’ ora il momento,
venite con me, romà di tutto il mondo
il volto bruno e gli occhi scuri
mi piacciono tanto, come l’uva nera.

Oh romà! Oh, fratelli!

Il poeta, in giorni maledetti
giunge a prepararne di migliori.
Egli è l’uomo delle utopie:
i piedi qui, lo sguardo lontano.
E’ lui che sopra ogni testa,
in ogni tempo, come i profeti,
nella sua mano in cui può stringere ogni cosa,
deve, nel disprezzo o nella lode,
come una fiaccola che agita
far fiammeggiare l’avvenire…

(V. Hugo)

Io questa nuova idea dell’amicaE. la trovo stupendissima.
E, se voi lo volete leggere tutto (e fareste bene a farlo, sissì), lo trovate qui.
Ma intanto vi scrivo il mio pezzo, quello che sento mio anche se mio in realtà non è, e poi ve lo spiego, ma intanto mi sono commossa a leggerlo, ecco, ed è questo:
L’amore non e’ meglio perche’ e’ piu’ morale, e’ meglio e basta.
Intendiamoci, non ho niente contro chi fa sesso con tutti senza motivo. Anzi, credo che faccia molto bene alla salute e apra la mente.
Pero’ alla lunga amare sempre la stessa donna e’ molto piu’ divertente, perche’ lei ti conosce, tu la conosci, c’e’ comprensione.
E se, come a volte accade nella vita, hai affrontato insieme a lei momenti terribili, c’e’ anche qualche cosa d’altro: un cemento morale, una fiducia e un rispetto cementati nell’acciaio fuso dei vulcani. E’come dice Jovanotti nella sua ultima canzone, qualcosa tipo ti ho vista debole che potevo spezzarti stringendo un po’ la mano e poi risollevarti potente come un aeroplano.
Quando tu fai l’amore con una donna che hai visto cosi’, c’e’ una potenza e una liberta’ di sentimenti che non ha paragone con nessuna ballerina che ti fa un bocchino al volo in hotel.
Si’, perche’ l’altra faccia dei lustrini e delle ballerine e’ che per fare i soldi devi lottare, devi essere il piu’ forte, devi inculare tutti e poi non hai il tempo di scopare.
La tensione psicologica della lotta contro gli altri annichilisce le potenzialita’ amatorie.
Per godere veramente devi emozionarti, devi innamorarti, devi lasciarti andare, non ci sono alternative.
L’amore lo devi coltivare, devi amare molto e in molte direzioni per riuscirci.
L’amore e’ un muscolo che si allena.
E questo e’ il primo punto, abbiamo le ballerine migliori e queste ballerine conoscono l’amore, amano il mondo e non sono interessate alla competizione. E questa e’ la seconda cosa che il Movimento Progressista Felice ha: siamo liberi da tonnellate di condizionamenti. La liberta’ e’ bellissima: io sono fedele perche’ mi piace. Ma se smettesse di piacermi sarei libero da vincoli morali, potrei fare quel che voglio. Mia moglie forse non sarebbe d’accordo ma questa e’ un altro discorso. E’ una questione tra me e lei, non tra me e Dio o la mia coscienza.
(…)
Per molti maschi fare sesso con donne che hanno le misure perfette e’ un obbligo. Io non ho neanche questo obbligo. L’estetica e’ un piacere ma ci sono ballerine che sono totalmente fuori dai canoni estetici, che vengono comunemente classificate brutte, che sarebbe un delitto non amare perche’ hanno dentro il fuoco del big bang.
I plasticoni competitivi si perdono anche questo: il piacere di amare le donne brutte.

