
“Teniamoci per mano in questi giorni tristi…”
Perché altro, proprio, non si riesce più a dire.
Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.
Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l’ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale.
Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un’impalcatura, l’annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.
Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di un’indignazione passeggera.
Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.
Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un’opposizione senza quartiere ad un governo autoritario xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio.
Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra,non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.
Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia.
Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico.
Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.
Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo.
(Moni Ovadia)

Occhei, ci abbiamo scherzato su, abbiamo riso, abbiamo ripassato i principali monumenti italiani facendo l’inventario delle statuette disponibili a portata di mano, sai mai che possano tornare utili.
Si ride anche di rabbia, a volte.
O magari si ride per esorcizzare, perché per noi il gioco s’è fatto peso e tetro da molto tempo ormai, ben prima di questo strano episodio che gli artefici della stagione politica più intollerante ed ostile degli ultimi anni non esitano a dire innescato dal clima di odio nei loro confronti.
Ognuno raccoglie ciò che ha seminato. E vorrei chiarire che qui non si sta parlando del lancio di una statuetta, si sta parlando di tutto ciò che questo si trascina dietro in termini di reazioni emotive, prima, e di elaborazioni un po’ più lucide, poi.
Si sta parlando del fatto che non vedo perché dovrei sentirmi moralmente obbligata a dispiacermi per qualcuno in rapporto al quale sento un’incompatibilità etica di fondo. Qualcuno che non si fa proprio nessuno scrupolo a godere e servirsi a proprio vantaggio di cose che in un paese civile non dovrebbero essere tollerate, leggi razziali che calpestano i diritti più elementari, un analfabetismo critico di ritorno in nome del quale si predicano odio e ignoranza, la censura nei confronti di chi è “contro”, l’uccisione sistematica di qualsiasi forma di progresso culturale.
E ci terrei che fosse chiaro, parlando sul serio in fase di elaborazione lucida, che non si tratta affatto di esaltare un atto di violenza, in sé sempre e comunque condannabile, ma piuttosto di un prendere radicalmente le distanze da tutto l’accaduto nel suo complesso.
Per arrivare a concludere che tutto sommato la cosa, in sé, mi lascia abbastanza indifferente. Per il semplice fatto che sono anche dell’idea che la seconda sfiga che hanno gli uomini di potere, dopo quella di non sapere mai che cosa potrà capitarti in occasione di un bagno di folla, è quella di essere soggetti a un duplice metro di giudizio, che fa appello a due dimensioni diverse e non sempre compatibili tra loro. Una è quella più prettamente umana, personale, in cui ci può stare la condanna di un gesto in sé sbagliato, ci può stare la compassione, ci può stare il buonismo. L’altra è quella più astratta e più inesorabile relativa alla responsabilità politica e storica della persona.
Posso trovare difficile da accettare sul piano umano un repubblichino ucciso, lo giustifico pienamente e senza ombra di dubbio alla luce del giudizio della politica e della storia.
Quello che invece non mi lascia indifferente, ma anzi mi smuove dentro, mi fa salire la rabbia con cui scrivo, ora, anche se magari Maroni mi censurerà il blog, è tutto ciò che è successo dopo. I gruppi di Facciabuco, le censure ai link un pochino più irriverenti e contemporaneamente centinaia di migliaia di persone iscritte d’ufficio alle pagine di sostegno a Berlusconi. Sarà che ero convinta che la rete continuasse a essere una zona franca, uno degli ultimissimi ambiti di informazione libera rimasti, e non ero preparata all’eventualità che la si potesse usare come uno strumento di controllo e di distorsione dei fatti. E’ una cosa gravissima, che col tempo potrebbe portare a conseguenze che non ho neppure tutta questa voglia di provare a immaginare. E una rappresaglia pianificata, per quanto virtuale, per quanto “innocua”, è più grave e inquietante del gesto di un matto che l’ha ispirata.
Ma poi.
Io li ho riguardati, quei fotogrammi che registrano la scena di questa specie di attentato.
Tutto tranquillo.
Le guardie della security ferme immobili, rilassate.
E però, i giorni prima, gli allarmi, le voci insistenti, il sospetto di possibili attentati.
Forse sarò io che esagero, ma mi tornano in mente i carabinieri immobili mentre i black bloc sfasciano Genova.
E, un matto.
C’è questo nanetto qui, che mi torna in mente, reminiscenza delle lezioni di storia al liceo. Pura e semplice associazione di idee, eh. Però.
Il 7 aprile del 1926, nel pieno delle leggi fascistissime, ci fu un attentato a Mussolini.
