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Forse di là c’è un posto pieno di alberi e gufi sonnacchiosi che fanno capolino fra i rami, di bei libri e streghe volanti e oggetti buffi da collezionare.

Ciao, Streganocciola.

Comincia agosto e ricomincio io.
E mentre comincia, questo agosto lanciato a bomba contro il mio ventesimo compleanno, con e nonostante tutto ciò che sta accadendo in termini di sfighe private e sfaceli politici, io continuo a non volermi proprio scrollare di dosso questa meravigliosa, imprevedibile contentezza che mi è venuta ad abitare all’improvviso.
Mi ero talmente stufata di aspettarla nei miei giorni grigi, che a un certo punto ho smesso di inseguirla come un miraggio, ero talmente disillusa che neppure ci pensavo più. E lei, allora, mi è entrata nella vita in punta di piedi, senza sconvolgere nulla, con la naturalezza lenta di una pianta che piano piano mette le sue radici.
Comincia agosto, io sto per compiere vent’anni e nel frattempo non posso fare a meno di crogiolarmi in questa serenità tranquilla, così inedita, così riappacificata col mondo. C’è stato un momento in cui ho iniziato a guardarmi intorno con occhi diversi, prima ancora di volerlo o di deciderlo, erano gli occhi, il respiro, la pancia che imparavano ad assecondare un ritmo nuovo e più regolare, la mente ci è arrivata per ultima. Come quando si canta, prima viene la pancia, viene l’equilibrio del corpo, e soltanto dopo la mente astrae, razionalizza tutto quanto, lo seziona e ne fa concetti. Da quando guardo il mondo con occhi nuovi io canto, o forse da quando canto guardo il mondo con occhi nuovi.
È stato un anno bellissimo, questo. Ma così bello, così pieno di amici, così ridanciano, così sbronzo, così indaffarato e stancante, così universitario, così canoro che vorrei che fosse stata così tutta quanta la mia adolescenza. I quindici, i sedici, i diciassette e anche un po’ i diciotto anni, gli anni della crisi, gli anni che non finivano mai. Questo blog nato triste che adesso cerca di reinventarsi trasformandosi nello specchio di una persona che sta bene.
È agosto e Genova in agosto, con i miei in montagna a trecento chilometri di distanza, mi piace persino. Sono talmente in bolla che non mando in malora la casa, che cucino e tengo pulito e, più o meno, mangio persino le cose giuste all’ora giusta. Un tempo avrei passato le giornate buttata sul divano a ingrassarmi di schifezze, avrei mangiato the e biscotti per pranzo e insalata e pomodori per merenda e fatto il bagno alle tre di notte tanto per il gusto di farlo. Forse l’ho anche fatto sul serio, convinta com’ero che fosse un modo come un altro per fare la rivoluzione, e invece era solo un modo come un altro per farmi del male. Adesso lo so che la rivoluzione non si fa riducendo di proposito la propria vita ad un gran casino, la rivoluzione si fa giorno per giorno, nella pratica di vita quotidiana, ma non senza un ordine e una logica, almeno un po’. Con tutto che sono e resto una casinista incredibile. Non sono cambiata io, è cambiato, spontaneamente, il mio modo di percepire la realtà in cui vivo, e di conseguenza la assorbo e reagisco ad ogni suo stimolo con un atteggiamento completamente diverso, senza sapere né come né perché, come se fosse cambiato il vento e mi ritrovassi all’improvviso a navigare con la vela gonfia nella direzione giusta.
Come quando dopo aver corso fino allo svenimento per raggiungere il treno che sta partendo sul binario, dopo essere salita al volo, dopo aver issato la valigia ed esserti buttata a sedere nel tuo posto, il treno inizia a partire e tu senti il battito del cuore che rallenta e il ritmo del respiro che torna regolare, e ti stiracchi sul sedile e getti un’occhiata lunga di là dal finestrino e pensi solo Adesso si va.

di nuovo qui.

Sono sparita per un sacco di tempo.
Adesso provo a dirvi se è vero che ritorno a scrivere qui o se è solo l’ennesima finta. E se poi veramente tornerò a scrivere, allora presumo che dovrò anche chiarire a me stessa, una volta per tutte, perché scrivo, se ha un senso il fatto che scriva.
Il fatto è che amo scrivere, in astratto. O forse in realtà amo più di tutto scrivere in concreto, amo i caratteri rotondi, il contatto ed il suono dei tasti sotto le mie dita, amo nello stesso modo la fluidità della mia stilografica e la carta spessa dei quaderni, la soddisfazione visiva di una bella grafia o di una pagina riempita. Amo follemente l’azione di scrivere. Ma odio il risultato, quando sono io a farlo. Così tutte le volte succede che parto armata delle migliori intenzioni, ma a un certo punto, non so nemmeno io come, mi areno. E, allo stesso modo in cui non sarei mai in grado di proseguire la lettura di un libro che non mi piace, è inutile, dopo un po’ lo chiudo definitivamente. Allo stesso modo non riesco a proseguire nella scrittura quando mi accorgo che quello che scrivo non mi piace, ma anzi mi urta, mi infastidisce proprio. Allora mi chiedo che senso ha, se qualcosa che amerei moltissimo deve finire per trasformarsi in una tortura autoimposta. O se ci sia, volendo, il modo per lavorare su questa sensazione, se imparare quantomeno ad accettare, se non ad apprezzare, il proprio modo di scrivere non funzioni un po’ nello stesso modo in cui si impara ad accettare il proprio aspetto fisico. Questione di percezioni da aggiustare.
La seconda cosa è che la mia non è una vita di quelle che si lasciano scrivere.
Non c’è trama, manca la consequenzialità tra un episodio e l’altro e i personaggi non si lasciano mai inquadrare bene.
Se la mia vita fosse un film, sarebbe uno di quei film che si reggono unicamente sulla bravura di uno sceneggiatore geniale. Uno di quei film con i dialoghi brillanti e la regia senza una logica.
Una vita così non è una vita che si lasci razionalizzare facilmente.
E, di conseguenza, diventa maledettamente difficile anche scriverne.
Anche per questo sono sparita per un bel po’.
Se dovessi raccontarvi che cosa ho fatto, come sono stati questi mesi di assenza, se dovessi fare il riassunto delle puntate precedenti, ammesso che un blog sia o debba essere veramente un racconto a puntate, ecco, probabilmente non saprei da che parte cominciare, non sarei capace di strutturare un resoconto che si possa chiamare tale. A parte che io i resoconti li odio. Ma poi, a pensarci bene, non mi piace molto neanche l’idea che da qualsiasi cosa si possano trarre delle conclusioni. Non è che la vita è fatta a segmenti e bisogna tutte le volte tirare le somme alla fine di ciascuno. Panta rei. E neanche in una sola direzione, aggiungerei.
Quindi boh.

