Category: sogni a occhi chiusi


Mentre, sullo sfondo, in uno sterminato campo di grano di spighe altissime, gialle che più gialle non si può, contadini piccoli e numerosi come formiche cantavano a squarciagola l’inno sovietico:

“Ma se neanche i politici sanno scrivere, chi cazzo alfabetizzerà le masse?”

(Testuali parole della voce fuori campo. La mia, voce, presumo. E non chiedetemi il perché…)

Oggi, puntuale come il weekend, sono malata.
Tossicchio e sputacchio e rantolo e sgocciolo e tremo. Più un saltino in avanti del dente del giudizio di qua, una spintarella della gengiva di là, di tanto in tanto una capriola della cistifellea, il tutto nel mentre che i globuli bianchi combattono sul fronte occidentale.
In tutto questo cerco di consolarmi con le piccole gioie di quando si sta male, il mio letto con il piumone e l’ippopotamo di peluche da stritolare e tossirci dentro, un pomeriggio lento da far passare a ondate lunghe di pensieri stanchi e dormicchiati, un libro da incominciare, un altro da finire, le mie cose da scrivere, una tazza di the. Quando sto male mi riapproprio del rapporto con la mia casa, che all’improvviso è una tana calda da nascondercisi in fondo e non volerne proprio uscire. Neanche per una sigaretta o due passi in riva al mare, neanche per un minuto, neanche senza il bisogno di inventarsi una scusa per correre fuori e tornare la sera. Oppure la gioia di sentirsi troppo sfatti persino per essere di cattivo umore, avere i pensieri al rallentatore. E non riuscire a scovare il significato profondo di aver sognato di sciare su una pista da sci ma senza neve, vestita da sci ma con un caldo porco, con gli sci ma sci smontabili e progettati per andare anche nel deserto, e con uno sciatore alto bello e biondo che al posto di scaldarmi mi rinfrescava le mani soffiandoci sopra…

E allora oggi vi racconto che questa notte, interrotta dalla sveglia che non ci volevo credere, perché pensavo che era tutto vero, ho fatto un altro sogno all’incontrario.
Perché ho sognato che c’era l’assemblea d’istituto. Ma l’assemblea d’istituto più bellissima del mondo, era.
Intanto per cominciare il posto dove si faceva l’assemblea d’istituto era una specie di via di mezzo tra il teatro della Corte e il Palasport. Poi era l’assemblea d’istituto, ma c’era anche un sacco di altra gente che con la scuola non c’entrava proprio. Poi credo che ci fossero anche un paio di loschi figuri in rappresentanza di una qualche associazione di industriali, ma intanto non li hanno lasciati parlare neanche per mezzo minuto. Ma forse, quest’ultimo è dettaglio aggiunto a posteriori dal subconscio. Poco importa.
Beh comunque l’assemblea d’istituto, è un’assemblea concerto.
E con cosa iniziava, sinceramente non me lo ricordo. Ma era qualcosa di bellissimo assai e io nel sogno cantavo a squarciagola. Però mi ricordo che la canzone subito dopo erano i Morti di Reggio Emilia. E c’era proprio il signore che l’ha scritta a cantarla lì sul palco. E la gente tutta che stava a sentire e cantava e ci si suggerivano le strofe l’un l’altro. E io che come al solito maledicevo la tonalità e mi lamentavo che era troppo alta e non ci arrivavo.
Poi, quando se n’è andato il signore dei Morti di Reggio Emilia, è arrivato Guccini.
E Guccini si è messo a cantare prima una canzone che non mi ricordo e che secondo me non esiste neanche nella realtà, ma io la sapevo tutta e lo seguivo parola per parola (e tutti si stupivano che la sapessi, quindi direi che in effetti la canzone non esisteva proprio).
Poi ha fatto una domanda a un bambino di nove o dieci anni seduto giù in basso. Il bambino ha risposto con una tirata infervoratissima contro gli industriali che ci fanno morire tutti di fame. E giù applausi, e gli industriali, se c’erano, avevano l’impermeabile tirato su fino a metà faccia come Jigen e stavano tutti rincantucciati in un angolo per paura della folla inferocita.
Guccini riprende a cantare. Guccini canta La Locomotiva. Un po’ sfiatato, un po’ sfasato col tempo come fa lui in live.
Fine, perché poi si saltava bruscamente a uno scorcio di gita scolastica con rovine fenicie che spuntavano da in mezzo al mare.
Ma ho sognato l’assemblea d’istituto più bellissima di tutte.
E se non suonava la sveglia. Io credevo proprio che era vera.

