Category: tentate recensioni


antigone

La foto l’ho presa dall’ottimo Mentelocale, di cui peraltro vi segnalo la recensione, che mi trova nel complesso d’accordo, dell’Antigone in scena al teatro Duse dal 12 al 16 marzo.

La tragedia narra quello che si potrebbe definire come l’epilogo del mito dei Labdacidi (che poi sarebbero Edipo e la sua famiglia): Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone nati come lei dalla relazione incestuosa di Edipo con la madre Giocasta, si sono uccisi reciprocamente in duello. Creonte, re di Tebe, ordina che sia data sepoltura a Eteocle, morto per difendere la città dall’assedio capitanato dal fratello, e che il cadavere di Polinice rimanga invece insepolto. Ma Antigone è fermamente decisa a dare sepoltura a Polinice, nel nome della pietà familiare e delle leggi morali, “non scritte”, degli dei, più forti di quelle umane simboleggiate da Creonte. Contraltare di Antigone è la sorella Ismene, che tenta invano di dissuaderla dal suo proposito, invitandola a non trasgredire le leggi della città. Colta in flagrante, Antigone è portata al cospetto di Creonte, davanti al quale afferma, incrollabile, le ragioni che l’hanno portata a compiere il suo gesto, con una tensione morale tale da mettere in crisi l’avversario. Nonostante le suppliche rivolte a Creonte dal figlio Emone, promesso sposo di Antigone, la giovane è condannata a morire murata viva in una grotta. L’arrivo dell’indovino Tiresia, latore di una profezia nefasta, convince Creonte a tornare sui propri passi: ma è troppo tardi, Antigone si è impiccata e anche Emone, disperato, si suicida. Anche sua madre Euridice, informata dell’accaduto, si toglie la vita, e la tragedia si chiude sullo strazio di Creonte annichilito dalla disperazione.

Lo spettacolo, sappiatelo fin da subito, è pessimo.
Il testo sofocleo è forzato, i tempi eccessivamente accorciati (dura infatti solo un’ora e un quarto) e le battute troppo rapide a causa dell’andamento frettoloso dello spettacolo.
La recitazione è scadente per tutti i personaggi, quando non addirittura ridicola: si va dall’accelerazione monocorde del corifeo alla totale mancanza di intonazione del messaggero ai toni eccessivamente caricati e per nulla convincenti dei protagonisti.
Lo spirito della tragedia ne risulta così totalmente alterato: le parti corali, pervase di una tensione lirica impressionante, perdono tutta la loro efficacia affidate alla recitazione piatta e frettolosa del corifeo, peraltro a mio parere il meno peggio tra gli attori sulla scena; il confronto serrato tra Antigone e Creonte, vero e proprio scontro tra titani nell’originale greco, degenera in una banale disputa tra un tiranno pomposo, oltre che dalla pessima caratterizzazione, e un’Antigone scolorita e superficiale che assolutamente non riesce a rendere il giganteggiare morale dell’eroina sofoclea.
Banale e poco significativa la scenografia, e totalmente fuori luogo il Tiresia che fa il suo ingresso in scena trascinandosi per terra in un improbabile cerchio di terra rossa, forse con la pretesa di essere una visione inquietante che però scivola decisamente nel grottesco.
Il finale è pasticciato – o forse ero io che non ce la facevo più – e nel complesso le trovate sceniche funzionano poco (per nulla azzeccata la scelta di rivolgersi al pubblico come fossero i cittadini tebani, cosa che rende Creonte ancora più berlusconianamene caricato, così come inefficace è anche l’entrata in scena degli attori dalla platea).

La rappresentazione è quindi, nel complesso, superficiale, incapace di cogliere e di far cogliere la profondità enorme del messaggio sofocleo e la grandezza tragica dei suoi protagonisti.
Il testa a testa tra Antigone e Creonte si configura come uno scontro ideologico profondo, che abbraccia problematiche religiose, etiche, filosofiche e sociali in cui le posizioni opposte dei due personaggi si scontrano senza possibilità di conciliazione: non è solo, come traspare dall’interpretazione romantica della tragedia, il contrasto insanabile tra le leggi della famiglia e quelle dello stato, ma il gesto di Antigone si carica di significati anche dal punto di vista religioso – il tema della sepoltura, del lutto nel suo significato sociale di appartenenza al clan familiare – e sociale, assumendo il valore di una ribellione contro l’autorità patriarcale della famiglia e dello stato.