Facciamo che ricomincio e basta, che è molto più semplice.
Ma da domani, che adesso è l’una di notte e io ci vedo triplo da quanto ho sonno.
Da domani, che è già oggi, ma non importa.

Io sono una cantante libera,
sono un’entusiasta del pensiero
mi inerpico su teneri arboscelli
e dico che sono alberi grandi.

Patisco di questi abbagli dolcissimi,
patisco di questi abbagli
ma poiché sono imprecisa
gravito sempre verso il dubbio
sulla santità di Caino.

(Alda Merini)

No, non ho mantenuto la promessa.
E no, non ho voglia di mettermi a scrivere neanche ora.
E no, non mi sono venute nuove idee, non ho pensato niente.
Però, nel frattempo, ho trovato questa.


Le nostre mani sono rimaste nude.
Hanno appreso il lavoro, il silenzio, il segnale.
Hanno alzato e abbassato innumerevoli volte
il grilletto della rabbia
hanno tagliato e ritagliato con un temperino
la pagnotta della pazienza,
hanno picchiato in pieno il muro e la notte.

Ora le nostre mani posano tutte nude
sulle ginocchia
come posa il sole sulla montagna
come posa la montagna sul mare
come posa il cuore del compagno sul suo credo.

Queste sono le mani dei comunisti.

Quando ti stringono la mano
sai che tutte le capitali s’illuminano dietro la notte,
quando trasportano i secchi d’acqua su per la salita
sai che il domani e il sole e il mare gli sono a portata di mano
sai che il grosso sacco di pietre diventa leggerissimo
nelle loro mani
perché, sempre, più della metà del peso lo trasporta
la Libertà.

Queste sono le mani dei compagni.

Mani nude,
nude vene nelle mani nude
come le linee ferroviarie sulla carta del mondo.

Mani nude –
si è cancellata la linea della fortuna sulla palma.
Sulla palma reggono il destino del mondo.

Sono le mani dei comunisti.

(G. Ritsos)

Eccomi qui, sì, sono tornata.
Con le spalle cotte dal sole, con addosso una puzza mista di treno, sudore e due notti di ostello senza un lenzuolo per dormire e senza l’acqua calda, anzi senza l’acqua del tutto, tranne che dal bidet.
Con le risate delle mie amiche bellissime e con tantissimi chilometri di strade lunghe e larghe conficcati dentro le gambe, con un eastpak violetto sulle spalle e la mia fame da verme solitario acquattata nella pancia.
Con la sensazione che se non lo fai a vent’anni non lo fai mai più, ma anche la sensazione che dopotutto è solo perché hai vent’anni che ti rifiuti di chiederti se in fondo ne sia valsa realmente la pena. E dici che va bene lo stesso, che quello che conta in fin dei conti è la vacanza, le amiche, l’andare all’avventura. Per la stessa ragione del viaggio.
Ed è così, in effetti, è davvero così. E una parte di me è contenta ed è giusto che sia così, a prescindere.
Però.
C’è che questo, dal punto di vista politico, è stato il peggior concerto del primomaggio degli ultimi vent’anni. Cioè da quando, più o meno, esiste il concerto del primomaggio.
Sarà per questo che torno, ma torno con la stessa sensazione di instabilità confusa di quando sono partita. Sarà per questo che la sento allargarsi a macchia d’olio nel privato come nel politico, ma li percepisco, nonostante tutto, come due piani sfalsati tra di loro, due compartimenti stagni che non comunicano.
E sarà per questo che mi sento a un passo dal cadere nella sindrome odiosa della disaffezione politica, che è una malattia da bambini vecchi.
Sarà per questo che vi chiedo già di uccidermi, prima di precipitare mani e piedi in questa mentalità da Il faut cultiver notre jardin.
Non lo so.
Prometterei che scrivo qualcosa sul serio, appena ho tempo, se ho tempo.
Vorrei, ma il fatto è che di tempo ne ho poco per davvero. E questo, mi accorgo, è un alibi ulteriore, sfruttare l’alienazione da vita sovraffollata per mettere a tacere i propri sensi di colpa.
E non ci riesco a non sentirmi così, con l’acqua alla gola e un dolore al livello del mare.
Scriverò presto, promesso.