Un colpo di pistola che lo mancò per un soffio e lo ferì, indovinate dove? al naso.
L’attentatrice, un’anziana signora irlandese, tale Violet Gibson.
Matta pure lei.
Sicuramente una coincidenza.
Però.
In questo politicopost devo decidere se sentirmi in colpa oppure no.
Premettendo che ho votato in coscienza, e chi ha votato in coscienza sensi di colpa non dovrebbe averne mai. Ma vedete, è proprio questo lo schifo. Lo schifo è un paese dove gli unici che hanno ancora qualche speranza vengono chiamati disperati. Si ritrovano, loro stessi, per forza di cose, a chiamarsi disperati. Lo schifo è quella dimensione della politica fatta di numeri, percentuali che non bastano, convenienze da valutare, tornaconti da richiamare in causa, quella dimensione che viene spacciata per la sola che conta, l’unica ad avere un qualche valore effettivo.
E così me lo chiedo, nonostante tutto, se ho fatto bene, se ho fatto male.
Mi verrebbe da dire che il voto non si decide mai a posteriori, che le responsabilità che si delineano a elezioni avvenute sono qualcosa di diverso dalle motivazioni che ti inducono ad andare al voto, che, in definitiva, con l’una e con l’altra delle due cose ci si confronta in momenti diversi. Si votano i programmi e si votano le persone, e non il potenziale risultato. E mi rendo conto che possa essere una visione della politica molto idealista e molto poco aderente a quella che è la realtà. Io però non avrei votato qualcosa in cui non mi riconosco nemmeno di striscio, e neppure avrei votato qualcosa che mi lasciava perplessa per la sua poca capacità di comunicarsi, come se piano piano si fosse consumata, qualcosa da cui non sentivo arrivare sufficienti risposte.
Ho scelto quello che mi ispirava speranza, da cui arrivavano risposte che condividevo. Quello che ha parlato senza mezzi termini dell’enormità della crisi culturale che stiamo attraversando, quello che ha fatto cose, quello per cui l’altra sera ero nel centro storico a dare i volantini e la gente si fermava a leggere e sorrideva e ringraziava e si interessava.
Questi, e quelli di cui ho già parlato l’altra volta, sono i miei motivi, che non devono essere messi in discussione dalle riflessioni del dopo.
Solo che poi è finita che ci siamo smezzati un seipercento e rotti, e praticamente abbiamo creato due cloni della stessa percentuale dell’anno scorso, insufficiente, come l’anno scorso. Allora viene da ripensare alla scissione, se eravamo uniti ce la facevamo, recriminazioni, accuse. La prima cosa è che non lo so se sia poi così automatico. Un partito diviso a metà e che litiga costantemente al suo interno è un partito che non sa darsi una linea. Un partito che non sa darsi una linea è un partito che non ha idee, che non propone perché troppo angustiato dalle sue lotte intestine. Quindi, prima domanda, sarebbe servito veramente a qualcosa?
Seconda osservazione, la scissione c’è stata, che piaccia oppure no. C’è stata e vale sempre il discorso dell’avere sott’occhio prima di tutto le circostanze presenti. Qui, ed ora, ci sono due partiti. Due partiti sostanzialmente simili, sostanzialmente paralleli, ciascuno con la sua linea e i suoi leader. Ma entrambi validi per fare l’opposizione, quella vera. Allora io ci ho sperato, in un’opposizione duplice e parallela, sempre meglio che nessuna opposizione, sempre meglio che la cosa evanescente che abbiamo visto l’anno scorso.
E’ andata male.
Un po’ dappertutto è andata male. Male in Spagna, in Francia, in Germania, malissimo l’Inghilterra, in Olanda l’estrema destra ha preso millemila voti. E da noi la Lega, la Lega ha fatto un punteggio ancora più alto che alle politiche. Il razzismo si è insediato in Europa e noi non abbiamo neanche più bisogno di farci buttare fuori.
Stiamo come all’inizio degli anni Trenta.
Io credevo che l’Europa sarebbe stata la sola cosa in grado di salvarci dalla dittatura. Invece le cose vanno male dappertutto, e la grande destra europea è una prospettiva terrorizzante, per come ci lasceranno gestire la nostra politica interna a colpi di aggressioni fascioleghiste, per come non avranno il minimo interesse a pensare seriamente a come risolvere il problema dell’ambiente e dell’energia pulita, per le centrali nucleari, per la Tav, per le Grandi Opere.
E’ un po’ come quella scena in cui Harry Potter si accorge che Malocchio Moody non è veramente Malocchio Moody e lo vuole uccidere.