E, ecco, io che nella vita vorrei fare teatro greco, quando vedo certe cose mi cadono veramente le braccia.

un altro libro

più lontana della luna

Non è che ho proprio voglia di fare un’altra recensione.
Premetto che come libro merita abbastanza, tutto sommato.
E quindi mi limito a dirvi cosa mi piace e cosa no.

Mi piace come è scritto e mi piace che è ambientato negli anni SessantaSettanta.
Mi piace che si vede la vita quotidiana com’era allora, le case arredate tristi con i tavoli di formica e le vetrinette per i libri, continuare a studiare che era un lusso, le corse al benessere, le canzoni di Battisti sparate a tutto volume nei bar.
Mi piace che si vede l’Italia quella lontana dai riflettori, l’hinterland, Torino in periferia, i paesotti dell’Emilia Romagna, le statue anonime delle fontane.
Mi piace che si vede Pisa che è dove vorrei andare a studiare e a vivere, e che si vede proprio come me la immagino io, con la gente in bicicletta e le strade tranquille e la città universitaria e la vita che si svolge lontana dal Campo dei Miracoli, senza i turisti.
Mi piace che la protagonista scappa di casa a cavallo per cercare un “amore da lontano”, come i trovatori provenzali.
Mi piace che la protagonista non ha potuto fare le superiori e però legge le poesie d’amore.
Legge Dante, Petrarca, Saba, Prévert.
Mi piace l’amica contestatrice che sposa un architetto e tu pensi ‘paura’, è diventata reazionaria, ma poi si scopre che è un architetto alternativo che vuole buttare giù i supermercati per farci il verde.
Mi piace come finisce.

Non mi piace che il padre della protagonista fa l’operaio e però è un operaio di prima caegoria che vuole la prima super, perciò lui li scioperi del ’69 non li fa.
Non mi piace l’enciclopedia a rate.
Non mi piace il pittore freak che poi si scopre che è un ricco avvocato del centro.
Non mi piace il fidanzato ufficiale con la villetta a schiera e la camera barocco veneziano.

La protagonista un po’ mi piace e un po’ no.
Non mi piace che non parla quasi mai. Sembra sempre un po’ una bambina. Sembra aver poche cose da dire, da pensare.
Mi piace che è una che anche se non lo dice si vede lontano un chilometro che è insofferente a un milione di cose.
L’orrido fidanzato ufficiale, la vicina odiosa, il padre con la tivù sempre accesa.
Che non sopporta tutto quello che nella vita si deve necessariamente fare.
Ma non è fuori.
La vita intorno la circonda e le scorre addosso e lei sembra quasi esserne stupita, la registra sotto forma di sensazioni momentanee, stimoli immediati, ha una sorta di istinto animale che la fa scappare.
Lei non pensa, o lo fa senza rendersene conto.
Lei è dentro, è come un bambino nella pancia della mamma.

Non mi piace il finale.
Ho detto che mi piace come finisce. Ma non mi piace che finisce.
Nessun romanzo mi piace che finisce.
Perché in un libro va da sé che dev’esserci una fine, un “dunque” a cui si arriva.
Un momento cruciale in cui si rimettono insieme tutti i pezzi e che lascia presagire una svolta.
Non potrebbe essere altrimenti.
Nella vita no.
Nella vita non c’è che tu arrivi a un dunque che ti sistema le cose e ti piazza lì uno spartiacque.
Tutto scorre, e scorrendo si porta dietro tutto.
Gli argini che possiamo mettere non riusciranno mai a trattenere tutto quel tutto.

libro

La settimana di chiusura è sempre una settimana di letture intense.
Così succede che ieri, nel tentativo di far passare un nuvoloso pomeriggio di muffa, me ne sono andata in biblioteca, a restituire un po’ di robine arretrate e pigliarmene di nuove.
La biblioteca, scalcagnata com’è, quando ci sono dentro mi mette un po’ tristezza.
Ma mi piace andarci per l’odore dei libri e perché si passa dai parchi di Nervi, che sono più belli quando non c’è il sole e c’è poca gente in giro.
Ma è un’altra storia.
Insomma, quando ieri sono andata in biblioteca, nello scaffale dei nuovi arrivi c’era questo libro qui.
Ho iniziato a leggerlo mezz’ora dopo, su una panchina umida dei parchi.
L’ho continuato sull’autobus.
Dopo cena l’ho finito.