Sono in partenza per Roma.
Durante questo mese mi sono un po’ persa. E quindi non ci saranno perle di saggezza, alla fine di questo aprile, non ci sono conclusioni da tirare, in effetti non c’è davvero nulla di concluso. Solo casino, tanto casino che a volte riesce a essere contento e persino vagamente organizzato, come dice la mia maestra di canto, e a volte invece è casino e basta, confuso, stancante e anche un po’ avvilente. Ci sono ponti gettati verso un futuro che chissà, ci sono premesse che iniziano a maturare, ci sono semi di ottimismo piantati nella terra viva. E non c’è il tempo di respirare, non ci sono atti d’amore né calma di vento, non c’è nulla che mi faccia pensare che tutto resterà così com’è, nel bene e nel male. Panta rei. Niente che mi faccia sentire autorizzata a fermarmi, niente che mi dica con certezza alla fine di quale percorso mi troverò, come un tesoro segreto su una mappa di pirati.
Vi so dire quando torno.
A presto.

letteratura italiana

Mi sento preparata più o meno come quello che ha scritto col pennarello nero…

smisurata preghiera

Vorrei credere in un Qualcuno a cui rivolgere questo appello disperato, invece di limitarmi a gettare un messaggio nella bottiglia senza destinatario, solo così, per sfogo o per tristezza o per indignazione.
Vorrei fare come quelli che sono convinti che chiedere al cielo serva a qualcosa e riescono pure a non sentirsi dei perfetti idioti anche solo a fare finta.
Vorrei seppellirmi sotto nove strati di coperte e dormire come un sasso per tutto il mese di aprile.
Vorrei non sentire, non vedere, non pensare, non leggere, non capire, non crearmi interrogativi.
Vorrei che privato e politico, se proprio non riescono a essere entrambi decenti, almeno fossero una merda a turno.
Vorrei abitare in un paese dove all’indomani di una disfatta elettorale ci si sentisse solamente sconfitti e non sgretolati, inesistenti, inermi, come se ci fossero passati sopra con lo schiacciasassi.
Vorrei non considerare un miracolo il fatto di abitare nell’unica regione rimasta vivibile di tutto il nord Italia, vorrei potermi lamentare di Burlando senza sentirmi come se stessi sputando su una portata da ristorante, vorrei permettermi il lusso di dire che l’alleanza con l’Udc, a me, fa venire da vomitare.
Vorrei vivere in un paese dove sia normale criticarsi dall’interno del proprio schieramento, senza essere costretti a censurarsi perché dall’altra parte lo schifo è tanto, e tale, che noi ci si può solo leccare le ferite e ringraziare che non sia andata ancora peggio di così.
Vorrei vivere in un paese dove chi subisce una sconfitta come questa, invece di nascondersi pateticamente dietro a un dito la ammetta in tutta la sua gravità, ne parli, ne dia ragione alla gente, ne spieghi le conseguenze, si assuma le proprie responsabilità, si faccia promotore di un tentativo di ripartenza.
Vorrei che si dicesse, che si provasse a quantificare l’entità della battaglia culturale che abbiamo perso negli ultimi venti, trent’anni, e vorrei che si ripartisse da lì, dal creare pensiero in movimento, dal divertire attraverso la cultura, dall’educazione delle nuove generazioni.
Vorrei avere diritto a guadagnarmi con il mio impegno un’istruzione a costo zero, vorrei che l’accesso ai libri fosse libero, vorrei concerti, mostre, musei, spettacoli, vorrei vivere in un paese dove si investa sul creare cultura invece di smantellarla sistematicamente e vorrei non essere governata da gente che dà del fancazzista a chiunque abbia dedicato la propria vita a coltivare un’arte.
Vorrei non pensare alle facce tirate dei miei genitori e ai soldi che non bastano mai, vorrei non pensare che non arriviamo alla fine del mese e però intanto paghiamo lo stipendio a Renzo Bossi.
Vorrei vivere in un paese dove, se proprio deve esserci demagogia da dittatura latinoamericana, almeno che non la si faccia su argomenti come la lotta ai tumori, per favore.
Vorrei vivere in un paese dove la lotta ai tumori si fa finanziando e promuovendo in ogni modo la ricerca, combattendo in modo sistematico contro le discariche abusive di rifiuti tossici, contro la diossina, contro gli interessi di chi è disposto a passare sopra a qualunque scrupolo in questo senso in nome dei guadagni che se ne possono trarre.
Vorrei vivere in un paese dove il rispetto del corpo sia un valore e come tale vada tutelato e difeso in qualsiasi situazione. Dove una donna sia padrona assoluta del proprio essere madre o meno, dove possa farlo nel modo più indolore possibile, dove il suo corpo non sia merce per gli affari più squallidi né terreno di scontro mediatico. Dove il suo essere libera ed emancipata non le venga imputato come mancanza di pudore, dove questo non sia di nessuna giustificazione a soprusi e violenze, dove se si dà della puttana almeno si dia anche del puttaniere, come minimo.
Vorrei vivere in un paese dove “difendere la vita” significhi creare condizioni migliori per tutti, significhi combattere l’intolleranza e la violenza, significhi non morire picchiato a sangue in una cella di prigione, significhi non finire in fin di vita all’ospedale per aver preso parte a una manifestazione. Significhi più asili nido, più spazi a misura di bambino, una scuola che ne valorizzi tutte le potenzialità espressive. Significhi aprirsi a qualsiasi idea di famiglia. Significhi avere a cuore la dignità delle persone.
Vorrei non pensare a cosa succederà adesso, al nord interamente nelle mani della Lega, agli elettori piemontesi che si sono scavati la fossa con le loro stesse mani, alla val di Susa spianata per farci passare la tav, alle ronde, alle spranghe, al cattolicesimo medievale di ritorno con la benedizione di vescovi e cardinali, ovvio, perché razzismo e xenofobia si conciliano perfettamente con il cosiddetto spirito cristiano, purché la Ru486 se ne resti ben chiusa nei frigoriferi di stato.
Vorrei non dovermi sentire in colpa se di tanto in tanto abbasso la guardia, vorrei esercitare il mio diritto ad averne le palle piene, una volta tanto, vorrei vedermela unicamente con i miei casini della vita di tutti i giorni, che già ce n’è d’avanzo.
Vorrei riuscire a studiare, vorrei che finisse questo periodo allucinante di malessere fisico e di tensione continua, vorrei non sentirmi in colpa se traduco la Medea e sono felice così, senza fare nulla che sia d’aiuto ad altri che a me. Vorrei dormire, vorrei staccare, vorrei mollare tutto e ritornare tra un mese con le forze e la volontà rinnovate, vorrei leggere teatro greco e cantare tutto il santo giorno, vorrei non avere responsabilità né scadenze che mi assillano, fare tutto per il gusto di farlo, perché mi fa stare bene, e basta.
Vorrei crederci per davvero, a quello che vorrei.