Ancora una volta, così pensava forte un trepercento disperato…
E’ tanta e tale, la merda, che vi dico solo una cosa.
Vi dico solo che in questo momento sono sul forum di Top Girl. E non ci sto capendo niente, in verità, ma questa è un’altra storia. Vi dico che se c’era una cosa che poteva più di qualsiasi ortica, per farmene dire un tot, ecco, quella era proprio Top Girl che fa un megaservizio su quanto sono fighi e alla moda e strafashion gli adolescenti fascisti. Su come sono trendy i giovani picchiatori, quanto sono all’ultimissimo grido i loro occhiali da sole, quanto splendidamente palestrati bicipiti e addominali con i tatuaggi del duce e le croci celtiche e tutta questa simpatica serie di amenità.
E mi vengono da pensare un certo numero di cose, in ordine sparso.
Supponiamo, per esempio, che ci sia un qualche cosa che tanto tempo fa avremmo potuto definire come una classe dirigente. Adesso ci dicono che non si dice più così, ma comunque. Una roba che è più o meno una classe dirigente nel senso che ha la possibilità di esprimere se stessa attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Tipo Top Girl, tanto per dirne una. Ma anche tipo i giornali e i telegiornali. E così facendo determina luoghi comuni, piega l’informazione ai propri vantaggi, mette bavagli, si radica nel pensare comune. E, of course, lancia mode. Fa di se stessa una tendenza da seguire, fingendo di spogliarsi della propria ideologia per trasformarsi in atteggiamenti, modelli, comportamenti. Ma costantemente opera in direzione del suo fine.
In Italia, all’inizio del Novecento c’era D’Annunzio. E c’era che un sacco, ma un sacco di gente e giovani nella fattispecie si vestivano come D’Annunzio e parlavano come D’Annunzio e si mettevano in posa come D’Annunzio e facevano esattamente quello che diceva D’Annunzio. E poi, per andargli dietro, sono finiti a morire in trincea. E quelli che sono tornati, subito dopo che sono tornati c’è stato il fascismo. Voluto in buona parte da loro, reduci di guerra. Ora, messa così è estremamente semplicistica, mi rendo conto. Ma è per dire che una dittatura è innanzitutto una dittatura culturale, prima ancora di trasformarsi in una dittatura politica a tutti gli effetti. E che una dittatura nasce così, dal plasmare comportamenti di massa buoni per tutte le occasioni, al di là della politica. Quando un’ideologia assassina viene venduta nella veste accattivante di un sorriso da pagina patinata, quando il messaggio è che questo è ciò che è al passo con i tempi, questo è il meglio, guarda che occhiali da sole, guarda che bicipiti, scegli questo. Tu ragazzina che leggi cosa fai? D’altra parte mica l’ha scoperto Top Girl che la meglio gioventù fassista si vende un sacco bene, in quanto ad appeal. Mica potevano fare un servizio su quanto sono fighi i barboni comunisti del cazzo, no?
Meno che mai oggi, in questi tempi in cui il maledetto postideologismo fa sì che qualunque cosa possa diventare fenomeno di massa, basta che venda bene, che prenda bene in termini di tendenze collettive.
E’ la stessa ragione per cui è durata poco l’Onda degli studenti, paradossalmente però anche la stessa ragione per cui è nata, l’”apoliticità” come condizione necessaria. Che se nasceva come una roba politicamente connotata non se la filava nessuno. Ma al tempo stesso era una contraddizione in termini negare che dovesse esserlo.
E qui è la stessa cosa. Si ha tutto l’interesse a non presentare la scelta di fare un servizio su quanto sono trendy i fascisti come un fatto politico, figuriamoci, è costume, è stare al passo con i tempi, mica significa essere d’accordo. L’essere fascista buttato lì come considerazione a latere, appena accennata, del tutto irrilevante. Sulla scia di una logica ingannevolmente politically correct, che marcia sull’inconsapevolezza delle giovani generazioni buttando tutto nel calderone del “diritto di parola per tutti”. Un cazzo. Ma poi tu vai sul forum, e vedi un sacco di gente che scrive che in fondo tutti hanno il diritto ad avere un’opinione, io mi dissocio eh però se loro hanno un’idea che male c’è? Oppure che “si fa presto a dare a chiunque del fascista ma essere semplicemente di destra e essere fascisti mica è la stessa cosa”. Oppure che “basta politica, è ovunque, avete rotto”. Oppure che sono solo i nazisti quelli che sono xenofobi e ammazzano la gente, mica anche i fascisti.