E’ bellissimo, questo libro.
E’ una storia d’amore. La storia dell’amore omosessuale di Thérèse e Isabelle.
Dovete immaginarvi un collegio femminile di provincia nella Francia degli anni Cinquanta.
Con le sorveglianti che controllano se hai le unghie pulite e se hai fatto il letto la mattina, con la bacinella per lavarsi affianco al letto, le brandine strette, l’odore di lucido da scarpe.
E’ lì che Thérése e Isabelle si scoprono, si amano, si cercano.
Si perdono, si ritrovano. Ogni ora di lezione è uno strazio insopportabile, ogni minuto della notte concesso al sonno un’indicibile agonia.
E’ un amore fatto di frasi lasciate a metà, di parole grandi e terribili buttate lì quasi per caso, di silenzi profondi.
Parliamo. Peccato. Una cosa detta è una cosa uccisa. Le nostre parole non saranno più grandi, non saranno più belle.
Il loro destino è quello di avvizzire dentro le nostre ossa.

E’ un amore che si nutre di una sessualità forte, esplicita, dotata di una sua pienezza che non degenera mai in voyeurismo o in volgarità, un erotismo crudo ma sempre sussurrato, mai urlato, a tratti venato di angoscia, pervaso di una tensione poetica strabiliante, quasi un delirio.
Tre giorni e tre notti per amarsi alla follia.
Loro non lo sanno, che non sarà per sempre. Ma Thérèse è improvvisamente costretta a lasciare il collegio per tornare dalla madre, venuta a riprendersela perché “sentiva la sua mancanza”.
E non si rivedranno mai più.

“Thérèse e Isabelle” era stato inizialmente concepito come il primo, lunghissimo capitolo di un romazo, Ravages. Ma l’intervento drastico della censura aveva impedito di pubblicare l’opera nella sua versione integrale, e il romanzo era apparso, nel ’55, mutilo di gran parte dei suoi contenuti originari, bollati come “osceni”.
Di quello che avrebbe dovuto essere il primo capitolo del romanzo fu pubblicata, nello stesso anno, un’edizione limitatissima a cura di Jacques Guérin, grandissimo amico dell’autrice; uscì poi presso Gallimard nel ’66, sottoposto a censura e sensibilmente rimaneggiato.
Solo pochi anni fa ne è stata ripubblicata la versione integrale.

Fu una vera e propria congiura del silenzio, quella che si abbatté su gran parte dell’opera di Violette Leduc.
Perché non solo era una donna.
Non solo scriveva di sesso.
Era pure lesbica.
Bisessuale, anzi.
Io non sono sicura che anche adesso i tempi siano maturi per un libro del genere.
C’è troppo moralismo di ritorno.
Troppa ipocrisia.
Troppa Chiesa a fare il bello e il cattivo tempo.

Ma c’è anche dell’altro.
E qui mi tocca fare la filosofa.
Ché noi quando si pensa all’amore, si pensa all’amore etero, tra un uomo e una donna.
Tutto il resto fa parte di una dimensione staccata.
Invece si dovrebbe partire dall’idea dell’amore.
Idea platonica, amore in quanto tale, e basta.
La distinzione bisognerebbe non farla a priori ma scoprirla nel momento in cui la si sente sulla propria pelle.