Prima di tutto, errata corrige: non è vero, non è assolutamente vero, che una lezione di geografia a tratti possa essere quasi vagamente ascoltabile. Di qui il secondo monito del mese, che è mai giudicare un corso dalle primissime lezioni, perché funzionano spesso e volentieri come lo specchietto per le allodole.

Invece confermo la veridicità fino a prova contraria del corollario della legge di Murphy: la probabilità di essere serviti per ultimi al tavolino del bar quando si è di fretta è pressoché totale.

Se sei sbronza sarebbe auspicabile avere qualcuno che ti riaccompagni a casa.

Rispetta gli impegni che ti assumi. Se poi sono più di quelli che riesci a gestire, cazzi tuoi.
E se per questo ti tocca alzarti all’alba la domenica mattina e hai passato il sabato notte a ubriacarti, cazzi tuoi anche.

Due cose che non devi fare subito dopo aver smesso di fumare: mangiare e bere a schifo e passare più tempo al chiuso.
E’ importante abituarsi sia a non avere l’esigenza costante di introdurre qualcosa nel proprio corpo, sia a godersi lo stare all’aria aperta senza il bisogno del “gesto” per sentirsi liberi.

In ogni momento concentrati sui sapori, sugli odori, sulle sensazioni che la tua pelle raccoglie.

Non andare di fretta se puoi farne a meno.

“Non ti sbagasciare!” (l’allenatore di rugby)

Non bisogna arrivare mai in anticipo dai ragazzini delle ripetizioni, perché tanto non è che ti lasciano andare via prima. E soprattutto, nessuno ti pagherà mai quella manciata di minuti in più. Ci sono casi in cui il tempo e il denaro sono un’equazione esatta, un contratto di scambio uguale e contrario: io ti vendo un’ora della mia vita e tu me la paghi.
Le ripetizioni non sono un’opera di bene. Punto.

Quando hai appena smesso di fumare, per qualche tempo tossisci, ansimi e ti affatichi ancora più di prima.
Ci vuole tempo. Ci vuole pazienza e molta perseveranza.

“La vita è un casino, ma bisogna almeno sforzarsi di renderla un casino organizzato!” (la Dani)

I complimenti più carini sono sempre quelli delle tue amiche, dei genitori delle tue amiche e degli uomini gay.

Il linguaggio del corpo si impara ascoltandolo, come tutte le lingue vive, del resto.

Certi figli non sono che l’ovvia conseguenza di certi genitori. E una certa Italia di deficienti è, in qualche modo, il risultato anche di questo.

Perdere tempo è un’arte. Il tempo destinato a essere perso non va comunque sprecato.

La tesserina a punti del kebab vale all’Amor Perfetto ma a San Lorenzo no, anche se il nome è lo stesso.

Sarebbe sempre meglio togliersi subito gli esami più antipatici.

Ci sono un sacco di cose che si riescono a fare molto meglio pensando a dell’altro.

La ricarica di emergenza del telefonino si può fare solo una volta al mese. Però si può sempre provare a chiamare il numero della ricarica, digitare numeri a caso e sperare nella botta di culo. L’obiettivo per il prossimo mese è scoprire il criterio…

E’ importante darsi delle priorità. Non si può essere sempre tutto e sempre dappertutto.
Bisogna scoprire quali sono le tracce giuste, quelle che davvero portano a qualcosa che vale la pena.
In modo da poter iniziare a decidere chi siamo e da che parte andiamo.
E’ il compito per i mesi che verranno.

“Teniamoci per mano in questi giorni tristi…”

Perché altro, proprio, non si riesce più a dire.