Potrà sembrare poco rappresentativo.
Potrà sembrare che avrei dovuto scegliere un pezzo diverso.
Io, single senza speranza.
Io, che l’amore non lo so spiegare perché non l’ho mai saputo vivere. Come il chimico di De André.
Ma intanto che aspetto l’amore aspetto anche la chiave che mi apra le porte a un vivere più autentico.
Se io amassi una persona, amerei il mondo. Parole di Fromm, mica mie.
E’ per questo, ecco, che io credo che parlare d’amore, adesso che si parla di costruire una realtà diversa, abbia tutto il senso di questo mondo.
Costruire una realtà diversa, o almeno provarci. Questo è amore.
Bisogna amare la realtà che si vuole costruire.
Bisogna amare il fatto di volerla costruire.
Bisogna che ci amiamo tra di noi, per poter riversare l’energia positiva in tutto il resto.
E poi.
Poi bisogna anche dire questo, che da come uno ama si capisce tantissimo di come uno vive.
Se uno ama solo e soltanto in virtù delle misure perfette e dei lustrini e delle ballerine, vorrà dire che anche la realtà che ama è fatta di lustrini e ballerine. E’ un modo falso di amare, e allora non è autentico neppure l’approccio che uno ha nei confronti di tutto il resto. Vuol dire non saper cogliere nulla al di fuori della superficie, vuol dire che non c’è posto per le cose importanti per davvero.
Che non c’è comprensione.
Che non ci si fermerà mai a soppesare quali sono le cose veramente importanti e impegnative e che hanno un senso e per cui vale la pena spendersi.
Perché amare è questo, e vivere è questo. E’ un casino, sempre.
Ma la potenza e la libertà di sentimenti sono le stesse.
Adesso, soprattutto, in cui diventa fondamentale cercare dentro di noi, concretamente, un’alternativa.
In questo senso privato e politico sono, devono essere, coincidenti.
Alla costruzione di una dimensione politica che sia tale nel senso più ampio e vero del termine non può non accompagnarsi l’assenza di condizionamenti e la ricerca di tante direzioni verso cui avviare le proprie energie.
Non si ama a senso unico, e non si vive a senso unico, e non si fa politica a senso unico.
Io penso che è bello se amare e vivere e fare politica diventano tutte quante facce di uno stesso modo di vivere autentico. Nella dimensione vera e quotidiana delle amicizie, dei gesti della vita di tutti i giorni, del non voler precludere nulla allo scaturire in ogni direzione di tutte le intenzioni e le attenzioni e i propositi che possiamo accumulare dentro.
Consapevoli che sì, condizionamenti non ne abbiamo. O se li abbiamo lottiamo per abbatterli.
Di quanto sia importante crederci, perché allo stato attuale delle cose è l’ultima cosa che ci rimane.

Morirò di paura a venire là in fondo,
maledetto padrone del tempo che fugge,
del buio e del freddo;
ma lei aveva vent’anni e faceva l’amore,
e nei campi di maggio, da quando è partita,
non cresce più un fiore…

E canterò, stasera canterò,
tutte le mie canzoni canterò,
con il cuore in gola canterò:
e canterò la storia delle sue mani
che erano passeri di mare,
e gli occhi come incanti d’onde
scivolanti ai bordi delle sere;
e canterò le madri che
accompagnano i figli
verso i loro sogni,
per non vederli più, la sera,
sulle vele nere dei ritorni.

E canterò, canterò finché avrò fiato,
finché avrò voce di dolcezza e rabbia
gli uomini, segni dimenticati,
gli uomini, lacrime nella pioggia,
aggrappati alla vita che se ne va
con tutto il furore dell’ultimo bacio
nell’ultimo giorno dell’ultimo amore;
e canterò finché tu piangerai,
e canterò finché tu perderai,
e canterò finché tu scoppierai
e me la ridarai indietro.

Ma non avrò più la forza
di portarla là fuori,
perché lei adesso è morta
e là fuori ci sono la luce e i colori;
dopo aver vinto il cielo
e battuto l’inferno,
basterà che mi volti
e la lascio alla notte,
la lascio all’inverno…

E mi volterò
le carezze di ieri
mi volterò
non saranno mai più quelle
mi volterò
e nel mondo, su, là fuori
mi volterò
s’intravedono le stelle
mi volterò perché l’ho visto il gelo
che le ha preso la vita,
e io, io adesso, nessun altro,
dico che è finita;
e ragazze sognanti m’aspettano
a danzarmi il cuore,
perché tutto quello
che si piange non é amore;
mi volterò perché tu sfiorirai,
mi volterò perché tu sparirai,
mi volterò perché già non ci sei
e ti addormenterai per sempre.