(Non starò chiedendo troppo…?)

violino anima

Riemersa come se nulla fosse da un attacco di depressione cosmica durato mezza giornata e senza la benché minima motivazione logica, ieri sera tra prima e dopo cena ho letto “Dolce per sé” di Dacia Maraini.
E’ strano, perché mi ha preso e me lo sono finito in un paio d’ore, ma non mi è piaciuto.
E’ un romanzo epistolare, una serie di lettere che nell’arco di sette anni la protagonista, Vera, cinquantenne giramondo autrice di testi teatrali, indirizza a Flavia, una bambina che all’inizio del romanzo ha appena sei anni.
Le due si conoscono a causa della lunga relazione di Vera con il trentenne zio della bambina, violinista di successo in una famiglia di musicisti di talento.
Non male, come situazione di partenza. Però non so, io me l’aspettavo diverso.
Cioè, a me piacciono quei libri in cui l’ambientazione è colta di sfuggita, nel suo divenire, come in un quadro impressionista. Dove i colori e il paesaggio seguono l’andamento delle emozioni dei personaggi e si limitano a filtrare attraverso le loro psicologie, sempre indistinti, sfocati, soggettivi.
Senza essere per questo meno importanti, anzi.
E nel romanzo epistolare immaginavo che questa funzione quasi di transfert del paesaggio fosse dilatata, portata alle estreme conseguenze, dato che estremamente soggettivo è il punto di vista di chi scrive, trattandosi di corrispondenza privata.
Invece no.
C’è troppo rosso di scarpette di vernice e gonnellina scozzese con cappellino coordinato di bambinetta in tiro, troppo verde di estati in Alto Adige e troppo anche di quell’atmosfera tirolese e un po’ rarefatta di famiglia borghese in vacanza, troppo blu notte di abiti eleganti e concerti serali.
Immagini troppo nitide e però troppo vuote, che non rappresentano nulla.
Un po’ come guardare un paesaggio fotografato su un calendario, potrà essere meraviglioso ma non ti darà mai neanche un decimo dell’emozione che ti dà invece la foto maldestra, magari controluce, magari tutta storta, di quel posto in cui sei stato tempo fa e a cui colleghi istintivamente una miriade di sensazioni, di parole, di ricordi.
E però, in mezzo a tante immagini da calendario, a un certo punto una scena mi ha colpita e ha iniziato a perseguitarmi.
E’ una fantasticheria erotica meravigliosa.
Nel libro, la protagonista racconta di un viaggio in Spagna col fidanzato violinista di vent’anni più giovane.
La sera, in albergo, avvolgono uno scialle intorno alla lampada, per rendere la luce più soffusa.
Fanno l’amore, e dopo lui si alza, e prende il violino, e le suona la Ciaccona di Bach.
Mi perdonerà, la Maraini, se copio.
Ma è una scena di una sensualità devastante.
Ecco, io ora non faccio che pensare che il mio uomo ideale è un musicista.
Un violinista dal carattere ombroso, che mi porti in una camera di albergo di lusso e dopo fatto l’amore si alzi dal letto ancora sudato, ancora tremante, e suoni per me alla luce azzurroeoro di un drappo di chiffon blu intorno all’abat-jour.
Magari non la Ciaccona, non pretendo così tanto.
Però la prima delle sei sonate e partite di Bach, quella sì, che tutte le volte che la sento mi toglie il fiato.

finalmente l’harrypost

“Straniero, entra e tieni in gran conto…”
…che se hai intenzione di leggere Harry Potter e i Doni della Morte questo post ti conviene non leggerlo, perché ti rovineresti praticamente tutto.