La scena è questa.
Un ragazzo e una ragazza risalgono piazza Matteotti conversando animatamente.
Arrivano, all’incirca, di fronte alla gelateria dove fanno la granita più buona del mondo, sul marciapiede tra i bidoni della spazzatura e il muretto, diciamo più o meno qui.
Un gruppetto di brutte facce staziona nei pressi del muretto.
Ci guarda in cagnesco quello più grosso e con la faccia più brutta e tamarra di tutti, fissa il ragazzo e…
“Giovane, (sì, ve lo giuro, ha detto proprio così), che ce l’hai una sigaretta?”
“Mi dispiace, non fumo”, risponde il ragazzo, piccolo e magro, che accompagna la ragazza, che invece non è tanto piccola e nemmeno tanto magra, ma è pur sempre una ragazza circondata da un branco di maschi minacciosi.
“Neanch’io, mi spiace”, fa eco la ragazza, che sta perseverando eroicamente nel suo intento di smettere più o meno definitivamente.
Il ragazzo e la ragazza fanno per procedere oltre, ma, dopo pochi passi…
“Giovane!”
Il tipo grosso e brutto afferra il ragazzo piccolo e magro e lo mette spalle al muro contro il bidone della spazzatura.
“Di’, sei proprio sicuro di non avere una sigaretta?”
Momento di terrore. Il ragazzo è piccolo e magro davvero e certo non ci vuole molto a fargli male sul serio. Sono le tre del pomeriggio, passerà qualcuno, dovrà pur passare qualcuno. Gli altri che accompagnano il tipo rimangono immobili, forse sono troppo fatti per intervenire. Per fortuna.
“Ti ho detto di no, non fumo.”
Sguardo assassino negli occhi del tipo.
La ragazza fa un passo avanti, della serie ve lo faccio vedere io come muore una rugbysta.
“Non ha niente, te lo giuro, lascialo andare…”
Adesso ci massacrano tutti e due.
Lunghissimo istante di pausa.
“E va bene, va’…”
Immenso respiro di sollievo e corsa per portarsi fuori tiro il più rapidamente possibile, sai mai che nel frattempo cambino idea.
C’è stato un attimo in cui ho pensato solo una cosa, Verona.
C’è stato un attimo in cui ho avuto veramente paura, oggi pomeriggio.

di passaggio

Sto decisamente, irrimediabilmente latitando da questo blog.
Sono già passati più di quindici giorni e allora, mi dico, è veramente il caso che scriva qualcosa.
Ma ve lo dico già che scriverò tanto per, perché mi fa un po’ tristezza, a fine mese, vedere sempre un numero piccolo in cima alla colonnina degli archivi, che poi con la grafica nuova chissà dov’è finita, se c’è ancora. Ma che in realtà di cose da dire ne ho poche, o forse ne ho tante ma tutte ingarbugliate una all’altra, e mi mancano tempo ed energia per riuscire a riprendere in mano i singoli fili e snodarli fino in fondo.
E mi sento anche un po’ scema a non avere altro che questo da scrivere, nel notare che senza neppure volerlo concepisco il mio blog come una serie di annotazioni completamente autoreferenziali. Che sto tornando a essere, anche, maledettamente autoreferenziale, anche se in modo diverso da qualche tempo fa, sparpagliando un po’ di me ovunque e senza più riuscire a esserci tutta intera per nessuno. Mi si ha in perenne condivisione, come una meteora che interseca di volta in volta tante orbite differenti, senza averne una propria di riferimento.
E’ un po’ avvilente non esserci mai fino in fondo neanche di fronte a se stessi.
Ma è così, e quello che scrivo non può che esserne il riflesso, anche se in forma mediata.
Così tutto quello che posso fare ora è tentare di raccattarmi un po’ qua un po’ là, sforzandomi così di dare forma a un pur sempre frammentario quadro d’insieme.
Provo allora a mettere sul piatto della bilancia i miei ultimi giorni. Ho la stanchezza rappresa addosso come umido che mi si infiltra nelle ossa. Ho la pelle pallida e gli occhi segnati, ci sono giorni in cui i miei occhi sembrano i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro, per una stupida banconota da incassare a qualsiasi costo, perché sennò non tornano i conti. Ho le ragnatele nel portafoglio e quel poco che mi resta dopo tutta la settimana me lo bevo nel weekend come l’ultima dei barboni.
Sto male fisicamente, e per il resto non ho neppure il tempo di stare a chiedermi come sto.
E’ un periodo così. Di fatica annidata dentro le ossa, di stagioni che si avvicendano, di alcol, di virus e di sbalzi d’umore.
Di poche ore di sonno, di vicoli, di erba, di calore umano, esercizi di canto e poesie, di serate senza un perché, di chiacchiere nelle lezioni inutili e fiori nuovi che nascono nel giardino.
Di porte che si chiudono per non riaprirsi mai più. Ci sono addii che prima o poi vanno dati, una volta per sempre.
Di andate e ritorni, fermate mai.
Di cose che dimentico e altre che non riesco a trattenere.
Di elezioni che si avvicinano e a me divora il panico, non ci sto pensando alle elezioni, dovrei leggere, dovrei mettermi lì a capire, a riflettere, a elaborare, a porre problemi, e invece no, la mia testa è ostinatamente altrove.
Ed è strano, è strano che, nonostante il solo modo che ho per non lasciarmi completamente sfuggire la vita dalle mani sia l’alienazione da catena di montaggio, concepire le mille attività della giornata come una successione meccanica, un passaggio poi un altro poi un altro ancora senza starci più a pensare, ecco, nonostante questo io continui a sentirmi ostinatamente viva, a non volerci soffocare dentro, a gettare qua e là semi di idee future perché nascano in primavera.
Ero abituata a ristagnarmi addosso, adesso invece arrivo a fine giornata completamente sfinita, ma almeno non percepisco più quel senso di staticità che tanto mi opprimeva ai tempi del liceo. Sento che, in qualche modo, anche un piccolo passo è movimento, è vita che si mette in gioco. E di questo non posso che sorprendermi e gioire.
E’ un periodo in cui la mia vita è fatta di situazioni affollate e temporanee come il terminal di un aeroporto, ma in cui al tempo stesso mi sembra di cogliere, qua e là, tracce di percorsi nuovi e affascinanti, per quanto non sempre facili.
E’ un gran casino, in sostanza, ma un casino contento, che tra un momento di sconforto e l’altro comunque guarda avanti.
E io sono terribilmente stanca, ma annuso l’aria e sento vento nuovo.
E ritrovo ogni volta il respiro.