ayahuasca
Vorrei non sognare più.
O magari vorrei fare scambio di sogni con qualcuno, almeno per un po’. O almeno che i miei sogni tipo fossero il risultato di cene ipergalattiche, funghi allucinogeni, cannabis, ayahuasca.
Invece a me bastano cavolfiori e Lucky Strike per scatenare disastri onirici.
Così stamattina ho passato cinque ore di scuola a meditare sull’ultimissimo, quello che stavo facendo prima che suonasse la sveglia.
La prima parte non è strana, casomai è terribilmente realistica. E infatti proprio per questo mi ha fatto ancora più impressione.
All’inizio del sogno io sono in conservatorio. Fuori, sulla panchina dove probabilmente sarò seduta tra tre quarti d’ora o poco più.
E ci sono i miei che mi sgridano. E fanno l’inventario di tutti i modi con cui potrebbero punirmi, e via via scartano le varie ipotesi: il cellulare no perché serve, i viaggi no perché tanto non vai da nessuna parte, e così via.
Poi alla fine, quando capiscono che non sono poi così spaventata e che non me ne frega più di tanto, mi suggeriscono timidamente di provare ad andare da un’analista.
Perché non puoi continuare a tenerti le cose dentro, mi dicono.
Al che io, sempre nel sogno, sensi di colpa a mille. Perché io me lo sono già preso, l’appuntamento con l’analista, tra una ventina di giorni. E mi sento terribilmente in imbarazzo e anche terribilmente stupida e a disagio perché penso che poi dovrò telefonare per disdire e inventarmi chissà che cosa per far quadrare i conti.
Mi sono svegliata senza riuscire a levarmi di dosso la sensazione di vergogna che ho provato nel sogno. Me la sono portata dietro per tutta la mattina.
Mi inquieta il fatto che questa prima parte del sogno sia tutta così impregnata di quella che è la mia vita in questi giorni. Non mi succede mai, non in modo così chiaro.
Il conservatorio da sistemare una volta per tutte, l’analista che mi aspetta per davvero, il non dialogo con i miei.
Non so.
Intanto lo scrivo qui, e poi me lo segnerò, con tutti i dettagli e le stranezze troppo strane che qui ho omesso, sull’agenda dove annoto le entrate/uscite e i giorni del ciclo e il mio umore e le canzoni belle.
Raccolgo materiale su di me. E’ schizofrenico, ma divertente.
Perché poi il sogno va avanti in modo più tranquillamente nonsense.
E succede che faccio naufragio. Sono su una specie di peschereccio, il ponte è stipato di persone, e a un certo punto il comandante annuncia che è in arrivo una specie di maremoto, ed è costretto ad arenarsi sulla sabbia in una spiaggetta, dalle parti della passeggiata di Nervi.
Piccola incongruenza geografica, spiaggette sabbiose in prossimità della passeggita di Nervi a quanto mi consta non ce ne sono. Ma non importa.
E intanto la folla atterra sulla sabbia saltando tranquillamente dal parapetto della nave.
Intanto la terra trema, e in lontananza si vedono le ondate delle scosse sismiche sul fondo del mare.
Nel frattempo tra noi naufraghi sta succedendo il finimondo, perché ce ne sono alcuni, un po’ tamarri, che si sono raggruppati tutti da una parte e stanno tirando pietre a raffica contro tutti gli altri. Dove le prendano, le pietre, rimane un arcano.
Ma comunque io decido che è l’ora di svignarmela, e mi butto in mare.
Tra parentesi, in mezzo al mare c’è lo tsunami, ma pazienza.
E arrivo sana e salva (e asciutta, non so come) in passeggiata.
Dove faccio conoscenza con un improbabile spasimante che mi spedisce fotografie in seppia nell’inquietante hall di un albergo alla Psycho.
E qui suonò la sveglia.
E io ora devo uscire a discutere della mia vita col mio professore di violino giustamente incazzato.
E conto i giorni che mi separano dal rendez-vous con l’analista, quella reale, per fortuna.
E intanto penso a cosa le racconterò tra diciannove giorni.
E penso che tra venti giorni sarò sul treno per Padova.
E aspetto.
Non importa che cosa. Qualcosa da aspettare c’è sempre.
Comunque sia io sono qui che aspetto.