harry7

luna
Sissì, dopo i miei bloggatori preferiti arrivo anch’io a fare lo stralunato (sono o non sono una luna lunatica, io?) intervento sull’ultimerrimo harry.
Tanto per cominciare una precisazione sul discorso luna lunatica, che con Harry Potter c’entra ben poco: il soprannome me l’ha appioppato mia nonna, che, garantisco, non l’ha mai letto, guarda caso proprio mentre stavo uscendo per andarlo a comprare, e tutto perché indossavo, casualmente, un paio di pendenti a forma di luna, donde la buffa e, bisogna riconoscerlo, un po’ stupida affermazione.
Però a me ha fatto un sacco piacere, perché io, a parte che un bel po’ lunatica lo sono per davvero, a parte che dopo le mangiate natalizie e postnatalizie sono un po’ più luna piena del solito, il che non è proprio una bella cosa ma pazienza, io, dicevo, Luna Lovegood la stimo veramente un sacco, ecco.
E quando nel libro sono arrivata alla descrizione della sua camera da letto, beh, è lì che ho iniziato a piangere.
Sì, lo so, sono vergognosamente empatica, ma che ci posso fare, per di più io e il personaggio di Luna qualcosina in comune ce lo abbiamo. Cose neanche troppo belle, a dire il vero, ma non importa.
Prima di iniziare il libro, lo ammetto, ero un po’ in ansia.
Temevo, sotto sotto, che fosse un po’ un polpettone, una serie rocambolesca di eventi esageratamente gonfiati con un’infinità di scenate e scemate da parte dei protagonisti, invece no, insieme alle lacrime mentre andavo avanti ho tirato anche qualche sospiro di sollievo e già progetto, rinviandola a tempi meno affollati di impegni, una rilettura consecutiva dei Magnifici Sette finalmente al gran completo.
E ‘sta donna, checché se ne pensi, ha delle trovate geniali, lasciatemelo dire.
La radio, vogliamo parlare della radio, ché una rivoluzione senza la sua radio clandestina, che rivoluzione è?
C’è tutto, in Harry Potter, tutto.
Compresa la politica.
Io la vedo così, poi ognuno è libero di pensarla come vuole, ma i cattivi di Harry Potter sono tutti di destra, a pensarci bene.
I Dursley, tanto per cominciare.
La classica famiglia borghese benestante e benpensante, anche se in realtà pensare manco sanno cosa voglia dire.
E i Mangiamorte, razzisti e col cappuccio da Ku Klux Klan e per di più neri, ditemi voi se non sono l’inquietante quintessenza dell’estrema destra.
E invece Harry è indemoniato, non so se lo sapevate. Sul Manifesto di qualche giorno fa, in un articolo che parlava della penuria di esorcisti in cui, ahimé, verserebbero le alte gerarchie ecclesiastiche, il vetusto esorcista capo del Vaticano attaccava il già abbastanza perseguitato maghetto additandolo senza mezzi termini come una delle molteplici manifestazioni di Satana esso stesso.
Ero già perfettamente al corrente del non dissimile parere espresso in proposito dal nostro beneamato Papa, secondo cui Harry Potter aficinare ciofani a paganesimo, il che già mi faceva per metà ridere e per metà incazzare, ma che si arrivasse a designarlo come manifestazione demoniaca tout-court, insomma, ce ne vuole di coraggio.
Bene, mi sono detta, un ottimo motivo in più per leggerlo.
Ma tornando al libro.
Il libro, dicevo, mi ha convinta pienamente.
Ben calibrata la carneficina, con il giusto numero e la giusta importanza di morti e feriti (forse un po’ troppo feroce l’accanimento contro i poveri e genialissimi Fred e George, perché?), love-story non troppo invasive, magistrale Molly Weasley che stende Bellatrix, tristemente realistico il quasi-papà Lupin incapace di affrontare le proprie responsabilità, semplicemente da abbracciare all’infinito l’impacciato e coraggiosissimo Neville e grandiosa anche la nonna, c’è da dirlo, pur essendo solo una comparsa.
Il finale forse è la parte che mi convince meno, ma poteva andare molto, molto peggio.
Nel senso che tutto sommato la storia del doppio scambio (sembra una reazione chimica) tra Harry e Voldemort può anche reggere, come escamotage per salvare la pelle a Harry. E poi l’epilogo, qualcuno dirà che ci sta un po’ come i cavoli a merenda e non potrei non dichiararmi almeno in parte d’accordo, però poi in realtà a me piacciono, i finali così, un po’ melensi e con il loro bravo vissero tutti felici e contenti.
E comunque Harry Potter è una fiaba, è la fiaba del nostro tempo, forse più una fiaba per adulti che per bambini, forse intrisa di tantissima realtà che la Rowling cela tra le righe per chi ce la vuole scovare senza però rendere indispensabile cercarla, ma comunque una fiaba, una fiaba che mi ha tenuto compagnia per dieci anni e ora mi lascia dentro tanto affetto per i personaggi e anche una puntina di nostalgia al pensiero che basta, è finita, finalmente.
E quindi vada per il lieto fine smelensoso, e lunga vita ai Potterini.