capricci

Cominciamo con il mio status di facciabuco di stasera: vorrei una vita materialmente fattibile, ecco.
Vorrei delle giornate a dei ritmi più umani, vorrei godermi quello che faccio e vorrei il tempo per tutto il resto, vorrei non farmi venire un’ulcera tutte le volte che apro un giornale. Vorrei mangiare qualcosa di diverso, vorrei una teglia di verdure cotte al forno con la besciamella, oppure quattro dita di bistecca al sangue con le patate al forno, oppure una torta salata o la pizza con sopra il formaggio valdostano, e un quintale di dolci al cioccolato di quelli buoni davvero. Vorrei i miei occhi luminosi e aperti al mondo, i miei occhi
troppo stanchi per non vergognarsi, vorrei le mie mani curate, avrei voluto avere grandi mani, mani da soldato, perché potessero starsene così come sono, felicemente ruvide, vorrei il mio corpo rilassato. Vorrei un massaggio e una ceretta e un bagno caldo da starci dentro tutta la mattina a leggere le riviste sceme e cantare a squarciagola le canzoni della radio, e vorrei poi lasciarmi asciugare i capelli al sole senza assomigliare a un sacerdote rastafari. Vorrei il riscaldamento acceso nell’aula studio dell’università e vorrei il tempo di andarci a studiare, e poi vorrei tornare su quella meravigliosa terrazza che ho scoperto oggi sul tetto, guardare dall’alto la mia città splendida riversarsi sul mare. Vorrei la mia voce per cantare e vorrei anche solo un sorso di quel vino prodigioso del Circolo Luogo dell’Anima, vorrei presto un’altra serata al Circolo Luogo dell’Anima, vorrei le chiacchiere con le mie amiche senza i sensi di colpa perché in realtà avrei da fare, da studiare, da correre sempre da qualche parte. Vorrei dover dare il mio prossimo esame con Albus Silente e non con un italianista vecchio e lunatico, vorrei il dono dell’ubiquità per non dover sempre scegliere tra due cose che mi interessano allo stesso modo, vorrei non aver scelto di guadagnarmi dei soldi facendomi carico delle difficoltà degli altri, quando poi la mia vita è un casino immondo. Vorrei che non mi avessero detto che ho la stoffa della filologa, io che volevo nascere artista e invece no, perché che piaccia o no è capitato che sia quello che so fare. Vorrei la spiaggia, vorrei fare visita ai miei fantasmi lassù al Righi, vorrei salire su autobus sconosciuti e ritrovare i posti lontani dal mare dove sono nata, vorrei che le cose non perdessero di fascino nel momento in cui cessano di essere altre e in qualche modo diventano mie. Vorrei una medicina per il mal di testa, il lenzuolo fresco ma il piumone già caldo, vorrei dormire a sufficienza, vorrei che domani mattina ci fosse il sole e nessuno in casa per poter cantare senza farmi sentire, vorrei un fine settimana rilassante e un treno comodo per viaggiare. Vorrei una lunga notte prima di domani e vorrei vedere le stelle dalla mia finestra, ma ho il profumo delle arance del mio giardino, e va bene lo stesso. Buonanotte.

Anche se oggi è già marzo, ma ieri ero decisamente troppo stanca…
Un viso disteso trasmette buonumore, ma aiuta anche a prevenire le rughe, non si sa mai. Da ricordare quando sei per strada.
Ho giocato la mia prima partita di rugby e ho imparato un sacco di regole nuove che prima non conoscevo.
Ho anche vinto il Premio Iena. Il Premio Iena è uno strano animaletto di peluche, si direbbe un’oca con delle zampe anteriori da gatto al posto delle ali, che alla fine della partita la capitana della squadra consegna a quella di noi che si è mostrata più agguerrita in campo. Detto questo, abbiamo perso tre partite su tre, il che la dice lunga.
Però lì ho capito che sì, può diventare vero amore.
In compenso per la prima volta in vita mia ho passato sanvalentino con un uomo, ed è stato un pomeriggio che più insopportabilmente noioso di così, davvero, non si poteva.
“Nessuno ti aprirà mai un conto.” (la Je)
I maglioni sudati e i vestiti sporchi del rugby non è che si lavino da soli. Quindi è meglio farlo un pochino per volta, piuttosto che ritrovarti senza più niente da mettere e con una montagna di roba sporca e puzzolente sparpagliata nei recessi della camera.
Mai lasciare che un’amica ubriaca ordini da bere per te. L’ultima volta che è successo mi è toccato un Long Island.
Alcuni esami sono molto più difficili da preparare che da sostenere.
Fumare meno è direttamente proporzionale a mangiare di più. E questa, decisamente, non ci voleva.
E’ importante la cura dei particolari, perché se quelli sono approssimativi, anche il tutto ne risente. Sebben che siamo umanisti.
Capire con il corpo è una cosa difficilissima, molto più che capire con la mente. Questo perché ci portiamo dietro, in modo quasi genetico, duemila e passa anni di pensiero post-platonico e cattolico, da una parte l’anima immortale e dall’altra il corpo strumento del demonio. E non c’è nulla di più forzatamente innaturale.
Per cantare occorre capire tantissimo con il corpo, molto più che capire con la mente e molto più di quanto siamo solitamente abituati a fare. Ci avreste mai pensato voi che la laringe è un organo sessuale secondario? Io no.
E’ meglio iniziare con un esame impegnativo, se va male puoi sempre consolarti ammettendo che in effetti era difficile, se va bene quelli successivi appariranno molto più fattibili. E poi vuoi mettere la soddisfazione.
A volte, più ancora della materia conta chi te la insegna. Così accade persino che un corso di geografia riesca ad essere a tratti più interessante di uno di letteratura latina, tanto per dare un’idea.
Corollario della legge di Murphy per i giovani universitari: più si è di fretta e più aumenteranno le probabilità di essere serviti per ultimi al tavolino del bar.
I sogni, per quanto impossibili, non sono mai scemi né superflui. Servono, servono moltissimo. Il giorno in cui avremo esaurito anche i sogni irrealizzabili, quella sarà la vera fine.
Ho giocato anche la mia seconda partita di rugby, in un posto sperduto alle spalle di Biella, in un’orrida pianura di distributori di benzina e capannoni industriali e padanissime villette a schiera. Lentamente imparo, mi faccio le ossa nel fango e nella pioggia. E sono contenta.
Ho sentito bella musica, ho dato il mio primo esame all’università, ho ricominciato a cantare, mi si sono rivelate cose – e persone – che non avevo immaginato. Mi è mancato il tempo di fare tutto, come sempre.
E’ stato un mese corto e intenso come una partita di rugby femminile o come un brano di musica polifonica o come un bicchiere di buon vino.
Un piccolo stop, il tempo necessario per riprendere fiato, e si riparte.
Marzo sarà faticoso come l’esercizio del quadrato ad allenamento.