(R. Vecchioni)

friedrich-abbey-in-the-oakwood.jpg

Salgo sulla funicolare alla Zecca.
Non l’avevo mai presa fino in fondo, la funicolare. Di solito arrivavo a Castelletto.
Stavolta però me la faccio tutta, fino al capolinea.
Da Preve in poi il percorso si fa meno pittoresco e più inquietante.
Sarà che sono rimasta sola, con un tizio che sta seduto poco più in là e legge una rivista di moto. E non ha l’aria troppo raccomandabile, il tizio.
E io sono chiusa con questo qui in una scatoletta, senza via d’uscita.
E quindi mi balena in mente che il tizio, se volesse, potrebbe farmi qualunque cosa, ché tanto nessuno vedrebbe e nessuno sentirebbe. Il che non è proprio rassicurante.
Su a Righi, poi, la stazione è tutta buia e non c’è un’anima.
Inizio a sentire una vocina sottile sottile che mi chiede se sia stata proprio una buona idea, quella di venire quassù.

Che sarà una decina d’anni, forse di più, che non bazzico più da queste parti.
E non ho la più pallida idea della strada da prendere per arrivare nel posto che ho in testa.
Il posto che ho in testa, l’ho appurato recentissimamente, si chiama Parco Peralto.
Ce l’ho in testa perché mi ci portavano sempre i miei quando ero piccola.
E ci volevo tornare, ecco.
Ma l’unico punto di riferimento che ho è un’immagine nella testa che risalirà sì e no ai miei cinque anni.
Una cartolina sbiadita dove c’è la strada e da una parte c’è lo spiazzo verde con i tavolini e il muretto da cui si vedono i forti, e dall’altra c’è una stradina con la ringhiera di legno che va giù, ma di poco, ed è una specie di passeggiata e l’ho fatta diecimila volte, tanto tempo fa, ma non mi ricordo se sono mai arrivata in fondo.
E non riesco a vedere oltre i bordi della mia cartolina.
Tutt’intorno è passato il Nulla, come nella Storia Infinita. Tutto quello che ho è un fermo immagine sospeso in una dimensione extraspaziale, piegato con cura in un remoto cassettino della memoria.
Ci sono io piccolina e coi capelli a caschetto che corro qua e là inseguendo i piccioni e schiamazzando parole inventate.
C’è un vecchietto che sta lì e guarda il panorama.
La cosa strana è che il vecchietto ha indosso un accappatoio. Blu.
E io che lo guardo salendo in macchina, la gloriosa vecchia macchina con tutti gli adesivi politici attaccati dentro, e sgrano due occhi così.
E c’è una lumaca che mi sono fermata a rimirare per mezz’ora, una volta, facendo la passeggiata.
E c’è quella volta che ho incontrato la maestra dell’asilo, sempre sulla passeggiata. La maestra si chiamava L., era abbastanza anziana e aveva i capelli biondicci e i denti davanti un po’ accavallati e un sorriso dolce, mi ricordo.
E però io non l’ho salutata, perché ero timida e mi vergognavo.
Ecco, tutto quello che mi viene in mente quando mi sforzo di ricordare dettagli utili, è questo.
Certo tengo molto di più a questi ricordi che non ai dettagli utili. E’ anche per questo che li scrivo, per non dimenticare, ancora per un po’.

Fatto sta però che io lì non ci so arrivare.
E però mi immaginavo che l’avrei trovato, il posto, così, a intuito.
O che fosse subito lì, appena sbucata fuori della lugubre stazioncina.
Però no.
C’è una piccola area verde, lì fuori, effettivamente. E ci sono i tavolini di legno. E c’è il muretto e si vedono, bluastre, le colline, e le ultime propaggini della città che sembrano aggrapparcisi, la Valpolcevera, il Biscione. E i forti, lassù.
Però lo capisco subito, che c’è qualcosa che non va. Lo capisco perché ci sono un sacco di cose che sono diverse dal mio ricordo. Potrei farci il gioco della Settimana Enigmistica, trova le differenze. Soprattutto c’è un affare di cemento azzurro che spunta dal prato, con su delle mezzesfere che ah, sono i pianeti.
E quindi realizzo che ah, l’Osservatorio.