Approfittare dell’ignoranza di una generazione, che non sa neppure che l’apologia di fascismo è reato, forse che non sa neppure veramente cos’è stato il fascismo, è schifoso.
Approfittare dell’ignoranza di una generazione, nel menefreghismo generale, è il primo passo per troncare alla radice lo sviluppo di un Paese. E trascinarlo sempre più nel baratro dell’oscurantismo, dell’emotività cieca, della mentalità di regime.
Allora è importante che noi continuiamo a esserci. Più importante di qualsiasi Ortica, più importante di un sacco di altre cose. E che la rabbia ci faccia rivoltare sempre più, invece che strizzarci le parole in gola.

Il caso Englaro appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all’evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le on stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che “al di là dell’obbligo morale di salvare una vita” egli sente “il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi”.
Gli strumenti necessari per realizzare quest’obiettivo indispensabile sono “la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia”; ma poiché l’attuale Costituzione semina di ostacoli l’uso sistematico di tali strumenti, lui “chiederà al popolo di cambiare la Costituzione.”
(…)
Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all’odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita. Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta.
Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l’altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante.
Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada.
Ci sono altri due obiettivi che l’uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare. Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d’aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto.
(…)
Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire “con cattiveria”.
(…)
Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l’instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali.
Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del ’22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: “Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”.
Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent’anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra.
In quel passaggio del 3 gennaio ’25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.
Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.
Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.
Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel “rinsavimento” sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l’altro ieri.
E tutto è sciaguratamente avvenuto sul “corpo ideologico” di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.
(Eugenio Scalfari su Repubblica di oggi)

Allora facciamo che per una volta non vi dirò quanto mi sento maledettamente vuota, apatica, insofferente.
Facciamo che almeno momentaneamente seppellisco in un angolo i miei dolori e la mia tosse, la mia stanchezza e i miei alunni e la scuola e la sensazione che mi sto vivendo addosso per inerzia.
Facciamo che stasera faccio metaforicamente a fettine la ragazza depressa e cerco di scrivere, finalmente. Ho perso le parole, eppure ce le avevo qua un attimo fa…
Ecco, facciamo che provo a dare un senso e un filo logico a quello che pensavo a sprazzi oggi, tra la fermata dell’autobus e il citofono della vittima designata di oggi. Mentre cercavo di non pensare che quello che volevo più di tutto, oggi pomeriggio, era un the con le paste, e un tavolino, e un locale caldo e asciutto e la luce giusta e la musica bella. Ma che le paste, di questi tempi, mi farebbero a pezzi la pancia per un paio di notti, prima di andarsi a spalmare direttamente sui fianchi.
Ecco, sto già divagando. E’ solo che intanto penso alla forma da dare al discorso.
Perché è un discorso che dovrebbe partire da molto lontano, da premesse di cui non posso parlare perché non le conosco a sufficienza; e però potrebbe anche partire da molto vicino, per poi retrocedere al bandolo della matassa che non è detto sia proprio tutto lì, o magari non c’è proprio per niente o magari non lo so, e magari c’è qualcuno che mi ci spiega e mi dice che cosa ne pensa.
Allora facciamolo partire da vicino. Non è un caso, poniamo, che si scelga di applicare una determinata legge in un determinato frangente storico, economico, sociale. Intanto perché, banalmente, la gente ci ha altro da pensare, con la crisi e tutto il resto. Perché se hai da guardarti nel portafoglio non ce l’hai, il tempo di girarti e vedere cosa ti succede intorno. E questa è già una considerazione.
Vorrei sapere quanti la sanno, ‘sta cosa qui dei repubblichini e dei partigiani. Che peraltro trovate spiegata benissimo qui, che io adesso non ve la sto a fare troppo lunga, devo ancora finire i compiti. Quanti hanno avuto il tempo di pensarci su, io stessa mi sono ridotta a pensare alla fermata dell’autobus.
Oppure non è un caso, così a occhio, che a portare una legge in parlamento si aspetti proprio di avere la memoria storica ai minimi termini. Aspettare il momento in cui di vecchi partigiani ce ne sono, vecchissimi, quel tanto che basta da avere davanti ancora un simulacro vivente di quegli anni, che giustifichi il fatto di tenere vivo un dibattito, per poterlo orientare verso il revisionismo. Non un anno di più, non un anno di meno. Non tra cinque anni, tra dieci anni, quando i partigiani non ci saranno più e la memoria storica sarà tutta scesa sottoterra insieme a loro. Allora non ci sarà più bisogno di parlarne. Non si dovrà più parlarne. E d’altra parte la mia generazione non ne parlerà proprio, perché non se lo ricorderà.