Il mio corpo mi manda segnali che non riesco a decifrare.
E’ un periodo che mi riempio di brufoli come se avessi di nuovo quindici anni. Anzi, peggio, perché a quindici anni oscillavo di dieci chili in dieci chili e alternavo periodi in cui mangiavo fino a sentirmi male a periodi in cui mi girava la testa per la fame, ma i brufoli, tra le tante sfighe estetiche e nonostante gli sbalzi d’umore, quelli no, non sono mai stati un mio problema.
Invece adesso mi ritrovo brufolosa come un adolescente maschio nerd e non capisco che cosa il mio corpo stia cercando di dirmi.
Perché di base sto bene. Dormo più o meno il giusto, mi alzo non troppo presto la mattina, studiacchio, corro, fumo meno del solito. Ormonalmente parlando è calma piatta come la bonaccia su una palude in un giorno di nebbia afosa a metà luglio.
Mangio male, però, quello sì. E mentre i cattolici entrano in quaresima io guardo nello specchio i miei fianchi tornare ad arrotondarsi a chitarra e mi si riaffaccia alla mente il fantasma dei miei anni tristi di cibo compulsivo e dita in gola nel bagno. E adesso, nei miei giorni non più tesi, tuttavia di tanto in tanto sento riaffiorare quella sensazione orrenda che è il mangiare senza volerlo, come se qualcuno ti stesse dando un ordine cui non riesci a sottrarti. Sapessi quante volte l’ho vissuto. Mangiare per il gesto del mangiare, così come affascina il gesto del fumo, a volte, più ancora che il suo sapore.
Allora mi dico che sicuramente non sarà un caso il fatto che mi succeda proprio ora che mi sto sforzando di fumare meno, che nel giro di una settimana sono passata da un mezzo pacchetto al giorno, un’enormità, alle tre o quattro girate, per il momento il giusto, poi si vedrà. Funziona un po’ come la teoria dei vasi comunicanti, ciò che sottrai di compulsivo da una parte finisce per aggiungersi dall’altra. Da una parte e dall’altra il gesto per il gesto, qualcosa di tangibile a cui aggrapparsi, qualcosa di estraneo da introdurre nel corpo.
In teoria, in realtà, sarebbe tutto molto facile. Quando ti poni un limite su qualcosa, e lo rispetti, quasi senza rendertene conto attivi un meccanismo di selezione per cui quel qualcosa lo riservi ai momenti in cui sai di potertelo gustare davvero. Smetti di farlo per noia, in poche parole. Impari a sentire l’odore, il sapore del tuo piacere, a percepirlo fino in fondo. E lo ammetto che non ne sono mai stata capace, è proprio qui il problema. Confondo gli odori, non riconosco i sapori nuovi, le spezie, gli aromi, sono abituata a mangiare quello che ho davanti quasi senza accorgermene. Invece sembrerà stupido, ma ci vuole anche in questo una sorta di atteggiamento zen, calma ed equilibrio e attenzione a ciò che si fa, esserci in ciò che si fa, per quanto assurdo o superfluo possa sembrare.
Bene, questo sarà il compito per la prossima settimana.
Domani scopriremo anche cosa ne dice Brezny

l’ho risolta così…

Alla fine l’ho chiamato come me, molto più semplicemente.
E’ corto e non impegna. E, soprattutto, è indubbiamente mio.
E mi sembra già che questo mio spazio stia tornando a sorridermi. Perché si chiama come il nome che mi sono data quando ho iniziato a scrivere, chissà perché poi ho scelto proprio questo, e sarà il mio nome di battaglia quando dovremo tornare ancora una volta sulle montagne, perché ha il colore del mare, perché c’è Van Gogh e c’è Hikmet, ma poi perché è uno spazio ripensato, che a un certo punto non mi piaceva più e allora mi sono messa lì e l’ho scelto di nuovo. Ho ridipinto le pareti, cambiato l’arredamento, pensato a come mi piaceva che fosse davvero. E così si è trasformato.
E’ già qualcosa poter pensare che continuerò lo stesso a scrivere i soliti post inconcludenti, ma che almeno saranno bianchi, azzurri, verde acqua.
Oppure è già un piccolo passo essere riuscita a cambiare qualcosa che trovavo terribilmente fastidioso, per quanto virtuale, per quanto sia solo la punta dell’iceberg in confronto a tutta la realtà che dovrei trovare il coraggio di prendere in mano, demolire e ricostruire completamente e diversamente. Invece di continuare a lasciarmi travasare da una situazione all’altra come il rosso dell’uovo.
Adesso non lo so. C’è ancora tanto su cui mi resta da lavorare e per il momento procedo a segmenti brevi, mi sforzo di concentrarmi unicamente sull’adesso, senza perderlo mai di vista.
Tra poco finirà il mese e sarà il tempo di aggiornare il manuale di sopravvivenza.
E il mese prossimo sarà primavera.