Ma non sarà lontano, mi dico. C’è pure il cartello che mi indica la strada per il parco.
E così vado avanti.
E’ una giornata grigia, le nuvole hanno steso una cortina orizzontale su tutto il cielo e ogni tanto qualche lembo cade giù, a sfiorare le colline.
Genova, la mia Genova schiacciata sul mare, repubblicana di cuore, vento di sale e d’anima forte, Genova odiata e tanto pazzamente amata, la vedo adagiarsi sotto di me, sulla sinistra.
In lontananza sta piovendo. E’ bellissima la pioggia vista da lontano, sembra un cono di luce.
Penso che forse è più bello, una giornata senza sole.
E’ più simile al paesaggio brumoso della memoria, sfuma i contorni, rende inclini a lasciarsi immalinconire dai ricordi lontani.

Poi non lo so cos’è successo.
Gli alberi spogli, con i loro tronchi nodosi e i rami nudi attorcigliati verso l’alto, il freddo, l’aria immobile spezzata solo di tanto in tanto dal passare di qualche automobile, tutto questo mi ha messo addosso una strana inquietudine.
E l’inquietudine è diventata paura.
Una paura irrazionale, violenta, ancestrale, di quelle che fanno venire il magone e trasalire a ogni rumore.
Ora, chi conosce il posto sa che a un certo punto la strada si biforca in due vie che corrono parallele, una in piano e una in salita.
Quella in piano è via Costanzi, dove passa il 64.
Quella che va in su è via Peralto, che presumibilmente mi avrebbe condotta a destinazione.
E io che sono di un’ignoranza inaccettabile non lo sapevo, o forse non me lo ricordavo, che lì c’è la fossa dei partigiani.
Ecco, io lì non sono più riuscita a muovere un passo.
Come se il luogo stesso trasudasse ancora la percezione della minaccia, come se tra quegli alberi si aggirassero ancora i fantasmi inquieti della Resistenza, le anime sanguinanti dei partigiani uccisi e gli spettri dei tedeschi, neri e senza volto, ancora desiderosi di sangue, come Voldemort nella Foresta Proibita.
La storia urla tra le pareti della fossa. Urla un suo grido silenzioso, rappreso dagli anni, congelato dall’oblio.
Non sono riuscita ad andare avanti.

E nessuno sa che io sono lì.
Non l’ho detto a nessuno, che ci venivo.
Se mi succedesse qualcosa, qualunque cosa, non mi troverebbero mai. Diventerei un caso nazionale.
Ma non è solo questo.
E’ che io lo so, in realtà, che non c’è da aver paura.
Che è tutta una sega mentale enorme che mi sto facendo.
Sono io che mi spavento. E’ di me che ho paura.

Perché mi rendo conto che c’è qualcosa di strano, in tutto questo.
Perché non riesco a spiegarmi tutta questa urgenza che ho di scappare dal mondo, di girare senza meta, sola, seguendo la traccia sottile dei ricordi, alla ricerca spasmodica di una mia dimensione interiore.
Perché non so dove potrebbe condurmi il mio vagare.

Ci sono troppe cose con cui mi devo riconciliare.
Troppe cose da rimettere in ordine, da mettere via.
E’ come entrare in un vecchio solaio polveroso stipato di cianfrusaglie.
E non riuscire nemmeno a trovare l’interruttore della luce, figuriamoci passare lo straccio per togliere la polvere e le ragnatele e mettere ogni cosa nel cassetto giusto.