Prima, però, bisogna almeno fare in modo di metterci un’ultima parola, su questo dibattito che si vuole destinato ad estinguersi, un’ultima parola che lo fossilizzi per sempre. E lo fossilizzi in chiave revisionista. Lo congeli nell’apologia, prima di farne direttamente polvere da biblioteca.
Ma una generazione senza memoria storica, è un caso che ci sia, e che ci sia adesso? E lo so che è un fottuto casino, da spiegare e da capire. Perché intanto ci sarebbe da chiederci perché siamo stati allevati così, e chi è che ci ha allevato così: com’è che una generazione globalmente “consapevole”, per così dire, sceglie di non trasmettere questa consapevolezza ai suoi figli? E qui ci andrebbe già uno scaffale di libreria, a tentare una spiegazione che anche il passare degli anni non riesce a rendere del tutto chiara. E’ un caso anche questo? Ci hanno detto It’s not time to make a change, just sit down and take it slowly… Ecco, questo, forse. Perché il cambiamento abbiamo già provato a farlo noi, e non è soltanto che non ci è riuscito. E’ anche una questione di condiscendenza tra genitori e figli, come un atteggiamento falsamente protettivo per cui, alla fine, scelgo di farti crescere “tenendoti fuori” da queste cose troppo grandi per te, troppo serie o troppo adolescenti, troppo passate, troppo dei miei tempi, troppo che ci ho l’esclusiva oppure che mi bruciano perché nel frattempo me ne sono pentito. Perché io genitore ti devo far crescere al passo con i tempi, mica posso tirarti su alla maniera anni Settanta che poi non sei normale tra i ragazzi della tua età, poi tu fai il tuo dovere e io faccio il mio, tu te lo sogni di saltare scuola per andare in manifestazione e io posso scuotere la testa e dire che questi adolescenti del giorno d’oggi non hanno coscienza politica, che ah, altro che come eravamo noi.
E’ un caso, che si aspetti l’agonia della generazione dei propri padri per servire un bell’oblio confezionato a quella dei propri figli?
Abbiamo fatto il Natale della crisi.
E a me è piaciuto, o per meglio dire non mi è pesato.
Poi ci ho riflettuto su, e ho pensato la crisi. Ho pensato la gente che ha meno voglia di prodigarsi nei festeggiamenti e, anche, di mettersi in vetrina il giorno della festa. Perché ne ho sentiti tanti. Che commentavano la non-voglia, il non-spirito. Tante stanche pecore bianche, spiazzate all’idea del delirio natalizio.
Ecco. La crisi è quando anche l’italiano medio stenta ad accorgersi che è Natale. Ma un sacco di italiani medi. Ma pure su Feisbuc.
La crisi è quando in realtà l’italiano medio non ci pensa che è la crisi, o non ci vuole credere. Ma intanto magari ha dovuto fare qualche salto mortale in più del consueto perché gli quadrassero i conti. E soprattutto, senza accorgersene si è intristito, incattivito. E contagia le altre persone, tutti a vicenda.
E noi, la nostra casa, il mutuo, l’affitto. Noi che abbiamo saputo sorvolare con leggerezza su un Natale più sobrio del solito, giocoforza date le circostanze. Ma anche abbiamo trovato un senso più o meno sottaciuto di sollievo, in questa sobrietà. Andiamo avanti a colpi di futuro, quel futuro che sappiamo essere certo e al tempo stesso sospeso nel vago, nel lontano ma non poi così tanto, però ancora lontano, ancora senza ombre, o quasi. Il trasloco. La maturità. Il trasloco. L’università, dove, quale, non si sa. La terza media di mio fratello. Il trasloco.
Sono cose belle da pensare. Pensare la casa finita, il liceo finito, l’estate che segnerà lo spartiacque di due fasi diverse della vita. In un modo o nell’altro sono certezze, cose che succederanno per forza. E fanno aver voglia di guardare avanti.
Mentre di tutt’altro tono sono le constatazioni di questa fine d’anno falciata dalla crisi. Quando giunge notizia di amici cassintegrati, perché le aziende tagliano i posti, ma tante, e tante anche di quelle che non te l’aspetteresti mai. Quando la gente scuote la testa e dice, finiremo come l’Argentina. Quando il sospetto, palese, è che vogliano tirarci fuori dall’unione europea.