Adesso mancano solo un paio di aggiustamenti con la grafica e, soprattutto, il nuovo nome…
Ma quanto è bello questo nuovo sfondo color del mare??

meta-post

Ho bisogno di tornare a scrivere un po’. Molto bisogno.
E non lo so cosa sia successo in questi ultimi tempi, fatto sta che non ci riesco più.
Per due ragioni, fondamentalmente.
La prima è una ragione stupida, ma tant’è.
E la ragione stupida è che questo blog non mi piace più. Non mi piace talmente più che i post, per riuscire a finirli, sono costretta a scriverli da un’altra parte e poi fare copia incolla. Ma poi, dopo, quando leggo, non la riesco proprio a sopportare questa schermata che è troppo bianca e troppo verde, con gli allineamenti dei riquadri laterali tutti sballati, con i caratteri scritti troppo grossi, con quel Malato di cuore lungo otto chilometri a fare da titolo, messo lì quando ho aperto il blog ed ero una diciassettenne triste alla ricerca disperata di un Qualcosa che mi mettesse in comunicazione con il mondo. Un filtro, quello della virtualità, che mi consentisse di sconfiggere altri filtri, di rompere quel vetro invisibile che mi tratteneva ostinatamente dall’altra parte. Fino a venirne fuori, in qualche modo, lentamente, emergere piano da quella specie di fanghiglia emotiva che mi imprigionava.
E sotto questo punto di vista ha funzionato. Ma tantissimo, ha funzionato.
Adesso però la guardo questa schermata insopportabile, e non mi ci riconosco più, non mi riconosco più nelle sensazioni istintive che mi trasmette e anzi, ne sono tremendamente infastidita. La guardo e mi rimbalza addosso l’immagine di me allora, con quella tristezza appiccicosa, con quell’indefinito di sensazioni sgradevoli. La guardo schifata dal senno di poi, perché ho imparato a diffidare delle finte sicurezze che la tristezza può offrire e ancor più degli uomini che se ne lasciano sedurre, e poi perché mi sono resa conto che la vita di un Malato di cuore
è mai poter bere alla coppa d’un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti, nient’altro. Con tutto quello che può significare.
La seconda cosa è direttamente collegata, al punto che non so neppure quale delle due influenzi l’altra, e però è molto più difficile da rimediare. Potrei dire che da domani inizierò a pensare a un nome nuovo per il blog, a un look nuovo che mi trasmetta sensazioni positive, un po’ come quando si cambia il taglio di capelli o il colore, o entrambi. O anche potrei mettermici subito, appena finito di scrivere, sempre che ci arrivi, alla fine, perché sento già quella sensazione odiosa che mi paralizza le mani sulla tastiera facendomi vergognare di quello che scrivo, di come lo scrivo e di quanto poco assomigli al modo in cui l’ho pensato.
L’ho detto, eccolo qui, il secondo problema.
E’ una cosa che ho capito in modo chiaro dopo che mi è venuto in mente di fare l’esperimento dell’
Ortica. Il fatto è che l’Ortica è prima di tutto un espediente di scrittura. Prima ancora di essere diventata il filtro attraverso cui io cerco di guardarmi in modo oggettivo e di demolire i miei alibi. O forse è nata come le due cose insieme, inscindibili l’una dall’altra.
Quello che è certo, in ogni caso, è che io non posso sentirmi a mio agio quando scrivo solo nella misura in cui faccio finta di essere qualcun altro. Così aggiro l’ostacolo ma non risolvo il problema, che sono io, la percezione che ho di me attraverso la scrittura.
Scrivo come se mentre sto scrivendo desiderassi con tutte le mie forze di essere un altro, qualcuno che lo sa fare meglio di me, ma non solo, qualcuno anche che ha veramente qualcosa da raccontare, o da inventare, o su cui saper pensare.
Scrivo come qualcosa che si desidera intensamente ma poi genera mille ripensamenti, ma anche come qualcosa che ho deciso che in un modo o nell’altro avrei imparato a fare, costi quel che costi.
Avrei sicuramente raccontato delle storie, per non morire. E quindi no, non mi arrendo ancora.
Inizierò cambiando il look al mio blog, ma poi soprattutto farò esercizio, leggerò tanto, vivrò a fondo. Lavorerò su questo mio accettarmi a malincuore, come si accetta un figlio non voluto. Lo trasformerò, lo riconvertirò.
E poi chissà.

E c’è un’alba, simile a mille altre che hai visto nel corso della tua vita, con la luce che è grigia e lentamente si schiara, e si colora, e dapprima è celeste, è poi rosa, quindi in un baleno, da dietro i poggi, sbuca il sole, e il cielo, investito da tanta luce, sembra scattare più in alto. (…) E’ il giorno in cui, a nostra insaputa, la vita si volta come si volta sul palmo il dorso della mano…

rush finale

Venerdì sarò di nuovo tra voi, promesso…

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