veronika

Un libro del tutto sui generis.
Come tutti gli altri libri che finora ho letto di Coelho, non mi ha convinto proprio fino in fondo.
Un po’ sì, e un po’ no. Nel senso che quello che c’è di bello è bello veramente, mentre il resto ‘nsomma.
La cosa strana è che io mi ci ritrovo un sacco, in Veronika, epperò lei mi sta grandemente sulle scatole.
Attenzione, ho detto che mi ci ritrovo ma non che sono anch’io un’aspirante suicida.
Perché Veronika vuole morire.
Vuole morire non perché stia male, perché sia depressa o abbia chissà quali problemi; ha ventiquattro anni, è una bella ragazza, ha un lavoro stabile, genitori che la amano, non ha difficoltà a farsi desiderare dagli uomini, eppure un un bel giorno tenta il suicidio, trangugiando una dietro l’altra quattro confezioni di pillole per dormire.
La sua decisione di morire era dovuta a due ragioni molto semplici (…).
La prima ragione: nella sua vita, tutto appariva identico; e, passata la gioventù, ecco la decadenza: la vecchiaia cominciava a lasciare segni irreversibili, arrivavano le malattie, gli amici se ne andavano… Insomma, continuare a vivere non aggiungeva nulla: anzi, aumentavano considerevolmente le occasioni di sofferenza.

La seconda ragione la ometto, ché ai fini della vicenda è totalmente irrilevante.
Veronika non vuole morire perché ha sofferto.
Veronika è una persona apatica, ed è appunto per questo che vuole morire, perché è pienamente consapevole della propria apatia, e non la sopporta.
Comunque sia, lei ci prova, ad ammazzarsi, ma non ci riesce perché la soccorrono prima.
E la portano a Villete, che è una clinica psichiatrica.
Praticamente un manicomio, solo che è gestito dai privati che, ovviamente, ci speculano.
Un manicomio con tutte le carte in regola per essere etichettato come tale, con infermieri sadici e trattamenti disumani tipo elettroshock o coma da insulina.
Solo che leggendo il libro non sembrano poi così terribili né l’elettroshock né l’insulina.
E’ questo che mi è rimasto un po’ lì.
Ma tornando a Veronika.
Uscita dal coma in cui era sprofondata in seguito all’assunzione dei sonniferi, viene informata dal medico direttore del manicomio, il fantomatico dottor Igor, che le resta da vivere non più di una settimana, perché il suo cuore è stato irreparabilmente danneggiato dai barbiturici.
Ecco allora che inizia un terribile conto alla rovescia, durante il quale Veronika conosce alcuni tra i pazienti della clinica.
C’è Zedka, che si è ammalata di depressione inseguendo un amore impossibile.
C’è Mari, sconvolta dagli attacchi di panico dopo trent’anni di onorata carriera come avvocato.
C’è Eduard, rampollo di buona famiglia, schizofrenico.
E c’è un pianoforte, nella grande sala di ritrovo del manicomio.
E c’è il dottor Igor, nel suo studio con la luce sempre accesa, che fa ricerche sull’Amarezza.
Amarezza, o Vetriolo, è il nome che Igor dà alla sostanza, presente nell’organismo umano, il cui eccesso è responsabile di tutte le alterazioni della personalità.
E quindi della depressione, della follia, del tentato suicidio.
Il dottor Igor è un personaggio ambiguo.
E’ ambizioso, non porta avanti le sue ricerche per filantropia ma perché vuole fama, vuole essere ricordato, entrare a far parte della storia della scienza medica.
E’ consenziente ai trattamenti somministrati ai pazienti.
Dice: l’insulina, pazienza, non c’abbiamo i soldi per fare altrimenti.
Però è grazie a lui che si sistemano parecchie cose.
Cosa, e come, non ve lo dico, ché se mai doveste leggerlo, non voglio rovinarvi il finale.
Vi dirò solo che Veronika, sentendo la sua fine che si avvicina, inizia ad aver di nuovo voglia di vivere.
E inizia a vivere.

Oggi ho suonato per te come una donna innamorata. E’ stato bellissimo: il momento più bello della mia vita.