Ma se io riuscissi a convincere un’altra persona, a entrare con me nella soffitta disastrata, allora forse riuscirei a trovarlo, l’interruttore della luce.
Se fossimo in due si potrebbero aprire le persiane, spalancare i vetri, far entrare i raggi del sole.
Si potrebbe iniziare a passare lo straccio per togliere la polvere.
A mettere via le illusioni che tanto poi lo so che sono lì negli scatoloni, pronte da tirar fuori quando ne ho voglia, i consigli, i rimorsi e i rimpianti e le legnate che però il livido anche se ci passi il detersivo mica va via, ma non importa.
Raccogliere le cartacce sparse in giro e riordinarle in un cassetto che così ogni volta che ne ho voglia me le posso andare a riguardare senza naufragare nel disordine.
A essere in due, in un futuro imprecisato si potrebbe arrivare a passare anche un po’ di lucidatrice, forse.

“Se l’umanità non avesse quella buona percentuale di folli che la popolano sarebbe già finita da un pezzo. Matto era certo uno come Cristo, che sconvolge i tempi con parole nuove e si fa uccidere per la sua fede. Ma matto è anche il poveraccio che tutta la vita insegue una sfida. Matti sono stati, sono e saranno gli artisti, gli inventori, gli esploratori di terre e di idee, quelli che hanno l’ardire di cambiare le regole, di mandare a gambe all’aria l’ordine costituito, il senso comune, le logiche aristoteliche e tutto il resto. Matto era Galileo. Finì sotto processo, patì tormenti, ma la sua intuizione cambiò il corso del mondo. Matti erano paradossalmente gli illuministi. Sostenere i ‘lumi della ragione’ equivaleva a ‘sragionare’ contro i dettami della convenzione. Tutti imbarcati su quella ‘Nave dei folli’ dove sale chi non se la sente più di stare dentro il quieto pantano della società. E allora via, si va per mare. Perché i pazzi, quelli veri, sono gli ‘altri’. I cosiddetti ‘sani’, quelli senza segni di squilibrio di sorta, ben integrati nella scuola, nel lavoro, nella famiglia, nella società. Quelli che non si ribellano mai perché tanto non serve o non conviene, che non sognano mai perché si perderebbe tempo. Sempre troppo occupati nelle cose ‘serie’, a far carriera, a fare soldi. Certi che la felicità stia lì, nell’accumulare cariche, onori, potere. Glorie modeste di gente modesta, di cui in un batter d’occhio non si ricorderà più nessuno. Pazzi tristi, incapaci di cogliere il senso di quella grande, breve follia che è la vita. Una meravigliosa occasione fugace, da acciuffare al volo, tuffandosi dentro in allegra libertà.”

(Dario Fo)

diario
E’ questa, la mia bellissima trovata di inizio anno.
L’altroieri sera ho inaugurato il quaderno delle canzoni di protesta.
E’ un quaderno dove trascrivo e all’occorrenza traduco i testi delle canzoni che scarico dal bellerrimo sito, aggiungendo poi commenti o qualsiasi altro tipo di materiale che giudico interessante.
Come prima canzone ci ho messo Le Déserteur, di Boris Vian.
Ammetto che fino a due giorni fa, non la conoscevo affatto, questa canzone.
Ne conoscevo però, apprezzandola moltissimo, la versione italiana cantata da Ivano Fossati, senza sapere che si trattasse di una traduzione artistica di quello che ho scoperto essere uno dei pilastri dell’antimilitarismo.
Le Déserteur, l’originale, intendo, risale – mi rendo conto che sia un po’ datata – al 1954. Si concludeva in quell’anno la disastrosa guerra d’Indocina, conclusasi dopo otto anni di alterne vicende con la sconfitta dei francesi da parte dell’esercito vietnamita. Una guerra per molti versi simile a quella irachena, in cui gli invasori, sicuri di farla franca, si trovarono invece a fronteggiare una “guerra di popolo” che sarebbe costata loro moltissimo, in termini economici e – soprattutto – di vite umane, fino a risolversi con una disfatta.
Non contenta della batosta indocinese, la Francia si apprestava contemporaneamente a tentare la repressione armata dei movimenti indipendentisti in Algeria: un’altra causa persa, che di fatto segnò la fine del colonialismo francese in Africa e si concluse con l’indipendenza dell’Algeria.
Quando la canzone, cantata per la prima volta da Marcel Mouloudji, fu trasmessa in radio, nonostante le numerose modifiche al testo orginale il consigliere municipale Paul Faber ottenne che essa fosse censurata. Alla censura Vian rispose dapprima ironicamente (Ma chanson n’est nullement antimilitariste, mais, je le reconnais, violemment pro-civile, “la mia canzone non è per niente antimilitarista, ma, lo riconosco, violentemente pro-civili”), prima di redigere, in un secondo tempo, una lettera aperta, indirizzata allo stesso Faber, in cui si difendeva dalle accuse dei suoi detrattori che nel testo di Le Déserteur vedevano una canzonatura ai reduci delle due guerre mondiali e al tempo stesso denunciava la totale insensatezza del conflitto in Indocina.
Comunque sia, per chi non lo conosce il testo della canzone è questo:

Messieurs qu’on nomme Grands
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
Avant mercredi soir
Messieurs qu’on nomme Grands
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens
C’est pas pour vous fâcher
Il faut que je vous dise
Les guerres sont des bétises
Le monde en a assez

Depuis que je suis né
J’ai vu mourir des pères
J’ai vu partir des frères
Et pleurer des enfants
Des mères ont tant souffert
Et d’autres se gobergent
Et vivent à leur aise
Malgré la boue de sang
Il y a des prisonniers
On a vole leur âme
On a vole leur femme
Et tout leur cher passé
Demain de bon matin
Je fermerai ma porte
Au nez des années mortes
J’irai par les chemins

Je mendirai ma vie
Sur la terre et sur l’onde
Du Vieux au Nouveau Monde
Et je dirai aux gens:
Profitez de la vie
Eloignez la misère
Vous êtes tous des frères
Gens de tous les pays
S’il faut verser le sang
Allez verser le vôtre
Messieurs les bons apôtres
Messieurs qu’on nomme Grands
Si vous me poursuivez
Prévenez vos gendarmes
Que je n’aurai pas d’armes
Et qu’ils pourront tirer
Et qu’ils pourront tirer…

E questa è la mia letteralissima, pessima traduzione:

Signori che chiamiamo Grandi
vi scrivo una lettera
che leggerete, forse,
se avrete il tempo.
Ho appena ricevuto
la cartolina militare
per partire per la guerra
entro mercoledì sera.
Signori che chiamiamo Grandi
io non la voglio fare
non sono al mondo
per ammazzare della povera gente.
Non è per offendervi
bisogna che lo dica
le guerre sono idiozie
il mondo ne ha abbastanza.

Da quando sono nato
ho visto padri morire
fratelli partire
bambini piangere
Le madri hanno sofferto tanto
e altri se la spassano
e vivono a loro agio
malgrado il lago di sangue
Ci sono i prigionieri
gli è stata rubata l’anima
gli sono state rubate le mogli
e tutto il loro dolce passato
Domani di buon mattino
chiuderò la porta
in faccia agli anni morti
e andrò lungo le strade

Mendicherò la mia vita
per terra e per mare
dal vecchio al nuovo mondo
e dirò alle persone:
godetevi la vita
allontanate la miseria
gli uomini sono tutti fratelli
gente di tutte le nazionalità.
Se c’è da versare del sangue
andate a versare il vostro
signori apostoli di bene
signori che chiamiamo Grandi.
Se mi perseguite
avvertite i vostri gendarmi
che io non avrò armi
e che potranno sparare.

Questa invece è la versione scritta da Giorgio Calabresi e cantata da Ivano Fossati nell’album Lindbergh.
(Due volte, sbagliavo, a credere che fosse di Fossati, perché non solo si tratta di una traduzione-adattamento di una canzone francese, ma non l’ha neanche tradotta lui…)

In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia
qualcuno m’ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.

boris vian

…ma oggi, primogennaioduemilaotto, ho scoperto qualcosa di molto, molto, molto meglio.
Ho scoperto il sito delle canzoni contro la guerra.
Visitatelo, ne vale la pena.
Questo sì che mi ha messa di buon umore, finalmente.
:-D Buon 2008! :-D

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