Quando si ponderano le prospettive future. Quando pensi che sarà sempre più difficile che un’università ti faccia andare avanti a borse di studio. Quando ti trovi a dover fare una scelta tra un percorso di studi che ti realizzi culturalmente e uno che ti ponga sulla corsia preferenziale per un posto di lavoro futuro, quale che sia.
Questo, è la crisi.
Quando ti entra nella vita, te la scava, ti costringe a modellarla su di lei.
Quando se non sei tu, è comunque qualcun altro che sai.
Quando non c’è consapevolezza.

“Lei è mai stato in Francia? Non ci vada. Resti a casa a guardare la televisione. Esca solo per andare in chiesa, allo stadio e al supermercato. Ma le rivelo un segreto: i francesi non hanno il bidè! Gliene rivelo un altro: i francesi hanno fatto la rivoluzione. Ha capito il nesso? Le do un aiutino: in Italia non abbiamo fatto la rivoluzione, ma usiamo il bidè. Ha capito? Mentre a Parigi si assaltava la Bastiglia, si decapitavano i monarchi e si urlava LIBERTA’, noi italiani ci facevamo il bidè. Ha capito? Abbiamo fatto una scelta: preferiamo l’igiene alla democrazia.
E’ il metodo Ponzio Pilato.
Il popolo è un bambino.
Non gli interessa la libertà.
Vuole solo pulirsi il sedere.”
Ascanio Celestini

C’era che Haider aveva una moglie e un amante.
Non è che mi sono dimenticata l’apostrofo, no. Lui, il leader dell’estrema destra neonazista, aveva proprio un amante. Maschio.
C’era che Haider una notte di pochi giorni fa andava a schiantarsi a centoquaranta all’ora contro un palo.
C’era che da via del Campo sbuco sotto la Nunziata, colgo un fermento strano nella gente che passa.
L’aria mi porta giù le note di un canto vagamente solenne, vagamente religioso, vagamente che ah, c’è una qualche muffa in chiesa, vagamente che ‘spetta un po’, questo lo conosco, però.
Il Requiem di Mozart, ecco che cos’è. Diiiiies irae, diiiiies illa…
Un funerale.
Ma da quando ai funerali c’è il Requiem di Mozart? Da quando una processione lunga, lunghissima di gente vestita di nero, con gli scialli sulla testa, coi lumini e le candele, le velette calate sulla fronte che sembra i Vespri siciliani?
Da quando poi, soprattutto, sotto gli scialli vedi facce di ventenni con i trucchi dark, le kefiah, le birre, le sigarette, le Dottormartins?
E da quando il camioncino con l’altoparlante? E la camionetta degli sbirri poco più in là?
Ma è proprio un funerale, e con tutti i crismi.
Con il prete e i chierichetti, con l’incenso e con le bare.
E’ il funerale della Scuola e dell’Università Pubbliche.
Poi nel sogno c’è che io mi imbuco nel corteo degli universitari. Vestiti neri, ce li ho.
E partecipo così a una delle meglio manifestazioni della mia vita. Che sono poche, le manifestazioni della mia vita, quindi non è che faccia troppo testo.
Però una meglio manifestazione di universitari, tantissimi universitari. E un sacco di facce note, alcune anche un po’ inaspettate.
E il Requiem di Mozart, e le candele, e i necrologi.

E io che mi godo questo clima carnevalesco, quest’atmosfera gotica, questa coreografia meravigliosa e di quel gusto un po’ intellettuale da universitari, con il Requiem, con la cura dei particolari, con le cose serie dette dall’altoparlante. Io che le assemblee studentesche, quelle dei liceali, in cuor mio non le ho mai potute vedere. Ci vado, perché trovo giusto andarci al di là del fatto che la veste esteriore mi piaccia o meno. Ma resta il fatto che è una veste esteriore che mi mette tristezza, quando l’altoparlante è muto, quando negli slogan Gelmini fa solo rima con pompini (non che in cuor mio dissenta con l’associazione; è che si dà a intendere di non avere di meglio da dire), quando gli studenti sono pochi e gli sbirri tanti uguali.
Allora io penso che nel mio sogno all’incontrario, io ero anche nata un anno prima.
E questo non era l’anno della maturità, ma quello dopo.
E penso a quanto è bella, questa goliardia figlia della rabbia.
Essere duri senza perdere la tenerezza.
Poi c’è che si arriva in piazza De Ferrari, la musica nell’altoparlante è diventata le canzoni che viene voglia di ballare sulla strada, a De Ferrari c’è tanta gente colorata con gli striscioni, ci sono le maestre arrabbiate, i precari agguerriti.
