
Vorrei non sognare più.
O magari vorrei fare scambio di sogni con qualcuno, almeno per un po’. O almeno che i miei sogni tipo fossero il risultato di cene ipergalattiche, funghi allucinogeni, cannabis, ayahuasca.
Invece a me bastano cavolfiori e Lucky Strike per scatenare disastri onirici.
Così stamattina ho passato cinque ore di scuola a meditare sull’ultimissimo, quello che stavo facendo prima che suonasse la sveglia.
La prima parte non è strana, casomai è terribilmente realistica. E infatti proprio per questo mi ha fatto ancora più impressione.
All’inizio del sogno io sono in conservatorio. Fuori, sulla panchina dove probabilmente sarò seduta tra tre quarti d’ora o poco più.
E ci sono i miei che mi sgridano. E fanno l’inventario di tutti i modi con cui potrebbero punirmi, e via via scartano le varie ipotesi: il cellulare no perché serve, i viaggi no perché tanto non vai da nessuna parte, e così via.
Poi alla fine, quando capiscono che non sono poi così spaventata e che non me ne frega più di tanto, mi suggeriscono timidamente di provare ad andare da un’analista.
Perché non puoi continuare a tenerti le cose dentro, mi dicono.
Al che io, sempre nel sogno, sensi di colpa a mille. Perché io me lo sono già preso, l’appuntamento con l’analista, tra una ventina di giorni. E mi sento terribilmente in imbarazzo e anche terribilmente stupida e a disagio perché penso che poi dovrò telefonare per disdire e inventarmi chissà che cosa per far quadrare i conti.
Mi sono svegliata senza riuscire a levarmi di dosso la sensazione di vergogna che ho provato nel sogno. Me la sono portata dietro per tutta la mattina.
Mi inquieta il fatto che questa prima parte del sogno sia tutta così impregnata di quella che è la mia vita in questi giorni. Non mi succede mai, non in modo così chiaro.
Il conservatorio da sistemare una volta per tutte, l’analista che mi aspetta per davvero, il non dialogo con i miei.
Non so.
Intanto lo scrivo qui, e poi me lo segnerò, con tutti i dettagli e le stranezze troppo strane che qui ho omesso, sull’agenda dove annoto le entrate/uscite e i giorni del ciclo e il mio umore e le canzoni belle.
Raccolgo materiale su di me. E’ schizofrenico, ma divertente.
Perché poi il sogno va avanti in modo più tranquillamente nonsense.
E succede che faccio naufragio. Sono su una specie di peschereccio, il ponte è stipato di persone, e a un certo punto il comandante annuncia che è in arrivo una specie di maremoto, ed è costretto ad arenarsi sulla sabbia in una spiaggetta, dalle parti della passeggiata di Nervi.
Piccola incongruenza geografica, spiaggette sabbiose in prossimità della passeggita di Nervi a quanto mi consta non ce ne sono. Ma non importa.
E intanto la folla atterra sulla sabbia saltando tranquillamente dal parapetto della nave.
Intanto la terra trema, e in lontananza si vedono le ondate delle scosse sismiche sul fondo del mare.
Nel frattempo tra noi naufraghi sta succedendo il finimondo, perché ce ne sono alcuni, un po’ tamarri, che si sono raggruppati tutti da una parte e stanno tirando pietre a raffica contro tutti gli altri. Dove le prendano, le pietre, rimane un arcano.
Ma comunque io decido che è l’ora di svignarmela, e mi butto in mare.
Tra parentesi, in mezzo al mare c’è lo tsunami, ma pazienza.
E arrivo sana e salva (e asciutta, non so come) in passeggiata.
Dove faccio conoscenza con un improbabile spasimante che mi spedisce fotografie in seppia nell’inquietante hall di un albergo alla Psycho.
E qui suonò la sveglia.
E io ora devo uscire a discutere della mia vita col mio professore di violino giustamente incazzato.
E conto i giorni che mi separano dal rendez-vous con l’analista, quella reale, per fortuna.
E intanto penso a cosa le racconterò tra diciannove giorni.
E penso che tra venti giorni sarò sul treno per Padova.
E aspetto.
Non importa che cosa. Qualcosa da aspettare c’è sempre.
Comunque sia io sono qui che aspetto.