Quello che a me è piaciuto un sacco di questo libro sono proprio loro, i matti.
A me piace pensare che non siano matti per davvero ma che siano semplicemente diversi.
E che proprio per difendere la loro diversità accettino, deliberatamente, di essere considerati folli.
Finché non capiscono che un po’ della loro follia la devono riversare nel mondo esterno, invece che straniarsi sempre di più.

“Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerato una malattia grave.”
“E’ grave essere diversi?”
“E’ grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. E’ grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura, significa andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra. Ma tu ritieni che l’essere diverso sia una follia, e perciò hai scelto di venire a vivere a Villete. Perché qui, visto che sono tutti diversi, diventi uguale agli altri.”

come tu mi vuoi

come tu mi vuoi

Alla fine la curiosità ha prevalso sul buonsenso e sono andata a vederlo.
E me ne sono pentita, anche se non è che mi aspettassi nulla di diverso, a dire il vero.
No, a dir la verità me l’aspettavo diverso, eccome. Non necessariamente migliore, ma diverso. Una cosa tipo “Notte prima degli esami”, per intenderci, anche se meno riuscita.
Invece no.
I personaggi sono caricature.
Lei all’inizio incarna, portate all’ennesima potenza, tutte le più stereotipate caratteristiche della secchiona-brutta-antipatica-asociale.
Occhiali formato maschera da sub.
Volto pallido devastato da un fiorame di brufoli.
Abbigliamento degno di un ospizio della terza età.
E in più vive letteralmente sui libri. Ha una sindrome da ripasso compulsivo tutte le volte che si avvicina un esame.
Che supera sempre con trenta e lode, manco a dirlo.
E ce l’ha a morte col mondo.
Dall’aspirante sociologa che è, annota le sue apocalittiche analisi sul degrado della società contemporanea su quadernetti sdruciti che sembrano essere usciti da una libreria di fine Ottocento, con una calligrafia fitta fitta che mi ricorda un sacco gli inseparabili appunti universitari del nostro prof di filosofia.
A me comunque lei è simpatica, all’inizio.
Ma poi.
Poi arriva lui.
Tanto per cominciare, Vaporidis sarà anche un bel pezzo di gnocco ma secondo me, come attore, lascia decisamente a desiderare.
Mimica facciale zero, che rida o pianga la sua espressione è sempre la stessa.
E il ruolo del pariolino snob proprio non gli si addice.
Ricco sfondato.
Q.I. sotto i piedi.
Attorniato da una compagnia di emule di Paris Hilton.
E nei ritagli di tempo, l’università.
A un certo punto la cozza fotonica e il bellimbusto da discoteca si incontrano.
All’università, per l’appunto.
Lei ha passato tutta la notte a studiare. Lui la nottata l’ha trascorsa in discoteca, felicemente accompagnato.
Lei prende trenta e lode. Lui rimedia un venti facendo un po’ gli occhi dolci all’assistente carina.
E da cosa nasce cosa, lei ha bisogno di soldi per pagarsi gli studi, lui di ripetizioni per superare l’esame.
Guarda caso.
Poi provate un po’ a immaginare che succede, gli opposti si attraggono.
La cozza fotonica nel letto del bellimbusto da discoteca.
E allora accade il miracolo.
Grazie a una sorta di estetista tuttofare che sembra un po’ il sacerdote di una setta satanica, la cozza si trasforma in quattro e quattr’otto in una bonazza da paura.
E entra nel jet set.
Eccola qui, la morale della favola.
C’è un episodio di questo film che mi ha colpito, ed è quando lei, ancora in fase cozza, fa domanda per un posto di assistente universitaria e viene respinta. Mancanza di posti, le dicono. Alla fine del film, ci ritorna in versione figa, con una scollatura che neanch’io oserei (ed è tutto dire) e guarda un po’ che caso, c’è tutto il posto di questo mondo.
Io al suo posto mi sarei incazzata come una iena.
Avrei rifiutato per principio.
Lei no, lei si sente realizzata. Come se ah, finalmente ho trovato la soluzione a tutti i miei problemi.
Ma io dico.
Come tu mi vuoi, già il titolo mi butta male.
Nella vita non deve essere “come tu mi vuoi”, nella vita dev’essere che gli altri mi accettano per quella che sono, punto e basta.
Come io mi voglio.

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