C’è uno striscione colorato di un sacco di bambini colorati che cantano slogan. Lo so, che gli slogan non si cantano, al massimo si scandiscono, si urlano. Ma i bimbi, loro sembra che li cantino proprio.
C’è, nel sogno, che un giorno la rivoluzione la facciamo per davvero. Anche se forse questa è la fase Rem.
C’è che ho comprato libri, libri colorati con le copertine che stanno bene una sull’altra.
C’è che ho letto un post bello, un post enigmatico che non è che l’ho capito proprio, ma un post bello davvero.
C’è che tornata dal giro di libri, ho anche scritto una roba sull’Ottomarzo. C’è che se trovo il tempo ci scrivo anche domani, che ho in mente tutta una cosa e mi dispiace un sacco se lo lasciamo morire.
Felice, forse oggi è una parola un po’ grossa. Ma sembra quasi.
Basta che poi domani non mi sveglio.


Taglieremo 87.000 insegnanti in tre anni, ossia il 7% dell’organico: non è più possibile rimandare, e non ha senso difendere lo status quo. Perché un contribuente deve pagare tre insegnanti, quando la scuola primaria funziona benissimo con uno solo?
(…)
La nostra scelta di tornare a un solo insegnante e di ridurre l’orario scolastico a 24 ore corrisponde a un’esigenza pedagogica precisa, perché il bambino ha bisogno di un punto di riferimento sicuro per la sua crescita armonica.
Il tutto mentre ascolto Nostra Signora dell’Ipocrisia. Curiose coincidenze…
Allora, l’antefatto lo trovate qui.
E oggi, alle 18 ma anche un po’ prima, il glorioso Gruppo Ottomarzo si trovava copiosamente e sorprendevolmente schierato alle porte dell’Auditorium del Carlo Felice, in attesa del Ministro dell’Interno del Governo Ombra e della Ministra della Difesa del Governo Ombra e della di loro claque (trattavasi infatti di pochi e sparuti adepti che facevano avantindietro davanti all’ingresso della sala per sembrare più tanti) e distribuiva il seguente volantino:
Cari cugini del PD,
siamo qui per richiedervi le scuse pubbliche per il volantino che vi alleghiamo e che consegnavate ieri in piazza Campetto.
Non per i contenuti che, in parte, condividiamo, ma per la mancanza di rispetto e di senso civico di questo esempio:
“Due zingarelle rapiscono un bambino (pena fino a otto anni)
Due zingarelle rubano un pezzo di formaggio al supermercato, scappano, spingono una guardia (pena fino a vent’anni)”.
Non dovremmo essere noi a farvi notare che scrivere “zingarelle” è un po’ come scrivere “negretti”.
E che il razzismo nel linguaggio è la porta del razzismo dei gesti.
Ma soprattutto non vorremmo essere noi a farvi notare che gli stessi dati della polizia confermano che il fatto che i Nomadi rubino i bambini è una leggenda metropolitana.
Se volete, andate a leggere qui: http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/05/21/bambinirapiti/
Fare opposizione è anche insegnare alle persone a pensare diversamente e criticamente. Non è usando lo stesso linguaggio e gli stessi stereotipi della destra che cambieremo, sul serio, questo paese.
Consegnare un volantino in cui due esempi su tre rimandano a stereotipi razzisti non solo porta questo paese a confermare la propria tendenza intollerante e pericolosa, ma ci consegna sempre di più nelle mani della destra, che dal razzismo attinge a piene mani per giustificare ogni sua operazione.
Se non ve ne accorgete neppure voi, chi se ne deve accorgere?
Gruppo Otto Marzo
http://semprelottomarzo.wordpress.com
stamp.in.prop
Si tratta di un simpatico nanetto che risale, a dire il vero, a un po’ di tempo fa, ma che stanchezza e pigrizia e dimenticanza, oltre forse a chissà quale inconscio presentimento, mi hanno fatto tornare in mente solo ora che, visti i tempi bui che corrono, è venuto il momento di postarlo senza ulteriori indugi.
Ebbene, succede che, per chi non lo sapesse, davanti alla mia scuola c’è un bar.
E’ un bar che c’è sempre stato, istituzione e punto di ritrovo per studenti e professori (più per i professori che per gli studenti, a onor del vero), e anzi si chiamava con lo stesso nome della scuola.
Detto bar quest’inverno ha cambiato gestione.
Da piccolo e fatiscente che era, si è trasformato in un posticino chic dall’atmosfera vagamente orientale, tavolini bassi e stuzzichini dall’aria complicata a far bella mostra di sé nelle vetrinette, con una nuova insegna più bella sulla porta e un nome diverso e un tantino snob.