Che è un po’ una scopiazzatura alla Nessie, ma non solo, visto che è da un po’ che penso che dovrei postare il meglio del mio nonsense onirico.
E l’ultimo di stanotte, bruscamente interrotto dalla sveglia, batte tutti i record.
Innanzitutto non mi ricordo più, o forse non l’ho capito neanche mentre dormivo, se fossero due sogni separati o un minestrone unico.
Facciamo che sono un minestrone unico, un bi-sogno, che così c’è più confusione ed è più divertente.
Il bi-sogno inizia che io sono qui:
tevoetaanmonterosa-287.jpg
E’ un posto in Val d’Aosta, alta Val d’Ayas per essere precisi.
Ci vado in gita più o meno tutti gli anni.
Bene, io all’inizio del sogno sono qui. E c’è un cane, mi sembra, e io che dico che bello il cane lo voglio lo voglio.
Poi però succede che se io da lì proseguo sul sentiero e salgo, sbuco in un posto che credo fosse il Righi, già teatro di un mio incubo metafisico ad occhi aperti.
E già non è proprio una geografia convenzionale.
Ma come se non bastasse al posto della funicolare c’è la stazione ferroviaria.
E io allora penso che se prendo il treno al Righi sono a Genova in quattro e quattr’otto.
Ma poi spuntano fuori i miei che mi dicono che non posso andare a prendere il treno al Righi perché è una brutta zona e c’è poco da fidarsi.
Poi, brusco cambio di scena.
O forse può anche darsi che in realtà un passaggio intermedio ci sia stato e che sia io che non me lo ricordo.
Comunque stavolta l’ambientazione è se possibile ancora più surreale, perché è un misto tra la capanna di Hagrid e il prato della casa in montagna.
Ma è la capanna di Hagrid, principalmente.
E infatti dentro c’è un tizio che sembra proprio Hagrid, solo che si è tagliato i capelli.
Costui è affaccendato intorno al focolare acceso ed è alle prese con qualcosa di molto illegale, qualcosa che però prendo estremamente a cuore tanto che, notando che la casa è solo parzialmente recintata, mi offro di aiutarlo a recintare tutto.
Perché sennò ti vedono, gli dico.
E si mette a piovere, ma il fuoco rimane acceso lo stesso perché è riparato da una specie di tettuccio di lamiera.
E così siamo sotto la pioggia con ‘sto tizio che armeggia e una folla di persone non meglio identificate che collaborano con me alle fortificazioni intorno al praticello.
Si scoprirà poi, senza il benché minimo nesso logico, che il tipo che sembra Hagrid sta facendo una roba segretissima tipo spionaggio internazionale, se non ricordo male a vantaggio del Pkk curdo.
E nel frattempo continua a piovere, e alle spalle del giardinetto dello pseudoHagrid c’è un qualcosa che ha tutta l’aria di essere un vagone ferroviario, solo che ci piove dentro e infatti è tutto bagnato.
E c’è un tavolino tutto bagnato anch’esso, sul quale giace un pacco di compiti in classe, anzi due, uno della mia classe e uno sconosciuto.
Mi avvicino per andare a curiosare i voti dei miei compagni (ma riesco solo a vedere che F.A., che è il primo della lista, ha preso un 9 di cui sarebbe sicuramente più che felice) e prendo mentalmente nota di sgridare la prof perché ha posato le verifiche sul bagnato così si rovinano.
Fine.

Io non ce l’ho, il coraggio di sapere cosa tirerebbero fuori Freud e compagnia bella da una roba così.

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