Ecco, succede che di tanto in tanto mi capiti di andare a mangiare un panino lì, o di prendermi un caffè e una brioche tra un ripetizionato e l’altro, se sono lì in zona.
Succedeva, anzi.
Perché poi un giorno io ero lì, seduta al tavolino basso e chic e giapponesizzante alle prese con caffè e brioscina sbriciolantissima, e sono entrate altre trequattro persone.
Rumeni, erano. O albanesi, forse. Non mi ricordo.
Stranieri, in ogni caso.
Hanno ordinato da bere, un bicchiere di vino a testa, mi sembra di ricordare, hanno bevuto, si sono fatti le chiacchiere, hanno pagato e se ne sono andati.
Uno di loro deve aver detto che il prezzo gli sembrava eccessivo.
Ma se lo sono detti tra di loro, sottovoce. Io che ero a due metri non li ho mica sentiti.
E comunque sia hanno pagato, fino all’ultimo centesimo.
Escono, dicevo.
Il barista:
Si lamentano che quattro euro per un bicchiere di vino sono troppi! Bene, meglio così! Almeno qui non ci verranno mai più! Io non ce li voglio, quelli, nel mio bar.
Neanch’io, ci andrò mai più.
Ché ce l’ho fatta solo ora, a postarlo.
Ieri mattina la prima pagina dell’orrido quotidiano locale metteva una tristezza insolita persino per essere il Secoloxix.
Innanzitutto c’era questa notizia.
Ecco. Ho un mare di cose.
Mi viene da pensare a cosa dev’essere andare a lavorare chiedendosi se oggi qualcuno cadrà.
A cosa dev’essere pensare che magari potresti essere tu, quel giorno, a cadere, o un tuo amico, quello che lavorava insieme a te, quello con cui ti fumavi la sigaretta prima di iniziare il turno.
Mi immagino una donna con gli occhi sbarrati nella notte, incapace di addormentarsi al pensiero del marito che è andato a fare il turno di notte e chissà, magari ora starà in cima a una gru, ma ce le avrà le protezioni?, e ogni tanto getta un’occhiata nervosa al display del cellulare, fa’ che non suoni, e respira di sollievo quando vede che è arrivata l’ora di smontare.
O una madre che in cima alla gru c’ha quel figlio di vent’anni che non voleva più andare a scuola.
O al bambino che domani chiederà dov’è suo padre.
Penso a uomini che si chiedono come faranno le loro famiglie se dovesse succedere qualcosa, magari hanno dei bambini, magari la moglie non lavora, magari non sono regolarmente sposati e sanno che per i conviventi non ci sarà neanche un risarcimento.
E penso anche un’altra cosa.
Penso che con le morti un po’ truculente il giornalismo normalmente ci va a nozze.
Si fa a gara a spiattellare in prima pagina i particolari più raccapriccianti, ondate di cronisti si gettano su amici parenti e conoscenti e vicini di casa, si fanno programmi tv apposta per inseguire la svolta dell’ultimo minuto, si mettono su sceneggiate retoriche a reti unificate.
Ma le morti bianche no, non si prestano alla strumentalizzazione mediatica.
Perché le morti bianche, in tutta la loro tragicità ed evitabilità, servono almeno a far pensare.
Perché sono scomode, ecco.
Perché non piace parlare di sicurezza sul lavoro, tantomeno alla vigilia delle elezioni.
E io dico che invece è proprio una delle tante cose su cui si dovrebbe riflettere con un po’ di serietà, prima di andare a votare.
Ma l’informazione di massa non vuole far riflettere.
E gli orrori della cronaca nera servono proprio a questo.
Come un film dell’orrore, da guardare con raccapriccio ma anche con l’ansia del come va a finire, del chi è stato, del secondo me le cose sono andate così.
Ma divorare a mille all’ora un romanzo di Stephen King è una cosa, piazzarsi davanti alla tv a ogni ora del giorno per essere aggiornati sullo scoop dell’ultimo minuto di un qualcosa di tragico che è successo a delle persone vere è un’altra.
E’ morbosità di chi fruisce dell’informazione e ripugnante cinismo di chi la fa.
E’ per questo che ho smesso di guardare la tv prima ancora di avere l’età giusta per i telegiornali e i talk show.
Il resto della pagina lo occupava il programma elettorale di Berlusconi.
Ho fatto la Strada sul Mare con un senso di sconforto enorme, ieri mattina.